fantasie di cotone

Hits: 4

Una bella giornata di pioggia era l’ideale per mettere un po’ di pepe in più alla già complicata mattina di lavoro che mi aspettava. Fortuna che il pomeriggio lo avrei passato con amici e amiche, fra quattro chiacchiere ed una birra. Con questo pensiero ad accompagnarmi, le 11:30 arrivarono in fretta, ero quasi dispiaciuto di non poter più godere dell’attesa di quel pomeriggio tranquillo e rilassato che sarebbe arrivato di li a poco. Sulla strada del ritorno verso casa, presi un paio di stuzzichini e salatini vari da portare con me. Aggiunsi anche un paio di bottiglie di Sw+++s. Dopo tutto, un acqua tonica col limone, è sempre un acqua tonica col limone. Ne vado matto. Una bella doccia, camicia chiara, jeans ed ero pronto. Un secondo prima di aprire la macchina sento il telefono suonare, era un amico, chiedeva di passarlo a prendere perchè una gomma a terra gli impediva di muovere la macchina. Abitavamo vicini, eravamo soliti a farci favori l’un l’altro. Senza problemi accettai, e poco dopo lo trovai sotto casa sua che imprecava contro un chiodo, incontrato per strada nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Ridacchiando, accosto dalla sua parte di marciapiede e con tono scherzoso alludo a quanto sia piacevole montare il ruotino con la pioggia. Dopo avermi giustamente mandato a quel paese, fece un piccolo scatto verso la portiera del passeggero coprendosi la testa col giubbotto. Durante il tragitto scopro dalle sue parole che quel giorno ci sarebbe stata anche la cugina di una delle nostre amiche. Lei proviene da Milano e già un paio di volte era venuta nella nostra città a trovare zii e cugini vari. Avevo un vago ricordo di lei, ma nulla più. Arrivammo, come di consueto parcheggiai perfettamente di fronte al portone di casa di Giada (nome di fantasia), alla finestra del primo piano era affacciata un’altra nostra amica intenta a fumare una sigaretta. Seguì un “alla buon ora” ed il tiro al portone. Sapevamo di essere i primi rappresentanti, del sesso maschile, ad arrivare. Le ragazze erano già li dalla mattina. Stranamente avevano investito il tempo libero per preparare qualche invitante aperitivo che fece sfigurare il mio sacchetto di patatine da discount (erano buonissime ma inquanto ad estetica peccavano di banalità). Mi complimentai con Giulia, che affermó di aver lavorato in onore della presenza e della gentile collaborazione di Carmela(nome di fantasia), cugina di Erika(ennesimo nome di fantasia), fosse stato per noi ragazzi non avrebbe mosso dito, non si smentiva mai.
Una piccola premessa prima di continuare, nel nostro gruppo di amici, per svariati motivi, non avevo mai visto i piedi delle mie amiche senza le scarpe. Il che ad un feticista come me risultava cosa strana e piuttosto inusuale. Fino a quel momento peró avevo messo da parte la mia passione e avevo iniziato a vedere quelle ragazze solo dalla caviglia in su, etichettandole come “amiche, che ti frega dei loro piedi”. Rimaneva solo dentro di me l’istinto di lanciare qualche occhiatina ogni tanto, di sfuggita sotto al tavolino di un bar e nulla più. Detto questo, proseguiamo.
Misi la mia acqua tonica in frigo mentre sentivo che nell’altra stanza si parlava di quello che avremmo fatto in serata, quel giorno in onore di Carmela. Intervenni proponendo di vedere un film da vedere rigorosamente con davanti un bel piatto di pasta fredda coi pomodorini fatta da Erika. Tutti i presenti accettarono e poco dopo Luca chiamó dicendo che non sarebbe venuto quella sera. Rimasti solo noi cinque, il pomeriggio fù all’insegna della decisione del film da vedere. La fumata bianca per Blade Runner lasció Erika col broncio, mi feci perdonare aiutandola a cucinare e, dopo mille pomodorini tagliati a pezzetti ci mettemmo tutti sul divano. Giulia aveva appena vinto un bellissimo televisore ad una lotteria che si tiene ogni anno in città al fine di raccogliere fondi per la ricerca in campo medico. Perfetto, tutto andava tranquillo e la pasta era quasi pronta. Al suono del timer andai per scolare e il maledetto ed unico scolapasta della casa non era assolutamente di aiuto nell’operare con circa 1kg di pasta. Dovetti passarla in più mandate e poi mescolere il tutto nel condimento. La cosa mi prese circa cinque minuti, considerando anche lo sporzionarla nei piatti di ognuno. Con un carrellino portai i piatti in sala, li, fui fulminato da una specie di visione che mi turbó per qualche secondo. Le ragazze, tutte senza scarpe sul divano in atteggiamento normale, ma senza scarpe, solo con i fantasmini addosso. Cercai di recuperare in fretta la lucidità, era una novità non da poco per me ed alle volte certe cose mi imbambolavano sensibilmente. Giulia, col suo solito modo di fare fine ed accomodante, domandó se la troppa droga che avevo assunto mi avesse lasciato segni indelebili nel cervello o se volevo spostarmi dallo schermo e dargli quel c***o di piatto di pasta. Prima