Federica e le sue amiche

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Ho già pubblicato, una parte del presente scritto, frutto di esperienze di vita vissuta. La parte che ha riguardato me personalmente. Adesso, con l’assenso delle altre protagoniste, ecco l’esperienza nella sua completezza
Primo capitolo
Quello che mi è capitato alla bella età di 66 anni, dopo 40 di matrimonio tranquillo e, perché no, felice con il mio Michele, imprenditore agricolo e produttore di vini in un paesino dell’interna provincia di una delle due isole maggiori italiane, credo abbia dell’incredibile o almeno, io lo reputo tale.
Io, del nord Italia, famiglia importante della maggior città del nord ho sposato lui, emigrato, accettando un posto da insegnante presso le scuole medie del paesino dove ora abitiamo. La scommessa di mio marito in agricoltura ha dato frutti eccellenti. Tre figli adulti, sposati, tra alti e bassi, e siamo nonni.
Profondamente legati alla realtà parrocchiale, siamo conosciutissimi in paese, in zona e la pubblicità dei vini a volte ci fa conoscere anche un po’ altrove.
Ho perso il mio vitino fine di giovane età, ho sempre avuto fianchi generosi, sedere e cosce proporzionati ad essi. Assolutamente non grassa, ma la polpa c’è, per la gioia di mio marito. Seno, una terza abbondante, per l’età un po’ calante ma, a quanto mi ha insegnato l’esperienza che ho citato all’inizio e che tra un po’ comincerete a leggere in questo scritto, ancora capace di calamitare mani maschili e altro. Capelli bianchi corti, occhiali a lenti quadrate su un viso rotondo capace di mostrare due guance che arrossiscono per la fatica o per altro.
Il fatto che ha scombussolato la mia esistenza, le mie sicurezze, quello che nella vita credevo fosse ormai un equilibrio stabile, si è verificato quando, in occasione della visita in città di Francesco 1° come capo della chiesa cattolica, con la nostra parrocchia io e mio marito abbiamo deciso di partecipare all’evento. Ci siamo mossi dal paese in combriccola con diverse automobili, quattro coppie più il parroco. Arrivati in città, parcheggiato praticamente in periferia, abbiamo raggiunto il luogo della messa a piedi. Non era tardi. Siamo riusciti a trovare posto vicino ad alcune transenne, non in primissima fila, ma abbastanza avanti, naturalmente in piedi.
Aspettavamo da circa un’ora, sapevamo che l’attesa sarebbe stata lunga, eravamo preparati. Era naturale che un minimo la folla ci avrebbe costretto a mantenere la posizione a denti stretti. Avevo dietro mio marito a fianco una mia amica, delle coppie con cui eravamo arrivati mentre le altre due coppie erano poco più distanti sulla nostra destra.
E’ capitato che in quell’occasione incontrassimo uno che era stato nostro cliente per il vino, che però poi, per quasi un anno non avevamo più rivisto. Già dal tempo in cui veniva a casa nostra a me non piaceva. Sensazioni? Mah … non solo. Infatti, entrati in confidenza una sera lo abbiamo invitato a cena e tra il nostro vino, la grappa che lui in una fiaschetta si portava dietro, il mangiare, mio marito seduto di fronte a noi, era quello che subiva di più gli effetti di quei miscugli di liquori. non che fosse ubriaco, ma diciamo che i tempi di reazione e il capire cosa stesse succedendo cominciavano in lui ad essere non così immediati. L’ospite era seduto a tavola a fianco a me e con mio marito brillo, le palpate cominciavano ad essere insistenti. Io spostavo via la mano di quel porco. ma la mano sul mio ginocchio che come risaliva si portava su anche la gonna, cominciando ad infilarsi tra me mie cosce. Mi sono irrigidita, ho avuto la prontezza di bloccarlo stringendo le cosce, ma così, catturandogli la mano con la parte di cosce non coperte dalle calze autoreggenti, stavo facendo il suo gioco. Lui infatti, a quella stretta, ha risposto con un sorriso di soddisfazione mordendosi leggermente il labbro inferiore e passandosi la lingua tra le labbra. Non so come sarebbe andata a finire se con quelle dita fosse arrivato alle mutandine sicuramente con l’idea di infilare dentro la mano e se mio marito si fosse accorto di queste manovre.
Insomma, afferrandogli il polso e tirando via quella mano, mi sono alzata per togliermi da quella situazione con la scusa di preparare il caffè.
Quella notte e altre successive, in cui capitava che con mio marito facessimo l’amore, evento non più frequentissimo, lui si è stupito nel sentirmi più calda del solito e una volta che gli ho chiesto di leccarmi si è meravigliato sentendomi raggiungere più orgasmi consecutivamente. La donna anche in età avanzata può avere diversi orgasmi, uno di seguito all’altro. Durante i preliminari, la donna anziana ha la risposta clitoridea e l’erezione dei capezzoli simile a quelle che si osservano nella donna più giovane. A me capita così.
E’ anche capitato che, soprattutto in situazioni intime, guardando in faccia mio marito, mi si sovrapponesse il ricordo del viso di quel maiale e che avessi l’impressione che il membro del mio lui fosse notevolmente più duro, ma anche un po’ più grosso. E’ vero, ormai la mia vagina non rispondeva più come una volta, le piccole labbra reagivano in modo più blando, ma le contrazioni sentivo che avvenivano nello stesso modo di quando ero più giovane, anche se duravano di meno. Insomma., la mia figa stringeva e devo dire stringe ancora bene il cazzo. Dopo l’episodio a cena, quando con mio marito facevamo sesso, nei momenti di maggior intensità, quando il romanticismo lascia il posto alla fase animalesca, il mio piacere aumentava se nei miei pensieri al viso di mio marito si sovrapponeva nitida la faccia di quell’essere che in condizioni normali mi faceva seriamente ribrezzo.
Ora il mostro era lì, davanti a me, a fianco a mio marito e dopo i convenevoli, saluti e presentazione del nuovo arrivato alla coppia di amici con cui eravamo insieme, tutti abbiamo ripreso le postazioni con la faccia rivolta al palco dove da lì a poco, si sarebbe svolta la funzione. La differenza era che dietro non avevo più mio marito spostatosi all’altro fianco della mia amica, ma lui; il porco. Io, la mia amica, mio marito e il marito della mia amica, uno a fianco all’altro appoggiati alle transenne, l’estraneo dietro di me.
Non è passato molto tempo finché ho cominciato a sentire la mano del tizio poggiarsi sul mio fianco, io facevo finta di nulla continuando a parlare con la mia amica, speravo che ignorandolo, il tizio si sarebbe stancato e sarebbe andato via. A quanto pare mi sbagliavo. La mano cominciava a stringere, palpare, scendere verso l’esterno coscia. Avevo i gomiti poggiati sulle transenna, così come un piede poggiato sul tubolare inferiore della stessa, quindi gamba piegata al ginocchio. Questo ha consentito alla mano messa a cucchiaio di palparmi la natica sfiorandomi l’intimità con i polpastrelli. Ho subito cambiato posizione sembrando un soldatino sull’attenti. Il rossore ha subito colorato le mie guance. La mia amica, vedendomi mi ha chiesto se andava tutto bene. L’ho rassicurata, nonostante l’amicizia non me la sentivo di confessare quello che mi stava capitando e siamo rimaste lì. Questo ha consentito al maiale di continuare nonostante le mie occhiatacce a lui indirizzate. Toccava, accarezzava, a volte stringeva le mie zone più polpose e delicate.
Non volevo, non volevo cedere al tizio, non volevo che la mia amica si accorgesse di nulla, non volevo mettermi al centro dell’attenzione girandomi e facendo uno scandalo, lì, davanti a tutti, in un contesto sicuramente meno appropriato che mai. Pian piano i non volevo sono diminuiti, non volevo che nessuno si accorgesse di ciò che mi stava capitando. Non volevo cedergli, ma pian piano non volevo che smettesse. Volevo raggiungere il piacere, ormai mi sentivo in ballo, ma volevo che succedesse in fretta, senza che nessuno notasse nulla e soprattutto che poi lui sparisse per sempre.
Non è andata così, la mia amica parlava con il marito e con mio marito. E’ iniziata la funzione, tutti in silenzio, sentivo le sue mani, le sue dita tra le mie cosce, mi muovevo piano, non potevo farne a meno.
Ho sentito le sue dita attraverso la stoffa di pantaloni e mutandine accarezzarmi le labbra della figa che mi si stavano gonfiando. Ho sentito qualcosa di più voluminoso che si poggiava lì, al posto delle sue dita. Le ginocchia mi si piegavano, ciò non faceva altro che facilitare il mio appoggio su quell’arnese, mi ci stavo sedendo sopra, sulla punta. Quella punta tra le labbra della mia figa, strusciava, puntava, premeva. Cominciavo ad assentarmi da tutto il resto, meno male non potevamo parlare, la funzione prevedeva silenzio e raccoglimento. Tutt’al più risposte al sacerdote come preghiera.
Ero completamente concentrata su quel gonfiore duro che sentivo tra le cosce. Le stringevo, cercavo, senza rendermene conto, di catturarlo meglio tra esse, di stringerlo. L’ho sentito duro come l’acciaio, poi, all’improvviso, uno, due tre schizzi. Tutto finito. Io completamente in balia della voglia. Delusa. Arrabbiata. Frustrata.
La sua bocca vicino al mio orecchio: – Tranquilla, non è finita, rimani qui e aspetta-. Dietro di me, quando lui facendosi largo in modo discreto si è allontanato ho sentito per alcuni attimi un vuoto incolmabile.
Due ragazzi sui 25 anni si sono materializzati vicino a me, hanno sussurrato qualcosa, erano slavi, occhi scuri robusti, ben piazzati, uno biondo, l’altro scuro, lo scuro dietro si poggiava sulle mie natiche, costringendomi a sporgere il bacino in avanti così da favorire l’insinuarsi della mano di colui che mi si era piazzato davanti dandomi le spalle e che con una sua mano posta tra il suo sedere e il mio pube, toccava e accarezzava la mia femminilità.
Nelle condizioni in cui ero ho raggiunto subito l’orgasmo, ma lui continuando a frugarmi mi ha costretto ad averne un altro. Gli spostamenti della folla, hanno lasciato spazi liberi che non assicuravano la stessa copertura di poco prima. E’ finita lì.
A distanza di una settimana, andando in cantina ad aiutare mio marito, stavo per svenire, vedendo l’uomo che si era soddisfatto tra le mie cosce, arrivato a suo dire, per riprendere i rapporti di acquisto del nostro – buon vino- ha detto lui. Il mio pensiero, che quasi si stava trasformando in parola e meno male non è avvenuto, è stato: – altro che vino vuoi tu! Tu vuoi carne e altro tipo di liquido, brutto porco-. Meno male sono riuscita a trattenermi.
Tra un assaggio e l’altro, sbadatamente voltandomi gli ho fatto cadere un po’ di vino sui pantaloni. Tra scuse e – non importa-, mio marito ha detto: – Fede, amore perché non provi se riesci a fare qualcosa. Lui, il tizio ha aggiunto: -sa, lascerei perdere ,ma poi devo andare in un paese qui vicino per un altro impegno. Io, malgrado non volessi non potevo dire di no, siamo saliti a casa e lui non ha minimamente accennato nessun tipo di approccio. Questo stava convincendomi che forse le cose erano cambiate. Sembrerà assurdo, ma un po’ di delusione mi stava assalendo; forse la volta scorsa, quando si è soddisfatto del mio corpo, in una situazione pericolosamente strana, tra la folla, in un contesto in cui formalmente la castità regna sovrana, mentre in me in me tutto questo, pur non volendo, aveva decisamente aumentato l’eccitazione, a lui, invece, non era piaciuto? O forse non gli sono piaciuta io? Devo ammettere che un po’ di sconforto è arrivato, ma subito il ritorno a un pensiero ragionevole: Federica? Ma che caspita stai pensando? Che ragionamenti assurdi fai? Era il pensiero che fortunatamente la mia mente ha prodotto facendomi tornare in me, donna per bene, casta e fedele.
L’ho fatto entrare in bagno. Si è tolto i pantaloni e me li ha consegnati riparando la nudità stando dietro la porta. Ho cercato di ridurre il danno il più possibile, cosa abbastanza riuscita. Ho bussato per riconsegnargli l’indumento, come ha aperto mi ha letteralmente afferrata per la vita, stringendomi a sé, la porta del bagno si è aperta, a fianco del bagno c’è la camera da letto mia e di mio marito, dando un’occhiata l’ha individuata e mi ci ha portata buttandomi sul letto. In un attimo lo avevo sopra. Mi bloccava i polsi sopra la testa, un suo ginocchio tra le mie cosce sollevava parzialmente la gonna. Lui:- non gridare, tuo marito sente e tu non vuoi che succeda- . come una stupida gli davo retta. La mano sua che ha finito di sollevarmi la gonna fino in vita, lui già in mutande ovviamente. Ha spostato l’elastico delle mi mutande , mi ha infilato un dito in vagina. Io: -no, porco che fai? Non voglio, lasciami. Lui: – Dai che non abbiamo molto tempo, per ora facciamo una cosa svelta, poi … avremo tempo.
Mi sono sentita separare le labbra dalla cappella, un grugnito, lo avevo dentro, io: – ahiii.
Lui: -Siiii dentro. Cosiiiiiiiiii. Ha cominciato a pompare di brutto, se ne fregava di me, voleva svuotarsi i coglioni e dopo pochi vai e vieni anch’io volevo sentirlo, i suoi grugniti nelle mie orecchie, la sua bocca sul mio collo, i miei gemiti, Avevo un ferro dentro la fica.
Ha iniziato a svuotarsi, a schizzare il suo seme in fondo alla mia vagina, quegli schizzi, hanno accelerato il mio orgasmo, sono venuta anch’io mente lui si svuotava dentro le mie carni, in fondo, mi colpiva l’ utero. Seppur non come da giovane, mentre venivo gli stringevo il pene, lo mungevo, l’ho prosciugato fino all’ultima goccia. Con una mano gli stritolavo il braccio, con l’altra sbattevo il pugno sul materasso. I miei talloni sulle sue natiche. Le mie cosce lo accoglievano. Ci siamo ricomposti e siamo tornati giù in cantina.
Mi hai violentata, maiale schifoso.
Ti è piaciuto, ne avevi una voglia matta ammettilo, in città ti ho solo accesa, eccitata preparata, l’ho sentito eccome. Sta tranquilla che lo rifacciamo, Rimarrai attaccata al mio cazzo. Altro che tuo marito!
Le guance mi avvampavano, devo essere arrossita in modo pauroso. Non abbiamo più spiccicato parola fino all’arrivo da mio marito e dall’altro operaio che intanto era arrivato.
Mio marito ha chiesto se l’operazione fosse riuscita e lui, il porco ha risposto: – si, si grazie. Pienamente soddisfatto, per ora -. Intanto il vino gli era stato già caricato in auto, stretta di mano a mio marito e a me con occhiolino che ovviamente nessun altro ha notato. E’ andato via.
Secondo capitolo
L’indomani mio marito, all’improvviso, mentre sistemavamo le bottiglie del vino in cantina, visto che per quel giorno i due aiutanti ci avevano chiesto entrambi un giorno di permesso; ricordandosi di quella domenica, per lui giorno di piacevole gita fuori porta mentre per me era stato l’inizio di un percorso che non sapevo assolutamente dove mi avrebbe portato, visto che non ero io a condurre ma colui che prepotentemente si era preso il diritto di decidere su di me, a cui però io non ero riuscita e forse non riuscivo (o non volevo?) sottrarmi dopo una vita passata a decidere per me e per gli altri, mi ha chiesto: – Senti, ma non è domani mattina che devi andare dalle tue amiche?- Prima di lasciarci, infatti, quel fatidico giorno, avevamo stabilito una data in cui incontrarci nella casa al mare di una di loro, per passare un po’ di giorni insieme noi amiche, senza mariti e/o figli.
La data era arrivata.
Gli ho risposto che mi sentivo stanca e che non avrei sicuramente potuto affrontare una levataccia l’indomani mattina per farmi accompagnare da lui alla stazione del paese vicino per prendere il treno delle 6,55.
Lui: – ma daiiiiiii, vedrai che lì con loro ti riposi e ti diverti e poi, amore un po’ di distrazione ti serve.
Io scherzando: – mi mandi via?
Lui: – smettila di dire fesserie, lo sai che dopo un’ora mi mancherai già. Quelle parole mi hanno sciolta. Mi sono avvicinata per baciarmelo tutto. Con mia sorpresa, prendendomi per mano mi ha portato in un angolino dietro le botti, ha cominciato ad accarezzarmi tutta. Tra un ti amo e un bacio mi ha fatto uscire le tette dal reggiseno e dalla scollatura della maglietta, mi succhiava i capezzoli, una mano sotto la gonna a massaggiarmi cosce e figa, come ci ha infilato il dito, all’improvviso mi è tornata in mente la faccia dell’uomo che pochi giorni prima mi aveva posseduta nel letto dove con la mia dolce metà ho fatto tre figli. La cosa mi ha eccitato non poco. Sono tornata alla realtà con la voce di mio marito che diceva: -Sei caldissima!
Mi ha voltata facendomi poggiare le mani al muro, La gonna su, in vita. Le mie gambe un po’ divaricate gli hanno dato modo di sistemare il glande all’ingresso della figa e tenendomi per i fianchi mi ha penetrata decisamente. Dava colpi più forti rispetto a quello che faceva di solito, la mia mente è tornata all’uomo altro dal mio lui e il mio corpo cominciava a reagire in modo potente, con tremori e sussulti, la fica mi si contraeva come reazione allo sfregamento del cazzo dentro il canale vaginale, sentivo che mi preparavo all’orgasmo.
Mi ha riportato alla cantina, a mio marito, la sua voce che mi diceva: – Ti amo amore mio. Quelle parole hanno smorzato in modo deciso l’intensità dell’orgasmo che mi preparavo ad avere. Forse anche la voce, quella di mio marito e non dell’altro, ha contribuito; ma se anche dalla bocca del mio uomo fossero uscite parole tipo: – Fammi venire, fammi godere troia! Goditi tutto il cazzo che ti piace sentirti la figa piena, o frasi simili, avrei goduto di più e meglio.
Oddio! Cosa mi stava capitando? Mai pensate cose simili prima. Possibile che quel porco avesse avuto così tanto potere su me? Che mi avesse cambiata così in fretta?
Comunque quel –ti amo amore mio- ha smorzato il mio entusiasmo, il mio piacere, lasciandomi abbastanza insoddisfatta. Chiaro che con il mio amore ero stata pronta a fargli intendere che come al solito, mi era piaciuto tantissimo e che come sempre avevo goduto.
La cosa è finita lì o almeno sembrava, uscendo infatti ho incontrato uno degli aiutanti cha aveva chiesto il permesso per quel giorno e che essendogli saltato l’impegno era venuto a chiedere se ci serviva che lui restasse. Mi ha anche detto che prime è entrato in cantina ha chiamato, ma nessuno gli ha risposto e che gli era parso di aver sentito voci e rumori ma poi era uscito di nuovo. Ci mancava solo che l’operaio mi avesse visto farmi scopare. L’ho mandato da mio marito e sono salita a casa.
Circa due ore dopo, mio marito, entrato a casa mi ha detto: – ti ho risolto il problema dell’alzarti presto per andare dalle tue amiche. Ti ho trovato un passaggio. –
Ho chiesto spiegazioni e lui ha proseguito: – quel signore che ieri è venuto a comprare il vino, l’ho chiamato, gli ho chiesto se fosse ancora in zona e mi ha detto che va via per tornare a casa sua domani mezza mattina. Gli ho chiesto se per lui fosse stato di impaccio passare a prenderti e mi ha dato piena disponibilità. Ha aggiunto che ne è felice, così non viaggia da solo.
Meno male che ero poggiata con le mani sul tavolo, perché da come, alla notizia, mi hanno ceduto le ginocchia, stavo cadendo per terra; mio marito che inconsapevolmente mi metteva nelle mani di colui che avrebbe ancora abusato di me, mi avrebbe ancora posseduta ed ero sicura che stavolta avrebbe avuto ancora maggior facilità perché non sarei stata minimamente capace di opporgli nessuna resistenza. Non che la prima volta fossi riuscita a farlo faticare molto per prendermi, ma stavolta mi spaventava il fatto che nella mia testa cominciasse a farsi largo un certo senso di piacere, un qualcosa che mi permetteva di sentirmi in fondo, meno colpevole perché era mio marito che mi spingeva verso quell’essere che mi infastidiva, con cui non avrei voluto aver niente a che fare, ma nello stesso tempo volevo perché capace di procurarmi piacere mai provato prima, per di più senza che io potessi fare nulla per impedirlo. Avrei potuto dirgli e stavo per farlo: – mi stai mandando dal porco che si è scopato tua moglie e che ancora vuole godere del mio corpo, mi stai mandando a piantarti in testa le corna. Non l’ho fatto.. quando ha detto: – passerà verso le 10,30 – 11,00; ha detto di tenerti pronta ho risposto va bene, aggiungendo anche un grazie. Per me sarcastico, per lui ovviamente gentile. Lui, mio marito, deve comunque aver colto un’espressione strana nel mio viso, tanto da chiedermi: -cosa c’è? Cos’hai? Io: – nulla, sono un po’ stanca, te l’ho detto. Lui ancora: – Senti, ma non è che è successo qualcosa? Io ho subito rivolto lo sguardo verso la sua faccia. Lui ha proseguito: – si, quando siete venuti a casa perché dovevi pulirgli i pantaloni? Io, facendo l’offesa: – ma per chi mi prendi? Dopo 40 anni di matrimonio mi fai il geloso? Non è successo proprio un bel niente! Lui: – daiiiiiiiiiii scherzavo! Vado giù a finire. Con un sorriso è andato via. Ero livida di rabbia, ma allo stesso tempo da quando avevo saputo come mio marito aveva organizzato le cose, aspettavo che arrivasse il momento e ogni ora istintivamente buttavo l’occhio all’orologio.
Non mi convinceva, quell’uscita, la faccia, l’espressione di mio marito. C’era qualcosa che non mi tornava. Perché mi aveva presa lì, in cantina. Non l’aveva mai fatto. Possibile così all’improvviso? Si era sempre trattenuto; poi, nei dopo pranzo o la mattina appena svegli ……………….
La presenza improvvisa dell’aiutante. Aveva visto? Mio marito sapeva? Perché la voglia di mandarmi a raggiungere le mie amiche, in macchina con quell’uomo? Era vero che non sapeva nulla di quello che era successo nella nostra camera da letto, nel nostro letto?
Terzo capitolo
Il viaggio
Le 10.40. E’ arrivato. Alle 11.00 siamo già in viaggio. Non appena superato l’incrocio di casa, le sue mani si allungano sulle mie cosce, sopra il ginocchio. Indosso dei pantaloni, è contrariato, mi dice che devo tirar fuori dalla borsa che è sul sedile posteriore in cui ho messo dei cambi dovendo stare via per alcuni giorni, una gonna. Non importa se corta, anzi meglio non appariscente: – non voglio che la gente pensi che vado in giro con donne volgari o che a tutti i costo vogliono sembrare giovani, mi deve permettere di scoprirti le gambe quando voglio. Oltre il tuo corpo, di te mi eccita appunto quest’aria di donna castigata, fin troppo seria che nonostante sia sposata da 40 anni ….. vero? Arrossisce a parlare di sesso con altri maschi. Soprattutto di fronte al proprio uomo.
Quella mano che tento di fermare non si arrende, rimane tra le mie ginocchia. Sale. La respingo ma sale. Stringo una coscia sull’altra, la blocco-
-ecco siii, cosìììì bravaaaaaaa. Fammi sentire quanto sono piene, morbide, burrose. Dai sbottonati i pantaloni e tirali giù, voglio sentire ancora al tatto quanto sono ancora lisce e sode, nonostante tutto. L’età che hai non la dimostri affatto. Hai una pelle, un corpo, delle cosce vent’anni più giovani. Senti come ci muovo bene la mano in mezzo. Si eccola. Arrivo alla bella figona polposa che mi piace tanto.
Mmmmm ce l’hai bella gonfia! Siiiiiiiiii. Voglia di cazzo? Dì la verità! Che porca sei! Ahahahah………….
Io ho biascicato un: – Bastardo, porco smettila: non così. Forse ho anche aggiunto: – E’ troppo. Così vengo! Ma non ricordo.
Mi ha riportato alla realtà, la mano che all’improvviso si sfilava da mezzo alle mie gambe, lasciandomi vuota, persa, spaesata. Ricordo di avergli afferrato il polso per riportare il tutto a pochi istanti prima. A quella mano che cominciava a frugarmi bene. Ho urlato:- NON PUOI. NON PUOI LASCIARMI COSI’, SEI UN FIGLIO DI PUTTANA! Lo volevo. Lo volevo ancora. Me ne sarei pentita ma lo volevo.
Lui ritraendo la mano: – aspetta, pazienta. Non ancora, Voglio farti impazzire. Voglio che arrivi a chiedere cazzo al primo che vedi, se io non te lo do. Mettiti una gonna.
Ho afferrato la borsa tirando fuori una gonna leggera che mi copriva le gambe fino ai polpacci. Come ho sollevato il sedere per sistemarmi l’indumento, lui mi ha palpato le natiche, ha spostato le mutande e mi ha infilato un dito nel sedere. Ho tirato fuori un – Ahiiiiiiiiii, pianooooooooo. Lui ha sorriso cominciando a muovere il dito dentro il mio culo, ma come ha sentito che cominciavo a stringere lo ha sfilato di colpo.
Sempre più delusa, arrabbiata, eccitatissima. Cominciavo a non capire più nulla. Mi sono seduta nuovamente e lui mi ha subito scoperto le cosce: – Lasciale in vista. Io ho protestato: – ma stiamo entrando in un centro abitato! Lui :-non ti vede mica nessuno; sei in macchina, sportello chiuso stiamo camminando; chi ti vede? Mica si sporgono all’interno sapendo di vedere due belle cosce nude! Ho pensato: – allora guarda porco; guarda, lasciaci gli occhi sulle mie cosce! Mentre passavamo in paese mi ha colto di sorpresa: si è fermato all’altezza di alcuni tavolini di un bar posti sul marciapiede della strada da noi percorsa. Ha abbassato il finestrino del mio lato e ha chiesto ai presenti informazioni stradali, io ho subito tentato di coprirmi abbassando l’indumento ma lui ha poggiato il palmo della mano sul mio sedile facendo in modo che il suo polso e braccio quasi fino al gomito stessero tra le mie cosce, impedendomi così di coprirle completamente. Come i due che hanno risposto alla richiesta di informazioni avvicinandosi all’auto; sulle mie cosce ci hanno piantato gli occhi. Lui: – vi piacciono? Loro: – behh si! Lui:- siete in macchina? Loro:- abbiamo il camioncino. Indicando il mezzo parcheggiato di fronte sull’altro lato della strada lui:-volete seguirci? Loro non credevano alle loro orecchie:- certo!. Io non volevo, non potevo crederci. Era un sogno. Un incubo. Mi stava cedendo a dei perfetti sconosciuti. I due sono andati verso il loro camion, piantando in asso i loro amici. Mi sono avventata al mio autista subissandolo di schiaffi, di insulti, minacce e improperi. Non ultima la minaccia di scendere appena si fosse fermato e di denunciarlo.
Lui: – ok! Va bene! Ti riporto da tuo marito, però gli dovrai delle spiegazioni. Ha fatto inversione. Si è fermato dai due che si apprestavano a salire sul mezzo e ha detto loro: Ragazzi (????? Forse 55/56 anni o anche più), prima dobbiamo sbrigare una faccenda, ripasso tra 10 minuti. Loro, un po’ interdetti:- Mah? Lui:- Fidatevi, ripassiamo. Aspettate qui, ok?? Loro:- Ok! Dopo esseri guardati tra loro non capendo.
Come stavamo tornando a casa mia lui non parlava, non mi toccava, guidava con gli occhi verso la strada. Io ero sempre più che eccitata. Ad un certo punto, dopo circa metà strada io:- Va bene! Lui ha inchiodato accostandosi alla prima piazzola utile:- va bene? Altrimenti ……………….. io va bene, però.. mi ha interrotto:- però niente, o va o non va, decidi. Io: – Va!
L’auto ha volato per tornare dai due, ci hanno seguiti per un po’ di kilometri. Due semafori hanno permesso all’auto di affiancare il camion e far vedere all’autista del mezzo, come colui che al mio fianco guidava l’auto, con la mano destra mi frugasse tra le cosce. Come spostava le mutandine inserendomi uno o due dita in figa. Io non ne potevo più, lasciavo fare. Stringevo le cosce e le riaprivo. Abbiamo svoltato verso la campagna distanziando il camion. Ci siamo fermati in uno spiazzo riparato, lui si è tirato giù i pantaloni e le mutande facendomi vedere il pene che pochi giorni prima mi ero sentita dentro. Nodoso, non lungo ma abbastanza grosso, come avevo già notato dopo che sul mio letto mi aveva scopata: -bacialo e prendilo in bocca. Così ho fatto. La sua mano sulle mie natiche, con la sinistra mi spingeva in basso la testa per infilarmelo tutto in bocca, fino alle palle. Mi sbatteva in gola. Con la destra mi massaggiava il sedere, spostava le mutandine, con i polpastrelli mi stuzzicava le labbra della figa, gonfie a dismisura per la voglia di racchiudere un pene tra esse, ci entrava un po’ dentro e entrava anche in culo. Presto ho sentito altre mani. I due erano arrivati, mi tiravano, ma il tizio che mi scopava la bocca :- aspettate un attimo. Ho quasi finito con lei poi è vostra. Magari io me la ripasso dopo tanto stiamo insieme, non scappa.
Quattro fiotti, tutti in bocca, li ho sentiti potenti, esplosivi, non mi ha permesso di mollare pressandomi la nuca. Ho ingoiato tutto. Così violentemente con mio marito, mai fatto in 40 anni e passa. Gli altri, che intanto si masturbavano, mi hanno presa. Fatta inginocchiare leccavo, succhiavo e menavo entrambi. Uno mi ha messo in piedi mi ha voltata, mani sul tettuccio, un piede sullo stipite inferiore dell’apertura dell’auto, gonna su, culo sporgente ed è proprio lì che mi sono sentita lacerare. Ho urlato, ma lui senza pietà era dentro, più nodoso del primo. Più grosso e lungo. Non so come ma con due colpi è riuscito a ficcarmelo tutto dentro. Passando un braccio attorno al mio fianco mi frugava la figa con le dita:- Muovi il culo troiona, fammi godere. Dammi tutto questo tuo bel culone. Cosììììììììììììììì bravaaaaaaaaaaaaa ballami sul cazzoooooooooooo agita i fianchiiiiiiiiii Siiiiiiiiii ahhhhhhhhhhhhhh bellooooooooooo.
Stavo godendo, venivo, non smettevo di venire, gli sono venuta sul cazzo, mentre ancora mi inculava e mi masturbava. Gli ho allagato la mano e i coglioni. Lo sentivo ancora dentro, cominciava a bruciare un po’, volevo farlo venire e continuavo a dimenare i fianchi. Lui:- Dai che vengoooooooo, si cosìììììì. Fammi svuotare i coglioni dentro il tuo bel culone. AAAHHHSSSSIIIIIIIII SBORROOOOOOOOOO VENGOOO.. TUTTOOOOOOOOO
Si è svuotato! Ero sfinita ma l’altro mi ha subito fatta inginocchiare mettendomelo in bocca. Dopo poche pompate era durissimo. Mi ha stesa con la schiena sul cofano. Lui in piedi tra le mie cosce, mi ha penetrata subito.
Pompava, usciva tutto e rientrava, mi ha scopata per buoni 10 minuti, nei quali sono venuta due volte, l’ultima mentre con tre colpi che mi hanno fatto male, si è scaricato in fondo alla mia vagina.
Mentre i due salutavano colui che a loro mi aveva regalata, io tenendomi alla macchina sono riuscita a sedermi al posto che occupavo prima. Il “mio” autista, senza dire niente, ha abbassato lo schienale del mio sedile, si è calato i calzoni e mi è venuto sopra. Come il giorno a letto, gli avvolgevo i fianchi con le cosce, i miei polpacci sulle sue cosce, le mie gambe avvinghiate alle sue. Una sua mano sulla mia spalla e l’altra a palparmi una coscia. Le mie braccia attorno al suo collo. Lo sentivo tutto scorrere dentro la mia vagina. Nonostante le precedenti invasioni lo stringevo, la mia figa pulsava tutta attorno al suo pene. Lo sentivo. Le nostre facce una di fronte all’altra. Lui:- ahhhhhh. Sssiiiiiiiiiiiiiiii! Sei ancora più calda! Ho proprio beccato un’assatanata che andava solo svegliata. Bella puledra.
Si è irrigidito. Il suo pene si ingrossava, durissimo. E’ venuto mentre gli davo il mio miele ancora una volta.
Siamo ripartiti. Non volevo parlare, non volevo guardarlo. Non volevo essere lì. Ho chiuso gli occhi. Lui, distraendomi dal mio voler svuotare la mente dai pensieri ha detto: – se vuoi dormire abbassati lo schienale, starai più comoda.- Mi seccava dargli retta, anche per quell’insignificante piccolo consiglio, ma aveva ragione. L’ho fatto e mi sono appisolata. Stanca, spossata da tutto quello che era appena successo, ma soddisfatta e con un senso di piacere il cui merito dovevo all’uomo che in quel momento era seduto a fianco a me, che guidava l’auto che mi portava a trovare e stare un po’ di giorni con le mie amiche, con persone per me estremamente piacevoli. Quel senso di piacere che sentivo mentre la mano del porco sul mio ginocchio saliva su per la coscia stava crescendo, e lo dovevo a lui anche se ammetterlo mi infastidiva tremendamente, ma era esattamente così. Potevo provare a negarlo, ma non a me stessa. Era la verità.
