a caro prezzo

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Devo scrivere tutto prima che queste sensazioni svaniscano. Prima che l’incendio tra le mie gambe si tramuti in cenere. Prima che l’eccitazione lasci il posto al senso di colpa, al rimorso, al rimpianto. Devo scrivere tutto finché sono accesa, calda, fradicia.
Devo scrivere tutto. O, almeno, ciò che ricordo. I pezzi che riesco a mettere insieme, a raccattare tra i ricordi confusi dettati dalla concitazione, dalla foga, dallo stupore del momento.
E’ entrato in casa mia come una furia. Mi aveva abituato alla sua intraprendenza, al prendere ciò che voleva senza chiederlo. A quell’aria da bastardo che sa che ciò che vuole è, in fondo, ciò che voglio anch’io.
Non mi ha dato neppure il tempo di salutarlo, di sorridergli, di ammicare. Nulla. Appena gli ho aperto la porta, mi ha sbattuta contro la parete vicina. Mi ha spogliata in un lampo. Non so neppure se la mia tuta e i miei indumenti intimi li abbia solo sfilati o proprio strappati. E’ successo tutto troppo in fretta. Era già duro, eccitato. Mi ha forzata ad allargare le cosce e mi è entrato dentro di colpo. Completamente. Aprendomi con violenza, come aveva già fatto altre volte. Ma, oggi, senza preoccuparsi di farmi prima bagnare. Mi ha fatto male al primo affondo, ma avevo la sua bocca sulla mia e il suo corpo a costringermi premuta contro il muro. Non ho potuto sottrarmi. Né ribellarmi. Non ho potuto far altro che urlargli in gola. Grida di una donna invasa da un palo di carne largo e duro, piantatole in profondità senza alcun riguardo. Grida che, spinta dopo spinta, si sono tramutate in gemiti, quando il sentirmi così desiderata, così costretta a dare piacere al mio uomo, mi ha fatto inumidire, fino ad inzuppare del tutto. Quando ho sentito il suo membro pulsare dentro il mio sesso dilatato, ero già stata travolta dall’orgasmo, ero già una bambola di pezza abbandonata tra le sue braccia. Quando mi ha riempita del suo seme, le mie ginocchia avevano già ceduto da tempo.
Lo stesso tempo che Lui non ha perso, strattonandomi di peso fino alla stanza da letto e gettandomi sul mio morbido, ampio giaciglio a due piazze riassettato con cura neanche un’ora prima, appena mio marito era uscito per andare a lavoro.
«Hai lasciato la porta aperta…», sono riuscita a dirgli, recuperando un barlume di lucidità.
«Sta’ zitta, non è affar tuo», mi ha risposto, gelido, senza neppure guardarmi in viso.
C’era qualcosa di strano nel tono della sua voce, nel suo modo di fare. Giocava spesso a fare l’insensibile. Oggi, però, lo sembrava davvero. Mi sentivo profondamente inquieta. Eppure, l’eccitazione che provavo mi annebbiava ogni capacità di giudizio.
Quando si avvicinò a me, ancora completamente vestito a differenza mia, reggeva in mano una fascia nera. «E così», mi disse, «il mio cazzo non ti basta più».
Sorrisi, capendo subito dove volesse andare a parare. La mia fantasia di un menage a trois, confessatagli solo pochi giorni prima durante una delle nostre tante telefonate bollenti, doveva davvero averlo fatto innervosire. E neanche poco, a giudicare dal suo atteggiamento.
«No… lo sai che non sono mai paga…», gli sussurrai, con voce suadente e un sorriso malizioso.
Non finii neppure di parlare, che mi avvolse stretta la fascia attorno al volto, coprendomi gli occhi e facendomi sprofondare nell’oscurità. Mi costrinse a quattro zampe sul letto, con i gomiti e le ginocchia a sprofondare nel lattice del materasso. Una delle posizioni che preferiva per godere della sua cagnetta. Restai immobile, lasciandomi plasmare dal suo volere e sentendo nuovamente l’eccitazione montare prepotente dentro di me. Mi fece divaricare appena le gambe, insinuando le sue dita tra di esse e stimolando le mie labbra, ancora doloranti ma già nuovamente umide.
Era seduto accanto a me, e questo mi fece sussultare quando avvertii dei passi farsi sempre più pesanti. Mi irrigidii. «Che succede?», dissi, con voce affannata causata dalla lenta stimolazione del mio sesso.
«Ho portato un… amico», rispose Lui.