di questo imput, il mio cervello peró aveva elaborato circa tredicimila pensieri, fra cui tutta l’elaborazione di quanto quel nuovo panorama offriva. I piedini di Giulia, calzino bianco, perfettamente bianco, si vedeva che non aveva fatto alcun giro dentro una scarpa quel giorno. Poi Erika, sempre calzina biancha, leggermente ingrigite sulla suola dalla sua ottima abitudine di girare in casa senza ciabatte. Si mostravano allungati e con dita medie, all’apparenza, belli proporzionati e morbidi. Come dopo tutto sembrava lei con la sua carnagione bianchissima e i capelli biondi. La tradiva solo la statura, che stemperava l’immagine angelica con la sensualità delle sue gambe lunghe e delicate, che terminavano in un bel culetto “all’insù”, come si dice da noi. Infine Carmela, calzette nere sotto alla caviglia. Lasciavano poco spazio all’immaginazione se non per la forma, collo basso e regolare con una bella caviglia magra che dava un bell’attacco col piede. Il tendine di Achille che sporgeva leggermente ad ogni movimento donava ad esso armonia e sensualità per lo sguardo.
Ancora sballottato, servo i piatti e mi siedo fra Erika e Carmela. Giusto giusto nel buco fra i due cuscini del divano. Erika aveva le gambe stee sul pouff in fronte al divano. Mentre Carmela era appoggiata al bracciolo con un braccio e teneva le gambe nella sua parte di cuscino a pochi millimetri da me. Sentivo la loro presenza, un leggero caldo sul lato della coscia e l’odore di ammorbidente che inizia a mischiarsi con quello della tela della scarpa a fine giornata mi stavano eccitando. E non poco.
Comincia il film e sento che le gambe di Carmela pian piano scivolano verso la fossetta che il mio peso forma fra i cuscini finchè, in un momento di rilassamento le lascia andare e arriva a contatto con la mia cosia lasciandosi scappare un calcetto delicato. Fingo di non aver sentito nulla, lei presa dal film non si accorge di ció che succede e non sembra per nulla interessata al contorno fuori dal piatto e dallo schermo. Questa cosa ricapita un altro paio di volte, con lei che si ricompone sempre, senza mai staccare gli occhi dallo schermo. Finchè, alla quarta volta, decido di toccarli fingendo di volerli spostare. Così feci. Il contone sottile del calzetto era quasi inesistente e leggermente ruvido, la pelle della caviglia era morbida. Avevo fatto presa proprio nel punto dove terminava l’elastico ed iniziava la pelle, lasciata libera dai pantaloni di qualche centimetro troppo corti. Lei si giró quasi di scatto è mi guardó, il con il suo piede stretto fra le mani dissi che iniziavo a sentire come un chiodo nella gamba e mi sembrava il caso di spostarlo un attimo. Sghignazzó e mi chiese se potesse appoggiarli su di me, così non me li avrebbe più piantati nella gamba. Mi rassicuró sulla loro pulizia nell’istante in cui dicevo dentro di me che avrei accettato anche se fossero usciti da un anno di camminata sul Fuji. Erano li, a pochi cm dal mio cazzo in erezione ormai evidente, con le dita che si muovevano leggermente su e giù. Immaginavo come sarebbe stato bello prendere un bocciolino come quelli e sfilarlo dalla sua copertura di tessuto. Annusarlo, assaggiarlo, esplorarlo, toccarlo… Succhiarlo. Sentire come la lingua scorre fra le dita e come corre sulla pianta dopo averci spalmato sopra gli umori frutto di una penetrazione di quella che, poco più in alto, è la mia seconda meta durante l’esplorazione della donna. Immerso nella fantasia, non mi accorsi che tenevo la mano ancora alla sua caviglia. Lei mi guardava, non capiva. Mollai subito la presa e chiesi scusa, alludendo al fatto che la scena del film mi aveva catturato. Mi disse di non preoccuparmi, anzi, ormai la cosa faceva parte dell’equilibrio raggiunto da parte sua su quella posizione e mi invitó a continuare. Consapevole di come il mio cervello risponde a certi stimoli, tentennante accetto la cosa e la prendo nuovamente. Questa volta peró, con la cosapevolezza che potevo stare li, che non ero un elemento di imbarazzo o disturbo. Rimasi, godevo di quel poco che avevo. Quel contatto sterile in apparenza ma ricco di emozioni per me. Difficili da esternare, mediamente considerate strane ed inusuali. La mia erezione peró era davvero troppo evidente, messa in risalto da un paio di pantaloni abbastanza morbidi come tessuto. Non resistetti più, incominciai con piccole carezze sul collo, in un misto di imbarazzo ed eccitazione. Nessun segnale. Mi feci più audace e concreto, le carezze erano evidenti ed era impossibile scambiarle con altri gesti. Si mosse leggermente apostrofandomi con un “eddai che soffro il solletico”. Il film finì poco dopo, come la serata. Una volta a casa, portavo con me ancora l’odore di quei due bei gioiellini che avevo avuto occasione di apprezzare per tutta la serata. Fantasticai ancora una volta sul loro sapore finchè non mi addormentai.

Commenti [21]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *