i miei amanti

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– La sai una cosa Andrea? Hai un bellissimo petto villoso. –
Accarezzò con la mano i folti peli brizzolati facendoli scorrere fra le dita, affascinata da quel contatto elettrizzante. Avvicinò il viso fino a sentirli sulle sue guance eccitandosi al tocco solleticante di quei filamenti ricciuti. Il cuore le batteva forte, lo faceva sempre quando donava ai suoi amanti tutto il suo corpo. Li amava tutti, dal primo all’ultimo. Uomini, donne, giovani, vecchi, belli o brutti che fossero; a volte, ma molto raramente, persino bambini e fanciulli ancora fiorenti nella loro gracile età.
La mano scese verso il suo sesso, i testicoli piuttosto voluminosi la gremirono facendola eccitare ancora di più. Li massaggiò dolcemente, li strinse con delicatezza con fare ormai esperto, consapevole di quanto avrebbe deliziato il suo nuovo amante. Avvicinò la sua bocca verso il suo cazzo, lo baciò, piccoli contatti lievi, baciò anche le sue enormi palle. Poi cominciò a leccarle, le inumidì con la sua saliva.
– Che palle grandi che hai. Voglio prenderle nella mia bocca. –
Era davvero un’impresa ardua, aprì la sua bocca al massimo cercando di introdurle senza provocargli sofferenze; non se lo sarebbe perdonata se lui avesse sofferto. Si arrese, dovette farlo con un testicolo alla volta. Leccò e succhiò quei bellissimi coglioni pelosi mentre con la mano tirò fuori la capella del suo cazzo. Abbandonò le palle e cominciò a lavorarsi il membro, lo tenne dentro la sua bocca per un tempo che sembrò interminabile, era buonissimo.
Non ce la faceva più, la sua figa pulsante e bagnata voleva quel cazzo. Salì cavalcioni sopra di lui, non portava le mutandine sotto la gonna, non lo faceva più da molto tempo ormai, a parte quei giorni del mese particolari che li considerava fastidiosissimi per il suo lavoro di amante a tempo pieno. Col cazzo in mano lo avvicinò alla figa fradicia e lo strusciò inzuppandolo dei suoi umori. Strofinò il membro su tutta la sua carne umida e calda ormai prossima all’orgasmo. Lo mosse avanti e indietro sul solco delle sue natiche deliziandosi nel sentirlo all’ingresso del suo buchetto, strinse le chiappe varie volte per farlo godere di più. Si trattenne sul clitoride che urlava tutta la sua eccitazione. Sfregò il glande ad un ritmo più serrato col corpo che cominciò ad irrigidirsi, trasformando l’espressione del suo viso come fosse varcata da un tremendo dolore. Un dolore bellissimo, che andava al di là di ogni immaginazione. Un dolore che la portò allo stremo delle forze in un attimo, rendendola vulnerabile durante il suo corso. Gridò il suo euforico piacere accasciandosi su di lui in un respiro affannoso, col sudore che le colava sulla fronte. Si abbandonò a lui baciando ancora il suo petto villoso e le sue labbra carnose.
– Amore mio – disse, – sei stato stupendo. – Lo baciò e lo baciò ancora. – Ma è meglio che ci fermiamo qui ora, dobbiamo metterci al lavoro. Tra non molto scenderanno per avere qualche aggiornamento sull’autopsia. –
Scese dal piano d’acciaio su cui era disteso il corpo di Andrea, era morto da più di due ore e tra non molto il rigor mortis avrebbe cominciato il suo compito. Prese le piccole pinzette per estrarre il proiettile dal foro del suo cranio.
– Stai tranquillo amore mio, non sentirai nessun dolore, cercherò di essere il più delicata possibile. –
Giovedì, 17/06/2010
Si chiama Giulia Leonardi, 24 anni – disse quell’odiosissimo dentone del suo collega. – Il suo ragazzo dopo averla costretta con la forza a fare i suoi porci comodi, l’ha strangolata fino a soffocarla. La polizia chiamata dai vicini è arrivata in tempo per beccarlo con le mani nel sacco, o meglio nella sua gola, ma in ritardo per lei. E’ successo meno di un’ora fa, infatti il corpo è ancora caldo. Stuprata e ammazzata, la solita routine. Peccato, era proprio una bella figa. –
L’insensibilità e l’indifferenza erano il suo cavallo di battaglia. Lo odiava veramente con tutto il cuore, non riusciva a sopportare la vista di quei suoi enormi denti sporgenti che gli spuntavano fuori dalla bocca, per questo tutti lo chiamavano dentone. Gli faceva schifo in tutto e per tutto.
