devo vederla nuda

È un po’ che non sento la mia amica Franca. L’ho conosciuta a scuola, alle superiori. Adesso l’Università e forse l’attrazione non corrisposta che provavo per lei mi ci ha fatto allontanare. All’inizio, tra l’altro, non mi stava neanche troppo simpatica. Faceva un po’ l’oca, come si suol dire, e io ero uno serio, compunto, tendevo a dare poca confidenza. Però in poco tempo, da compagni di banco “forzati”, siamo diventati amici. O meglio, io ero suo amico, mentre lei per me era il pensiero fisso durante ogni sega. Del resto aveva un atteggiamento molto aperto, e frivolo nel confronto del sesso, almeno a parole. Mi stuzzicava durante ogni lezione, involontariamente ma da morirci dietro. Eppure nulla. Ero abbastanza sfortunato, seppure anch’io non mi risparmiavo sulle allusioni. Una volta ero persino andato a scuola con degli orribili pantaloni della tuta, che a tutti sembravano un pigiama, per cercare di farle vedere le erezioni che mi provocava. La vedevo anche al di fuori degli orari scolastici, talvolta a casa sua. Ma il mio magro bottino si fermava alle palpate di seno che, almeno quelle, le facevo spesso. Già, infatti nella mia compagnia era quasi una moda, ed era scherzoso, cosí, con questa scusa potevo fare almeno quello. Però la voglia cresceva, di giorno in giorno, proprio di quelle voglie che ti fanno venire le mani fredde, ti fanno tremare e ti fanno battere il cuore di tensione sessuale. Ah dimenticavo, lei porta una quarta abbondante di reggiseno, nonostante la statura magra. Un seno morbido, me lo immaginavo anche abbastanza cadente, in senso buono, com’è tipico di quelli molto grossi. Fatto sta che quel continuo immaginare mi portava alla follia, dovevo averla. La mia mente se la mangiava, letteralmente. Anche solo vederla nuda mi avrebbe estasiato. Ma chiaramente non potevo andare oltre lo scherzo. Faceva spesso sesso, non era una difficile. Ma non con me. Darei una pacca sulla spalla al me stesso di quegli anni, non era una bella situazione. Però le emozioni che mi regalava erano uniche, desideravo solo lei, che non mi piaceva, non ero innamorato, volevo solo quello. Credo che peraltro lei lo sapesse e, cuor di donna, amava stuzzicarmi. Ricordo tante volte in cui mi fece battere il cuore, e mi diede spunti su cui tutt’ora mi masturbo. Partiamo col presupposto che ogni giorno in cui l’ho vista ho avuto come unico obiettivo quello di vedere, toccare, mordere, leccare ecc. Che poi i risultati siano stati scarsi è da imputarsi a tanti fattori.Una volta eravamo andati al mare alla festa di fine anno, e avevo il difficile obiettivo di riuscire nell’impresa senza magari passare da pervertito agli occhi degli altri. Difficile. Dovevo isolarmi con lei e magari ci sarebbe scappata la sbirciatina. Lo so, è ridicolo, ma l’eccitamento che si prova da giovanissimi è un qualcosa che resta per sempre, magari ci si ride un po’ su. Cosí, andando dietro una struttura delle docce, ci mettemmo a fumare per non essere visti dai professori. Volevo tirarle giù il reggiseno, e poi l’avrei fatto passare come uno scherzo. Ci credete che non ci riuscivo? Ora, è chiaro che volendolo avrei potuto farlo, ma dovevo trovare il modo per farlo senza che lei se la prendesse. Nulla da fare. L’unica cosa che riuscii a fare fu frutto di un escamotage. Era girata di schiena e le dissi che aveva un animale sulla parte dietro del costume (li era pieno di quelle bestioline odiose e lei ne era terrorizzata). Mi chiese di toglierglielo, spaventata. Io mo avvicinai e le tirai giù il costume, scoprendole mezzo sedere. Ora, immedesimatevi in un ragazzino che passa le notti a masturbarsi su una ragazza, ma fatelo davvero e sappiate