Anna

La baby sitter è seduta sul divano, la rivista aperta tra le mani, la sfoglia con grazia ed interesse. Le gambe accavallate terminano in un paio di scarpe beige con il tacco basso, che insieme agli altri due paia, uno di cuoio marrone scuro, l’altro di velluto blu, esaurisce le scelte.
Il sole entra dalla finestra e le illumina le caviglie, mettendo in risalto la caviglia puntuta, appena offuscata da uno splendido paio di calze color carne.
Ogni poche pagine la gamba sospesa sussulta, facendo ondeggiare sinuosamente il piede davanti ai miei occhi. Di tanto in tanto scopre un pezzetto di tallone facendo cedere la scarpa, per poi nasconderlo subito.
Gli occhi fissi sulla meravigliosa scena, fingo di guardare la tv sdraiato sul divano, a pochi centimetri dal suo piede sospeso. Lei non se ne accorge, o finge in modo molto credibile.
Le chiedo in continuazione di permettermi di massaggiarle i piedi, ma lei continua a negare. Dice di non fare lo stupido e di non infastidirla.
Per cercare di convincerla ho inventato la storia di una ragazza della mia scuola che mi interessa, a cui piace farsi fare i massaggi. Le ho chiesto se posso fare pratica con lei per presentarmi all’appuntamento già preparato.
Lei, in silenzio, sta decidendo se credermi o no.
– Anna, posso farti questo massaggio ai piedi?
– Guarda che mio marito è geloso, te l’ho già detto.
– Eddai.
– Smettila.
– Aiutami, dai. Che ti costa?
– Come i ragazzini…mio figlio gioca con i miei piedi, come te. Ma lui è piccolo!
– Dai, è un favore che ti chiedo, devo farlo ad una ragazza ma non so come si fa.
– E devi fare pratica proprio con me?
– Ti prego.
– Fallo con qualche amico tuo, no?
– Ma che schifo, dai! Su, poi giuro che non ti rompo più le scatole.
– Giura.
– Giuro!
– Hai giurato, eh! Dai, andiamo di là, forza. Ma facciamo una cosa veloce.
– Va bene.
Si alza in piedi sbuffando e getta la rivista sul divano. La seguo palpitante nel corridoio, verso la cameretta.
Una volta arrivati, Anna si siede sul letto e si toglie una scarpa, mostrando senza vergogna le sue calze color carne e i suoi piedi grandi. Mi seggo davanti a lei su uno sgabello.
– Dai, forza – dice con un sorriso, donandomi il suo grosso piede tra le mani – ma non ti frega niente se ti puzzano le mani?
– Macché! Dai, Come si fa?
– Allora, metti le dita delle mani sul collo del piede. Quello è il collo, quello lì. Ecco, bravo, ora con entrambi i pollici parti dal tallone e risali delicatamente la pianta fino alle dita.
– Così?
– Più lentamente. Bravo, così.
Faccio i movimenti giusti seguendo le istruzioni di Anna, pur essendo un po’ impacciato e fintamente curioso. In realtà non me ne fotte niente dell’esattezza dell’esecuzione, godo nel tenere finalmente quel bel piede in mano con il suo permesso, anche se con l’inganno, ma senza alcun sotterfugio. Anna, seriamente, continua a darmi istruzioni.
– Devi essere un po’ più deciso, altrimenti non sento niente. Metti un po’ più di forza nei pollici, soprattutto quando sei al centro della pianta.
– Va bene – annuisco come farebbe un apprendista, attento e meticoloso.
Premo con forza le dita sul collo del gran piede, in modo da imprimere più forza nei pollici. Lo stringo in una morsa sempre più salda. L’ho perfettamente in pugno.
– Meglio, sì – insegna la buona Anna. – In realtà si dovrebbe fare senza calze – continua.
– Senza? – domando io incuriosito.
– Eh sì, per sentire meglio, ma non posso toglierle ora.
– Certo –annuisco sorridente. Poi, in tono scherzoso, aggiungo – magari quando vieni senza lo rifacciamo.
– Eh, se sei abbastanza bravo…
Continuo scrupolosamente il massaggio, libero di osservare quel piede da vicino, godere del contatto con le calze calde e lisce. Scendo fino al tallone, testandone la durezza. È quasi perfetto. Giallognolo, sotto il nylon, un po’ ruvido, rasenta l’idea di consistenza ideale. Risalendo con foga e forza la pianta, arrivo oltre la metà, poco prima delle dita, indugiando sulla pelle dura, e lì eseguendo dei piccoli movimenti rotatori con le dita. Poi ridiscendo fino al tallone. Ricomincio.
Anna socchiude gli occhi con gratitudine, godendosi il massaggio, poi, con un sorriso, poggia la schiena sulla testiera del letto per stare più comoda.
– però…sei bravo – mi concede sorridendo appena, gli occhi socchiusi.
– Grazie – rispondo con un sorriso appena affannato.
Tra le gambe la situazione comincia a surriscaldarsi e inturgidirsi. Ad appena un centimetro dalle mie palle c’è il tallone del piede di Anna che sto massaggiando scrupolosamente. Guardando la distanza esigua, la cappella risponde ingrandendosi un altro po’. La distanza diminuisce lentamente. Fingo di stare scomodo, e mi avvicino meglio al piede, per fingere la necessità di un migliore posizionamento.
– Sei scomodo? – mi chiede lei.
– Sì, mi sistemo meglio – affermo.
– Continua, continua pure…- chiede lei.
– Va bene.
