cosa desidera

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Le piccole dita della segretaria continuavano a colpire i tasti del computer come in preda a un impulso irresistibile; il suo lavoro l’aveva evidentemente deformata, al punto che sembrava posseduta da un demonio virtuale che le ordinava di scrivere, scrivere, scrivere!
Nonostante il lavoro ripetitivo, la giovane donna non poteva essere certamente definita banale: i bei riccioli rossastri rendevano la sua fronte graziosa; gli occhi verdi, quasi incastonati in un paio di dolci occhiali da vista, fissavano di continuo il monitor, facendosi accompagnare da un ripetitivo, convulso ma seducente movimento dei piedi all’interno di un paio di scarpe col tacco a spillo. Le gambe erano velate da uno strato di nylon quasi nero, come l’elegante tailleur. Quando Jim entrò, lanciando una inevitabile occhiata alla segretaria, vide tutto questo e anche altre cose che la sua fantasia, un po’ tendente all’erotismo, era capace di partorire. L’unica cosa che non poté decifrare fu l’altezza della donna, che non doveva comunque essere superiore al metro e sessantacinque.
― Salve ― disse l’uomo dopo essersi schiarito la voce, e dopo aver notato un’altra cosa: la giovane donna aveva un fisico allenato, probabilmente frequentava una palestra o era dedita a esercizi casalinghi. ― Ho un appuntamento con l’avvocato Felix.
Le mani tamburellanti della segretaria si placarono di colpo. I suoi occhi, seducenti in maniera dolce ma anche tagliente, si alzarono verso di lui da sopra gli occhiali. Le sue labbra, carnose al punto giusto e inclini a mordicchiarsi leggermente, si aprirono per dire una sola, tremenda parola: ― No!
Jim avvertì un profondi imbarazzo, ma tentò di rovesciare la situazione in favore di un più tenue approccio: ― Il signor Felix, ehm… ha un appuntamento con me. Per quel lavoro…
― Sì, mi scusi! ― sbadigliò la segretaria tornando fra i comuni mortali. ― Non ce la faccio più a lavorare. ― Sul suo viso comparve all’improvviso una grande e solare espressione sorridente. ― Cosa desidera?
― Te l’ha già detto due volte! ― commentò acida una sua collega dall’altra parte della sala.
La giovane rossa guardò Jim con gli occhi socchiusi piantati al soffitto, afferrò il filo del mouse e se lo attorcigliò in torno al collo.
― Quella è Janine. Lavorare con lei è orribile. Anzi… ― Tirò il filo del mouse verso l’alto, stringendolo, al punto che Jim ebbe davvero paura che stesse cercando di strangolarsi: era veramente stretto, e dalla base del collo, intorno a cui si era inizialmente adagiato, era risalito fin sotto il mento in una morsa visivamente terribile. ― Anzi, è mortale!
― Ma vaffanculo! ― commentò quella che doveva essere Janine, una quarantenne obesa le cui gambe, grazie al cielo, erano coperte da un paio di larghi pantaloni.
― Non vorrei creare problemi ― disse Jim. ― Sono qui solo per parlare con l’avvocato Felix. Sa, per quella faccenda del servizio fotografico…
La segretaria alzò un dito verso il soffitto. ― Sì, ho capito. ― Con l’altra mano prese di nuovo a schiacciare pulsanti sulla tastiera del computer, poi si fermò e disse: ― L’avvocato Felix è nel suo studio. L’appuntamento è fra… ― Controllò l’ora sull’orologio dal cinturino sottile che era legato al suo polso. ― Fra sei minuti. Ma può anticipare la visita di quattro minuti. Quindi… conti fino a centoventi e poi entri. Vada, vada!
Jim non riuscì a trattenere un sorriso di fronte a quel bizzarro esemplare di giovane donna. Gli era simpatica, non poteva negarlo, ma c’era anche qualcosa di dolcemente odioso in lei: la sua precisione, i movimenti compulsi e rapidi di quel bel corpicino, la sua voce stridula con una piccola nota rauca, e quel generale senso di esasperazione lo eccitavano. Pensò per un momento che sarebbe stato intrigante lasciarsi andare a quella dolce rabbia, a quell’irritazione che quella rossiccia ragazza gli procurava, spingendola sulla scrivania e soffocandola con qualcosa afferrato all’occasione; quel cavo del mouse, magari, o una cravatta. La flebile ira che lei gli procurava sarebbe stato un afrodisiaco eccellente da sfruttare mentre gli si strofinava sul tailleur aderente, stringendo la morsa intorno al suo magro e pallido collo; avrebbe usato volentieri anche le mani per bloccare quegli spasmi da segretaria sempre attiva, facendole schizzare la lingua di fuori.