Tentavo di allontanare la sua mano dalla mia gamba: – Lasciami riposare in pace. Non ti basta? Smettila! Togli quella mano. Schifoso!
Lui: – Riposa! Che fastidio ti do? Voglio ancora sentire le tue cosce soffici e la tua pelle liscia e calda, ti accarezzo solo. Tu dormi!
Non riuscivo a distoglierlo da quell’intenzione. Palparmi ancora. Quelle carezze però, quelle leggere pressioni dei polpastrelli e di tutta la mano sulle mie carni, mi davano un effetto piacevole come non avrei voluto. Con la scusa che non riuscivo a dissuaderlo dall’intento e anche se maledicevo me stessa mi sono goduta anche quella mano che addirittura contribuiva a rilassarmi. Così mi sono addormentata.
Sogni confusi. Facce di uomini, mio marito, volti di amici, di ex colleghi del mio lavoro precedente di insegnante, Ricordo di aver visto nel sogno, nitida la faccio di uno dei bidelli. Quello che mi diceva scherzando ( ma forse non troppo che se avesse avuto 10 o 15 anni in meno …………… Le solite frasi che i maschietti tirano fuori per far capire a una donna che è gradita). Ho rivisto, durante quel dormi veglia confuso e disturbatissimo, Il volto del segretario, torvo, con la barba mal curata, basso, praticamente un nano, che con la sua gobbetta incuteva un certo timore un po’ a tutte noi insegnanti donne. Spesso ridendo il commento era: – Non vorrei trovarmelo nell’antibagno mentre esco sistemandomi la gonna dopo aver fatto pipì-. Qualcuna proseguiva: – io no vorrei trovarmi sola neanche con il tecnico. Pare che i due siano molto amici. Vi ricordate Monica? La supplente di lettere dell’anno scorso? Sembra che siano riusciti ad attirarla a casa di uno dei due. Lo ha raccontato lui a qualcuno vantandosene. Sembra che tutto sia iniziato quando ha portato una classe in sala proiezioni e lei, non essendoci posto, è rimasta in piedi proprio vicino al tavolo dove lui, il tecnico, armeggiava con il computer …… e non solo con quello, ha aggiunto un’altra.
Sognavo i due che mi avevano appena scopata, me li vedevo sopra, sentivo le loro mani, i loro respiri, Le parole con cui mi trattavano da perfetta troia quale ero stata per loro. Rivedevo il volto di mio marito; lo sentivo che anche lui mi trattava da puttana come mai aveva fatto.
Sentivo mani dappertutto, sul sedere, sulle tette, sulla figa, sulle cosce; mentre le mie mani costrette, tenuta per i polsi, a masturbare peni eretti di molti maschi.
Nel dormiveglia, li, sul sedile di quella macchina, nella confusione di quei sogni, sentivo soprattutto una mano, tra le mie cosce, mi frugava. Ho aperto gli occhi nell’istante in cui due dita mi penetravano ancora. Non era più un sogno. Veramente il porco con la mano sinistra continuava a guidare e con la destra riprendeva a masturbarmi, dopo essersi denudato il pene e, sicuramente mentre il sonno mi catturava, aver guidato la mia mano sinistra a impugnarlo e massaggiarlo. Evidentemente gli è bastato poco per condurre la mia mano a quell’azione perché ora continuavo senza che lui mi costringesse, mentre sollevavo il bacino per andare incontro ancora a quelle dita permettendo loro di inserirsi più in fiondo, nella mia vagina. Riprendendo coscienza cominciavo a dire: – no, no, nooo dai bastaaaaaaa non posso continuare cosììì. Sono una donna sposata non posso. NON POSSOOOOOOOOOO!! Lo dicevo a voce sempre più alta e concitata mentre continuavo a fargli una sega e a sentire bene quelle dita che mi masturbavano ancora.
Lui: – Però ti piace, ti muovi tutta. Il tuo corpo si dimena, non riesci a star ferma. Ma se vuoi tolgo le dita e la finiamo qui.
D’istinto ho stretto le cosce per evitare che quello che aveva appena detto, potesse farlo davvero e ho gridato: – NOOOO, bastardooooooo continua, continuaaaaaa non fermarti adessoooo fammi venire ancora figlio di puttanaaaaaaaaaaaaaa e ancora sono esplosa.
Per una buona ventina di minuti mi ha lasciato in pace e mi sono riappisolata.
Quarto capitolo
Cambio di percorso
Il risveglio mi ha fatto prendere coscienza che la direzione del viaggio non era quella che doveva essere. Ho subito chiesto spiegazioni. Mi ha risposto: – sono quasi le 13,30. Ho pensato che potremmo mangiare qualcosa in un bed and breakfast che comunque ha la cucina sempre aperta, all’interno del paese xxxxxxxx qui a ormai pochi chilometri. Così dopo potrai riposarti una mezz’ora.
Mi si è gelato il sangue. Conoscevo bene quella strada, quel posto, erano nostri conoscenti, compravano da noi il vino. Mi era anche capitato di invitare e portare la moglie del titolare del B&B a dei nostri incontri e qualche volta a alcune riunioni con le mie amiche. Proprio come quella verso cui ero diretta.
Ho protestato. Ho detto che volevo arrivare in fretta dove mi avrebbe dovuta portare. Lui ha alzato la voce per la prima volta: – Tu non decidi, non l’hai ancora capito? Eppure te l’ho dimostrato e te lo sto dimostrando ogni momento. Si fa così e basta.
Ci mancava il dover spiegare quella situazione a delle persone quasi estranee, ma ormai ………… avrei, avremo trovato delle buone scuse. Era questo che mi auguravo anche lui avesse in mente, non certo la verità.
Ho detto che dovevo telefonare alla persona che mi aspettava per avvertirla del cambiamento di programma. Così ho fatto. Ho chiamato anche mio marito spiegandogli la variazione. Mi ha risposto: – Salutali da parte mia. Buon viaggio.
Arrivati, il marito non c’era. Ci ha accolto la moglie, Amelia, ovviamente sorpresa: – Come mai siete qui? Che bello vederti Federica, poi rivolta a lui: – come sta? Mio marito ha accompagnato dei clienti nel punto dove dovevano iniziare un’escursione poi farà altre commissioni. Credo che tornerà verso metà pomeriggio. Pranzate qui ovviamente vero? Lui ha risposto: – si eravamo qui in zona. Sono andato a prendere del buon vino dai signori, indicando me, e la signora visto che raggiunge delle amiche proprio dove abito io in città, viaggia con me.
Lei, Amelia: – ah, si certo, che bello a volte Fede ha portato anche me. Come stanno le altre?. Io: – bene, bene, staremo tre o quattro giorni insieme. Poi mi è venuto in mente che potevo chiedere a lei di venire, così da non stare più sola con quell’essere schifoso, ma subito una domanda mi è saltata in mente: davvero non volevo stare sola con lui? Comunque l’ho chiesto ad Amelia. Le si sono illuminati gli occhi: – Mah sai, con tutto quello che ho da fare qui. E poi mio marito non c’è dovrei parlarne con lui.
A questo punto è intervenuto lui: – Lo aspettiamo e glielo diciamo. Non è d’accordo signora Federica? Dopo quello che mi aveva fatto….. signora Federica!
Io che invece mi aspettavo che lui considerasse un terzo in auto come un disturbo, sono rimasta sconcertata. Cosa voleva? Che intenzioni aveva ancora?
Abbiamo pranzato, tutti e tre insieme. Dopo pranzo Amelia ci ha gentilmente offerto di poterci riposare. A me è toccata una stanza allo stesso piano della sala in cui avevamo pranzato a piano terra. Lui, invece è andato al piano superiore. Amelia ci ha avvertiti che in bagno, proprio vicino alla mia stanza, la mattina si era verificato un problema pregandoci di utilizzare quello al primo piano, a fianco alla sua camera da letto.
Detto, fatto! Durante il sonno che dopo pranzo mi ha catturato, vista anche la mattinata appena trascorsa, mi è arrivato lo stimolo che svegliandomi mi costringeva ad andare in bagno. Salite le due rampe di scale, avvicinandomi alla porta del bagno, ho sentito delle voci nella stanza da letto che Amelia ci aveva detto essere la sua e del marito.
La curiosità ha vinto. Origliando meglio, le voci che sentivo e riconoscevo, anche se facevano di tutto per parlare a basso volume, erano di Amelia e del porco.
Non ho resistito. Provando ad abbassare la maniglia la porta si è aperta, non avevano chiuso a chiave. Attenta a non farmi sentire ho aperto solo il giusto tanto per poter sbirciare cosa succedeva. Erano in piedi di spalle. Lei, pantaloni calati alle ginocchia. Mutandine ancora indossate, camicetta aperta e seni fuori dal reggiseno, con i palmi delle mani poggiati alla parete, le braccia piegate e il copro schiacciato al muro su cui poggiava anche una guancia. Vedevo il suo profilo. Faccia tirata, preoccupata, ma allo stesso tempo qualcosa di felice tradiva quell’espressione.
Lei diceva: – no smettila, sta per rientrare mio marito. Non così, dai non adesso.
Lui che rispondeva: – bugiarda! Hai detto che rientrava nel tardo pomeriggio. Sono eccitato. Senti che effetto mi fai? Sentilo come è duro! La tua amica in macchina mi ha eccitato. Tutto quello che le ho fatto fare e che le ho fatto. Prima di arrivare qui l’ho masturbata ancora ed è venuta. Mi stava segando ma non ha finito. Prima le ho sborrato dentro dopo che l’ho regalata a estranei. Quella sega non conclusa però mi ha indurito ancora il cazzo. Lo senti? Vuoi davvero che smetta?
Lei. – no porco, continua. Lo sento, è durissimo. Sei un porco bastardo! Lo sai che così mi eccito da morire. Te la sei fatta Federica Eh? Maiale! Ti ha soddisfatto? Ti è piaciuta? Te lo ha munto come volevi? Com’è? Lo prende in figa meglio di come te lo aspiro io? Di come te lo mungo? Te lo strizzo? Ti ha prosciugato come mi dici sempre che faccio io? Ehh? Rispondi, maiale!
Lui dietro di lei, la costringeva a stare schiacciata alla parete. La mano di lui, da quello che vedevo si infilava tra muro e corpo della donna, staccandola il tanto che gli permetteva di palparle un seno in modo pesante, osceno. Non vedevo l’altra mano ma da come lei sporgeva indietro il culo era facile immaginare la stesse frugando tra le cosce. Dall’espressione della donna sembravano essere nel pieno di una scopata oppure lei glielo stava catturando tra le natiche, lui aveva i pantaloni aperti, calati solo il tanto che scoprivano il sedere ed era a torso nudo. Petto e pancia a contatto con spalle e schiena di lei. Quando, staccandosi dalla parete si sono involontariamente messi a favore della porta, ho immediatamente richiuso, ovviamente senza farmi sentire, ma visto che i rumori continuavano come prima, segno che non si erano accorti della presenza di una terza persona, mi sono fatta coraggio riaprendo la porta sempre solo il tanto che mi permetteva di vedere senza essere vista. Ho potuto notare le cosce snelle di Amelia, tra esse uno spazio che faceva passare un po’ di luce, cosa che le mie invece non permettevano. Soprattutto, però, ho visto come con quelle cosce, carnose vicino alla figa, lei avvolgesse il pene dell’uomo. Si vedeva bene la cappella violaccea che spuntava in mezzo ad esse, in contrasto con la carnagione bruna delle gambe di Amelia, gambe che si richiudevano senza spazi dalle ginocchia in giù, lasciando filtrare un alto po’ di luce poco sopra le caviglie, finissime; tanto che ci si poteva chiedere come facessero a non spaccarsi tanto erano fini, quando, in piedi, reggevano quel corpo certo magro ma comunque ben fatto con le curve e le polpe giuste ai posti giusti nonostante la donna si portasse sui 55 56 Anni di vita. Era decisamente una bella donna. Un po’ di nei le punteggiavano corpo e viso, la sua magrezza non disturbava per niente.
Insomma, lei lo masturbava con le cosce, stringendolo tra esse sfregandole una sull’altra e su quel pene la cui punta scompariva quando lui tirava indietro il bacino per ricomparire quando dava il colpo di reni in avanti. Le stava scopando le cosce. Lentamente, di continuo con colpi a volte violenti, a volte spingendo con estrema lentezza. Ho pensato che un trattamento così dentro la mia vagina, mi avrebbe fatto impazzire, urlare dall’inizio alla fine. Era un modo di muoversi differente da come si muoveva le due volte che mi si era piazzato tra le cosce, lo avevo sentito eccome, mi aveva fatto male, mi aveva aperta ma mi era piaciuto, però credo che muovendosi come stava facendo per farlo sentire a lei tra le cosce, mi avrebbe dato modo di avere orgasmi più intensi, più forti.
Mamma mia! Ma cosa mi veniva da pensare? Ma chi stavo diventando?
Senza rendermene conto mi stavo masturbando lì, nell’andito. Spiando due che si accoppiavano. Sentendo un uomo estraneo che raccontava le mie prestazioni di femmina a un’altra donna che tutto sommato, era una semplice conoscente con cui avevo rapporti formali ma non più di questo.
Lui l’ha spinta sul letto. Lei ci è caduta prona. Tette a contatto con il materasso. Sedere all’aria. Le ha piazzato un cuscino sotto la pancia.
Lei:- cosa vuoi fare?
Lui: – Sai quando mi sono eccitato di più guardando la tua amica tra le braccia di quei due estranei? Quando il primo, in piedi se l’è inculata. Lei ha urlato. Si sentiva che non era abituata, che le ha fatto male. Ma guardandola in faccia, si vedeva che dopo due o tre colpi di cazzo stava comunque già godendo. Soprattutto quando lui ha cominciato anche a masturbarla. Lei ha cominciato a muovere il suo culone, a dimenare quei fianchi corposi, pieni, a ballargli sul cazzo finché non lo ha costretto a sborrarle dentro. Che troia ……! Siete diverse. Tu hai una vita sottile, culetto piccolo, molto ben fatto, cosce più lunghe, più snelle, ma soffici e calde come le sue e mi piacete tutte e due, siete due opposti.
Lei: – cosa vuoi fare? Lo sai che lì non voglio. Urlo, mi fa male. Magari lei si sveglia e forse anche il tizio che ha preso l’altra stanza al secondo piano, no dai no!
Lui: – così si eccitano e magari ci scappa un quartetto Ahahahah………. !
Amelia: – smettila noooooooooo!
Le ginocchia di lui tra quelle di Amelia. Prendendosi il cazzo con la mano glielo ha puntato in mezzo alle natiche. Ha spinto. Un siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii ha accompagnato l’ingresso e il dolore della donna che nonostante avesse la faccia schiacciata sul materasso ha lanciato un urlo quasi sovrumano. Lui stava fermo. Poi, d’improvviso un altro colpo di reni, un altro urlo della donna e le parole dell’uomo: – cosìììììììììììì tutto dentro. Ahhhhh culo meravigliosoooooooooo sei una bomba di sessoooooo e tuo marito è un cretino se non te lo fa. L’uomo si aggrappava alle spalle di lei per infilarglielo più in fondo. Più dentro.
Ho avuto paura che veramente quelle urla potessero essersi sentite, sono scappata in bagno continuando a masturbarmi, ma dopo pochissimo ho sentito un: – vengoooooooo, cazzo mi fai già venireeeeeeeeee puttanaaaaaaa il tuo culo stretto mi fa già sborrareeeeee. Poi silenzio. Ho sentito muoversi e per paura che soprattutto lui volesse il bagno libero accorgendosi della mia presenza, ho interrotto, mi sono ricomposta, ho aperto piano e sono tornata giù in tutta fretta.
Dopo un bel po’ di tempo, quando loro sono scesi, mi sono sentita tremendamente gelosa della donna che poco prima lo aveva soddisfatto, la donna che aveva dentro sé lo stesso liquido vischioso e denso che avevo io. In posti diversi interni dei nostri corpi di donne, ma questo particolare ci accomunava, ci rendeva intime, ne ero gelosissima e forse lei di me.
Tornato il marito di Amelia e non avendo nulla in contrario affinché la moglie venisse con noi, siamo ripartiti
Con la coda dell’occhio ho notato Amelia dietro che con la gonna tirata un po’ su sulle ginocchia, tenendo le gambe leggermente aperte, gli permetteva di guardarla sotto l’indumento attraverso il piccolo specchio di cui era fornita anche l’aletta parasole abbassata lato autista. Chissà se era anche senza intimo!
Io: – che caldo! Con quella esclamazione sistemandomi meglio sul sedile a fianco a lui che guidava, ho fatto in modo di scoprirmi le gambe, quasi fino alle mutandine.
Due paia di cosce sotto i suoi occhi. Scrutavo il bozzo che nascondeva dentro i pantaloni. Sempre più evidente. Volevo fargliela pagare appena ne avessi avuto l’occasione.
