click

Si fa tardi ed è già buio, sono sdraiata sul pavimento con gli occhi chiusi ma non dormo. N. entra in camera e accende la luce. Mi dà un’occhiata e si sveste. Spegne di nuovo la luce, fa come se io non fossi lì. Si sdraia sul letto e dopo un po’, capisco, si addormenta. Il suo respiro è profondo.
Io ho gli occhi aperti e penso, “come cliccano graziose chiudendosi…”.
Fuori, il mio interno si rovescia senza pietà.
“Questo è quello che ho dentro!” mi dico, “è sempre stato così, dentro di me?” mi domando, “oppure lo è diventato?”
La mia mente nel buio si spalanca, penso chissà perché all’orlo di una gonna fra le gambe di una donna. La mia testa si svuota nel nulla, l’aria fa eco al rumore del cuore. È buio. E click, click… dicono le manette.
Penso di amare le situazioni che non lasciano tregua, le emozioni in cui sento: “è come tentare di nuotare a grandi bracciate quando non c’è acqua”. Le fauci di un paio di manette si chiudono, fredde, e il freddo dalle braccia mi risale lungo le spalle.
Ma si sa, ci sono manette e manette. Sono le manette invisibili che lasciano il segno!
Mi addormento sul pavimento e sogno, credo, con il tempo le manette perdono di credibilità, almeno le manette di acciaio, e non le sento più, non me ne accorgo. È buio, il ronzio nella stanza abusa del mio silenzio, sembra di guardare dei quadri appesi alle pareti e vedere le ombre che fanno. Sto sognando?
Non so più quanto tempo sia passato.
Gravido in un tempo senza ritorno, gravido d’amore, ma N. non mi permette a lungo l’illusione… improvvisamente accende la luce, mi ferisce gli occhi, e scorgo i miei vestiti appesi nell’armadio che aspettano di indossarmi. Non fosse che aprendo me stessa alle manette, ho perso i miei diritti.
Ho perso tutto anche se N., con due giri di chiave, mi libera i polsi e le braccia sembrano due uccelli che ritrovano le ali.
All’apparenza sembra di avere a che fare con il nulla. All’apparenza.
Il fatto è che le mie redini devono essere corte, oppure non sono in grado di sentirle.
Una volta che apro me stessa, sono manette invisibili che interagiscono. Sono io che mi aggrappo a loro più strettamente di quanto loro possano mai stringermi addosso. Sono io che costringo e imprigiono la mia volontà. Io lascio che gli anelli e i loro cerchi scuri mi circondino intorno.
A volte so bene di mettere le manette anche se N. non me lo chiede. Loro sono un accessorio, N. è il motivo. Loro sono parte di lui, delle sue mani, del suo volere, per questo le amo, eppure ogni giorno mi sembra di saperne sempre di meno.
Mi perdo, mi ci aggrappo. A lui…. Che gli basta guardarmi in un certo modo perché io senta la costrizione chiudersi fredda e dura, sulle mie caviglie, sui miei polsi. Sul mio collo.
N. mi guarda in quel certo modo e io, mi trascino sul tappeto, mi metto fronte a terra e tengo gli occhi chiusi. Bassi. Le mani dietro, unite, lo sguardo perso con la stessa consunzione dei polsi in abbandono. Finisco fuori… fuori tempo.
Non so più dove sono.
Sono vulnerabile con le persone che amo, lo so, al resto non presto attenzione, perché mi conosco. Altrove le manette potrei decidere di toglierle o metterle ma con N. sento che anche l’invisibile ha un peso e stringe.
N. mi posiziona una mano dietro la schiena, con il palmo rivolto verso l’esterno e non è che non voglia, ma la costrizione ribella l’energia che ho dentro. Così N. mantiene il controllo tenendomi fuori equilibrio.
La serratura d’acciaio è verso l’estremità inferiore della spina dorsale. Il gancio della manetta è sul polso, al punto estremo. N. preme il gancio con fermezza, la guaina rientra, e click… lo scatto. Preme di nuovo e la manetta si stringe, il gancio si richiude intorno la pelle ma non pizzica, non blocca. Tiene ferma la mia mente.