― Signore? ― lo richiamò la giovane. ― Può andare. Vada!
― Sì, mi scusi ― sospirò Jim cercando di placare quell’istinto erotico. ― Lei si chiama…?
Negli occhi della segretaria comparve prima un’aria di preoccupante sfida, una precauzione, un timore; poi, dolcemente, la giovane donna sorrise e si presentò: ― Mi chiamo Marlene e sono la segretaria più affabile di questo studio. Non come quella… cosa… di Janine.
La grassona rispose dalla sua scrivania: ― Taci un po’, troietta affabile!
Jim afferrò quel divertimento e ne fece la carica per presentarsi all’avvocato.
[…]
La riunione col suo cliente andò bene. Il lavoro era stato deciso nei minimi particolari. L’avvocato era un personaggio egocentrico e narcisista, e per tanto aveva richiesto un servizio fotografico che potesse rappresentare il suo duro lavoro, magari con qualche punta d’attenzione per il lusso che il suo studio possedeva; voleva inoltre che le sue due segretarie venissero ritratte nel bel mezzo del loro appassionato lavoro. Felix non era però un ingenuo, e come Jim si era aspettato aveva espresso una preferenza per la piccola e dolce Marlene: voleva che le foto ritraessero soprattutto lei. Janine, semmai, sarebbe servita da contrasto per esaltare quella bellezza rossastra e lievemente lentigginosa.
All’uscita dall’incontro, Jim fu di nuovo attratto dalle belle gambe magre e velate di Marlene. Conscio del duro lavoro che lo attendeva, l’uomo si presentò di nuovo di fronte alla segretaria, stavolta con un coraggio nuovo che neppure lui s’aspettava di saper tirar fuori.
― Signorina, la posso… ― s’interruppe, con gli occhi della ragazza che lo puntavano minacciosamente. ― Ecco…
― Sì? ― strillò Marlene con la sua solita ansia patologica. ― Qualche problema col signor Felix?
― No, no! ― si sbrigò a precisare Jim. Poi trovò il coraggio per chiederle: ― Posso invitarla a cena?
Marlene accavallò di nuovo le gambe oscurate dalle calze nere, mosse leggermente la punta delle scarpe, strusciò il tacco a spillo sul pavimento un paio di volte, si sfiorò il mento con le unghie affilate e dipinte di nero, e infine, mentre il cuore di Jim batteva all’impazzata, rispose con un sorriso: ― D’accordo! Dove vuole scoparmi?
Le gambe di Jim tremarono. Che cosa aveva detto? Era pazza?
― Signor… Jim, giusto? Perché non mi risponde?
― Io…
― Le ho soltanto chiesto dove intende portarmi!
Lo stress gli stava giocando brutti scherzi.
― Sì, mi scusi! Lei dove preferisce? Una cenetta tranquilla in un ristorante tranquillo?
― In una bella veranda tranquilla con un pollo arrosto molto, molto tranquillo? ― ridacchiò la donna.
Anche Jim rise.
Era fatta. E l’uomo si chiese davvero, stavolta, fra sé e sé: dove l’avrebbe scopata?

2
All’appuntamento Marlene si presentò puntuale. Jim era andato a prenderla in macchina alle nove e un quarto, e lei lo raggiunse alle nove e venti. Indossava un abito molto corto di colore rosso. Jim se l’era figurata vestita di nero, ma anche il rosso le donava; quel look un po’ alla Jessica Rabbit, definito però da un corpo più snello e sinuoso, che si esaltava nelle movenze e nelle forme delicate ma femminili, le conferiva un’aria estremamente seducente.
Jim si lanciò subito all’attacco, non potendo resistere a quel fascino tutto da donna. Mentre la salutava riuscì ad annusarle e baciarle il collo, ma la piccola segretaria reagì in maniera capricciosa.
― Ma che fai!? ― gridacchiò. ― Vacci piano!
Era divertita. Sfilate le vesti di segretaria impeccabile e rapita dal lavoro, la dolce Marlene era diventata una femmina, una giovane donne abituata al gioco della seduzione.
In macchina, Jim riuscì a lanciarle qualche altra occhiata. Marlene indossava un paio di scarpe nere con tacco a spillo, diverse però da quelle più classiche che portava a lavoro: lasciavano scoperte le piccole dita smaltate di nero. Era aggressiva ma anche dolce, gioviale e seducente, femminile come una macchina da sesso ma affabile come una dolce bambina. Cosa poteva chiedere di più?
Per il resto del viaggio in macchina, l’uomo si sforzò di non dare troppo a vedere il suo interesse: Marlene era pur sempre una donna, e le intenzioni non andavano lasciate trasparire troppo.
Il ristorante era un piccolo ma grazioso locale con tanto di veranda, come richiesto dalla segretaria. Si sistemarono accanto a un bel gruppo di piante verdi, sopra cui la figura rossa di Marlene si esaltava.
Accavallando le gambe sotto al tavolo, la donna finì per colpire con le scarpe una gamba di Jim; poi, quasi per aggiustare quel maldestro intervento, le accavallò all’inverso, colpendo di nuovo l’uomo.
― Perdonami, sono terribile! ― si scusò lei.
― Ma no, figurati! ― e chiudendo la faccenda con queste parole, Jim ne approfittò per dare un’occhiata sotto al tavolo. Ciò che vide gli mozzò il fiato. I piedi di Marlene erano vicini, ben saldi nelle scarpe nere. Le piccole dita sembravano intagliate come un gioiello nelle scarpe aperte. La caviglia sgorgava naturale come un fiume di carne pallida. La pelle della ragazza era realmente chiara, ma non eccessivamente; in quel frangente riuscì a far scorrere lo sguardo lungo i polpacci, fino alle ginocchia e poi, dovendosi trattenere per non saltarle addosso, riuscì ad arrivare alle sue cosce, chiare e toniche, curate da qualche esercizio fisico ma anche naturalmente belle e attraenti. Il vestito era davvero corto, e le cosce erano quasi interamente nude; venivano coperte solo quasi all’altezza dei fianchi dal vestitino rosso.
― Hai delle belle scarpe ― commentò per rompere quel silenzio che lo avrebbe esposto troppo.
― Davvero? ― esclamò sorpresa e felice la ragazza. ― Ti piacciono?
Marlene allungò la gamba e poggiò il piede sulle ginocchia di Jim. Un gesto così semplice avrebbe rischiato di farlo scoppiare se non si fosse ricordato che il suo scopo non poteva esaurirsi al tavolo di un ristorante: doveva portare la preda a casa!
― Sì… davvero… ― disse con non poco imbarazzo.
― Ero indecisa tra queste e un paio di décolleté più classiche e rosse. Sono décolleté anche queste, solo che hanno l’apertura davanti per le dita e sono nere! Sai, volevo evitare di presentarmi come una damigella interamente rossa!
C’era qualcosa nell’atteggiamento a tratti infantile ed esagitato di Marlene, nei suoi gesti e nella sua voce nervosa, che faceva impazzire Jim; gli causava un’eccitazione molto forte che alle volte sfiorava la rabbia. In quei momenti l’avrebbe strozzata con un profondo erotismo.
― Le puoi toccare se vuoi! ― esclamò con la sua vocina.
Jim le sfiorò prima le caviglie nude, poi passò al dorso del piede, ne saggiò le piccole vene, e infine, passando sul tessuto della scarpa, raggiunse le piccole dita. In quel momento la ragazza sembrò imbarazzarsi, e ritrasse il piede.
L’arrivo del cameriere placò per un po’ i fuochi di Jim.
Marlene ordinò delle verdure alla griglia e dell’arrosto; lui le andò dietro, ma aggiunse una tanica di vino.
Un bicchiere dopo l’altro, l’eccitazione saliva sempre di più. Marlene non disdegnava il vino, e così un leggero colore rosato comparve sulle sue guance lentigginose. Farla bere avrebbe certamente giovato alla causa.
Dopo cena, Jim accompagnò la ragazza leggermente barcollante fino alla macchina. Era divertente vederla tremare sui tacchi, perdere leggermente l’equilibrio e poi, come una felina abituata a quei tacchi vertiginosi, ritrovarlo restando in piedi. Pensò che se fosse stato colto da un raptus erotico in quel momento, strangolarla non sarebbe stato poi tanto difficile: gli sarebbe bastato cingerle il collo da dietro con un braccio, e soffocarla fino a farla svenire. Con quella discreta dose di alcol nel corpicino, la ragazza si sarebbe divincolata solo per poco e avrebbe perso l’equilibrio molto presto, finendo per soffocarsi con il suo peso.
Ma Jim sapeva che voleva andare oltre, quella era la sua preda serale, e voleva arrivare fino a casa per poterla spogliare di quei seducenti ma pur fastidiosi abiti.
Quando raggiunsero l’appartamento che Jim aveva preso in affitto per poter godere più comodamente delle sue prede, Marlene sembrava ancora più stordita di prima.
― Allora? Che facciamo? ― chiese scoppiando a ridere. Il tono della sua voce sembrava divenuto ancora più seducente. ― Mi vuoi portare a letto?