Ho detto che essendomi dimenticata di andare in bagno, avevo bisogno di fermarmi a fare pipi. Perciò l’ho pregato di fermarsi al primo distributore di benzina o bar che vedevamo. Lui ha acconsentito aggiungendo che ne avrebbe approfittato per rifornire e ci saremo presi il caffè.
Mentre con l’auto ci sistemavamo a fianco alla pompa di benzina, l’addetto si è avvicinato lato autista.
– Buongiorno. Quanto?
-Il pieno grazie. Le mie ginocchia rivolte verso la leva del cambio consentivano al tizio fuori di buttare l’occhio per pochi istanti tra le mie gambe. Quasi fino alle mutandine. Sistemata la pompa nel serbatoio si è affrettato a prendere a pulire il parabrezza, cosa che gli ha consentito di godersi meglio la vista del mio interno cosce che intanto avevo puntato verso il parabrezza.
Finita l’operazione, abbiamo spostato l’auto in un punto in cui potevamo lasciarla per entrare al bar dello stesso distributore di benzina. Il locale ospitava una buona parte di clientela maschile, sette o otto persone e due donne che alla cassa stavano pagando e andate via si sono portate dietro i rispettivi cavalieri. Ordinati i caffè ci siamo spostati in uno dei tre tavolini alti in cui si possono poggiare le tazze e che praticamente permettono di stare in piedi a consumare. Il nostro tavolino aveva due sgabelli alti fissati per terra. Di quelli che per sederti ti ci devi praticamente arrampicare. Da buon gentleman (??????) li ha ceduti a noi. L’operazione ha costretto sia me che Amelia a scoprire le gambe, cosa che non è sfuggita ai presenti. Barista compreso. Bevuto il caffè mi sono avvicinata al bancone chiedendo al barista dove fosse il bagno. Mi ha detto che dovevo uscire e andare dietro il caseggiato. Così ho fatto avvertendo i miei due compagni di viaggio.
Uno spazio con un lavandino, due porte con dentro il wc. Nessuna delle due si poteva chiudere a chiave. Costretta a sedermi sul water tenendo la porta chiusa con la mano, meno male che lo spazio stretto lo consentiva, mentre urinavo ho sentito un fischiettio di uno che entrava. Ho sentito il rubinetto dell’acqua: meno male. Deve solo lavarsi le mani. Una spinta alla porta. Si è aperta. Io seduta ancora a fare pipì avevo davanti il benzinaio che richiudendosi la porta dietro mi Ha messo una mano a tapparmi la bocca e con l’indice dell’altra appoggiato al naso mi intimava di fare silenzio.
-ti piace provocare con quelle cosce vero? Far vedere le mutandine al primo che capita.
Ora con quella bocca ti dai da fare, non preoccuparti, se tentano di aprire ci sono io. La porta mi sbatte sulle spalle al limite pensano a uno che piscia.
Si è tirato fuori l’uccello e prima che io potessi anche solo pensare, facendomi sedere al bordo del wc, sporgendo in avanti il busto me lo sono ritrovato in bocca.
Le sue mani sulla mia testa, le mie sulle sue cosce muscolose. Era grosso, occupava tutta la ma bocca. La cappella puntava verso l’alto raschiandomi il palato. Un suo ginocchio tra le mie cosce e un mio ginocchio tra le sue. Mi stringeva una tetta con la mano e con l’altra continuava a imprimere il ritmo avanti e indietro alla mia testa. Lo ha tirato fuori. – prendimi in bocca le palle, sbrigati! ero terrorizzata. Ho ubbidito. – adesso leccami tutta l’asta, siiiiiiiiii cosiiiiiiii bravaaaaaaaa
Mi sono ricordata della vendetta e ho continuato. Mi ha fatto alzare. Si è seduto lui e facendomi spalancare le cosce mi ha preso in grembo. Le sue mani sul mio culo. Mi sono praticamente io infilata il suo cazzo in figa. Mi schiaffeggiava culo e cosce. Le mie tette denudate all’altezza della sua bocca. I miei capezzoli succhiati.
Mi è venuto dentro prima che venissi anch’io. In un lampo è sparito. Sono uscita nel momento in cui anche la porta dell’altro wc si è aperta. Un uomo sulla cinquantina, con due baffoni mi ha sorriso, io ho fatto finta di nulla, mi ha afferrata un braccio e mi stava tirando dentro da dove lui era uscito. Ho fatto resistenza. Lui: – non voglio scoparti qui, voglio solo farti vedere una cosa. La parete tra i due wc era di assi di legno affiancati verticalmente. Due di questi però in un punto in basso formavano un piccolo foro che se non si guardava attentamente sfuggiva ma dal quale inchinati o seduti si vedeva, avvicinando l’occhio, ciò che succedeva dall’altra parte. Sono uscita, lui mi seguiva dicendo: – Ho il camion parcheggiato qui, vedi? Quello, indicando un bestione di T.I.R. mastodontico. Ho la cuccetta. La cabina è spaziosa. Staremo comodi. Insisteva. Non gli davo ascolto, poi, ad un certo punto ho detto: – non sono sola. Lui: – Non preoccuparti. Arrivati sul piazzale antistante ho visto Amelia e il nostro autista discutere animatamente. Il baffone si è avvicinato a loro e poco dopo i due uomini mi hanno fatto cenno di seguirli. Amelia stava ferma, piantata, lui, il nostro compagno di viaggio è indietreggiato, l’ha delicatamente presa a braccetto e lei si è mossa, i tre, andavano verso il camion. L’uomo con i baffi è tornato da me, mi ha cinto la vita con il braccio e io mi sono lasciata portare senza opporre la benché minima resistenza, come invece avrei dovuto e voluto fare se avessi ragionato a mente lucida.
Inutile dire che per aiutarmi a salire sul mezzo, ho sentito mani dappertutto.
Cabina spaziosa, cuccetta dietro i sedili ampia, spazio tra sedile passeggero e cruscotto decisamente largo. –Allora! Ha cominciato il baffo, come ci sistemiamo?
Il nostro autista ha subito replicato: -. Credo che tu voglia farti Federica, lei, Indicando me. Io intanto lo metto tra le cosce di Amelia.
Certo non si poteva definire “fine” nel parlare
Il baffo: – Ok voi siete gli ospiti, andate in cuccetta, noi lavoriamo qui sul sedile passeggero. Poi vedremo non è detto che non ci venga voglia di scambio di coppia. Anzi, già da ora l’idea è quella. Sia chiaro!
In un attimo Amelia a cosce larghe coricata ospitava tra le sue gambe la faccia del porco che ci aveva attirate in quella situazione. A sentire i suoi gemiti, a vedere le sue contorsioni, la leccava molto, molto bene. Il proprietario del camion seduto sul sedile passeggeri dopo liberato di pantaloni e mutande, mi sventolava il cazzo sotto gli occhi mentre con un cuscino sotto le ginocchia ero accovacciata tra le sue ginocchia tra sedile e cruscotto.
Mentre succhiavo sentivo i gemiti di Amelia. Ricordo distintamente averle sentito dire: – vengo, vengo! Almeno due se non tre volte mente la leccava e la scopava.
Io, dopo averlo succhiato, sentito la sua cappella in gola, averlo fatto venire ingoiando praticamente tutto, costretta da lui che mi pressava le mani sulla nuca e averlo continuato a succhiare fino a farglielo tornare duro, quando mi ha fatto sedere su di lui puntandomelo tra le natiche e afferrandomi per la vita abbassandomi di colpo e impalandomi tutta in un colpo solo, ho cacciato un urlo che ha fatto preoccupare gli altri, costringendoci a attimi di silenzio per accertarci che nessuno si fosse allarmato arrivando a vedere cosa fosse successo. Dopo un po’, Amelia cavalcava il suo scopatore, io continuavo a muovere il culo che mi bruciava dando piacere per la seconda volta al mio. Tra scambi vari compreso uno spettacolo lesbico tra me e Amelia offerto ai due uomini e dopo esserci riposati. Siamo tornati al bar. Tramezzino e birra gli uomini. Io e Amelia acqua e nient’altro, a nessuna delle due andava di mangiare, ognuno ha proseguito per la propria meta.
Quinto capitolo
A destinazione
Finalmente giunte a destinazione, ci ha accolte Susanna, donna tranquilla, almeno per come la conoscevo, cinquantasette anni, abitante in un quartiere del capoluogo di regione in cui storicamente la piccola borghesia cittadina aveva una delle sue concentrazioni, Impiegata alla ASL come Dirigente del Servizio Farmaceutico Territoriale, moglie di medico, con due figli, un ragazzo con problemi di disabilità fisica e una ragazzina ben inserita in discipline sportive, evento che consentiva alla famiglia di viaggiare molto per seguirne le imprese e che a volte, invece, vedeva solo il padre accompagnare la figlia, quando lei non viaggiava con la squadra senza i genitori, mentre la madre con il fratello stavano in città, soprattutto quando Susanna non poteva spostarsi per impegni di lavoro. Con lei c’era Alessandra, isolana acquisita, sposata, due bimbi, donna peperuta di quelle a cui, all’opposto della prima, se chiedi di stare un attimo ferme stai chiedendo il sacrificio peggiore, abitante in uno dei paesotti dell’hinterland cittadino, quello che da il nome all’aeroporto, amante dei social network sui quali non lesina pubblicità delle sue gesta e impegni professionali come etnologa e antropologa e che qui l’hanno portata già dal periodo della Tesi di Laurea.
Entrambe non più alte del metro e sessantacinque, Susanna, capelli castano scuro arruffati, con un po’ di bianco che ne rende l’espressione del viso da monellina maliziosetta, spesso occhialuto dalla carnagione leggermente olivastra, ancora decisamente attraente e dalla quale non ci si aspettano curve ancora parecchio pronunciate vedendola con i vestiti indossati a nascondere una quarta di seno, sedere non grosso ma assolutamente piacevole, forse cosce un po’ magre in proporzione al suo didietro, ma nulla che possa disturbare già alla vista. Alessandra, invece, biondina con un quasi caschetto a cornice di un viso più angelico con guanciotte piene come del resto il corpo assolutamente notevole anche fasciato dai vestiti. Se fosse vero il detto”gambe storte scopa forte”, sarebbe ancora vergine. Invece è lei la cosiddetta eccezione che conferma la regola.
Seduti attorno al tavolo sorseggiando il caffè che Susanna pochissimi istanti prima aveva preparato, io ero fortemente preoccupata per ciò che sarebbe capitato, viste le esperienze che fin a quel momento mi avevano coinvolto e in cui anche una terza persona, Amelia era stata tirata dentro. Tutte, tra noi ci conoscevamo come brave donne e nessuna sapeva di eventuali scappatelle o episodi che le altre avevano vissuto a livello extraconiugale, figuriamoci se potevamo sapere se ognuna di noi avesse una cosiddetta doppia vita ….! Le uniche cha sapevano l’una dell’altra, a questo punto eravamo io e Amelia, ma nessuna delle due voleva che le altre fossero messe al corrente o coinvolte.
Ad un certo punto, il nostro ospite, chiamiamolo così, come aveva fatto a cena con me e mio marito a casa mia giorni prima, ha tirato fuori dalla tasca la solita fiaschetta di liquore e prendendo la parola: – signore, anzi, belle signore, vorrei chiedervi un parere. Questo liquore è una mia produzione e quando lo faccio assaggiare a qualche donna, devo essere sincero, ricevo molti complimenti per la gradevolezza, leggerezza e gusto delicato. Quale miglior occasione se non dopo uno squisito caffè come quello che mi avete gentilmente offerto? A quel punto subito Susanna: – le è piaciuto? Ah guardi, il caffè me lo vantano tutti. Lui: – era squisito! Veramente spettacolare! Susanna gongolava. Lui ha continuato: -E’ una bevanda che spesso le signore che lo assaggiano dicono essere adatta a loro perché non forte, come invece molti maschi forse preferiscono, non amara, con un leggero frizzantino. Tranquille, non la vendo, la faccio per me e per qualche amico su richiesta delle rispettive mogli a cui piace. Vorrei solo che voi mi confermiate o meno la piacevolezza della bevanda. Ma attenzione, perché essendo gradevole potrebbe essere pericolosa, è facile eccedere.
Sia a me che ad Amelia è subito balenato alla mente il tranello, tanto che con delle scuse cercavamo di dissuadere tutti dal continuare quella situazione; Amelia ha addirittura proposto una passeggiata nei dintorni, ma per prima Alessandra che proprio per la sua professione è in continua ricerca di genuinità alimentari e prodotti di produzione locare e soprattutto produzione privata, da poter magari valorizzare per la sua battaglia contro il cibo industriale, di cui, lei dice, siamo invasi e sinceramente non le do torto, ha accettato la proposta dell’uomo, tirandosi dietro e coinvolgendo anche Susanna. Insomma, lui aveva fatto presa sulle due novelline.
– ma ……… è buonissimo! Ha esclamato Alessandra visibilmente sorpresa dalla gradevolezza della bevanda. Io a casa, precedentemente ne avevo assaggiato appena un goccio ed effettivamente ancora una volta non potevo non essere d’accordo con la mia amica.
Eh no.. ! allora voglio assaggiarlo anch’io; ha detto Susanna versandosene un po’ nella tazzina in cui aveva bevuto il caffè. Mamma mia che buono! Ma come lo fa? Lui: – eh no! E’ un mio segreto che per ora non intendo svelare, in seguito magari. Se capiterà che ci conosceremo meglio …… forse …….. concludendo con una risata che ha coinvolto tutte anche se la mia preoccupazione cominciava ad aumentare. Ero abbastanza tesa ma non volevo darlo vedere, quindi anch’io, seguita da Amelia abbiamo assaggiato l’intruglio confermando il parere positivo. Non potevamo esimerci dall’assaggio e in verità. il liquore era veramente buono.
Con mio immenso stupore, da li a poco, il nostro ospite, il porco, insomma colui che mi aveva reso suo schiava, devo ammetterlo, senza ricevere da me mai una vera e concreta opposizione che avrei dovuto concretizzare con più forza, ma che la violenza subita a casa, con il concreto pericolo che mio marito se saputo potesse reagire in chissà quale modo, forse mettendosi anche nei guai affrontando il tizio, è andato via salutandoci cordialmente, soprattutto Susanna e Alessandra, che non erano state sue prede. Prima di andare, però, ha lanciato una proposta per il dopo pranzo: sapeva che in zona stavano effettuando degli scavi archeologici nuovi perché lavorando per ampliare una strada erano stati rinvenuti dei reperti e ha proposto di farci da cicerone per vedere, ovviamente il cantiere degli scavi perché un suo amico coinvolto nell’attività avrebbe potuto aprire i cancelli e accompagnarci in quel giorno in cui non lavoravano. Devo ammettere che queste cose a me interessano moltissimo ma non volevo essere io a mostrarmi entusiasta della proposta. Fortunatamente, Amelia e Alessandra hanno accettato e senza sforzo mi hanno convinta. Susanna, anche lei ha detto si.
Sesto capitolo
La gita nella gita
Saremmo state 4 donne e 2 uomini, all’aperto, in un posto dove magari erano presenti altre persone. Mi sono convinta che non poteva succederci nulla. Appuntamento per le 16.30, erano le 12.00, avremmo avuto il tempo di riposarci un po’. Lui, oltre a lasciarci la fiaschetta di liquore da cui avevamo tutte assaggiato la bevanda ce ne ha lasciato un’altra presa li per li dalla sua auto. – Care signore … bevete alla mia salute! A dopo ed è andato.
Con caffè e ammazza caffè, le due fiaschette quasi vuote mostravano il successo che quel liquore aveva riscontrato tra noi quattro donne. Nessuna si era ritirata in camera, tutte a occhi semiaperti, chi più chi meno loquace, eravamo spaparanzate su divani e poltrone del soggiorno in cui avevamo mangiato, il muretto che divideva l’angolo cottura era vicino al tavolo ancore semi apparecchiato. Prima che arrivasse l’ora dell’appuntamento ci siamo decise a ripristinare un po’ di ordine. Amelia finiva di sparecchiare, io e Susanna dedite a lavare i piatti e Alessandra con la scopa in mano.
Le 16 .35 il citofono suona. E’ arrivato, Alessandra risponde e si trattiene all’apparecchio, tutte noi non capiamo il motivo, la sentiamo dire: – Si salite, non credo ci siano problemi. Ci dice che lui le ha chiesto se, avendo coinvolto altri due amici oltre colui che doveva aprirci il cantiere, vi fosse qualcosa in contrario da parte nostra. Ovviamente nessuna ha obiettato, ma in me stessa ………….. il pensiero …….. quattro donne e quattro uomini. Perché? Vabbè … mie fantasie.
