ciliegine e champagne

“Buonasera Sign. Marchi, il suo tavolo è già apparecchiato. Se vuole gentilmente seguirmi l’accompagno. E’ da solo stasera?” mi chiede il responsabile di sala. “No Ernesto, sto aspettando una ragazza. Dovrebbe esser qui a momenti”. Io ed Ernesto ci conosciamo oramai da anni, lui è il responsabile di un bel ristorante in centro, uno di quei posti ben arredati, stile molto classico e lineare, tovaglie lunghe fino al pavimento, calici ben lucidati, con un ottimo cuoco e un’atmosfera molto intima. Si ostina a darmi del lei, anche se sono un ragazzo e potrebbe essere mio padre, ma come dice sempre lui “la professionalità in ogni mestiere non guarda in faccia a nessuno, la si usa per prendersi cura di un’ospite con rispetto e riconoscimento”. E’ proprio un signore vecchio stampo, con quei particolari baffi lunghi e un faccione ben rasato. Una volta avermi fatto accomodare al tavolo che sono solito chiedere, e che Ernesto puntualmente mi dedica, appartato e ben estraniato dalla sala, aspetto silenziosamente l’arrivo di Valentina. Sfoglio il menù, che trovo già posato sulla tavola, quando ad un tratto sento la sedia davanti a me spostarsi. Alzo lo sguardo e vedo quei magnifici occhi verdi incorniciati da una chioma rossa. “Marco scusami il ritardo, ho avuto un problema a lavoro e non sono riuscita a fare prima”. “Non ti preoccupare”, replico, “sono arrivato anche io da qualche minuto e ne ho approfittato per dare un’occhiata al menù. Sai come sono indeciso ogni volta. Ma ti prego non sederti davanti a me, dall’altra parte del tavolo, mi da una sensazione di eccessivo distacco. Vieni accomodati al mio fianco, non siamo mica al primo appuntamento”. Lei sorride, sa bene che questa frase gliela ripeto ogni volta che andiamo a mangiare insieme, ma a le piace giocare con me e farmi piccoli dispetti, così, solo per sentirsi dire che la voglio vicino. Si sposta al mio fianco, dietro di lei c’è la parete, dietro di me un pilastro, davanti a noi la sala. Ordiniamo una bottiglia di vino bianco e due primi, preferiamo tenerci leggeri. “Quindi cosa hai fatto oggi? Sei uscita tardi dallo studio” chiedo. “Ho avuto dei problemi con dei clienti, e hanno tardato nella restituzione di alcune pratiche. Ma non voglio parlare di questo, voglio invece fare un gioco. Vorrei che la nostra cena diventi la nostra ispirazione erotica” mi dice sorridendo; “non ho capito a cosa ti riferisci. In che modo la cena può ispirarci?” replico. “Semplice, renderemo ciò che facciamo a tavola una proposta, entrambi non possiamo esimerci al desiderio altrui. Ti va?”. Io titubante nella sua idea l’assecondo. Non posso negare, a quegli occhi dolci, il mio consenso a tutto ciò che lei chiede, è troppo bella perché non ne rimanga ammaliato. Un viso avorio, semplice, puro, con quel tocco di passione nella sua immagine, quel contrasto con i suoi capelli rossi, raccolti dietro, e due ciuffi che simmetricamente le accarezzano le guance. Il suo sguardo è ipnotico, ha sempre un accenno di malizia in ogni cosa che fa. Sa quanto io ne vada matto. Sa quanto mi eccita sapere che la sua mente è sempre rivolta al desiderio, anche se in modo divertito o ammiccante, o magari anche tacito. Vuole che io sappia sempre che nella sua immaginazione io e lei stiamo facendo l’amore, in modo dolce, o perverso, o ancora passionale. Non importa. Ciò che rileva è che le nostre menti siano in continua tensione, una tensione erotica, un’eccitazione squilibrata, una fiamma sempre accesa. Una volta serviti, lei guarda il suo piatto, è un primo particolare, dei ravioli conditi con una mousse di ricotta e una spolverata di pistacchi e zafferano. Prima di iniziare le verso un po’ di vino nel suo calice e poi nel mio, accompagnato da quel suono gorgheggiante di una bottiglia ancora piena. Brindiamo. Lei porta quel bicchiere sotto il naso, come per odorarlo. Lo osserva. Lo muove. “Cosa fai? Non sei mica un’esperta di vini”. “Lo so Marco, mi diverte farlo. Se ti giri intorno lo fanno tutti. Ma io a differenza loro lo faccio per un motivo ben diverso”. Porta il calice verso le sue labbra morbide e scarlatte, lasciando che quel liquido canarino le lambisca le guance. Dato il primo sorso, mi mostra come tiene quel fluido in bocca. Lo gusta. Lo assapora. Se lo mescola discretamente fissandomi e dopo un paio di secondi guardo la sua gola