Jim sorrise. ― Intanto ti porto a bere qualcosa, no?
― Ma sì, ma sì! ― annuì la ragazza con gli occhi socchiusi per gli effetti della sbornia. Non era abituata come lui all’alcol. ― Andiamo!
La ragazza scese dalla macchina e si girò una caviglia per raggiungere il marciapiede. Jim udì quasi il rumore dell’ossicino scricchiolare. La scarpa si allontanò dal piede che rimase nudo.
― Oddio! ― gridò la dolce Marlene. ― Che male! Cazzo!
― Aspetta! Ti aiuto!
La prese quasi in braccio. Raccolse la scarpa e Marlene la afferrò. ― Questa la portiamo su, no?
― Certo…
Erano giunti a casa. E la preda sembrava sul punto di cedere.
3
Appena entrata in casa, Marlene andò a stendersi sul divanetto all’ingresso. Zoppicava ancora ma non sembrava essersi procurata una vera e propria frattura. Quando la vide così, rilassata, con la testa piegata all’indietro sul poggiatesta del divanetto, Jim capì che non avrebbe resistito ancora a lungo. Il suo collo era magro ma non eccessivamente, la sua gola era semplicemente perfetta; leggermente sporgente, il suo dolce pomo richiamava baci infiniti e l’umidità di una lingua.
― Ti porto un bicchiere d’acqua? ― le chiese.
― No, no… ― fece lei con la testa, gli occhi ancora socchiusi. ― Ho caldo…
Il vestito era leggero, e non le si poteva di certo chiedere di toglierlo per sentire meno caldo. Ma avrebbe potuto denudarle le spalle, e così fece, delicatamente, approfittando dell’affabilità di quella dolce segretaria.
― Ma che fai? ― sorrise lei. ― Mi vuoi spogliare? Ma allora è vero che vuoi portarmi a letto!
― Non lo so… ― sospirò Jim. ― Quel che è certo è che mi piaci molto.
Marlene aveva poggiato una delle scarpe sul tavolino accanto al divanetto. L’altra la indossava ancora. Da dietro al divano, Jim prese a baciarle l’orecchio e poi, senza più trattenersi, passò al lato del collo, e poi alla base della gola. La ragazza sembrò gradire non poco quelle attenzioni; manifestava il suo piacere con dei sorrisetti ammiccanti e dei gradevoli lamenti vocali.
― Mi vuoi portare a… letto…
― Sì! ― sospirò Jim baciandole l’intera gola, dal mento fino alle clavicole. Le abbassò il vestito e prese a sfiorarle un capezzolo che s’inturgidì all’istante.
― Allora sei proprio un… cattivone…
Le baciò le spalle, mentre con la mano le teneva fermo il mento, tanto per ricavare piacere da una sensazione di dominio. Mentre la baciava gettava qualche occhiata alle sue gambe, alle cosce sempre più scoperte, e ai piedi che si contorcevano dal piacere: uno nudo, disteso sul pavimento col dorso dritto, l’altro ancora infilato nella décolleté nera, la gamba piegata verso l’interno, un po’ selvaticamente, come se qualcuno la stesse già possedendo.
Fregandosene del dolore che poteva provare alla caviglia, Jim la prese per il mento con la forza, schiacciandole un po’ il collo al di sotto della delicata pelle lentigginosa, e la fece drizzare in piedi. Prese a baciarle di nuovo le spalle mentre la spingeva, tenendole una mano sull’addome, verso di sé, sui propri pantaloni, per farle sentire l’eccitazione.
― Sì, sì, tu mi vuoi portare a letto! Oppure no? No, no, tu mi vuoi scopare qui nel salone…
Stavolta il suo atteggiamento civettuolo lo fece esplodere: le strinse una mano proprio intorno alla trachea, così intensamente che sentì il respiro violento e difficoltoso della ragazza scorrere tra le proprie dita. Il pomo sporgente vibrò a quella stretta. La spinse contro il divanetto e le tirò su il vestito. La sorpresa lo stordì più dell’alcol che aveva in circolo: Marlene non indossava gli slip.
La ragazza sorrise. ― Scusami, ho dimenticato di indossare le mutande…
Faceva ancora la civettuola. Intensificò la stretta. Marlene tossì, poi tirò fuori la lingua in un’espressione lamentosa, ma non di protesta: le andava bene così.
― Mi vuoi strozzare? Sei un assassino, per caso?
Ancora più stretta. Ancora un altro colpo di tosse, ancora quella lingua allungata fuori dalle labbra. Jim gliela succhiò e lei iniziò a lamentarsi come se la stessero violentando in cinque.