Fatti accomodare gli arrivati, dopo che avevo riconosciuto facendo finta di nulla, i nuovi arrivi come i due ragazzi slavi che in occasione dell’incontro cagliaritano ci aveva riaperto i contatti con l’artefice di tutto questo, proprio quelli che mi avevano toccata nell’intimità e che sia per il modo di frugarmi sia per l’ambito e la situazione in cui tutto si era svolto, mi avevano dato modo di scoprire piaceri molto più intensi, quasi da spaventarmi per il modo in cui sentivo che mi stavo facendo coinvolgere, pur non volendo ma non potendomi sottrarre, all’atto delle presentazioni, uno dei due stringendomi la mano ha sottolineato il tutto con sorriso a tutti denti compreso un molare color argento e un occhiolino. Ovviamente ho cercato di non far trapelare i brividi che in quel preciso istante mi hanno invasa. Altro giro di caffè e altro giro di liquore che il produttore aveva ben pensato di non dimenticare di avere disponibile. Siamo usciti. Due macchine, io e Amelia con uno degli slavi e con chi doveva introdurci al cantiere, mentre Alessandra e Susanna con colui che mi aveva stuprata e regalata ad altri per il suo piacere, e l’altro slavo. Il viaggio è durato una decina di minuti, nei quali ho avuto la netta sensazione che colui che conosceva le mie intimità avesse informato l’altro di tutto, i due infatti si lanciavano occhiate e risolini. Anche Amelia ha colto ma non sapendo dei fatti, ha pensato comunque che qualcosa i due avevano in testa oltre ad accompagnarci a visitare dei ruderi. Chissà se nell’altra macchina le altre due avevano colto qualche avvisaglia del motivo nascosto che quegli uomini avevano veramente nei confronti di noi quattro donne decisamente non più giovanissime, normali mogli, mamme (io nonna) e perché no, anche tutto sommato di buona famiglia.
Dopo la visita agli scavi in cui nulla di particolare è accaduto, ci siamo trattenuti nei dintorni che offrivano sia prato che bosco in cui poterci un attimo sedere su delle panchine in legno. Ci ha sorpresi un po’ l’assenza di Alessandra che già nel tragitto tra le auto parcheggiate e gli scavi, parlottava con il produttore del liquore riguardo alla possibile commercializzazione. Poco distanti si sentivano dei nitriti e qualcuno ha proposto di andare a vedere perché lì si sapeva essere dislocato un maneggio, magari ci sarebbe anche scappata una passeggiata a cavallo. Io che mi ero attardata un po’ più degli altri a ammirare e raccogliere dei fiori, ero stata distanziata una cinquantina di metri e mentre procedevo sono stata attratta come da delle ombre e dei gemiti. Prestando un po’ più di attenzione ho capito che provenivano da un piccolissimo sentiero alla mia sinistra e mi ci sono addentrata.
La scena si presentava così: sullo sfondo due cavalli, il maschio con gli zoccoli sulla groppa della cavalla le inseriva il pene in vagina, la cavalla che con i suoi nitriti accoglieva il suo maschio. Poco più verso destra ovviamente prima degli steccati del recinto dei cavalli, Alessandra con le mani appoggiate al tronco di un albero e i pantaloni calati alle ginocchia, porgeva il sedere al tizio dietro di lei che le stava sicuramente facendo sentire dentro il pene. Non potevo capire se si stesse godendo la figa o il sedere. Sentivo dei gemiti, capivo che lei lo accoglieva pienamente. Chissà se, come era successo con me, all’inizio l’aveva dovuta costringere: sicuramente adesso godeva anche lei.
Avvicinandomi senza farmi vedere, ho sentito la voce della mia amica: – Porco. Cosa mi stai facendo fare, mi hai presa alla sprovvista, ma adesso continua bastardo: Mmm …… ahiiiiiiiiiiii pianoooooooooo è durissimoooooo.
Lui: – dai troiaaa goditelo, chissà a chi l’hai data ma credo che duri così non ne abbia ancora presi dì la verità! Me lo sento tutto avvolto, lo prendi bene. Sei brava Ahhh sssiiiiiiiiiii mi fai godereeeeeeeeee
Senza rendermene conto ho cominciato a toccarmi sbottonandomi i pantaloni e senza calarmeli ho infilato la mano dentro le mutandine.
Lui le ha sborrato dentro grugnendo come un maiale. Lei lo accoglieva sporgendo il sedere. Quando si stavano ricomponendo mi sono nascosta dietro l’albero a cui ero appoggiata, ho sentito una mano tapparmi la bocca spingendomi spalle al tronco d’albero, era lo slavo biondino. Con l’altra mano mi ha liberato natiche e figa dai pantaloni facendoli scendere il giusto tanto che il mio sedere nudo fosse a contatto con la corteccia, cercavo di liberarmi ma non ci riuscivo. Tenevo le gambe strette ma una mano mi si è intrufolata tra le cosce e le dita hanno preso il posto delle mie in vagina. Già eccitata da prima stavo godendo e quasi venivo quando ha sfilato la mano dicendo che mi voleva eccitatissima, più di quanto non lo fossi già, mi ha lasciata così. Non capivo più nulla. Mi sono ricomposta e arrivata dagli altri qualcuno mi ha chiesto cosa avessi ma subito il discorso si è incentrato sui fiori che avevo in mano. Mi sono resa conto che gli uomini si guardavano tra loro compiaciuti e si scambiavano risatine. Era come mi immaginavo: ci avrebbero possedute ancora.
Tornati a casa, mi sentivo distrutta, i bicchieri di liquore stavano facendo effetto. Sono abituata all’alcol, con mio marito produciamo vino, è l’attività di famiglia, da cui viviamo e che vede partecipi i nostri figli ormai adulti, con rispettive famiglie, qualcuna persino divorziata, ma quella bevanda aveva qualcosa di strano. Alessandra si era fatta scopare da uno sconosciuto all’aperto; quanto costretta? Non protestava quando la mano del tizio lavoratore agli scavi le si infilava tra le gambe e le palpava la coscia, Amelia era stesa sul divano con la gonna sollevata che a mala pena le copriva le mutandine, Susanna era già in bagno che si preparava alla doccia nonostante ci fossero ancora gli uomini. Uno dei ragazzi slavi era entrato in bagno per fare pipì, Susanna non aveva chiuso la porta a chiave, vedendola nuda sotto l’acqua non le aveva dato il tempo di fiatare; si era fiondato sotto l’acqua con tutti i vestiti spogliandosi mentre palpava la donna bloccandola alla parete un ginocchio dell’uomo tra le cosce di Susanna la cui fica poggiava sulla coscia dell’uomo che con la mano le percorreva il corpo soffermandosi a soppesare e strizzarle i seni chinandosi fino a portare la bocca all’altezza dei capezzoli per succhiarglieli. La mano tra le cosce della donna la masturbava con due dita. L’ha fatta inginocchiare sul piatto doccia, il box era ampio, comodo per contenere due persone. La donna in ginocchio aveva la faccia all’altezza del cazzo. Non è stato difficile farglielo prendere in bocca le imprimeva il ritmo con le mani sulla testa. Facendola alzare in piedi erano uno di fronte all’altra, le mani della donna sulle spalle dell’uomo, voleva respingerlo ma ci si aggrappava, soprattutto quando lui le ha preso le gambe e sollevandogliele tenendole sotto le ginocchia, si è portato le cosce della donna a cingergli i fianchi. La cappella puntava sull’imbocco della vagina. Un colpo di reni, era dentro.
Lei: -aaahhhiiiiiiiiiiiii-
Lui: – MMmmGgggggggggg siiiiiiiiiiiiiii entrooooooooooo tuttoooooooo
Lui eccitatissimo. Lei calda, bollente
La scopata di circa venti minuti le ha procurato due orgasmi con il cazzo che le scorreva in vagina e uno mentre le spruzzava gli schizzi di sperma in fondo, alla bocca dell’utero grugnendo come un maiale. Tutte e quattro eravamo state fonte di piacere per qualcuno di quegli sconosciuti. Tutte e quattro prese da quegli uomini e dagli effetti della bevanda che scorreva tra le otto persone li presenti senza il minimo impedimento da parte di nessuno. Otto persone sedute su poltrone e divani in quel soggiorno in cui palpeggiamenti, mani su cosce tette e culi stavano diventando la situazione normale.
Settimo capitolo
Il gioco della bottiglia
Una bottiglietta vuota messa per terra tra noi, un’idea per un gioco proposto da uno degli uomini: facciamo girare la bottiglia e quando si ferma, colui o colei che sarà indicata dal collo della bottiglia dovrà raccontare un’esperienza che ha vissuto, ma deve essere un’esperienza, non una fantasia e deve essere più eccitante possibile; quindi si dovrà scendere nei particolari. A quella proposta noi donne ci siamo un po’ ribellate; devo ammettere con mia sorpresa. Che stessimo ritrovando piena lucidità?
Gli uomini hanno proseguito: – ma daiiii siamo qui tra noi. Magari dopo una dormita avremo dimenticato tutto, ma figuriamoci!
Un altro proseguendo: – poi, chi ci dice che quello che raccontiamo non sia inventato di sana pianta? Sta a ciascuno essere onesto nel rispetto della regola che quello che racconta sia accaduto nella realtà.
Silenzio! Qualcuno: – Allora? Si o no?
Alessandra: – Dai va bene! Poi Amelia, io e infine anche Susanna.
1° paragrafo.
Alessandra
Proprio ad Alessandra è toccato raccontare per prima; la bottiglia si è fermata ad indicare lei:
E’ rimasta in silenzio per lungo tempo, iniziando a raccontare.
Mi aspettavo che raccontasse l’episodio di poco prima vicino al recinto dei cavalli, magari arricchendolo un po’ di particolari che ne allungasse la durata e lo rendessero più piccante, invece no.
E’ partita descrivendo cosa le era capitato una delle prime volte che era venuta in Sardegna in cerca di materiale per la sua Tesi di Laurea all’Università di Genova per studiare usi, costumi e tradizioni alimentari delle varie zone d’Italia e, insieme a uno degli assistenti del suo professore e un amico della zona che stavano visitando, si sono trovati a pranzo presso un ovile in cui il pastore custodiva e accudiva le sue pecore.
Erano lei, diciannovenne, che ad immaginarla doveva essere molto, molto attraente se ancora all’età di 44 anni appariva un caschetto biondo con un visino a guance pienotte non deturpato dal tempo ma, anzi, ancora parecchio attraente e luminoso e un corpo che si prometteva soffice ai palpeggiamenti, con delle belle rotondità niente affatto eccessive ma che sicuramente, quando esplorate a piene mani, la loro morbidezza e la pelle ancora parecchio soda e liscia, faceva, al contrario indurire parecchio il sesso maschile. A diciannove doveva essere proprio se non impossibile, sicuramente molto, ma davvero molto difficile resistere alla tentazione di toccarla, soprattutto per dei maschi che stando per molto tempo lassù in montagna senza vedere una femmina, hanno sicuramente voglia di sfogarsi, con qualsiasi essere femminile che capiti loro a tiro, figurarsi con un bocconcino così.
Come raccontava erano, lei ragazzina, l’assistente del prof., il pastore proprietario, un altro pastore con l’ovile a poca distanza e il servo pastore un ragazzino più piccolo di Alessandra; aveva sedici anni. Ovviamente pranzo a base di carne e abbondante vino, produzione esclusivamente della casa, o meglio delle varie case del paese a pochi chilometri da lì, così come era chiaro che oltre al vino vi erano altre bevande molto più alcooliche ad accompagnare il cibo ma anche da ingurgitare senza per forza aspettare le pietanze e da continuare a gustare ben oltre dopo il pasto. E’ stato così che la testa della ragazzina diciannovenne ha cominciato a non rendersi più conto di quello che accadeva.
Già durante il pranzo. quando ormai le bevande stavano abbondantemente facendo effetto. Lei, ha detto, sentiva mani che le accarezzavano le cosce e ci si infilavano in mezzo. Cercava di reagire ma senza risultato se non stringendo le gambe, ma permettendo così ai maschi di sentire la mano avvolta dalle sue carni soffici e morbide, con relativi commenti su quanto fosse bona e come ci avrebbero preso gusto nel farsela, godendo dei suoi buchi sicuramente ancora parecchio stretti, oltre che ben elastici vista la giovane età.
Dopo aver avuto in mano i cazzi dei due che le stavano ai fianchi, si è ritrovata stesa sul tavolo, cosce e tette denudate, elastico delle mutandine spostato per permettere ad uno dei due pastori di leccarle la figa. Quei colpi di lingua li sentiva bene e poco tempo ci è voluto perché dimenandosi e avvinghiandosi con le gambe sulle guance dell’uomo, nonostante la barba le pungesse la parte di cosce più morbida, polposa e delicata, ha cominciato a eruttare liquido caldo e mieloso dalla vagina in orgasmi devastanti e ripetuti.
Ha sentito bene quando i due porci incitavano il ragazzino sedicenne ancora vergine a fottersela, ha anche cercato lo sguardo e l’aiuto dell’assistente del prof., che però ubriaco perso stava ben ormai addormentato disteso in una branda.
Il ragazzino non si è fatto pregare;già con il cazzo durissimo in mano le si è sistemato in piedi tra le cosce, poggiando il glande alle labbra vaginali carnose ma anche gonfie di voglia di sesso, anche se lei non era di certo disponibile a subire quell’assalto, ma la situazione non le permetteva certo di opporre la resistenza che avrebbe invece voluto opporre. Forse da lucida non avrebbe evitato la penetrazione, ma sicuramente avrebbero fatto più fatica a possederla. Lei però sapeva bene, che una volta sentito il pene in vagina, anche senza la complicità dei liquori e del vino si sarebbe sciolta lasciandosi fare tutto. La cappella che si fa strada, una stoccata e se lo è sentita in pancia, l’ha squarciata, spalancata, aperta. Lei non era vergine, con il suo ragazzo a Genova aveva già avuto rapporti, ma quel cazzo potente, duro all’inverosimile, grosso, le ha tirato fuori dalla gola un urlo che dev’essersi sentito fino all’ovile dell’uomo che stava assistendo a quell’impagabile spettacolo erotico, ovile che distava almeno due chilometri. Lei diciannovenne stava sverginando uno sconosciuto sedicenne.
Il cazzo duro fino a sembrarle autentico acciaio scorreva bene in quel canale vaginale che lo avvolgeva, lo strizzava, sembrava volerlo consumare, assottigliare, il calore emanato dalla donna tra quelle sue cosce bianche, sode ma morbide con cui imprigionava i fianchi del ragazzino suo scopatore, lei che anche non volendo dimenava il culo e i fianchi, si muoveva tutta, bene, dando l’occasione al sedicenne di sentirsi ancora più dentro a quella grandissima bella figa, hanno fatto in modo che il ragazzino dopo soli cinque minuti scaricasse tutta la sborra in fondo alla vagina di Alessandra, che proprio in quegli istanti sentiva montare un altro orgasmo rimasto insoddisfatto.
Tirato via il ragazzino però, immediatamente uno dei due uomini ne ha preso il posto e non appena le ha infilato il pene, anche se meno turgido di quello del ragazzo, lei è venuta aumentando i suoi movimenti incontrollati, il corpo le fremeva tutto, non riusciva a calmarsi e smettere di urlare per come quest’ultimo orgasmo l’aveva colta. Interrotto durante la precedente intrusione, esploso appena un altro cazzo le ha invaso la vagina che ancora di più si contraeva strizzando il pene del nuovo maschio invasore il quale continuava a scoparla e, una volta ben bagnatosi l’uccello con il liquido di quella figa spettacolare, lo ha estratto per puntarlo tra le natiche di lei che prima che potesse rendersi conto di cosa le stava capitando si è sentita lacerare l’ano dal pene dell’uomo. Li si; in quell’altro suo orifizio si che lo sentiva duro, potente, invadente come non lo aveva sentito nella figa anche se su quel cazzo era venuta eccome. L’altro intanto avvicinatosi al lato del tavolo le ha girato la faccia così da poterle far aprire la bocca per un pompino che lei ormai non ha potuto assolutamente rifiutare in nessun modo. Nonostante il cazzo in bocca si lamentava per il dolore al culo, ma i suoi gemiti pian piano diminuivano finché con un grugnito l’uomo si è soddisfatto tra quelle chiappe.
Colui che da lei stava ricevendo il pompino l’ha subito fatta alzare e facendosi aiutare a liberare la branda in cui dormiva l’assistente del prof che hanno in due sistemato su una poltrona sgangherata, ce l’ha scaraventata di schiena, le ha spalancato le cosce e subito ha cominciato a chiavarla, a fottersela tutta. Mentre le affondava il cazzo in figa, le infilava la lingua in bocca alternando questo con frasi oscene verso la donna: – dai che lo senti. Lo senti tutto dentro. Ti sto aprendo come mai ti hanno aperto prima neanche il ragazzino e il mi amico poco fa. Di la verità che stai godendo veramente adesso. Dai che lo sento che lo vuoi ancora, lo sento da come stringi troia. Ti scarico tutto dentro e se ti ingravido pazienza, ma da questa figa non esco finché non mi hai prosciugato i coglioni, siiiiiiiiiii cosìììììììììììììì daiiii troiona mia muovi il culo stringi il cazzo e fammi godere, fammi sentire quanto sei femmina sssiiiiiiiiiiiii cosììììììììììì bravaaaaa
Mmmm gran bella scopaataaaa. Sssiiiiii vegngooo sborrooooooooooo ti inondooooooooo e lei senza smettere di venire ormai da quasi subito iniziata la scopata con quest’ultimo porco, ha sentito distintamente quattro fiotti di sperma colpirle le carni interne della vagina e la bocca dell’utero mentre lo abbracciava e gli affondava le unghie nella schiena, con i talloni a spingere le natiche dell’uomo per sentire fino all’ultimo l’uccello ancora più in fondo dentro la figa. la cosa è durata per tutta la sera finché sia lei che il tizio assistente de prof che si era svegliato dal sonno del torpore dell’alcool, sono stati riportati in paese e alloggiati nell’unica pensione esistente lì.
La frase finale pronunciata da Alessandra, ha lasciato un po’ tutti sorpresi: – La settimana scorsa in un paesino a una conferenza , sui prodotti tipici proprio di quel paese. C’era uno che non smetteva di fissarmi e alla fine come si è avvicinato un po’ di più, mi è sembrato proprio di riconoscere il sedicenne ragazzino di allora. Dell’episodio che vi ho raccontato. Mi sono venuti i brividi.
Qualcuno dei maschi presenti è intervenuto: – dì la verità, che ti sei anche eccitata!
Alessandra è arrossita, ha abbassato lo sguardo e non ha risposto.
Qualcuno le ha chiesto il motivo della iniziale titubanza, lei ha risposto, non senza imbarazzo che era indecisa se raccontare tutto questo oppure l’episodio di quando, nell’anno scolastico 2011/2012 ,ultimo anno di suo insegnamento in un Istituto alberghiero di una delle cittadine della cintura cagliaritana, come esperta di Antropologia e storia dell’alimentazione e/o Tradizioni culturali materiale sarde, all’esame finale, un alunno con alcuni problemi, che lei aveva preso a cuore perché aveva saputo delle vicende familiari particolarmente difficili, anche impegnandosi, non riusciva a rendere quanto lei, avendolo aiutato a recuperare, sapeva potesse dare. Era intelligentissimo, non doveva studiare, gli bastava essere attento alle spiegazioni dei professori ed era già pronto per essere interrogato, ma alle interrogazioni, sentendosi, esaminato, messo sotto giudizio non rendeva, si bloccava. Lei ricordava benissimo che all’esame a giugno, l’alunno non aveva aperto bocca. Lei cercava di spronarlo, ma lui niente, non apriva bocca e avevano dovuto giudicarlo negativamente. Alla fine della prova, lo voleva rincuorare e sinceramente voleva, durante quell’estate, aiutarlo a recuperare, perché l’idea del ragazzino era quella di abbandonare i possibili altri tentativi di prendersi il diploma l’anno successivo. Un vero peccato, secondo lei. Lui abitava nella stessa cittadina di Alessandra e utilizzava il bus per andare e tornare da scuola. Quel giorno lei gli aveva proposto di accompagnarlo a casa in macchina, lui, un po’ titubante aveva accettato. Lasciato il centro abitato, approfittando del fatto che passassero per una zona industriale che a quell’ora era praticamente deserta, il ragazzo ha chiesto alla prof di accostare perché non riusciva più a resistere alla voglia di far pipì non essendo riuscito a farla a scuola. Lei ha detto: – Ma scusa, mica puoi farla qui. Aspetta un attimo, più avanti che uno spiazzo mi fermo lì e tu vai e fai. Arrivati al piccolo piazzale un po’ nascosto rispetto alla strada principale, ingresso di alcuni magazzini a quell’ora chiusi, prima che Alessandra potesse completamente fermare l’auto, all’improvviso le ha messo una mano su un ginocchio, mano che rapidamente è risalita fino alle mutandine portando su la gonna e infilandosi tra le meravigliose cosce della professoressa , Lei è riuscita a fermare l’auto su quel piccolo spiazzo e lui ne ha subito approfittato per continuare i palpeggiamenti, addirittura intensificando le toccate e le allisciate sulle cosce scoperte avendole sollevato il vestito leggero fino alla vita scoprendo completamente le gambe fino alle mutandine, riuscendo a toccarle la figa, con l’indice che le separava le grandi labbra anche se non riuscendo a infilarsi dentro quella grotta sicuramente calda, come il calore tra le cosce della prof. che lui sentiva sulla sua mano, gli faceva immaginare e di cui era sicuro. Il braccio del ragazzino a cingerle le spalle tra sedile e poggia testa, la bocca di lui che cercava i seni della prof. anche se per ora attraverso i vestiti. Alzando gli occhi le ha detto: -Sei morbida. È come affondare nel burro. Liscia e calda. Sarà una gran bella scopata-.
E’ riuscito ad abbassare lo schienale del sedile di Alessandra, le era sopra e con un ginocchio quella meraviglia di cosce di Alessandra che lo facevano letteralmente impazzire e proprio su una di esse con i pantaloni già slacciati, le poggiava il cazzo già durissimo. Non poteva essere altrimenti, con quel gran bel pezzo di femmina più che quarantenne a disposizione con cui lui, ragazzino diciassettenne stava per accoppiarsi, stava per avere puro sesso, senza preoccuparsi di nulla, sentendola completamente in suo potere, a sua disposizione nonostante lei cercasse di respingerlo con tutta se stessa, anche urlandogli di smetterla, dicendogli che l’avrebbe denunciato ma, allo stesso tempo, sentendo una mano del ragazzino che le si infilava ancora più dentro le mutandine, cominciava a capire che la forza per difendersi la stava abbandonando e che le stava già piacendo.
Mentre l’alunno si sistemava tra le gambe della sua prof. tenendosi il cazzo con la mano per indirizzarlo a separare le labbra vaginali, carnose già di loro ma ancora più gonfie per l’eccitazione che stava cogliendo la donna nonostante il suo rifiuto, quel contatto lo ha fatto sborrare prima che potesse dare la stoccata per la penetrazione effettiva. Deluso, arrabbiato, confuso, ha imprecato anche contro di lei, dicendole che sapeva bene che lei ne aveva voglia quanto lui, elencandole tutte le occasioni in cui seduta in cattedra accavallava le gambe permettendogli di riempirsi gli occhi di quelle gran belle cosce eccitanti, a lui come agli altri dei primi banchi mettendole in mostra praticamente fino alle mutandine, oppure quando sempre in gonna, si fermava sulle scale permettendogli dalla rampa inferiore di sbirciarle sotto il vestito.
Ovviamente la prof. era ignara del fatto, riconosceva le poche volte che era andata a scuola in gonna o vestito sempre appena sopra il ginocchio, le poteva essere capitato come suo solito di accavallare le gambe sotto la cattedra o fermarsi per le scale, ma figuriamoci se neanche immaginava che …. un ragazzino … ma daiiiiiiiiii! A quel punto ha pensato: Chissà chi altri; un brivido alla schiena. Lo ha pregato di scendere e se non era lontano continuare a piedi. Lui, senza dire nulla è volato fuori da quell’auto. Alessandra aveva ripensato parecchio alla vicenda e non poteva nascondere che la eccitava parecchio, anche quando scopava con il marito o in occasioni più impensate, magari durante gli incontri in cui era invitata a parlare in pubblico, vedendo un volto che poteva ricordarle la faccia del suo alunno- pupillo. Forse anche il fatto che lei lo tenesse così in considerazione, che gli facesse quasi da seconda mamma o sorella maggiore spronandolo, lui aveva sicuramente confuso. Ma tutto sommato non le dispiaceva affatto essere desiderata da un diciassettenne. Un po’ di questo si vergognava, ma allo stesso tempo la inorgogliva.
Tutto questo le ha fatto venire in mente anche un’altra situazione: pochi giorni dopo, una delle poche sere che era uscita a piedi, mentre le uscite al mattino per accompagnare i bambini e fare spesa erano pressoché quotidiane, passando per la via principale, buttando l’occhio verso la vetrata di una palestra che dava sul marciapiede dov’era lei ferma a parlare con un’amica appena incontrata, aveva potuto riconoscere il ragazzino suo alunno intento a provare a sollevare i classici pesi da palestra, insieme ad altri ragazzi e uno o due uomini di età decisamente più avanzata, notando che da quei vetri, ovviamente si vedeva come fossero state dentro, infatti con la sua amica il commento è stato: – boh …! Sarà un modo per risparmiare sui volantini e farsi pubblicità. Con risata delle due donne. Aveva anche notato che dopo aver incrociato il suo sguardo e averla salutata con cenno della mano, il ragazzo si era rivolto agli altri uomini indicandola e tutti si erano voltati a guardarla e guardare le due donne fuori. Naturalmente attraverso i vetri non si poteva sentire quello che i maschi si dicevano, ma notando i sorrisi, qualche occhiolino a loro rivolto e qualcuno che con la punta della lingua si cominciava a bagnare le labbra, lei e la sua amica potevano ben intuire non solo quali apprezzamenti stessero rivolgendo loro quegli uomini li dentro, ma abbastanza facilmente era convinta di leggere i loro pensieri, su di lei e sulla sua amica.
Le due donne senza dirsi nulla, si sono immediatamente allontanate. Il pensiero di Alessandra è immediatamente stato: – porci schifosi-, ma anche cosa avrebbero potuto farle se fosse stata li dentro, sia a lei che alla sua amica. Questo pensiero l’ha accompagnata a lungo nei giorni seguenti, con brividi lungo la schiena ma anche liquido che fuoriusciva dalle sue intimità: al mattino nessun problema: quando passa, le serrande abbassate la rassicurano, le poche volte che passa la sera quando è già buio cambia marciapiede, ma lo sguardo dentro quel locale lo rivolge comunque anche se solo per un istante. Non può non notare che qualcuno presente quella sera all’interno della palestra riesce a individuarlo ogni volta, compreso il ragazzino suo alunno o ex alunno.
Il racconto però si è limitato all’esperienza li, su in montagna, in quell’ovile dove gli uomini hanno portato a compimento fino in fondo il loro progetto di cui lei è stata protagonista.
2° paragrafo
Federica
Altro giro di bottiglia.
Toccava a me: ho raccontato l’episodio del distributore di benzina , inventando però che essendomi addormentata, inavvertitamente nel sonno la gonna sollevata non copriva affatto le mie gambe, mentre la persona che guidava aveva approfittato della sosta per caffè e pipì lasciandomi addormentata in auto, tanto che non mi ero neanche accorta che lo stesso benzinaio, una volta concluso il rifornimento, si era messo al posto di guida per spostare l’auto e lasciare il posto ad altre da rifornire. Mentre parcheggiava mi aveva toccato, accarezzato e palpato le cosce, io svegliata ero scappata in bagno dove lui mi ha raggiunta ed è successo quello che già ho scritto. Non ho proseguito con l’andata in camion. Non volevo dire la verità, non so neanche io perché. Non so perché avevo deciso di non dire che il tutto poteva aver preso il via dall’episodio che a casa mia era capitato, scopata sul mio letto da un perfetto estraneo. Credo che le “colpe” di tutto quello che ne stava seguendo mi sarebbero state addebitate. Quantomeno quelle di non aver avvertito, da buona amica, le altre del pericolo che correvamo. Come già detto, tutte o quasi, eravamo componenti di un gruppo di ispirazione cristiana, cattolica, in cui si cercava di portare avanti i principi e i valori fondanti, tra cui la castità, intesa come totale dedizione in ambito sessuale, alla persona con cui avevamo liberamente scelto di condividere la vita; la fiducia, quindi potersi fidare di coloro che ritenevamo affettivamente vicini, comprese le amicizie e sentivo che in questo punto stavo compiendo un tradimento verso le altre, ma il pudore, la vergogna in quel momento avevano preso il sopravvento.
3° paragrafo
Susanna
Adesso era il turno di Susanna.
Inutile dire che in quel salotto, durante il racconto erano partite, masturbazioni, allisciamenti, toccate e scopate con maschi sopra e femmine sotto e viceversa.
Susanna, quando tutto questo succedeva aveva quattro anni in meno, come tutte noi. Aveva 56 anni. Prima di essere chiamata a dirigere l’ufficio farmaceutico di tutta la ASL, era responsabile della farmacia di uno degli ospedali cittadini.
In quel periodo, la ristrutturazione dei localo del deposito dei medicinali di cui lei era responsabile, imponeva che lì dentro entrassero anche ovviamente gli addetti a questo compito, quindi persone estranee all’ambito medico.
Era avvenuto un ammanco di alcuni flaconi di medicinali a base narcotizzante. Insomma, con dei principi simili a droghe. Naturalmente, anche se il tutto non si era divulgato all’esterno, tra gli addetti si era venuto a sapere e in un corridoio di ospedale, le voci hanno pista libera.
Susanna ricordava benissimo e ha descritto con dovizia di particolari. Era nel laboratorio della farmacia dell’ospedale, ha sentito bussare alla porta e sono entrati un infermiere, che lei aveva ovviamente visti già tra il personale, ma con cui mai aveva avuto assolutamente nulla da spartire e un uomo in pigiama che da paziente, non si sa come, anziché starsene a letto, vagava liberamente per i locali. Erano stati chiarissimi fin dall’inizio; sapevano dell’ammanco delle medicine, sapevano che lei era sotto inchiesta interna e per non far trapelare nulla al di fuori volevano in cambio la disponibilità di Susanna, che doveva essere molto gentile e carina con loro. Senza mezzi termini volevano farsela senza limitazioni. In più avrebbe dovuto chiudere un occhio per delle piccole impercettibili sottrazioni degli stessi medicinali che servivano ai due per delle loro turpi intenzioni su alcune belle pazienti ricoverate, ma non disdegnavano infermiere, dottoresse e addirittura visitatrici che assiduamente si recavano e si preoccupavano dei loro cari in ospedale.
Ovviamente non si sarebbe trattato di ammanchi come quello colossale avvenuto poche settimane prima e che aveva causato alla malcapitata Susanna tutti questi guai, erano mancate cinque confezioni di 20 boccette ciascuna, prese dagli scatoloni appena arrivati in magazzino e ancora da inventariare; la proposta dei due era di far mancare piccolissime, impercettibili quantità di medicinale di cui nessuno si sarebbe accorto.
Per suggellare il patto, li stesso, nel laboratorio, alla presenza dell’altro, il paziente ha preteso dalla farmacista un atto di accettazione: denudandosi il pene ha voluto da lei essere masturbato. Lì, in piedi e per il momento ha solo voluto che lei, senza neanche il bisogno di abbassarsi i pantaloni, glielo prendesse tra le cosce facendolo venire così. Ovviamente lo sperma sarebbe finito sui pantaloni della donna, ma c’era fortunatamente il camice a coprire. L’infermiere non ha avanzato richieste e questo la preoccupava ancora di più.
E’ così che si è ritrovata in una stanzetta di quell’ospedale, stanza di cui non sospettava minimamente l’esistenza, pur credendo di conoscere abbastanza bene lo stabile, stanzetta ricavata non lontano dalla farmacia, forse costruita per essere usata come piccolo cucinotto, vista la presenza di attacchi per acqua e gas che spuntavano dalla parete, ma non era stata mai adibita perché il cucinotto era in quel reparto da tutt’altra parte, Lì, in quello stanzino, erano state collocate due brande dove adesso lei e un’infermiera non conoscendosi, stavano subendo gli assalti dei due che l’avevano avvicinata e altri due, forse un portantino e sicuramente di un impiegato che lei stessa vedeva e con cui aveva a che fare quando si recava negli Uffici centrali della ASL in un’altra zona della città rispetto all’ospedale. Tutta questa vicenda è andata avanti per circa un mese e mezzo. Ricorda bene l’ultimo incontro. L’infermiere le aveva detto, recandosi da lei:- oggi pomeriggio inventati una scusa e alle 15,30 vieni dove sai.
Lei lo aveva pregato di smetterla. Lui non le aveva neanche risposto.
Erano in due, mai visti prima, lei da sola.
Toccata, frugata, spogliata, baciata. A carponi sul letto, uno la inculava mentre all’altro faceva un pompino, poi viceversa. Uno se l’è voluta fare da solo nella classica posizione del missionario, dopo averla ben leccata tra le cosce. Poi in due, uno steso a pancia in su, lei lo cavalcava con il cazzo inserito ben dentro la figa. si muoveva. Gli ballava sul pene. Lo stringeva. Era caldissima tra le cosce. Non ricordava neanche quante volte era venuta e aveva continuato ad avere orgasmi perché l’altro, facendola tenere ferma glielo aveva infilato tra le natiche mentre il primo da sotto continuava a scoparla. L’hanno presa in due, contemporaneamente.
Dopodiché spostamenti di personale, cambi amministrativi, razionalizzazioni, hanno allontanato l’infermiere dalla città, dimesso il paziente, promosso l’impiegato ad altra sede con incarichi più importanti e lei a dirigere il Servizio farmaceutico centrale di tutta la ASL.
