al bar

Tutto partì da un insulto aspro e vibrato con riprovazione nel retro del bar del centro dove ero finita col titolare lasciandolo a bere un caffè con una stupidissima scusa.
Quando mi disse che ero “squallida”, mi rabbuiai, lo confesso mi sentii ferita. Non ero abituata ad ascoltare simili giudizi da parte di mio figlio. Forse un po’ me lo meritavo, ma tutto sommato cosa avevo fatto di tanto grave? “Sei squallida”, mi ripeté con sdegno accompagnato da una smorfia. Lo fissai con un’aria sinceramente dispiaciuta che mi sforzai di sciogliere volutamente in un sorrisetto malizioso: “Dai Agostino, mi divertivo solo un po’”. Era il mio tentativo di trovare una via di fuga da una situazione pesante e difficile. Indossavo un vestitino corto, molto corto, il perizoma era sul pavimento ed il proprietario del bar, scoperto, si era rificcato l’uccello nei pantaloni ed era tornato nel locale. Provai a far sorridere mio figlio: “Quel tizio starà tremando dalla paura a quest’ora”. Era inutile, mi si mostrò angustiato ed ancora tuonò: “E non ti vergogni neppure!”. Mi mostrai a lui nuovamente sorridente: “Dai non fare il musone! Se è una cosa che ti dispiace perché ci hai seguiti nel retro del bar scusa? Ci lasciavi finire in pace no?”. Mi fece una smorfia stomacata. La mia forzata ma cordiale tranquillità lo infastidiva, tuttavia come potevo uscire da quella circostanza se non fingendomi naturale? “E con zio Paolo, e con zio Davide, ora pure con questo tizio del bar! Ma non hai scrupoli a tradire papà di continuo?!”, brontolò digrignando i denti. “Hey hey, vacci piano. Ho promesso a tuo padre che non l’avrei più tradito, quindi tieni la bocca cucita”, gli raccomandai. “Non sono cose da tacere queste”, trasalì lui. “Cosa? Avresti il coraggio dì farmi litigare con tuo padre?”, ravvisai una freddezza terribile nei suoi occhi e fui colta da un sospetto: “Aspetta un attimo, ma… sei stato tu a dire a tuo padre che lo tradivo con gli zii?”. Lui tacque, io lo guardai stizzita: “Che stronzo!”. Tirai un sospiro per non lasciarmi stupidamente vincere dalla rabbia poi andai all’attacco: “E gli hai detto che spesso ti masturbi nel buio della tua cameretta con le mie mutandine tra le mani?”. Lui allibì e tuonò: “Non è vero”. Sorrisi dinanzi al suo imbarazzo poi gli spiattellai una scandalosa proposta: “Come posso conquistare il tuo silenzio?”. Glissò sul contenuto implicito delle mie parole, disse solo un: “Ma sul serio non provi un minimo di pudore?”. Continuai ad esasperarlo: “No, sono solo divertita da questa scenata di gelosia”. Lui sbiancò: “Chi è geloso!?”. “Tu amore”, gli risposi e dopo una leggera pausa soggiunsi: “…e sei bellissimo”. Fissai il suo tenero volto corrucciato ed al contempo incuriosito, la bocca stupita, la fronte sconvolta e ritornai a presentargli la mia proposta allusiva: “E dillo che vorresti combinare qualcosa con me no?”. In un battito di ciglia passò da un tremendo pallore ad un rosso peperone. Proseguii: “Sarebbe sempre meglio che insistere con l’ammazzarti di seghe col mio intimo no Agostino?”. Tacque con un’aria smarrita, io affondai il colpo: “Hai venti anni, un bel fisico e sei un genietto della chimica, devi solo scioglierti un po’. Vieni su che ti aiuto”. Gli feci un occhiolino impudico e procedetti ad inginocchiarmi al suo cospetto. “Mamma che fai..”, disse con una voce improvvisamente divenuta mielosa mentre le mie mani si appropriarono del suo jeans. “Abbandona ogni scrupolo, lascia da parte le tue inibizioni”, e mi tuffai tra le sue gambe.