«Ma… aahhh!», gridai, lasciandomi cadere a peso morto sul letto quando due delle sue dita violarono la mia carne penetrandomi senza preavviso.
Riprese a parlare con una calma quasi irreale. Sembrava stesse amabilmente dialogando a una cena tra amici. Invece, aveva preso a masturbarmi a un ritmo forsennato, nuda e bendata davanti a un estraneo.
«Piacere», disse una voce maschile sconosciuta.
Non riuscivo a fare a meno di ansimare.
«Presentati, troia. Hai dimenticato le buone maniere?», incalzò Lui, rallentando appena il ritmo per permettermi di prendere fiato.
«Piacere mio… mi… mi chiamo… Mar… ahhh… Maria Rosaria».
Il resto fu un continuare a forzare il mio sesso, a riempirlo delle sue dita. A far crollare le mie barriere e il mio pudore come castelli di carte. Quando mi chiese se davvero desiderassi sentirmi piena di due uomini, se davvero volessi dividermi tra due membri grossi e turgidi, sentirmi usata per il piacere di due maschi, oltrepassare il confine tra essere la sua puttana ed essere trattata come una puttana, pur sapendo cosa questo volesse dire, ero ormai completamente fuori di testa. Senza riflettere, risposi di si. Li pregai di farmi godere facendo di me ciò che volevano.
Ed è quanto avvenne poco dopo. La sua cagnetta venne accontentata. La mia figa venne allargata, riempita con forza. Sentivo affondare con violenza dentro di me, mentre mi bagnavo in maniera oscena, non riuscendo a contenere umori tanto abbondanti che presero a colarmi tra le cosce, assieme al seme lasciato dall’amplesso precedente. Volevo urlare, gemere, manifestare il mio piacere. Ma mi era impedito da quell’altro membro, grosso, turgido, bollente, che mi veniva ripetutamente piantato sino in gola. Tra le mani che mi bloccavano i fianchi e un’altra a dettare il ritmo al quale mi veniva scopata la bocca, tenendomi saldamente per i capelli, ero completamente immobilizzata. I miei versi erano poco più che gorgoglii, a causa dell’abbondante saliva che stavo producendo. Ancora una volta, venivo usata come una bambolina. Ma stavolta da ben due uomini. Due uomini dotati e porci. Due uomini che, con perfetto sincronismo e un’intensità mai provata, stavano riempiendo i miei buchi della loro virilità. Sentire le loro aste sfregare dentro di me, dilatare le pareti del mio sesso, scorrere lungo la mia lingua e il mio palato, mi stava facendo letteralmente impazzire. Iniziai a non connettere più, la mia mente sembrava sottoposta a un elettroshock. Forse si alternarono dentro di me, non saprei neppure dirlo. So solo che iniziai a sentire la mia figa quasi bruciare tanta era la forza con la quale veniva violata. Sentivo la mascella come anestetizzata tanto ero costretta a spalancare la bocca per accogliere quel secondo, agognato scettro carnoso. Ero stremata. Le loro frasi, intente a spronarmi, ad apostrofarmi nei modi più perversi, mi apparivano lontane, quasi come provenissero da un altro pianeta. Tutt’ora, non riesco neppure a contare gli orgasmi avuti.
Quando anche loro esplosero, mi riempirono di una quantità abnorme di sperma. E, quando allentarono la loro presa, non potei far a meno che abbandonarmi sulle lenzuola ormai sgualcite e impregnate di sudore e dei nostri fluidi, che non smisero di fuoriuscire dalla mia bocca e dal mio sesso spalancati.
«Tu resti qui?», sentii chiedere dallo sconosciuto mentre si rivestiva.
«No», rispose Lui facendo altrettanto, con una voce tanto flebile che sembrava volergli morire in gola.
Non avevo la forza di muovere un muscolo, né di parlare. Ma la mia mente capì subito il messaggio dietro quella semplice sillaba. Concedendomi ad un altro, avevo rinunciato ad essere la sua puttana, ad essere ciò che lo eccitava così tanto. Ora, ero soltanto una puttana a suo avviso. E, quell’incredibile esperienza, la realizzazione della mia più grande fantasia, non era altro che il suo regalo d’addio.
Per questo voglio scrivere tutto mentre sono ancora nuda, col loro seme che si sta seccando tra le mie cosce e sulle mie labbra. Per conservare il ricordo di questa giornata. Prima che la gratitudine e il piacere lascino il posto alla disperazione per aver rinunciato a Lui, per averlo perduto per sempre.

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