gonfiarsi e deglutire. “Penso di aver compreso a cosa volessi riferirti con questo piccolo gioco”. Lei sorride compiaciuta. Iniziamo a mangiare e a parlare un po’ di noi. I suoi gesti sono lenti e scanditi e le piace mostrarmi come quella mousse le esce o le rimane ai margini delle labbra, per poi leccarseli maliziosamente e portarli dentro, al caldo, perché possano squagliarsi con il tepore della bocca. “Tesoro, il tuo sperma oggi è divino, ha una consistenza densa, piena, corposa, che si scioglie una volta a contatto con la mia lingua. Immagina che ti ho appena spompinato il pisello” mi sussurra divertita. Io sono lì fermo, ipnotizzato da lei che tiene il gioco, si sente sempre la protagonista dei miei desideri e vuole esserlo. Esige che ogni mia immagine viziosa, peccaminosa, proibita trovi lei a subirla. “Vale, capisco che tu ti stia divertendo, ma così è una tortura essere vittima delle tue proposte, dei tuoi pensieri, delle tue voglie”. Ammicca uno sguardo di intesa “ti rendo parte proprio ora, se ne sei così curioso. Hai fatto bene a dirmi di sedermi accanto a te”. Sento la sua mano andare sotto il tavolo e abbassarmi la cerniera, mi accarezza il pisello, è bagnato e per questo vuole cospargere la sua pelle del liquido che fuoriesce dalla mia cappella gonfia e grondante. Si lecca le dita come fossero cosparse di un succulento nettare. Le piace l’odore del mio cazzo, adora il sapore, lo venera. Spesso a casa rimane a giocarci per lungo tempo, lo tiene in bocca, lo lecca, lo strofina sulle sue gote chiare. A un certo punto prende il suo calice vuoto e lo porta sotto la lunga tovaglia, inizio a sentire un gorgoglio, uno zampillare che batte nel bicchiere. I suoi occhi mi fissano, è eccitata, è divertita, è infinitamente voluttuosa. Ripone il bicchiere sopra il tavolo e me lo spinge sotto gli occhi. È colmo, il liquido è ambrato. “Ora bevilo. Se vuoi essere partecipe ai miei desideri… bhè questo è il momento! Se ti chiedevi perché osservavo il colore e le sfumature del vino, è perché avevo la vescica che mi accennava di alzarmi e andare in bagno. Vedo ora che non ci sono molte differenze cromatiche. Sorseggiala, gustala, voglio vederti bere i miei liquidi. So che ti ecciti e per questo, non ti preoccupare, pomeriggio ho bevuto tanto da evitare che il suo sapore ora sia acido e aspro, il suo colore non è intenso. Proprio come piace a te. Un gusto leggero, ma intriso dei miei umori, della mia fica che è gocciolante dal momento in cui ci siamo seduti”. Prendo il calice, il suo profumo è quasi impercettibile, il suo colore è limpido e molto chiaro. Non sono impressionato. Sono molto eccitato. Bagno prima le labbra. Faccio in modo che la lingua entri a contatto con questo nettare, il suo gusto è leggero. Ne bevo un sorso. Mi piace. E’ come se le stessi succhiando la fica. Come se l’avesse spremuta nel mio bicchiere. È buona. Do un altro sorso e poi un altro. Mi inebrio del suo sapore. Mi eccito. Mi sento fremere dal desiderio di lasciare che lei mi pisci direttamente in bocca, come fosse una sorgente. Voglio dissetarmi di lei. Voglio godere nel momento in cui lei svuota la sua vagina e si rilassa nella mia bocca. Immagino, immagino e desidero. Chiamo Ernesto e ordino un piatto di ciliegie per me e Vale. Ora tocca a me giocare. Una volta servita una porzione abbondante mi giro verso di lei “Valentina, togliti le mutandine”. “Marco non le ho da tutta la serata”. Mi sorprende sempre. “allora alza la gonna! Ti infilerò quante più ciliegie possibile dentro la tua fica e tu mi aiuterai”. Le piace l’idea. Non mi ha mai negato alcuna proposta. Prendo la prima coppia di ciliegie e le schiudo quella fica ormai bagnata e succulenta. Le infilo. Lei ne prende quattro e a una a una le fa scomparire dalla tavola. Una volta che lei si ritenne colma, chiesi il conto. Vale stranita di questa immediatezza nel voler andare via, pone uno sguardo interrogativo. La guardo negli occhi, mi piace quando sono io a sorprenderla. “E’ l’ora del dessert, lo gusteremo a casa. Hai fatto sgorgare champagne dalle tue gambe. È arrivata l’ora di continuare a berlo, ma accompagnato dalla frutta intrisa del suo sapore. La gusteremo insieme, sfilando dalla coppa dorata tra le tue cosce ogni singola ciliegia, godendo del loro sapore. Andiamo. E’ già tardi”.

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