Biancaneve, parte 1

Hits: 3

C’era una volta, nella Francia settentrionale, un vasto e ricco regno. Il potere di quel reame era concentrato nelle mani di una sola persona, la regina Hélène Tetóns. La monarca era una donna bellissima, dal fisico snello e grazioso, ma aveva la fama di essere tra le persone più crudeli del mondo: aveva sposato e poi segretamente ucciso il re Lambert Des Barrés, aveva esiliato i suoi dodici amici più fidati – a cui il re aveva promesso il regno – ed era sempre stata accusata di praticare stregoneria, sebbene nessuno avesse l’autorità nemmeno d’insinuarlo in pubblico.
Ma la più atroce delle sue crudeltà era destinata alla sua figliastra, Lilianne Des Barrés: la regina impediva alla ragazza qualunque tipo di vita sociale, non la lasciava nemmeno uscire di casa o dilettarsi in alcuna attività, costringendola al lavoro o all’apatia.
Quel giorno Lilianne aveva indossato uno dei suoi vestiti preferiti: un corsetto bianco avorio ed una lunga gonna gialla e dorata, abbinata alle piccole scarpette nere che portava ai piedi. Lilianne si scostò una ciocca di capelli neri dal viso ed accelerò il passo verso la stanza della matrigna: la perfida regina l’aveva infatti convocata con la massima urgenza nei suoi alloggi.
Lilianne bussò timidamente alla porta di legno. “C’è nessuno?”
“Entra pure, anzi…sbrigati.” la accolse la fredda voce della regina. Lilianne spinse delicatamente il portone, ma ebbe una brutta sorpresa.
Non appena mise piede nella stanza buia, si sentì afferrare da destra e sinistra da qualcuno, che le bloccò le braccia sulla schiena con qualche oggetto di ferro per poi spingerla a sedere su una superficie rigida; qualcosa di affilato stava graffiando il mento di Lilianne, che trattenne il respiro, terrorizzata.
Improvvisamente vennero accese delle candele davanti a lei: Lilianne si trovava seduta su una sedia, davanti ad un lungo tavolo di legno. Alle sue spalle un soldato le stava puntando la spada alla gola, mentre un altro la spingeva contro lo schienale della sedia.
Seduta al tavolo, alta, regale e paurosamente bella, c’era la regina Hélène.
“Ragazza.” la regina pronunciò quelle parole con odio amaro, increspando le labbra rosse e carnose. “Scarto di figlia. Non preoccuparti per i comportamenti che ti stanno rivolgendo, perché presto ti ci abituerai.”
Lilianne tremò: la matrigna le aveva sempre inflitto ogni genere di danno e derisione, ma non era mai arrivata a tanto. Lilianne mosse le braccia in quelle che sembravano essere pesanti catene metalliche. “Che…perché mi fate questo?”
La regina rise, ma si trattava di una risata aspra, cattiva. “È il trattamento riservato ai traditori. Purtroppo – e te lo dico con rammarico, credimi – mi sono giunte prove di una tua cospirazione nei miei confronti.”
Lilianne deglutì a fatica. Lei non aveva mai neanche avuto l’intenzione di ribellarsi alla regina, ma sapeva bene che era capace di inventarsi ogni sorta di menzogna sul suo conto. La ragazza chiuse gli occhi e si impose di respirare regolarmente. “Io non ho fatto niente.”
“Certo, certo.” la regina fece un gesto ai due soldati, che avvicinarono le gambe di Lilianne e le cominciarono ad incatenare. La matrigna sorrise. “Fortunatamente per te, ho deciso di evitarti un tedioso ed imbarazzante processo pubblico, preferendo passare direttamente al momento in cui vieni fatta prigioniera. Portatela pure via.”
Lilianne venne fatta alzare e, a strattoni, i due soldati la spinsero fuori dalla stanza. Lilianne si dimenò inutilmente tra le catene e la presa dei soldati. “Vi prego, matrigna! Continuerò ad essere la vostra serva, ma non gettatemi in cella!”
Metà del viso della regina spuntò dalla porta. “Ne riparleremo dopo, quando verrò a farti visita.”
Le due guardie portarono Lilianne giù per una serie infinita di gradini di pietra, attraverso lunghi corridoi e portoni lignei, sotto archi di pietra e rosoni colorati, fino ad arrivare ad un vasto locale immerso nell’ombra. Lilianne non aprì bocca. Su entrambi i lati si trovavano innumerevoli celle scure, piene di sbarre, addossate alle mura.
La ragazza venne portata davanti alla più buia delle gabbie, per poi esservi sbattuta dentro senza troppi riguardi. Lilianne si rialzò in piedi a fatica e si avvicinò strisciando alle fredde sbarre di metallo, le lacrime che le scendevano lungo le guance. “Per piacere, liberatemi!”