Poi N. mi porta l’altra mano dietro la schiena, il palmo sempre rivolto verso l’esterno e lo bacia, succhia la punta delle dita una ad una. N. sta leggendo i miei diritti.
I suoi.
Mi imprigiona e chiude a chiave quel ferro, lega la mia volontà non è solo un mordermi la carne.
“Sai cosa voglio da te” dice.
“No”, rispondo, ma a tal punto sono già ammanettata dietro la schiena. Le caviglie, con dolcezza e senso di colpa, sono legate alle sponde del letto di modo che le gambe restino aperte. Invisibilmente, a tal punto, N. mi ha già ammanettato la mente, dico di no ma dovrei rispondere: sì, lo so cosa vuoi da me.
Mi stupisco mentre prende una maschera di quelle che usano i sub per andare sott’acqua, mi domando cosa voglia fare mentre me la sistema sopra la faccia e il boccaglio rimane tra i seni. Nel solco umido della sua saliva.
N. mi guarda e sorride. Io sorrido a mia volta, con gli occhi, vedo me stessa da fuori come mi vede N., diversa, l’altra faccia della luna. Con il copri-naso nero. Le labbra leggermente dischiuse, per respirare.
N. si sporge in avanti e mi inala il respiro, il calore fuoriesce dalla mia bocca. Con tutte le dita mi prende il labbro inferiore e lo tira verso il basso, mi bacia i denti e sorride. La mia lingua lecca più e più volte le sue labbra, le mie, perché respirare di bocca le secca. Respirare… crederci! Sentirlo.
Mi domando se N. conosce la sensazione del silicone chirurgico a contatto con la pelle, se sa il modo in cui aderisce. Lo ha provato? Sì?
Sì.
Diventa comodo, naturale, e dopo sembra che la parte si addormenti. La pelle si isola. Si costringe, diventa un tutt’uno. Sigilla la carne.
N. mi solleva il boccaglio dal petto e mi bacia dove ancora è bagnato, di lui, di saliva, piega la bocchetta e me la mette in bocca, assestando il bulbo all’estremità dietro la linea dei denti, che io, obbediente, serro immediatamente. N. comincia ad attaccarmi strisce di nastro isolante sulle labbra, tutto intorno, mi avvolge, allora intuisco… ogni giro mi rende sempre più stretta, più vulnerabile, più ansiosa, sempre più sua.
Scosta una ciocca di capelli dalla mia fronte e capisco che vuole calmarmi. La mia respirazione è accelerata, il cuore batte più forte, martella… mentre N. finisce di usare il nastro.
Non c’è dolore. Non c’è dolore, ma c’è un dolore invisibile. Dolore nella mia mente.
Il boccaglio è sempre più caldo a causa del respiro. Più consistente. In un certo senso più pesante.
N. può vedere la condensa all’interno del tubo, dove a pochi centimetri di distanza pone una mano e si inumidisce la pelle. Sente le mie esalazioni e sorride.
Potrebbe soffocarmi se volesse. Penso che potrebbe uccidermi.
Sorride e pone un dito sopra l’apertura. Un dito solo. Il tubo fischia e subito N. allontana la mano. Sorride ancora. Io non penso più, non so più nulla, forse sorrido a mia volta.
Ci provo.
N. preme con fermezza la mano sopra il tubo di gomma e la valvola sibila, la gola mugola. La mia gola si secca di paura. Scompare il sibilo e sento il vuoto della pressione creata dal respiro, lo sento io come lo sente N.. La pressione contro la sua mano. Il vuoto.
I miei occhi spalancati mentre inconsciamente lotto.
N. sorride, mi lascia….
Poi piango.
Resto seduta a terra e piango. Penso al mio volto, alle sue manette, alla mia mente, a un doppio giro di nastro che mi tiene stretta, finché non finisce tutto e non so più… quand’è che è buio?

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