― Ora ti faccio vedere… ― Jim si slacciò i pantaloni e lo tirò fuori. Era molto eccitato. ― Anzi, te lo faccio sentire! Che ne dici?
― Sì, sì, sì! ― riuscì a dire Marlene prima di essere soffocata nuovamente con la mano.
Iniziarono a fare l’amore. Jim l’aveva penetrata con dolcezza, così come dolci erano i suoi movimenti. Più rudi erano le mosse della mano, che continuava a stringerle la gola.
Intanto fuori scoppiò un temporale. Il cielo si oscurò e una violenta pioggia prese a scendere, accompagnata da tuoni che non facevano altro che mescolarsi ai lamenti soffocati e gutturali di Marlene.
A un tratto, la ragazza iniziò a dimenarsi, come per respingere l’uomo.
― Lasciami, dai… ― si lamentò. ― Mi sono stancata, lasciami!
Jim glielo affondò fra le gambe con maggior forza, e le resistenze della donna si fecero più incerte, mescolandosi a un nuovo, ritrovato piacere. Ancora più intenso fu il piacere di Jim, che si guardò intorno alla disperata ricerca di qualcosa, qualcosa per…
Voleva strangolarla, voleva vederla ancora soffocare, tirar fuori la lingua in un misto di piacere e sofferenza. Non voleva più usare soltanto la mano. Ma Marlene non indossava calze, e neppure slip; doveva trovare qualcos’altro. Alla fine individuò il cavetto di una lampadina che teneva spenta. La mente gli tornò alla scena alla scrivania, quando Marlene si era stretta il filo del mouse intorno al collo. Strappò il cavetto elettrico dalla presa e lo tese per bene tra le mani. Marlene lo vide e aprì la bocca per esclamare qualcosa, ma non fece in tempo.
― Buona, buona! ― fece Jim, passandole il cavetto sopra la testa e poi sotto al mento, scese fino alla linea centrale della gola e lo girò, poi prese a tirare all’indietro.
Il collo di Marlene subì passivamente l’atto, piegandosi alla morsa del cavetto nero. Dopo un inizio silenzioso, la ragazza prese a lamentarsi con dei gemiti provenienti dalla gola. La scarpa le rimaneva intorno al piede. Iniziò a muovere le anche, procurando a Jim un piacere ancora più viscerale e intenso. Le gambe erano tese, i muscoli sottili e definiti si mostrarono nella loro sensualità.
Jim diede uno strattone per farla calmare, il risultato fu un gridolino soffocato sputato fuori insieme a un rivolo di saliva. Il collo era avvinghiato, il cavetto non stringeva eccessivamente ma la morsa era sufficiente a toglierle il fiato. Mentre stringeva, Jim fu costretto a tenere sott’occhio anche gli altri movimenti della ragazza. Marlene stava infatti tentando di allontanarsi, seppur con il fondoschiena sembrava ricercare il suo sesso vigoroso. Finirono vicino alla finestra da cui entravano gocce d’acqua piovana. Una folata di vento la aprì, e la ragazza sembrò voler cercare un rifugio sicuro su quel balcone, mentre il cavetto continuava a garrottarla da dietro. Finirono proprio sul balcone, sotto la pioggia torrenziale. I capelli della donna diventarono ancora più sensuali bagnati dall’acqua. Il rumore della pioggia copriva quelli che erano i suoi lamenti.
Quando Jim s’accorse di essere prossimo all’orgasmo, si girò ulteriormente il cavetto fra le dita per aumentare la stretta. Marlene ebbe un fremito intimo che avvolse Jim in una morsa vaginale a dir poco eccitante. La stretta aumentò, un altro strappo: dalla bocca di Marlene uscì un rantolo soffocato che parve infinito. Le gambe le tremarono. Un piede era sospeso nel vuoto; l’altro, ormai uscito dalla scarpa, era poggiato sul tacco.
L’ultimo strappo: l’orgasmo avvolse prima l’uomo e poi contagiò la piccola Marlene, il cui viso lentigginoso era diventato di un colore violaceo. La dolce segretaria allungò la lingua verso la pioggia mentre dentro di lei fluiva il piacere dello strangolatore.
Lentamente la giovane donna perse i sensi. Jim accompagnò la caduta dell’angelo con una mano dietro la nuca. La portò in salone e le baciò un’ultima volta la gola prima di andare a prendere un bicchiere d’acqua.
Quando si risvegliò, la segretaria sembrò ripulita dallo stordimento generale e chiese con un sorriso: ― Abbiamo già finito?
Le sue gambe nude dondolavano dal divanetto. Sul tavolino c’era ancora una delle scarpe.

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