Una delle due guardie si fermò e, sbirciando attraverso l’elmo, scosse la testa. Insieme i due soldati chiusero a chiave la cella ed uscirono dallo stanzone buio.
Lilianne si accasciò lungo una parete e cominciò a singhiozzare: durante la sua vita aveva subito le più terribili angherie e aveva sempre reagito a testa bassa, ma mai era stata trattata in questo modo. Strattonata. Malmenata. Incatenata. Rinchiusa.
Dopo minuti, o forse ore, passate sul pavimento polveroso e freddo della cella, la porticina del salone si aprì, lasciando passare uno spiraglio di luce. Lilianne subito alzò la testa e guardò nella direzione della porta, e per poco non saltò in aria: in piedi, maestosa e terrificante nelle sue vesti porpora e nere, la regina camminava verso di lei, una fiaccola scoppiettante in mano. Lilianne la osservò muoversi lentamente nella direzione della sua cella, posare la fiaccola in un supporto metallico appeso alla parete e, con occhi gelidi, fissare la ragazza negli occhi. “Figliastra.”
Lilianne prima trasalì, poi strinse i denti e strisciò vicino alla porta della cella, dov’era appoggiata la regina. “Matrigna. Liberatemi subito, o ve ne pentirete amaramente!”
La donna rise freddamente e, estratto un mazzo di chiavi rugginose da sotto il mantello, aprì la porta ferrosa e cigolante della cella. “Ragazza, che cosa c’è che non va?”
“Lo sapete benissimo, è inutile che me lo chiediate!” Lilianne sentì le gote scaldarsi e una rabbia fulminea crescerle nel petto. “Tutto ciò che mi avete fatto da quando sono nata! Le umiliazioni, gli insulti, le segregazioni, i dolori! E adesso…questo!”
La regina non rispose subito ma, sorridendo, entrò con passo lento nella gabbia. Dopo aver scostato disgustata delle masse di polvere dal pavimento, la donna si chinò su Lilianne e la afferrò per il colletto dell’abito bianco. “Forse quello che ti dà fastidio è che il tuo bellissimo e rinomato ingegno sia stato turlupinato, per una volta. Sono riuscita a far credere a tutti, o almeno a fare in modo che chiunque facesse finta di credere, che tu fossi una sporca traditrice.”
Lilianne deglutì. Non la stupiva affatto che la regina avesse ingannato tutti, questo lo sapeva già, ma che glielo stesse dicendo in faccia. Durante tutti quegli anni la matrigna aveva inflitto crudeltà alla figlia senza mai dichiararlo ad ogni effetto, senza mai dirlo davvero. Una sorta di tacito accordo fra lei e Lilianne, senza che la ragazza l’avesse mai voluto. Ma adesso la regina gliene stava parlando, e ciò poteva voler dire soltanto una cosa: quegli anni erano finiti, adesso la regina voleva forse sbarazzarsi di lei, probabilmente farla uccidere.
Lilianne chiuse gli occhi e cercò di non respirare il profumo, buono ma che lei odiava, della regina. La donna probabilmente si accorse della tensione di Lilianne, perché la spinse contro le sbarre e continuò a parlare, con tono malefico. “Che cosa c’è, ancora? Almeno io sarò felice, adesso: tu non ci sarai più a cercare di oscurarmi con il tuo bel faccino o con il tuo corpo…attraente. Nessuno penserà più a te, tutti riconosceranno la mia bellezza!”
La regina non le diede neanche il tempo di rispondere, ma le strappò con violenza il vestito bianco avorio sul petto, lasciando scoperti i suoi seni pallidi. Lilianne trasalì e cercò di scacciare via la donna, ma incatenata com’era non riuscì a fare molto. La regina sorrise e si alzò in piedi. “Spero ti piacerà venir trattata da donna di facili costumi, quale in realtà tu sei. Tra l’altro, ti ho portato un regalino per due motivi: prevenire un tuo tentativo di spifferare tutto alle guardie e mettere a tacere quella stupida voce da tutti reputata graziosa.”
Detto questo, la regina estrasse un lungo foulard nero dal soprabito e lo passò più volte intorno alle labbra di Lilianne, per poi legarglielo stretto dietro alla nuca, tra i capelli neri che s’intrecciavano naturalmente. La ragazza mugolò attraverso il tessuto, strattonando braccia e gambe nelle catene, ma riuscì solo a scivolare ancora più a terra, i suoi seni caldi che toccavano il terreno polveroso.
Senza dire altro, la regina chiuse la cella a chiave e, presa la torcia, si allontanò fuori dallo stanzone.

Commenti [41]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *