cena di lavoro

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Mi chiamo Marta R., abito a Milano, ho 28 anni, sono alta 1,72 e adoro i mesi invernali. Perchè questa passione? Semplice. Quello è il periodo in cui posso indossare il mio indumento preferito: i collant. Chissà quanti di voi uomini amano vedere le gambe fasciate da un bel paio di calze nere, magari snelle e un po’ nervose. Spesso mi diverto a mostrarle a quelli che incontro, o in un bar, o in ufficio, piuttosto che per la strada, in particolare quando indosso una mini o una gonna molto attillata: mi diverte osservare gli sguardi di voi maschi che scorrono dalla coscia fino alla caviglia, cercando quasi di accarezzare con lo sguardo quel liscio e morbido tessuto tenuto teso dalla pelle soda. Quasi nessuno riesce a resistere.
E quanti vorrebbero che la gonna e le scarpe non esistessero e non ostacolassero il loro sguardo. Proprio così: quanti di voi vorrebbero riuscire a vedere i piedi di una donna? Ma lasciate che vi racconti di una delle volte in cui i miei piedini avvolti in un paio di collant neri sono stati i protagonisti. E’ successo l’inverno scorso, gennaio 2007. Quella sera, come altre volte, sono stata costretta ad andare ad una cena di lavoro con Roberto, il mio capo. Avrei preferito lasciare che andasse da solo, ma, come spesso succede, il mio capo mi trascina in quelle interminabili serate, soprattutto quando deve concludere affari con certi clienti e, per così dire, la mia presenza e il mio aspetto non fanno altro che spingere verso il buon esito dell’affare. Avete inteso? Ovviamente la mia presenza viene remunerata. Non mi sento una prostituta a fare una cosa del genere. Diciamo solo che mi diverto e poi, tranne che in alcuni casi come quello che vi racconterò, non supero mai il limite.
Sembra incredibile, ma spesso è sufficiente provocare il cliente e il gioco è fatto. Il mio capo l’ha capito molto bene. Ma sto divagando. Alle 20:00, puntuale come sempre il mio capo suonò alla mia porta. Feci scivolare i miei piedi fasciati da un morbido collant nero in un paio di decoltè bianche, presi la borsa e uscii di casa. Salii sulla Mercedes nera di Roberto e nel sedermi la corta gonna del mio abitino bianco come le scarpe risalì lungo la coscia, lasciando sfuggire un impulsivo commento del mio accompagnatore. “Marta, provocante come sempre!” “Sei sempre il solito! Almeno non scherzare.”, gli dissi sbuffando. “Come sei permalosa questa sera!”, rise lui. “Dici?”, dissi ora sorridendogli, “Parlami piuttosto del tuo cliente.” “Beh, non l’ho mai visto, ma credo che sia abbastanza giovane. E’ molto ricco e se l’affare si conclude guadagnerò molto.” “Un grosso affare quindi?” “Diciamo di sì.
Posso contare su di te?” “Ma certo, farò del mio meglio, come sempre”, gli dissi fingendo insofferenza. Roberto sospirò sorridendo, mentre correva veloce per le strade della città . Nel giro di qualche minuto arrivammo al ristorante. Nello stesso istante un taxi si fermò accanto a noi e un uomo sulla quarantina in giacca e cravatta scese e ci venne incontro. “Signor D…?”, disse porgendo una mano al mio capo. “In persona”, rispose Roberto con eleganza, “Piacere di conoscertla Sig. F.” “E questa splendida signorina chi è?”, chiese a Roberto scrutandomi da capo a piedi. “La mia collaboratrice, la sig.rina Marta R.”. “Mi chiami semplicemente Marta”, gli dissi porgendogli la mano. La strinse con delicatezza, un contatto piacevole. “Piacere Alberto Fâ•œ. Anche lei può chiamarmi semplicemente Alberto”, mi disse con tono cordiale. Lo osservai meglio. Era un bell’uomo: occhi azzurri, capelli brizzolati perfettamente pettinati, il viso perfettamente rasato. I suoi modi erano eleganti e il suoi gesti erano proprio quelli di un uomo distinto. Era affascinante e il mio compito cominciò a sembrarmi meno gravoso.
Entrammo nel ristorante e ci sedemmo. Ordinammo e Roberto incominciò a discutere di affari con Alberto. Di tanto in tanto intervenivo, facevo qualche battuta e sorridevo ad Alberto, senza tuttavia intralciare in alcun modo le trattative. Notai che Alberto non mi toglieva gli occhi di dosso e in particolare cercava di sbirciare le mie cosce vestite dai soli collant che tenevo accavallate sotto il tavolo. Per agevolargli il compito scostai la sedia un po’ indietro, facendo attenzione che lui se ne accorgesse. Ci riuscii: il suo viso avvampò e per qualche istante smise di guardarmi, quasi fosse imbarazzato. Ma, ripeto, fu solo per qualche istante. Ovviamente non aveva una visuale ottimale, ma non potevo certo mettermi in mostra nel ristorante: la tovaglia era lunga fino al pavimento, ma fu proprio in quel momento che mi venne una brillante idea. Non l’avevo mai fatto prima, ma decisi di provare. Sicuramente Alberto avrebbe apprezzato. Sì, avete capito quali erano le mie intenzioni. Avevo un po’ di timore, avrei potuto rovinare l’affare, ma gli sguardi indiscreti di Alberto mi avevano convinto del contrario. Sfilai il piede da una scarpa e mossi le dita, stirando il nylon tra l’alluce e il secondo dito. Poi decisi di agire. Poggiai senza fare troppi complimenti l’intera pianta del mio piede sul polpaccio muscoloso di Alberto, che a causa dell’improvviso contatto ebbe un sussulto.
Mi guardò, ma io non ricambiai il suo sguardo. Continuai a mangiare con la testa china sul piatto. Intanto Roberto parlava e mi accorsi che Alberto rispondeva a fatica. Premevo la pianta del mio piede avvolto dalle calze sulla sua gamba, muovendo le dita ritmicamente. Poi cominciai a salire. Con l’arco del mio piede scivolai lungo la sua gamba fino al ginocchio e fu a quel punto che Alberto si accomodò sulla sedia, ruotando leggermente verso di me e allargando le gambe. Era un invito più che esplicito. Io feci lo stesso fissandolo negli occhi: ci guardammo per un istante e vidi la sua eccitazione. Senza più alcun freno spinsi il mio piede in mezzo alle sue gambe, incontrando la sagoma del suo membro ormai duro.
Cominciai ad eccitarmi anche io: adoro sentire il pene eccitato di un uomo contro i miei piedi. Ora sentivo la forma del suo sesso lungo tutta la pianta del mio piede, ed era così grosso che pur poggiando il tallone sui suoi testicoli non riuscivo a raggiungere l’estremità con le mie dita (ho un 37 e mezzo!). Pensai a che tortura dovesse essere per lui tenerlo rinchiuso in quei pantaloni così stretti. In quell’istante Roberto si voltò e mi guardò. Probabilmente intuì quello che stavo facendo perchè mi sorrise maliziosamente e mi fece un appena accennato gesto d’assenso con il capo.
Inoltre Alberto, benchè cercasse di fare finta di niente, era visibilmente distratto. Io invece continuavo a interrompere il discorso di tanto in tanto con discrezione, come se niente fosse, mentre il mio piede premeva forte contro il suo pene scivolando lungo tutta l’asta. Vedevo che Alberto non ce la faceva più. Improvvisamente vidi che le sue mani scomparvero sotto il tavolo e mentre fingeva di sistemare il tovagliolo, compresi quello che stava per fare. Ci mise un istante. Io intanto ritrassi il piede, finchè le sue mani non ricomparvero. Quando il mio piede tornò dov’era prima le mie calze incontrarono la sua carne. Ora che era nudo mi sembrava ancora più grosso. Ero eccitatissima, tanto che se non ci fosse stato nessuno nella sala non avrei esitato a sfilare anche l’altro piede dalla scarpa per sentire il suo pene tra i miei piedi, completamente mio, ma, vista la situazione, dovetti accontentarmi di continuare a far scorrere il suo membro lungo il morbido collant che rivestiva la mia pianta.
Alberto era completamente sconvolto, ma fingeva di essere concentrato su quello che il mio capo gli raccontava, tanto che Roberto cominciò a divagare, cercando di non impegnarlo troppo nella conversazione. L’affare d’altra parte era quasi concluso. E anche il piedino che gli stavo facendo sotto il tavolo doveva concludersi. Ora sentivo gli spasmi del suo cazzo, movimenti ritmici e incontrollati. Sapevo che gli mancava poco a venire. Divaricai l’alluce e tesi la punta rinforzata della calza tra esso e il secondo dito. Poi lo poggiai sul suo glande scoperto e spinsi le dita verso il basso, in modo tale da avvolgerlo completamente nel nylon, come se fosse il suo prepuzio. Lo vidi impazzire quando cominciai a stringere la sua cappella turgida tra le mie due dita, mentre la calza avvolta attorno esercitava un delicato massaggio. Era rosso in volto e aveva la fronte sudata. Poi gli spasmi si fecero più intensi e dopo qualche istante sentii le mie dita bagnate da un caldo liquido che scorreva uscendo a fiotti lungo la pianta del mio piede impregnando la calza e gocciolando sul pavimento dal mio tallone. Schizzò per diversi secondi poi il suo viso teso si rilassò.
Mi regalò uno splendido sorriso che ricambiai. Ritrassi il mio piede, zuppo del suo sperma (doveva essergliene uscito veramente tanto a giudicare da quanto le calze erano fradice), e non potei fare altro che infilarlo nella scarpa. L’avrei sicuramente rovinata, ma non potevo di certo togliermi le calze. Così mi rassegnai a buttare via uno splendido paio di decoltè e stetti tutta la sera con il piede bagnato, comunque soddisfatta di aver fatto venire quell’uomo con i miei piedi! La cena proseguì nel migliore dei modi ed è inutile dire che l’affare fu concluso molto positivamente. Salutai Alberto sulla porta del ristorante, che promise di venire in ufficio a trovare Roberto al più presto per definire gli ultimi particolari dell’affare e mi ringraziò per la mia piacevole compagnia. Io invece fui riaccompagnata a casa da Roberto. “Domani mi racconti come hai fatto a convincere il sig. F. a concludere l’affare così in fretta!”, disse malizioso mentre scendevo. “Scemo!”, gli dissi fingendomi irritata. Già , a volte fa lo scemo, ma di certo è una persona che sa ricambiare i favori che gli si fanno. Quando il giorno dopo mi recai in ufficio, trovai sulla scrivania un pacco regalo, che conteneva una scatola di Prada. Lo aprii: all’interno c’erano un paio di splendide decoltè bianche, 37 e mezzo, accompagnato da un biglietto con i migliori ringraziamenti del mio capo. Marta

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