de fatti antichi

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De’ fatti antichi e turpi vorrei narrar ora, dopo che anni passaron da quei avvenimenti che cambiarono la mia giovinezza in fiore.
Il perdono del mio Signore Altissimo già chiesi, ora perdon vo’ rogare a quei che capire sapranno de’ fatti e errori che narrerò.
La divina provvidenza fu la responsabile della scelta alla mia giovane età di prender i voti e rendermi umile serva de’ mi Signore.
Entrai nel convento de’ Val di Nibbio all’età dei miei 18 anni, chiamata dalla voglia di pregare l’Altissimo nella forma piú pura.
La mia scelta fu ripagata dalla bellezza della vita a pregare e fare quei lavori che in contatto con Lui suolen metterti.
Ringraziar potei la natura tutta, il sole, la luna, la pioggia e tutti gli esseri viventi, che ricordavo nelle mie pie orazioni.
Ma d’altri fatti vorrei far menzione ora che anni passarono e la mia mente vede le cose da piú alta e lucida prospettiva.
Era ser Maiocco de’ Casal Maggiore il giardiniere del convento, uomo onesto e timorato di Dio, che i suoi servigi prestava a noi sorelle, senza chiedere molto in cambio, se non una parte de’ frutti che nel nostro terreno riuscva a seminare.
Era di lui figliuol ser Petriano, giovine forte ragazzo che il padre aiutava nelle faccende, acció che al padre fosse leve la sua vecchiaia.
Sorpresa mia e della sorella Aldana fu una notte, quando il buio era calato sopra di noi, ché lo vedemmo uscir di soppiatto dalla stanza della superiora suor Vania. E così furon tante le notti eguali a quella, sicchè maliziosa curiosità ci venne addosso, di scoprir cosa facea ser Petriano con la nostra superiora. Era la badessa Vania, donna pia e gentile, ancora nel pieno della sua bellezza, non ostante che la sua dedizione a Iddio fosse completa.
Fu idea della sorella Aldana spiare dal buco della porta per trovar cagion a tanti incontri notturni.
Vide e mi raccontò di strane cose, che nessuna spiegazione riuscivam a tirar fuori. Spiai anch’io per capire i fatti che sorella Aldana non potea narrar senza imbarazzo.
Vidi ser Petriano, senza indumenti stare sopra il corpo ignudo della superiora e muoversi piano, poi sempre piú forte, fino a che lei cominciava a emettere rantoli, come se di animal si trattasse.
Fu il nostro segreto, che ci tormetava le menti in quelle notti e di cui menzion facemmo a messer lo frate Anselmo, quando decidemmo di confessarci.
Espiammo le nostre colpe, pregando il signore di darci la forza necessaria per non pensarci, ma frate Anselmo volle spiegarci di persona quello che accadeva. In segreto nella nostre stanze ci spiegò mostrando il suo corpo ignudo, rogandoci di non far menzione a niuno.
Tolta la sua veste, sotto la sua pancia pronunciata, scorgemmo quello che lui chiamava il viril augello. Ci disse che quello che succedea era che l’augello de’ ser Petriano, entrava nella fessura della superiora.
Ci disse di provare al tatto con le nostre mani e così fu che toccammo il suo augello da cui, dopo pochi secondi uscì del liquido bianco, denso, simile al latte, accompagnato da versi animaleschi del frate Anselmo, simili a quelli che udivamo nella stanza della superiora.
Ci disse che non era alcun peccato, che solo lo era se quel liquido entrava nelle nostre fessure e ci invitò a provare quel latte strano. Avea in bocca un sapor sgradevole a mio avviso, ma sorella Aldana lo trovò delizioso. Ma non fu l’unico segreto che ci raccomandò: ci disse anche di mostrare il nostro corpo ignudo, mostrandoci come le nostre fessure al solo accarezzarle un po’ ci producessero una strana sensazione di felicità e di piacere. Rimasi sdraita nel mio letto a sfiorare la mia fessura e a guardare la sorella che continuava ad assaggiare il copioso latte di frate Anselmo. Era una piacevole felicità che si trasformò in vera e propria esplosione quando poco dopo nella mia fessura accadde qualcosa di strano ma piacevolissimo. E così anche a sorella Aldana e poi di nuovo anche al nostro frate, che poi rivestitosi di fretta, sgattaiolò dalla nostra stanza, lasciandoci completamente ignude ma felici.
Nelle notti successive non pensavamo ad altro e provammo con la sorella e toglier le vesti e stare nelle stesse posizioni, cercando di ricreare gli stessi piaceri, ma senza riuscirci. Sorella Aldana mi disse che la causa di tutto era l’augello del frate Anselmo e il suo latte, ma lui veniva a trovarci solo ogni dieci giorni e noi volevamo riprovare quella felicità.
Era una mattina quando vedemmo il figliuol de’ ser Maiocco, lavorare nel retro del nostro giardino. Con sguardo malizioso decidemmo di avvicinarci a lui.
Era un giovine forte e bello, che allietava i nostri sguardi. Saranno stati i nostri sguardi e gli occhi, ma lui comprese cosa volevamo e ci portà nel fienile lontani da occhi indiscreti.
Gli raccontammo che lo avevamo visto e anche quello che ci aveva detto frate Anselmo.
Non avevamo ancora finito quando si tolse le vesti e rimase in fronte a noi completamente ignudo.
Non aveva la pancia del frate Anselmo e il suo augello era molto piú grande, ma molto, tanto che sorella Aldana mise una mano nella bocca in segno di piacevole sorpresa.
Fummo presto anche noi ignude e dopo averci fatto accarezzare il suo augello anche con le nostre bocche, divenne durissimo e ancora piú grande. Ci fece stare a gattoni come delle puledre, ci chiamava le sue puledre e senza chiedere il permesso cominciò a cavalcarci, inserendo il suo augello da dietro nelle nostre fessure. E piú dell’altra volta esplosi in un piacer che non può definirsi con parole.
Ser Petriano sembrava espero, tant’è che non fece scivolare il suo latte dentro le nostre fessure, chè sarebbe stato peccato, ma lo riversò nel nostro corpo. Lo trovai molto piú buono rispetto a quello del frate Anselmo e sorella Aldana era d’accordo con me.
Furono tante le volte che incotrammo in segreto ser Petriano. Un giorno ci portò in una specie di collina, dove sorgeva un rio di acqua fresca e privi di vesti ci bagnammo allegramente. E fummo possedute di nuovo. E poi ancora e ancora. E il fuoco che ardeva in noi non si spengeva.
Finché cambiò tutto.
Una mattina arrivarono da lontano dei messaggeri del vescovo, riunirono tutte noi sorelle e ci dissero che la madre superiora era stata trasferita e che il giardiniere ser Maiocco de’ Casal Maggiore non avrebbe più lavorato per noi.
I due uomini ci chiesero di parlare in privato, con me e la sorella Aldana, li quali ci chiesero anche di confessare i nostri peccati e anche di mostrare loro quali erano gli atti peccaminosi che eravamo solite praticare.
Ci tennero nelle stanze per un bel po’, facemmo le stesse cose che facevamo con ser Petriano. Ci dissero che eravamo diventate troppo esperte e che eravamo nel peccato, però continuarono a cavalcarci ancora per un po’.
Andarono via felici, pensavamo che era tutto risolto, ma dopo pochi giorni fummo separate e trasferite in altri luoghi.
Non riuscii mai piú a provare sensazioni simili, benchè imparai a procurarmi da sola certi piaceri.
Ma non fu mai piú eguale a prima.

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