Ora la distanza fra il tallone e la mia cappella è ridicola, quasi annientata. Se faccio un altro movimento in avanti posso sfiorarlo.
Anna, nel frattempo, è adagiata comodamente sulla testiera del letto, gli occhi chiusi, rilassata fin quasi alla sonnolenza. Senza dire altro, scalcia via l’altra scarpa, cominciando a sgranchire le dita.
Testimone della scena, con il suo piede in mano e l’altro che si prepara, muovendosi frenetico sotto lo sgabello, il cazzo si allunga nelle mutande, fino a toccare il tallone di Anna.
Lei non se ne accorge, o fa finta, lasciandomi continuare il massaggio.
– Poi devi fare anche le dita – sussurra con gli occhi chiusi.
– Come?
– Mamma mia, mi stavo addormentando…dicevo, il massaggio, per farlo bene, devi farlo anche alle dita.
– Ah – mi stupisco veramente – e come si fa?
Anna riassume con fatica la posizione seduta, si alza lentamente e continua l’insegnamento.
Il piede è fermo esattamente fra le mie gambe, la cappella attaccata al tallone.
– Hai presente i movimenti rotatori che hai fatto prima? Bene, devi fare lo stesso su ogni dito, partendo dall’alluce. Dai, prova.
– C..certo…- dico, davvero tremante, stupito dalla meravigliosa possibilità che mi sta offrendo.
Faccio quello che mi ha detto, prendo solo l’alluce, sfiorando tutta la liscia superficie dell’unghia larga, e faccio i piccoli movimenti di poco prima, schiacciando con vigore ad ogni giro. La reazione di Anna è immediata, sorride grata e si adagia di nuovo sulla testiera, arresa davanti al piacere.
– Bravissimo…- sussurra, e mi lascia continuare.
– Grazie.
Passo all’indice, cercando di imitare il movimento precedente, anche se con più difficoltà, date le dimensioni minori del dito. Ci riesco evidentemente molto bene, dato che innocenti gemiti soffocati escono dalla bocca di Anna. Non perdo tempo, passo al dito successivo facendo la stessa cosa, implacabilmente. Intanto la cappella, nel suo incedere, comincia a schiacciarsi in modo imbarazzante sul grosso tallone. Anna continua a far finta di niente, io sto cominciando a sudare.
– Va…va bene? – domando.
– Oh Dio, benissimo…benissimo…- dice Anna, con voce lamentosa e flebile.
Arrivo al mignolo, ma nell’impeto del mio godimento, il mio pollice scivola fra l’ultimo dito ed il precedente, l’anulare, tendendo la calza come un insetto caduto in una ragnatela.
– Oh scusa! – dico.
– Eh? E di cosa? No, no, va bene, va bene, vai anche tra le dita, è piacevole.
Nel dire l’ultima frase, inconsapevolmente o no, stiracchia la gamba, affondando il tallone fra le mie gambe, schiacciandomi chiaramente la cappella.
Non reagisco, paralizzato dalla scena. Attendo una sua reazione. Nemmeno mi chiede scusa, non dice niente. Attende che continui. Non la lascio aspettare.
Non tralasci alcun interstizio: una volta massaggiate tutte le dita, infilo le mie tra gli spazi caldi, prima delicatamente, poi con più energia. Le provoco un leggero solletico, che non la fa soltanto sorridere…
Il piede tra le mie mani cerca quasi di ribellarsi, pur non riuscendoci, e in un gesto di gratitudine, guardo attonito il tallone ondeggiare a destra e sinistra, sfregandomi la cappella come un mozzicone di sigaretta.
– Bravo, bravo…- sussurra Anna, occhi chiusi e voce sinuosa.
Il tallone non ferma il suo operato, continua ad ondeggiare, inturgidendo in modo significativo la cappella, umida nelle mutande.
Non riesco a crederci, e non riesco nemmeno a continuare. Il piede stretto fra le mani, le mie dita infilate nelle calze sudaticce. Anna si ferma per un secondo. Ho il timore di una figuraccia. Anna alza l’altra gamba, facendo perno su quella distesa su di me. Ora l’intera pianta del piede è distesa su tutta la lunghezza del cazzo. Il tallone sulle palle, l’alluce sulla cappella. Prima di togliere il piede dalle mie gambe, con colpo mi centra i testicoli, facendomi sobbalzare. La guardo interrogativo.
– Cos’hai lì? – mi chiede.
– Do…dove?
– Beh…lì – ripete, indicando tra le mie gambe.
Abbasso la testa e vedo il rilievo intero del cazzo ritto dietro i pantaloni. In punta, una macchia umida che va allargandosi. Mi asciugo il sudore con la mano, guardando Anna senza parlare.
– E’ sudore? – mi chiede.
– N…n…non so…
Anna tende l’indice della sua mano e lo punta sulla cappella come per saggiarne la consistenza. La schiaccia un paio di volte. Attende. Poi ancora due, tre volte, sempre sulla punta. Si guarda l’indice inumidito come una penna in una boccia d’inchiostro. Lo infila in bocca guardando in alto, pensierosa.
– Mmm…buono! – afferma.
– Oh Dio…
– Passiamo all’altro piede? – dice sorridendo.
Resto ammutolito.
– Dai, pisellone, datti da fare, non stare lì come una statua. Finisci il lavoro.
Tende bene l’altro piede e lo poggia tra le mie gambe, ma prima di abbandonarlo tra le mie mani, con l’alluce mi solletica ancora la cappella bagnata, ridendo di me.
Si comincia.

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