In seguito le era successo come ad Alessandra, con la differenza che rincontrando i due che l’avevano posseduta insieme quell’ultima volta, questi l’avevano proprio avvicinata ricordandosi e ricordandole ogni particolare, L’avevano lasciata dicendo che per quel venerdì doveva farsi trovare sola in casa,. Sapevano dove abitava. Quel venerdì è arrivato e la stessa ultima avventura in ospedale si è ripetuta a casa sua, nella sua camera da letto, nel suo letto. Poi tutto finito, almeno fino ad ora nessuno l’aveva più cercata.
4° paragrafo
Amelia
Era rimasta Amelia.
Come le altre amiche, anche lei non è certo una donna appariscente, anzi, tutt’altro, ma forse proprio questa sua apparente insignificanza, essere una donna, madre, casalinga in mezzo a tante altre, mista alla sua longilinea figura la fa apparire più alta di quello che è realmente. Pantaloni, oppure gonna decisamente sotto il ginocchio che soprattutto d’estate, periodo in cui sotto l’indumento, le donne non indossano calze, fa vedere solo delle caviglie e polpacci dei quali immaginando di seguirne la linea sotto la gonna, si possono immaginare, come ho poi avuto modo di verificare e chi ha letto attentamente sa, cosce altrettanto snelle. Mi tornava alla mente il ricordo del cazzo del porco che ci aveva coinvolto, mentre tra le cosce della mia amica si scappellava con il vai e vieni in mezzo a quelle gambe snelle, soffici e calde, mentre sfregando agevolmente sul taglio della figa facendone dischiudere leggermente le labbra come preludio alla penetrazione.
Mi auguravo che neanche lei facesse cenno al poco prima di allora, cioè alle avventure con il nostro “carnefice”, andando a pescare magari in qualche episodio tra i suoi ricordi verificatosi anche prima che si sposasse, sapendola innamoratissima del marito come tutte noi. Però, avendo sentito anche dalle altre e avendo io stessa vissuto avventure di cui nostro malgrado, eravamo state non solo coinvolte, ma essendone alla fin fine diventate partecipanti pienamente attive e addirittura in certi attimi di particolare intensità, promotrici pur non immaginando minimamente che questo, almeno per quello che mi riguarda, potesse mai accadere. Quindi poteva anche essere che come noi tutte altre tre, anche Amelia, avesse qualche scheletro nell’armadio, come si usa dire
Ha cominciato a spiegare per coloro che non sapevano che pur abitando nel capoluogo, in una zona considerata quasi una cittadina indipendente, ma che dalla città principale non si era mai svincolata come invece ormai da tempo aveva fatto l’agglomerato urbano sede della scuola di Alessandra, si recavano spesso nel paese ad una settantina di km dove hanno un B&B da quando il marito, pensionato alle poste, aveva smesso di lavorare per raggiunti limiti di età. Uno dei figli, ormai adulto ma con particolari difficoltà a livello mentale, era il problema che li preoccupava di più. Stava praticamente sempre con loro. Un altro figlio sposato.
Il figlio con difficoltà li aveva portati ai contatti con Strutture Sanitarie pubbliche che come attività avevano anche quella di viaggi ed escursioni della durata prevalentemente dalla mattina al tardo pomeriggio, per pazienti e familiari. Qualche rara volta partecipava solo lei con il figlio utilizzando il pullman a disposizione, spesso era presente anche il marito e seguivano in auto ospitando altri amici.
In una delle volte che si trovava in quella compagnia in pullman senza il marito e il figlio si era accomodato con un amico alcuni posti più avanti, lei nei sedili di dietro stava badando a un ragazzino quindicenne, piccolo paziente della Struttura, i cui genitori li avrebbero raggiunti per il pranzo o subito dopo. Capitava infatti spesso che le mamme aiutassero le due educatrici a badare ai ragazzi quando questi erano più dei soliti sei o sette o qualcuno si mostrava particolarmente irrequieto. Nella fila degli ultimi sedili del mezzi c’erano solo lei e il ragazzino, il quale ad un certo punto ci si è disteso poggiando la testa sulle gambe di Amelia, lei lo accarezzava come avrebbe fatto con suo figlio.
Per tutto il viaggio non è successo nulla, tutto scorreva liscio, il ragazzino ogni tanto le accarezzava le guance e lei ricambiava, la mano le è finita sul seno, lei si è bloccata, ma subito si è resa conto dell’involontarietà del gesto e togliendo quella mano ha fatto finta di essere spaventatissima, questo ha fatto ridere il ragazzo che ha preso a ripetere il gesto per vedere la reazione della donna e poter ridere ancora di quella situazione. Era un gioco, ma Amelia ha notato un qualcosa che le ha fatto pensare che era meglio smettere: il ragazzo si stava cominciando a toccare il pene. Si capiva che era un gesto senza intenzioni malevole e senza malizia, ma nella naturalezza delle reazioni del corpo, vista l’età, 15 anni, piena adolescenza, che con i problemi mentali può non avere a che fare in quell’ambito che appartiene alla pura biologia, era meglio interrompere quel gioco. Non aveva studiato queste problematiche, ma come mamma di un ragazzo con quasi gli stessi problemi, le aveva vissute, sapeva che l’adolescenza avveniva allo stesso modo rispetto a coloro senza questo tipo di problematiche. Quando era capitato che a suo figlio la vista di gambe o seni o altro lo turbasse, erano stati i momenti che con il marito e l’aiuto di alcune persone esperte avevano affrontato la situazione educando il ragazzino, per quanto possibile, ma non tutte le persone sono uguali, non tutti i genitori hanno le capacità, la prontezza o la giusta spigliatezza e a volte su cose così importanti si nasconde e si passa oltre facendo finta di niente.
Insomma, a pranzo, con suo figlio a fianco e l’altro ragazzino all’altro lato. Quando la mano di quest’ultimo le se poggiava sulla coscia morbida, lei, come fosse un gioco, prendeva il polso e riportava quella mano sul tavolo invitandolo a mangiare che poi sarebbero stati a giocare con gli altri.
Finito di mangiare, si apprestavano a riunirsi in uno spiazzo libero tra gli alberi per dare inizio ai giochi e il ragazzino prendendo per mano Amelia la tirava mentre con l’altra mano si toccava il pene dicendo pipì.
Lei lo invitava ad andare ad appartarsi da solo per farla ma lui continuava a tirarla per un braccio. Incontrando una delle educatrice che tenendo per mano altri due bimbi andava verso il luogo dei giochi, Amelia le ha chiesto se il ragazzino che era con lei fosse autonomo nell’espletamento dei suoi bisogni. L’educatrice ha confermato invece che anche al centro lo accompagnavano in bagno e a volte gli tiravano letteralmente fuori dalle mutande il pene, poi lui se lo teneva e pisciava per poi rimetterglielo a posto. Ha aggiunto l’educatrice: – se vuoi, se mi tieni loro, rivolta ai due bambini che teneva per mano, vado io a fargli fare pipì! Amelia ha subito risposto: – no, ma dai … ma figurati, non ci sono problemi, volevo solo capire non conoscendolo bene-. Era pur sempre una mamma che aveva tirato su due figli.
Fatta pipì, mentre sistemava l’attrezzo, lei non ha potuto non notarne le proporzioni decisamente notevoli per un ragazzino e anche il fatto che sicuramente lui era abbastanza eccitato anche se non completamente duro. Ha pensato anche, in un attimo di libertà della mente, che sarebbe bastato poco per farlo indurire a dovere, farlo venire e togliere il ragazzino da quello stato di non tranquillità in cui doveva trovarsi e che i contatti che lui prima aveva avuto con lei i primi occasionali, ma poi da lui cercati, avevano contribuito, forse in parte, a portarlo verso quello stato di eccitazione. Questo, un po’, la faceva sentire responsabile anche se si rendeva conto che poteva essere un’assurdità. Chissà se mai quell’adolescente aveva provato a sfogarsi da solo o forse si, con chissà quali toccamenti. Per un attimo si è massa nei panni della mamma del piccolo, chissà che tipa era veramente. Conosceva il papà e la mamma solo per averli visti in occasioni come quella o in Struttura e il giorno pur avendo detto che sarebbero stati lì a pranzo, tardavano ad arrivare. Il ragazzino che provando inconsciamente piacere a quel tocco, le teneva li polso e il contatto della mano su quel pene. Lei apriva la mano per non stringerla attorno al membro e cercava di liberarsi da quella presa preoccupatissima della situazione, potevano vederli, erano appartati, comunque in pubblico, ma poi …… non esisteva proprio che potesse masturbare un quindicenne in quella situazione, anche senza menarlo, però, anche con il solo contatto e gli sfregamenti occasionali, lei lo ha praticamente portato a schizzare fuori lo sperma. Tre bei fiotti che hanno colpito il tronco della pianta dietro la quale si erano appartati e che naturalmente le si erano riversati anche sulla mano. Lo ha subito risistemato pulendosi alla meglio la mano e hanno in fretta e furia, raggiunto gli altri. Amelia non riusciva a cancellare dalla mente quelle immagini: il ragazzino che le teneva il polso, la sua mano a contatto con il pene che si ingrossava e si induriva, gli schizzi di sborra che colpivano l’albero e che le colavano sulla mano. Avrebbe potuto reagire meglio? Come? Strattonando e sgridando il bambino? Urlare non se ne parlava proprio sarebbe successo un casino. Neanche a pensarci! Era un quindicenne, con le esigenze di quell’età e lei era stata colta alla sprovvista. Stava dandosi degli alibi? Boh.. ! Forse! I genitori del bambino avevano comunicato a una delle educatrici che erano stati impossibilitati a raggiungerli, un imprevisto, nulla di grave, li teneva a casa. Subito, la comunicazione è arrivata ad Amelia che intanto non perdeva di vista il figlio, più autonomo del bimbo che aveva alle costole e che l’aveva pregata dicendole: -mamma, non starmi addosso-. Lei, fiera dell’autonomia del figlio, ma anche un po’ a malincuore aveva ubbidito. Per il viaggio di ritorno i posti in pullman di Amelia e il bimbo erano non più gli ultimi ma tra le file dei sedili in coppia e avevano dietro di loro le portine posteriori del mezzo. Il ragazzino ha tentato di riprendere il giochino di toccamenti dell’andata. Lei con fermezza lo ha ripreso dicendogli de stare buono perché era stanca. Gli ha quasi intimato di provare a dormire. Lui le si è accucciato in grembo e si è addormentato. Era davvero stanca, arrabbiata con se stessa e spaesata per quello che era successo e a cui non poteva non continuare a pensare quando uno squillo al cel. Le annunciava l’arrivo di alcune foto: la prima ritraeva il bimbo disteso sui sedili di dietro, con la testa poggiata sulle cosce di Amelia che allungava una mano a toccarle un seno e lei che con un mezzo sorriso metteva una sua mano sopra quella a contatto con la tetta, ovviamente dalla foto non si poteva stabilire se per allontanarla o trattenerla, era una foto scattata sicuramente durante il viaggio di andata. L’altra, decisamente più compromettente vedeva la mano della donna sul cazzo che sborrava. Odore di problemi? Mentre scendevano dal mezzo, tutti ammassati nello stretto corridoio tra le file di sedili, si è sentita distintamente toccare la una mano al centro delle natiche e un dito scorrere lungo le labbra della figa. E’ stato un attimo. Si è voltata ma non essendo riuscita a individuare nessuno, non se la sentiva di accusare il ragazzino forse tra i diciassette e i diciotto anni che le stava immediatamente dietro, fratello o comunque familiare di qualche paziente. Chissà poi perché alla sua età fosse lì con quella compagnia e non a divertirsi con i suoi amici, mah …! Un secondo tocco direttamente sulla figa più deciso e durato più a lungo le ha fatto capire che era proprio quel ragazzino, come si è voltata di nuovo, da lui le è stato indicato il telefonino, non solo ma una altro ragazzo dietro il primo, senza farsi notare lo rivolgeva lo schermo del proprio cellulare con una delle foto, lei si è subito ricomposta. Erano in due o minimo in due, entrambi ragazzi. Scesi dal pullman le si sono avvicinati: – conosciamo tuo figlio, abbiamo fatto amicizia oggi, non è stato difficile farci dare il tuo n. di tel. Dopo che abbiamo visto cosa facevi durante il viaggio di andata con Andrea, il ragazzino di cui Amelia si era presa cura.
Lei: – voi siete pazzi, non facevamo nulla di male, stavamo giocando.- Il secondo ragazzo: – Ah si? E com’è che non lo bloccavi quando ti toccava le tette? E perché vi siete appartati e gli hai fatto una sega? Vogliamo venire a casa tua. Siamo amici di tuo figlio. In settimana ci vediamo. Quando non c’è tuo marito, per tuo figlio non importa uno sta con lui mentre l’altro sta con te, poi ci diamo il cambio- e come a prenderla in giro hanno aggiunto: -vedrai, sarà bello. Ci divertiremo-.
Lei si sentiva male, non vedeva l’ora di arrivare a casa. Ha vomitato, si è messa a letto senza neanche farsi una doccia, fino all’indomani mattina, in attesa di sviluppi che chiaramente non potevano lasciarla affatto tranquilla e sapeva di dover mascherare questa sua agitazione soprattutto con il marito, con il figlio, ma un po’ con tutti.
Quel successivo mercoledì verso le 15.30 il citofono annunciava l’arrivo dei due ragazzi. Errano in casa lei, figlio, che si è precipitato ad aprire per accogliere i suoi due nuovi amici, e il padre, cha da lì’ a poco, sarebbe uscito per raggiungere il Bed and breakfast di loro proprietà e di cui prima ho parlato. Praticamente, fino all’indomani sarebbero rimasti a casa in città solo lei e il figlio, ovviamente per la gioia dei due porcelli che avendo assistito alla discussione tra i coniugi si pregustavano quello che con quella donna sarebbe successo da lì a poco.
Amelia era preoccupatissima, anche perché con il marito non succedeva niente da quasi un mese, lui ultimamente non la toccava e lei invece ne aveva una gran voglia, era pur sempre una femmina cinquantacinquenne, era già da buttar via? Il fatto che quei due ragazzini la volessero se da una parte la spaventava e non voleva certo essere la loro amante, schiava, puttana o chissà cos’altro, per un altro verso la faceva inorgoglire e, perché no, le procurava eccitazione, che lei cercava do reprimere, ma senza successo alcuno.
Fino all’ultimo lei ha cercato di dissuadere il marito dall’uscire di casa, tanto che alla fine lui, molto irritato ha sbottato: – ma insomma, si può sapere cos’ai? Cosa vuoi? Abbiamo appuntamento con quei clienti; già tu non vieni perché stai male, cosa vuoi che non vada neanche io e così ci facciamo pessima figura e li perdiamo? Se ci sono problemi c’e qui Roberto, intendendo il figlio oppure chiami Fabrizio (altro figlio sposato, ingegnere) e sai bene che da studio o da casa ci mette cinque minuti ad arrivare. Insomma, dopo un’ora in casa c’erano: Roberto, i suoi due amici Daniele e Bobo (diminutivo di Alberto) e lei, Amelia. I tre ragazzi si sono appartati in camera del figlio di Amelia. Non è mancato molto che Daniele, si presentasse in cucina mentre lei era intenta sopra una sedia a spolverare l’interno di un pensile. Non si è accorta del ragazzo, ha solo sentito una mano che le si poggiava sotto l’orlo della gonna ampia e risaliva percorrendo l’interno coscia. Si è spaventata, non se l’aspettava, è caduta e lui l’ha sostenuta prendendola letteralmente in braccio, per i suoi 18 anni era alto e robusto, l’ha messa in piedi con le natiche poggiate al bordo del tavolo, non perdendo altro tempo, senza dir nulla è passato subito all’azione: le ha tirato completamente su la gonna, spostato l’elastico delle mutandine, gli è apparsa una figa pelosissima che ha subito palpato con vigore infilandoci due dita e provocando la reazione di lei che ha serrato d’istinto le cosce e piegato le ginocchia. Lei, con una mano poggiata al tavolo e con l’altra sulla spalla del giovane ad allontanarlo senza successo tanto che dopo pochi secondi il braccio della donna era attorno alle spalle del diciottenne tanto d finire guancia a guancia. Non riusciva a parlare. Con la bocca sull’orecchia di Daniele è riuscita a sussurrargli quasi con un filo di voce ma ormai concentrata sulla mano che la possedeva : -smettila, togli la mano. In camera c’è mio figlio, può venire qui e ci vede. Non voglio, ti prego smetti.
Risposta di lui: – Bobo lo trattiene con qualche scusa, sono sicuro che non lo fa uscire, siamo d’accordo abbiamo organizzato: prima io poi lui. Amelia era terrorizzata. Sarebbe stata la puttana di due adolescenti e per giunta in casa sua, con suo figlio comunque presente. – dai nooo per favore basta ti prometto che domani vengo dove vuoi, ma adesso no. Per favore!
Lui: – se davvero non vuoi smetti di muoverti così, ti stai mettendo da sola le mie dita più in fondo e apri le cosce mi stai squagliando la mano, sei un forno.
