Biancaneve, parte 4

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Lilianne era stata poi portata su per le scale, ancora avvolta nella rete, a suon di strattoni e calci. Una volta arrivati al piano di sopra, esageratamente caldo, la ragazza aveva visto solo un lungo corridoio e lo scorcio di qualche porta, per poi essere gettata in una di queste. Le sue sensazioni si fecero ancora più confuse, a Lilianne rimase impresso solo un forte odore agrodolce e la sensazione di mancato respiro.
Quasi senza che se ne accorgesse, si ritrovò fuori dalla rete, sdraiata su di un letto sfatto. La malcapitata ragazza si guardò intorno: pareti, pavimento e soffitto erano interamente ricoperti da listelli di legno, non c’erano finestre ma un unica semplice porta di legno scuro. Alle pareti erano appese un paio di lanterne accese e molte candele bianche e fumanti – probabilmente da lì veniva l’odore che le aveva tolto il respiro. Il letto era molto semplice, ma non spartano: sopra al materasso sgualcito c’era un lenzuolo verde acqua, ai piedi c’erano dei pomelli lignei e la piccola testiera di metallo – forse ottone – era comunque elaborata. Lilianne si raggomitolò su se stessa, raccogliendosi le ginocchia in ventre. La stanza, come tutto il piano superiore, era avvolta in un caldo quasi soffocante, ma siccome lei tremava ancora ed aveva la pelle arrossata dal freddo, decise di usare il lungo vestito dorato che indossava ancora, seppur mezzo intriso di neve, a mo’ di coperta; si rifiutava ostinatamente di utilizzare qualunque oggetto le avessero messo a disposizione i sette uomini, compreso il lenzuolo sul letto.
Per la prima volta da quando era fuggita, Lilianne si riposò. Chiuse gli occhi e cercò di lasciar perdere, almeno per un momento, tutte le paure e le ansie che la attanagliavano: che cosa le sarebbe capitato dentro quella casa, dove sarebbe potuta andare se fosse riuscita a scappare, chi mai l’avrebbe aiutata…
Purtroppo quel dormiveglia durò poco: dopo pochi di quelli che Lilianne interpretò come minuti, la porta di legno scuro si aprì e ne entrò un uomo tracagnotto, seppur non eccessivamente basso; indossava solo dei pantaloni sporchi e macchiati ed una specie di lunga bretella di pelle sul petto nudo e decisamente rivoltante. Aveva la pelle di un rosa verdognolo, olivastro; un’ispida barba castana contornava le flaccide guance dell’uomo.
Lilianne riconobbe in lui il cacciatore che l’aveva trasportata insieme a Marmau – come si chiamava? Brise. La ragazza si tirò a sedere e si appoggiò alla testiera metallica.
Brise si chiuse la porta alle spalle e guardò Lilianne con aria impaziente. “È l’ora, ragazza, ed è il mio turno. Ma prima di poterti legare per bene, ti devi spogliare.”
Al suono di quella voce raschiante, il cuore di Lilianne cominciò a battere più velocemente. “Io…no. No.”
Brise sospirò esageratamente e poggiò le mani ai piedi del letto, socchiudendo gli occhi. “Devi essere molto dura d’orecchi, se non hai ancora capito che sei in nostra balia. La nostra schiava, di giorno come di notte. Se non hai intenzione di spogliarti da sola, ben venga: avrò io l’onore di farlo. E comunque mi pare che tu non ti faccia tanti problemi ad andare in giro svestita, visto come ti abbiamo trovata.”
L’uomo indicò distrattamente i seni nudi di Lilianne; lei, pensando che avesse intenzione di toccarla, si ritrasse e si coprì il petto con le braccia. A dire la verità, si era dimenticata di avere i seni scoperti: in mezzo a tutto ciò che era successo, e grazie anche al freddo che intorpidiva le sensazioni, si era praticamente abituata a non indossare un corpetto o un vestito – con sommo piacere dei sette uomini, evidentemente. Ma ora non vi era più abituata e anzi quel senso di nudità ed inferiorità la metteva a disagio.
Fatti i debiti conti, comunque, a Lilianne conveniva spogliarsi da sola, piuttosto che lasciarsi mettere le mani addosso da quel rozzo e sporco maiale. Così la ragazza si sfilò le spalline, poi le leggere maniche ed arrotolò io vestito fino alla vita; arrivata a quel punto si sentì talmente in imbarazzo che dovette chiudere gli occhi mentre si sfilava la gonna ondeggiante.
A quel punto Lilianne indossava solamente un paio di mutande abbastanza aderenti alla pelle, che le arrivavano solo fino a metà coscia. Sperò che Brise non le chiedesse di togliersi anche quelle, perché a quel punto l’umiliazione sarebbe stata insopportabile.
Fortunatamente l’uomo non le chiese di spogliarsi ulteriormente, ma afferrò il vestito di Lilianne e lo gettò in fondo alla stanza; poi, senza proferire parola, tirò fuori da sotto il letto un grosso baule – di cui la ragazza non aveva nemmeno sospettato l’esistenza – e lo sospinse vicino a sé. Quando Brise l’ebbe aperto, Lilianne scoprì con orrore che esso conteneva matasse di corde più o meno grandi, catene arrotolate l’una sopra l’altra, strisce di tessuti impilati e svariati oggetti dai più disparati materiali e forme.
Brise tirò fuori un paio di rotoli di funi e poi si voltò verso Lilianne. “Perfetto, principessa, adesso fai come ti dico io: stenditi sul letto, da brava. A gambe divaricate, mi raccomando.”
Lei, seppur con riluttanza, si sdraiò supina ed allargò le gambe; l’uomo le afferrò le caviglie e, portandogliele una alla volta ai pomelli del letto, le legò strette con due corde al duro legno. Brise le fece poi appoggiare i polsi ai due lati della testiera, per poi legarli sempre con altre due funi.
Lilianne era da una parte sollevata che l’uomo si fosse limitato a legarla e non l’avesse voluta toccare o addirittura violentare, ma la posizione era comunque scomoda e la ruvidità delle corde non addolciva certo la situazione. Brise si era fermato ed aveva riposto le corde nel cassone, lasciando sperare a Lilianne che non avesse intenzione di continuare a legarla. Ora le gote della ragazza erano decisamente arrossate e lei si sentiva ribollente, ma la sua voce uscì tremolante ed impaurita quando chiese all’uomo se avesse finito.
“Di legarti, sì.” Brise si chinò e cominciò a rovistare nel baule. “Ma devo assicurarmi che tu faccia silenzio.”
Lilianne, non appena comprese le sue parole, chiuse gli occhi e trattenne un gemito. Non aveva assolutamente desiderio di venire imbavagliata nuovamente, dopo quanto aveva patito in cella. “Vi…vi prego, è davvero necessa-”
La sua frase venne interrotta quando Brise le mise in bocca un fazzoletto bianco appallottolato; le parole di Lilianne terminarono in un mugolio soffocato, mentre l’uomo le pressava forte una mano sulle labbra delicate. La ragazza non aveva mai provato una tale violenza, così diretta, e le salì in gola un singulto che le fece spuntare le lacrime agli occhi.
“Eccola, la nostra principessina dolce e indifesa!” sogghignò Brise. “Comunque, per evitare che tu sputi il fazzoletto, devo metterti questo…”
L’uomo mostrò a Lilianne un lungo foulard nero, apparentemente di seta, per poi farglielo passare prima tra le labbra e in seguito in mezzo ai denti, e legarlo con una stretta brutale dietro alla sua testa. Le corde che la legavano erano tese e scomode, il nodo del bavaglio stringeva dietro alla nuca e le tirava i capelli; la situazione scomoda e dolorosa, la nudità forzata, l’umiliazione e lo sprezzo di Brise fecero scoppiare a piangere Lilianne, che quasi soffocò con la bocca imbavagliata.
Tuttavia l’uomo non se ne curò molto: a quanto pareva aveva finito, la condizione della ragazza non gli interessava. Si fermò a contemplare il suo lavoro per qualche secondo, passò una mano tremante d’eccitazione sul suo ventre e sulle corde, con occhi brillanti e divertiti, poi si ricompose e si avviò verso la porta.
Lilianne era incredula e spaventata: non poteva lasciarla in quelle condizioni, lei non poteva restare così tutta la notte! Sarebbe potuta soffocare e comunque le corde sfregavano contro i suoi polsi e i suoi malleoli, si sarebbe scorticata caviglie e mani! La ragazza emise un lungo mugolio attraverso gli stracci che le riempivano la bocca.
Purtroppo non catturò l’attenzione di Brise, il quale probabilmente non l’avrebbe comunque liberata; l’uomo si limitò a chiudere la porta e a ridere fragorosamente. “Dormi, dormi!”

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