doveri dell’ospitalità

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Con la schiena appoggiata a due cuscini sto leggendo a letto, i seni sono nudi come il resto del mio generoso corpo, col piumone che arriva a metà delle cosce e mi lascia scoperta la pancia, non proprio scolpita a carapace; il libro, appoggiato sulle tette, lo reggo con la sinistra, l’indice e il medio della destra giocano con i peli lunghi e sottili della vulva, mentre i polpastrelli esplorato svogliatamente la stessa, non alla ricerca del piacere ma dei suoi afrori, non mi son fatta di proposito il bidè. Sono una rossa naturale e per non so quale legge della natura, emano forti effluvi accattivanti e stordenti che attirano uomini e donne: i primi non li considero, le seconde le incoraggio, le circuisco e le prosciugo, cavando dai loro sessi ogni flusso, per lasciarle infine esauste e disarticolate, simili a bambole di cencio. Monopolizzo le loro inconfessabili brame sessuali e da quel momento saranno per sempre mie se lo vorrò, potrò disporne a mio piacimento e mi farò fare tutto ciò che le mie sfrenate fantasie partoriscono. Per ora le lascio alle fantasticherie di chi legge, pur essendo certa che mai riusciranno a inventare ciò che abitualmente faccio, premetto che non sono sadica, non procuro dolore fisico, sono una lesbica manipolatrice che induco le partner ad agire, convinte di essere loro a condurre il gioco, mentre si comportano esattamente come io voglio che facciano. Non è che ora mi pongo a descrivere travolgenti performances saffiche, se questa prima parte del racconto avrà riscontro favorevole, continuerò, diversamente le mie disinibizioni le metterò a disposizione del clan delle odalische, e più di una lettrice sa che mi riferisco al gioco collettivo che avevamo creato con altre saffoline, nell’estate di due anni orsono.
Ritorniamo a me in letto.
Giacinto, direttore di macchina, appena sbarcato, passa oltre la porta della camera, poi torna immediatamente indietro, indossa soltanto i sottili calzoncini del pigiama tesi dall’erezione, mi guarda e sorride:«Stasera avrei voluto andare in una casa di appuntamenti, ma mio fratello mi ha portato qui da te per il motivo che ben sai; stavo per andare in bagno per farmi l’ennesima sega, reggo sulla schiena uno zaino pieno di mesi di auto erotismo, ti ho visto e sono stato a un niente da un’eiaculo precox. Vuoi aiutarmi»? Sorride ponendo l’accento sulle ultime due parole: «Come omaggio di benvenuto è il meno che posso fare; preferisci un pompino o scopare? Per te questo e altro coinquilino».
Giacinto va in camera sua e torna con un preservativo, strappa l’involucro coi denti, si cava i calzoncini, facendo svettare un cazzo rigoglioso, lo veste di lattice, nel frattempo mi sono girata sul fianco sinistro, sollevando un po’ la gamba per presentargli lo spettacolo del mio buco grinzoso, delle labbra carnose e del clitoride prominente, per via dei miliardi di bocche che l’hanno succhiato e fatto lievitare. Si adagia dietro di me, fortunatamente il condom è lubrificato, poiché sono asciutta come il letto di un fiume sahariano, l’aiuto a infilzarmi, si muove piano dentro di me e mi dice:«Emani un afrore che è impossibile tratt…». La parola è completata dai suoi gemiti mentre il cazzo sobbalza, ben radicato negli anfratti della mia fica. Sento il martellare del suo cuore contro la mia schiena, allungando la mano all’indietro gli accarezzo i capelli ricciuti, lo sento rilassarsi e dirmi:«È piaciuto anche a te»? Chissà mai perché gli uomini sentono il bisogno di porre sempre quella domanda del cazzo! Gli rispondo: «Se ci tieni tanto, dico sì, ma non sarebbe la verità, sono una lesbicaccia incallita». Mi disincaglio da lui, gli tolgo il preservativo e l’annodo, lo metterò nell’umido della spazzatura, non lo butterò nel water, il mare è già troppo pieno di schifezze.