che eccitazione si prova. Avevo visto il suo sedere. Metà, ma l’avevo visto. Poi con il sedere non mi sembrava di avere osato troppo. Lei era abbastanza imbarazzata, ma neanche troppo, la prese sul ridere. E io continuavo a subire questa attrazione. Mi sudavano le mani. Perché non avevo guardato anche davanti? Perché non rifarlo se aveva riso? Domande senza una risposta logica. Le chiesi di sedersi in braccio a me. Io ero il mio sangue che praticamente era al 99% nel mio pene. Beh credo si sia notato. Perché mi batteva il cuore, sicuramente, ma soprattutto perché il mio amico era sull’attenti. Le toccai le tette. Era la volta buona? Andò a fare la pipì. No, non la era. I miei aneddoti sono tanti, sono molto psicologici, se vogliamo. La dovevo avere, ma avevo la fortuna/sfortuna che lei mi considerava un amico magari da stuzzicare, magari da provocare, ma nulla di più. Un’altra volta andammo al parco. Aveva degli shorts. È da specificare che, se con il senno di poi sappiamo che lei non voleva nulla da me, io ci credevo, che magari la sua fosse timidezza, o magari fedeltà al moroso che, ahimè aveva. Comunque andammo li e cercai di insegnarle i fondamentali del judo. Anche i meno arguti capiranno perché. Diciamo che erano mosse che permettevano il contatto. Sembrava piacerle, così cominciai a cingerla alla vita e la ribaltai con le dovute accortezze. Mi piaceva, potevo toccarla ovunque con la scusa di non volerla fare cadere. Fatto sta che dopo un po’ la trascinai scherzosamente con il sedere rasente l’erba. L’attrito fece si che le si abbassassero i pantaloncini, mostrando il perizoma che aveva sotto, bianco. Non me lo aspettavo. Nello spostamento le mutande le si spostarono un po’ mostrando un parte di pelo pubico. Proprio poco, solo una strisciolina. Era imbarazzatissima, io… Beh direi che ormai sapete com’ero fatto. Continuai la “corsa” e lei era rimasta in mutande. “Scemo”, fu ciò che mi disse rialzandosi. Tra l’altro lei mi ha sempre dato l’idea di una che ama farsi guardare. Una volta aveva anche fatto la pipì davanti a me, in montagna, ma si era accovacciata in modo da non fare vedere nulla, salvo un po’ il fondoschiena. Un’altra volta, data la mia imbranataggine, è lei che vide me nudo, con anche una nostra amica, siccome eravamo in albergo a Roma e c’era la piscina, ma io non avevo il costume, così mi sono messo dei boxer. Tempo due secondi e il bagnino mi cacciò. Questione di igiene. Unica soluzione i pantaloncini da calcio, cambiati per comodità con l’asciugamano a coprire per non farsi vedere. Come tre deficienti a fare quel teatrino, con loro che me lo tenevano su. Neanche a dirlo, persi l’equilibrio, inciampando nelle mutande, e caddi, con tutto al vento, e loro che ridacchiavano. Chissà se godette. Rimessomi i pantaloncini loro continuavano a scherzarci, così presi coraggio. La sera andai sul loro letto, e spegnemmo la luce. Del resto eravamo tre amici. Ma lo avevo di marmo. Letteralmente. Io ero in mezzo. L’amica secondo me si era addormentata. Ero girato verso Franca. Mi avvicinai. So che lei sentii la mia presenza. Fece un risolino. Le misi una mano su un fianco. Ansimava in crescendo. Avevo mille domande in testa. Si girò verso di me. Avevamo bevuto, era la volta buona. “Buonanotte” mi disse. Mi crollò il mondo addosso. Lei era in mutande e canottiera. Perché non mi voleva? Accese la luce per andare in bagno. Mi cadde un occhio li giú. Le sue mutande erano grigio scuro, di quello che quando sudi sotto le ascelle ti tradisce. Beh erano fradicie. E so che non era incontinente, quella non era urina. Stette in bagno almeno un’ora buona. Sapeste io

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