Lei: – PORCOOO SEI UN BASTARDOOO
Lui continuava a masturbarla in modo violento facendola venire dopo pochi affondi decisi delle dita
Si reggeva in piedi solo perché la teneva per la figa. Non appena si è calmata l’ha fatta stendere sul tavolo spostando ciò che c’era dalla cena e dopo averla ripulita ha fiondato la faccia tra le cosce bagnate dello stesso liquido fuoriuscito dalla vagina della donna. Le labbra incollate a quelle della sua figona con la lingua che le si infilava dentro. OHHHH SIIIIIIIIIII PORCOOO MI STO ECCETANDO ANCORA SEI UN BASTARDOOO.
-aaaaaahhhhh! Godooo ancora non fermarti continuaaaaa. Ma lui si è staccato.
Lei: – NOOOO perchèèèèèèèè continua ti pregoooo.
Lui: – calma, stai buona adesso me lo succhi, poi sentirai. Con altri due colpetti di lingua tornerai eccitatissima come adesso e appena te lo infilo avrai un orgasmo talmente sconvolgente che ti spaventerai di te stessa.
Lei: -sei un bastardo! Ha preso a succhiarglielo come una pazza era una furia in pochissimo glielo ha fatto indurire come una pietra. Mamma quanto l’hai grossoooo. Mio marito è ben fornito, ma tu…………….!
Daniele: -Ora andiamo in camera dai che voglio fotterti bene a letto, comodi, sul morbido. L’ha spinta sul letto, si è riposizionato con la faccia tra le sue cosce.
Con la lingua leccava dal buco del culo fin su al clitoride dove si tratteneva a succhiare e mordicchiare. Lei aveva degli spasmi, dei sussulti,. stringeva le cosce sulle guance, spingeva la figa incontro alla bocca del ragazzo. voleva godere. In quel momento l’ha penetrata di brutto, violentemente. Un colpo secco e le era dentro la vagina, fino alle palle.
AAaaahhhhiiiiiiii! Così mi fai davvero male-
–ssssiiii daiiiiiii te la spacco puttanaa. Hai un lago dentro la figa. Voglio aprirtela bene. Lo sai che tanto ti si allarga tutta. Daiii scopa gran troia.
Dava un colpo di cazzo e stava fermo per alcuni istanti, poi un altro colpo violento e poi un altro sempre a distanza di qualche secondo l’uni dall’altro.
Lei sentiva i colpi di cazzo in vagina. Li sentiva tutti e ad ogni affondo rispondeva con ahiiii, ahhhhh, mmmhhhhsssiiiiiiiii. Ad un certo punto lui ha accelerato il ritmo e lei: – ooohhhhsssiiiiiiiiiiiiib vengooooooooo godoooooooooo godooooooooo, il ragazzo è rimasto fermo col cazzo ben piantato nella sua vagina lasciando che lei si muovesse. E’ venuta con il cazzo durissimo tutto dentro la figa, sentiva il canale vaginale modellarsi attorno al tubo di carne e nervi che vi scorreva come uno stantuffo dimenandosi come indemoniata. Si mordeva il labbro inferiore per non urlare, cosa che le riusciva solo in parte, voleva dal sfogo al suo piacere, ma c’era il figlio.
Lui: -Che donna! Che femmina!
Con colpi sempre violenti tra gemiti e grugniti le ha scaricato tutta la sborra dentro quella figa che da quasi due mesi non accoglieva un cazzo.
Altro che fredda come a volte dava l’impressione di essere a vederla senza conoscerla!
E’ rimasta lì al letto, nuda mentre il ragazzo si rivestiva e usciva dalla camera da letto.
quando si è decisa a riprendere se stessa per alzarsi e tornare alle sue faccende, non ha fatto in tempo a mettersi seduta sul letto che in camera è comparso Bobo.
-Mi ha detto Daniele che sei un’indemoniata. Glielo stavi spolpando. Ha detto che hai la figa di una ragazzina , e bada che sia donne come te, sia ragazze, noi ce ne siamo fatte ….Eh!?- con occhiolino e sorriso a tutti denti a far seguire questa affermazione. Si è spogliato in fretta mettendo il cazzo in mano alla donna. Lei, paragonandolo a quello del suo precedente scopatore, lo ha trovato meno grosso, leggermente più corto ma di una durezza incredibile nell’accarezzarlo e masturbarlo mentre lui le stringeva leggermente il polso per guidarla, quando poi la mano è passata a strizzarle una tetta facendole anche male, lei ha continuato a menarlo con un buon ritmo, mentre lui le prendeva i capezzoli tra indice e pollice massaggiandoli e tirandoli, questo la eccitava ancora di più.
Entrambi i ragazzi comunque lo avevano più grosso e decisamente più duro rispetto a suo marito. Con Daniele aveva avuto orgasmi improvvisi, intensi, di un’intensità che non si aspettava, con il marito erano più lievi, dolci, di durata un po’ più lunga, come a significare che con il marito ci faceva l’amore, con Daniele ci aveva scopato. Ora stava per constatare come sarebbe stato con un secondo estraneo, un altro ragazzino, un diciassettenne.
Glielo ha messo in bocca e le guidava la testa a succhiarglielo, le dava un ritmo decisamente sostenuto e a lei sembrava che più passasse il tempo, più lo succhiava, più diventava duro ma nessun accenno all’orgasmo anche se il pompino alternato a leccate della cappella, dei coglioni e di tutta l’asta ormai durava da consistente numero di minuti. Inutile dire che la figa della donna era ancora una volta fradicia di umori, anche se con Daniele aveva avuto modo di venire più volte, per questo motivo quando Bobo le ha infilato indice e medio mentre con il pollice le massaggiava il clitoride, è scoppiata ancora una volta.
La penetrazione da dietro con lei a carponi sul letto è stata dolorosa perché dopo quell’ennesima fuoriuscita di liquido dalla vagina a causa di quelle dita da cui si sentiva frugata, aperta fino alla più remota sua intimità e dopo tutti i precedenti orgasmi con Daniele, era quasi del tutto asciutta, sentiva il dolore dello sfregamento del pene durissimo sulle carni soffici, ma non c’è voluto molto perché quel vai è vieni tornasse a farle produrre il liquido mieloso che lubrificava. Proprio perché ben lubrificato il cazzo appena uscito dalla figa, le si è infilato in culo con una stoccata decisa e potente, ma con discreta facilità. Lei ha urlato ed è stato solo perché la testa era affondata sul cuscino che il figlio non ha sentito. Le ha fatto male. Lo pregava di toglierlo o di fare piano, ma lui ci dava come un forsennato fregandosene della femmina, la voleva, se la voleva godere senza riserve e senza alcun ritegno.
Dopo poco, comunque anche lei stava godendo di nuovo e parecchio lasciandosi andare sporgendo il culo verso il cazzo potente, nervoso, duro. Gemiti, lui le intimava di muovere il culo perché voleva godere bene, lei eseguiva. E ‘ venuta ancora insieme al ragazzino che le si scaricava in culo e mentre le dita di lui la frugavano ancora in fondo alla figa.
Andati via i ragazzi, in apparenza la vita scorreva nella più totale normalità quotidiana, salvo il fatto che quell’esperienza sembrava averle procurato una sorta di risveglio degli appetiti sessuali, forse rompendo gli equilibri che si erano stabiliti in anni di rapporti intimi con il marito, compresi due figli ormai adulti. Questo le faceva balenare in testa idee che un attimo dopo già da sé considerava assurde, come per esempio contattare telefonicamente i ragazzi per farli arrivare a casa sua quando fosse stata da sola e libera o addirittura scoprire dove poteva trovarli e raggiungerli.
Ricordava bene e lo ha inserito nel racconto, come una sera che si era recata con un’amica ad assistere ad uno spettacolo teatrale messo su da alcuni ragazzi che frequentavano il centro, tra cui il figlio di quest’amica appunto e la sua assistente, Ne suo figlio ne suo marito l’avevano potuta accompagnare, il primo non ne aveva avuto voglia, il marito aveva impegni con altre persone. In platea erano lei e l’amica costrette a sedersi un due file diverse , lei aveva immediatamente davanti a sé le spalle dell’amica. Buio in sala, comincia lo spettacolo, ovviamente cellulari zittiti, ma quello di Amelia continuava a vibrare. L’insistenza della vibrazione l’ha portata a volerne capire il perché; tre chiamate perse da un numero sconosciuto e un sms sempre da quel numero. Aprendo il messaggio le è comparsa una delle due foto che per la prima volta sul pullman il giorno della gita, le erano state inviate dai ragazzi. Il numero però non era il loro. Immediatamente oscurato lo schermo, il cuore le batteva a mille, stava per chiedere permesso al tizio che aveva a fianco per poter uscire e raggiungere l’esterno per prendere una boccata d’aria che lì dentro le stava mancando quando lui, in risposta a quella richiesta l’ha trattenuta per un braccio costringendola a stare seduta e mostrandole il proprio cel. C’era quella foto, era stato lui ad inviargliela, li, nella semi oscurità ad Amelia è parso di non conoscere assolutamente quel viso. Si è riaccomodata, per così dire, sulla sua poltrona. I pensieri volavano, solo dopo un po’ ha distintamente sentito il dorso della mano dell’uomo poggiarsi sulla parte esterna della coscia. Non ha minimamente reagito e lui con un sorriso beffardo si è allontanato. Alla fine del primo atto, riaccese le luci, visto che la poltroncina al suo fianco non era ancora stata nuovamente occupata, l’amica di Amelia ne ha preso possesso e vedendola abbastanza strana in volto le ha chiesto se vi fossero problemi. Amelia l’ha rassicurata ma le ha anche detto che avendo ricevuto un sms dal marito, di ì’ a poco l’avrebbe dovuta lasciare. L’amica, chiaramente dispiaciuta si è offerta di accompagnarla ma lei non glielo ha permesso dicendo: – no, non voglio, non c’è necessità. Rimani a goderti tuo figlio che recita, dopo circa venti minuti, Amelia durante il secondo atto ha preso la via di casa. Aveva il cuore in tumulto, si guardava dietro e dappertutto ogni minuto aveva paure di essere seguita ma fino a casa nulla è successo. Aprendo il cancelletto lui le si è avvicinato. Si, era lui, quello del teatro: – ciao bella, lei si è spaventata, gli ha chiesto subito, parlando vicinissima al viso dell’uomo a bassissima voce, come avesse avuto le foto e chi fosse. I volti erano tanto vicini che lui ha potuto poggiare indisturbato le labbra su quelle della donna rubandole un bacio. Lei si è subito scansata e lui: con una leggera risata beffarda: – questo è un piccolissimo anticipo, mi conoscerai molto meglio e ti conoscerò nettamente in modo più “approfondito” altra risata.
Lui: – Daniele è mio amico, so che non ti è dispiaciuto affatto. Mi ha detto quanto piacere hai provato nel fartelo e come lo hai soddisfatto pienamente, sia a lui che a Bobo -. Ha proseguito: – mi piaci, ci rivedremo presto poi assestandole uno sculaccione ha fatto in modo che il polpastrello del medio toccasse la figa della donna. Lo ha anche leggermente pressato sul solco tra le natiche di Amelia. Tutto questo attraverso i pantaloni non aderentissimi della donna, portandoselo poi alle narici, facendole vedere come annusandolo il tutto lo mandasse in estasi. Le voleva ovviamente far capire che l’avrebbe avuta , che non vedeva l’ora di farsela e che se la sarebbe ripassata a dovere. Con le parole: – Con calma, facciamo le cose con calma e vedrai che ne sarai pienamente soddisfatta anche tu e con un ciao si è allontanato.
Lei con tutta la tempesta che dentro le si era scatenata è entrata in casa, ma solo dopo che per molti minuti ha cercato tra il mazzo la chiave giusta per aprire. La sua mente era concentrata su ben altre storie. Ha realizzato solo dopo che il tizio sapeva dove lei abitava. Per i successivi due giorni non è successo niente, ma questo non tranquillizzava Amelia.
Tre giorni passati senza che succedesse niente: una mattina mentre uscita di casa per fare un po’ di spesa alimentare, è stata attratta da delle magliette appese in vendita in una delle bancarelle del mercato rionale e mentre ne studiava i disegni e la consistenza della stoffa, lui, l’uomo che l’aveva importunata a teatro, che le aveva rubato un bacio sotto casa come un fidanzatino che lascia la sua bella dopo averla accompagnata. Colui che l’aveva palpeggiata cu cosce e culo, le si era materializzato a fianco: si è spaventata e Alfredo, così si chiamava, l’ha tranquillizzata: – sono io, che c’è? Stai buona. Mentre parlava, facendo finta di niente cominciava ad accarezzarle il culo. Lei terrorizzata si e irrigidita: – smettila. No siamo vicino a casa mia, mi conoscono. Lui: ma figurati, non stanno a guardare noi-. Poi si è corretto: – anzi si. Sei una bella donna e credo che tra i maschietti, anche tra quelli qui intorno ce ne sia più di qualcuno che vorrebbe averti per un’oretta o per tutto un pomeriggio in camera da letto. Intanto oggi pomeriggio visiterai la mia di camera da letto, ma non è detto che non facciamo qualcosa anche in soggiorno sul divano o sul tappeto o sul tavolo in cucina; insomma, oggi alle due ti aspetto a casa. Controlla il cel. Ti sta arrivando un sms con l’indirizzo.-
Lei, Amelia: – tu sei pazzo. Io non vengo da nessuna parte. Lui: -io dico che ti conviene venire.- lo diceva mentre tra le mani aveva un paio di mutandine femminili prese da una cesta dei capi in vendita di quel negozietto ambulante e che mostrava alla donna come a far capire agli estranei che casualmente vedevano, quanta intimità ci fosse tra lui e lei. Amelia terrorizzata, con uno scatto ha voltato le spalle alla scena.
Le quattordici, lei suonava al citofono. Chi è?
– Apri porco. Sono io
Non appena dentro casa, lui le è letteralmente saltato addosso prendendola prima che potesse minimamente reagire.
Soggiorno, divano, tappeto, cucina, letto ……………… la prendeva, la possedeva, la faceva sua con una forza, una violenza che Amelia neanche sospettava che un uomo potesse mettere in campo,. Era anche vero che mentre subiva quegli assalti, non era più lì, visitava altri mondi. Impazziva di piacere. Non voleva più tornare indietro, non voleva rientrare in sé. La faccia di lui tra le sue cosce. I capezzoli martoriati, il cazzo in fondo nelle sue più profonde intimità, la portavano fuori da ogni realtà e dopo appena pochi minuti dall’inizio di quegli assalti, era lei che nella realtà non ci voleva tornare, non voleva abbandonare quelle sensazioni di goduria estrema, di piaceri pazzeschi che la stava no invadendo e nei quali voleva continuare immergersi.
Verso circa le sette, lei era talmente spossata, distrutta che lui l’ha dovuta prendere di peso dal letto dopo averla aiutata a rivestirsi alla meglio, per portarla giù in macchina passando per il garage, evitando la strada e con la speranza che nessun condomino lo vedesse mentre caricava in macchina quella donna completamente svuotata di tutte le energie.
Arrivati all’angolo prima di svoltare per l’ingresso della palazzina in cui la donna abitava. È stata lei stessa a chiedergli di fermarsi lì perché non voleva che la vedessero scendere da una macchina. Lui le ha chiesto se davvero fosse stata in grado viste le condizioni in cui l’aveva ridotta, di raggiungere casa. Lei lo ha rassicurato. In effetti ha dovuto compiere sforzi sovrumani per arrivare al cancello, al portoncino e salire e entrare in casa. Sperava non ci fosse ne figlio ne marito. Così era. Non c’era nessuno. Si è fiondata a letto dove il marito rientrando dopo poco l’ha trovata. Gli ha detto che si era sentita poco bene. Lui con un bacio le ha chiesto se avesse bisogno di qualcosa, lei rassicurandolo gli ha risposto che se aveva fame, in frigo c’erano delle rimanenze dal pranzo, infatti fortunatamente aveva un po’ abbondato con le porzioni, questo le ha consentito di poter non alzarsi a preparare cena.
Epilogo
quello che accomunava noi quattro, quattro donne dalla vita normale , madri, mogli assolutamente dedite alla quotidianità più tranquilla, Fino a quando per eventi più o meno casuali non siamo state praticamente a scoprire, mettere a nudo e accettare l’evidenza che la vena di masochismo che fino ad allora era stata totalmente ignorata, ha portato tutte a scoprirci nettamente diverse da quelle che la vita di tutti i giorni, fino ad allora ci aveva portato a diventare. Devo confessare che dopo quegli eventi, io sono anche andata alla ricerca di esperienze che mi riportassero a quelle soddisfazioni del piacere e altre situazioni più o meno simili le ho trovate. Quando ci incontriamo con le altre, in occasioni di riunioni più o meno ufficialo o eventi, dai discorsi fatti sotto voce, capisco che anche le altre tre sono state e sono ancora alla perenne ricerca di trasgressioni anche se, come me con moltissima, ma davvero tanta cautela. Nella vita si cambia. Eccome se si cambia!

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