I jeans cascarono ai suoi piedi, io restai a massaggiargli il cazzo nei boxer. Come previsto la sua mazza si inturgidì in un imponente slancio di libido. Gli sorrisi maliziosa: “Dai su fa vedere un pò”, e provavo a guardargli nei boxer. Lui si ritraeva, io insistevo: “Sta tranquillo, non c’è niente di male”. Era imbarazzatissimo, io divertita e decisa ad ottenere ciò che mi ero preposta. “Su che ti faccio felice.. lasciati andare”, provai ancora ed alla fine sciolsi la presa delle sue mani sui boxer. Tirai a me l’elastico e guardai all’interno: il suo cazzo si ergeva come un torrione solido sulle fondamenta di palle gonfie. “Uh eccolo qui”, dissi con voce calda poi abbassai il boxer e glielo tirai fuori. Iniziai a sbaciucchiargli il glande, poi passai ai testicoli, li sbaciucchiavo e li succhiavo. Tenni il suo cazzo tra le mani e lo guardai per bene gustandone le marmoree fattezze. Ammirai soddisfatta il suo spessore, il suo colore misto di rosato e vermiglio poi presi a succhiarlo come si deve, con veemenza e senza tregua. Ciucciai l’asta poi le palle, poi ancora il suo arnese. Lo tenni in gola aspirando, mi aiutai con le mani lavorandolo e lucidandolo. Battei il suo cazzo sul mio viso, me lo ficcai in bocca, succhiai danzando col capo ed ogni volta provavo a spingerlo più a fondo nella mia gola. Lui sospirava, trattenne l’armonia del suo piacere fin quasi a ringhiare. Massaggiai le palle prendendole nel palmo della mano e tornai a succhiare più avida di prima. Affrettai il ritmo poi mi fermai, lo guardai sorridente, lui si chinò raggiungendo il mio viso e ci baciammo, intrecciammo le nostre lingue.
Era il momento giusto. Mi rialzai e mi chinai a novanta gradi su uno dei flipper elettrico in disuso che riempivano quella stanza, sollevando il vestitino. Mio figlio non mi deluse. Il perizoma era ancora lì a terra, lo guardai pensando al titolare del bar che, poveretto, si era perso una scopata e, nel mentre, sentii mio figlio introdurmi il suo sesso nella mia fregna. Mi cinse i fianchi con le mani ed iniziò a darmi il suo cazzo come si deve. La figa glielo inghiottì fino alle palle, fui piena e soddisfatta. Seguirono colpi su colpi ed io me la godevo sbattuta di continuo come una pallina da flipper. Mi ramazzava per bene. Venni oscillando il capo travolto dall’estasi di piacere. Lui mi afferrò per i gomiti e mi tirò su, incalzò e venni subito in quella nuova posizione. Mi costrinse ad un nuovo movimento spintonandomi a terra su un pavimento in piastrelle piuttosto sporco e polveroso. Mi finì sopra senza sfilarmi il cazzo. Ansimavo, distesa a pancia in giù con un respiro irrigidito mentre mi insozzavo di polvere. Lui mi teneva prigioniera del piacere che mi donava, mi tempestava di colpi, duri, netti, cadenzati. Sbavavo con quelle botte di cazzo che mi sfregavano l’utero e mi rimbombavano nel cervello. Venni bagnando il pavimento. Mio figlio mi faceva sbiellare che era una meraviglia, mi lasciai percuotere e godetti ancora subissata d’orgasmi. Lui inzuppava il suo cazzo dentro di me, non mi dava tregua, era assillante, ossessivo. Venivo di ininterrottamente su quel lurido pavimento come una cagna. Avvertii i primi cedimenti del suo cazzo. Sapeva che era libero di sborrarmi in figa e consumò così il suo desiderio di svuotarsi: esplose in un fiume di fremiti e caldo piacere.
Era stravolto e sudato, ma appagato. Lo baciai a lungo interrompendo i suoi tentativi di rivestirsi. Quando finalmente fummo entrambi in ordine, lo presi per mano e tornammo al bar attraversando la sala per andar via. Fummo raggiunti da un cameriere. “Signori il bar vi offre questi buoni sconto su alcolici e pasticceria”. Mio figlio sorrise, li prese e mostrandoli, ringraziò il proprietario che osservava la scena alla cassa.

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