Torno in camera, Giacinto è adagiato supino, mi metto a cavallo del suo corpo asciutto, gli vezzeggio il viso con i capezzoli, scendo trascinando le tette sul suo petto, sulla pancia, li faccio oscillare accarezzandogli il cazzo che immediatamente s’irrigidisce, inverto la mia posizione, le do la fica da lappare e messi a sessantanove, inizio a fargli un buon pompino.
Raccolgo fra il pollice e l’indice il suo scroto e spingo un po’ verso l’alto, ha il glande completamente scappucciato ma non l’imbocco, lo lecco piano, sento la sua lingua che si occupa del mio culo e del mio clitoride e sorrido fra me e me: mai un uomo saprà leccare una vagina come sa fare una donna e in verità nessuna donna saprà mai fare un pompino come lo sa fare un gayman per il semplice fatto che entrambi realizzano ciò che vorrebbero fosse fatto loro. Malgrado io non sia un gay maschio, i pompini li so fare e nessun ragazzo si è mai lamentato fin dai tempi del liceo, li facevo solo a quelli che riuscivano a convincere le loro tromba-amiche a lesbicare con me, alle quali poi insegnavo le tecniche auto sperimentate di una buona pompinara. Molto probabilmente le divagazioni sessuali portavano anche un buon profitto scolastico, perché il gruppo di succhia cazzi e fiche, partito in prima superiore, si diplomò, nessun escluso, con alto punteggio.
Adesso volevo far godere per la seconda volta e in un breve lasso di tempo Giacinto; l’imponevano i doveri dell’ospitalità.
Gli vezzeggio con baci lascivi la cappella gonfia, l’imbocco, esploro il prepuzio con la lingua tesa e avverto che lui mi imita, forzandomi con la sua il foro dell’uretra, capisco ciò che si aspetta, ma esaudirò la sua brama quando sarà il momento giusto. Lascio la presa sullo scroto e prendo tutto il cazzo in bocca fino a che il labbro inferiore è solleticato dai suoi peli e quello sopra avverte la rugosità della sacca testicolare, è il momento di iniziare il saliscendi avvolgendogli il pene con la bocca, evitando di farli sentire il contatto con i denti. Sento la sua lingua famelica rovistarmi disordinatamente la fica, allora accelero il ritmo del pompino, inarca le reni quasi volesse che ingoiassi tutto il suo apparato genitale, avverto l’orgasmo che lo sta invadendo, faccio una leggera pressione col polpastrello sul suo ano, lo dilata, non ho mai incontrato uomo che al momento della sovreccitazione, rifiutasse quel tipo di piacere, la sua lingua m’implora e allora le faccio scendere in bocca alcune gocce di pipì, mentre il suo cazzo, in preda a crisi epilettica trabalza e mi vomita dentro la bocca ettolitri di sborra. La falange del mio medio gli scopa il culo che mantiene dilatato e quando lo sento contrarsi attorno al mio dito, smetto di succhiare, so che per lui sarebbe solo sofferenza. Mi giro gli faccio colare sui peli del petto lo sperma che ho trattenuto in bocca, prendo un cleenex dal comodino e lo pulisco, poi mi metto supina al suo fianco, allungo la mano libera, gl’impugno il cazzo che ha smesso di sussultare, col pollice e l’indice, porto la pelle fino in fondo poi risalgo lungo l’asta, facendo una leggiera pressione con le due dita, estraendogli il residuo di sperma che raccolgo nello stesso fazzolettino. Poi guardo Giacinto che ansima e gli dico:«Se provi a chiedermi se mi è piaciuto, la prossima volta nel culo invece della punta del dito ti c’infilo la mano a pugno e ricoperta di sale».
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