– Che ne dici se stasera usciamo a divertirci? – le chiese.
– Non è il caso, non sei il mio tipo te l’ho già detto tante volte, lascia perdere. –
– Cazzo, a forza di stare qua dentro stai diventando più pallida dei tuoi cadaveri. Dai che magari ci facciamo pure una scopata. –
– Ma fammi il piacere! Trovatene qualcun altra che abbia lo stomaco più forte. –
Strappò via con rabbia il lenzuolo che copriva il cadavere gettandolo a terra. Il corpo completamente nudo della donna presentava alcuni lividi sul seno e sullo stomaco provocati dalle botte inferte dal suo ragazzo. Il collo era completamente violaceo dalla possente stretta che aveva subito. Gli occhi erano ancora aperti, e la bocca socchiusa sembrava ancora in cerca di quell’ultima boccata d’aria che le era stata negata.
– Ne trovo decine di donne, meglio di te. Donne con belle tette grandi come queste – disse strizzando il seno del cadavere con la sua schifosissima mano.
– Vuoi che scriva sul mio rapporto che ho trovato le tue impronte sul seno della donna morta? –
– Vaffanculo, sei una stronza! Stronza e puttana. – Uscì sbattendo la porta alle sue spalle.
Raccolse il lenzuolo da terra e lo mise su una sedia. Si avvicinò al corpo senza vita della donna ancora disgustata dalla volgarità del suo collega.
– Non farci caso – le sussurrò all’orecchio, – quello è soltanto un idiota. L’unico buco in cui potrà infilare il suo pistolino sarà il ditale che usa sua madre nel cucito. –
Ammirò rapita la bellezza del suo viso. Era la prima volta che le capitava una così incantevole donna, sembrava un angelo. Prese la macchina fotografica e scattò alcune foto su alcune parti del suo corpo, soffermandosi in particolare sui lividi nello stomaco e sul seno, nella gola e poi sulle parti intime. Prelevò alcuni campioni di sostanza dalla vagina e dal retto e li mise in busta chiusa pronti per mandarli in laboratorio per essere analizzati. Ora era pronta per l’autopsia.
Le accarezzò il viso per rassicurarla, le disse che avrebbe fatto con delicatezza, che non doveva aver paura. Il blu dei suoi occhi le fece battere il cuore.
– Lo sai Giulia? Hai dei bellissimi occhi. –
La baciò sulle labbra, la sua lingua si intrufolò nella bocca socchiusa facendole battere più forte il cuore. Una bocca innaturalmente asciutta, si sentì triste per lei. La riempì della sua saliva così che le loro lingue potessero goderne e gioire entrambe di quell’unione amorosa. Le mani carezzarono il suo seducente seno, doveva essere una quarta naturale, il contatto delle sue forme armoniose le stuzzicò la voglia di degustarle. Scese con la bocca a leccarle gli enormi capezzoli, li succhiò, li mordicchiò conscia che avrebbe fatto impazzire di piacere la sua nuova amante. Si slacciò i bottoni del camice e della sua camicetta, apri gli indumenti mostrandole il suo di seno; come per le mutandine non portava più nemmeno il reggiseno. Le tette non erano grandi come le sue, ma erano abbastanza seducenti anche loro, e a Giulia sembravano piacere. Volle offrirle il calore dei suoi piccoli capezzoli rosei, Giulia li aveva scuri, più provocanti, e vederli insieme stranamente le venne in mente l’immagine di due bambine di razza e colore diverso. Divertita volle farle conoscere, voleva che giocassero insieme, fecero subito amicizia. Si stuzzicarono a vicenda, la loro sensibilità aumentò a quel contatto, li inumidì con la saliva, leccò i suoi e raggiunse con la lingua anche i propri, e ripresero il loro gioco reso più stimolante da quell’acquoso tocco. La baciò sulla guancia.
– Sei bellissima amore mio. Tu non sai quanto mi renda felice averti qui con me. Voglio ripagarti di tutto l’amore che mi dai. Ho una sorpresa per te, aspettami qui. – Raggiunse la sua borsetta posta sull’appendiabiti e dopo avervi rovistato dentro ne tornò con un vibratore in mano. Ti piace? Non lo trovi carino tutto rosa? Senti com’è liscio. – Lo avvicinò alla sua mano, le fece stringere l’oggetto e l’accostò su di se. La baciò con passione, prese le dita sulla sua bocca, si eccitò al pensiero di quante volte fossero scese là in mezzo alle gambe, a massagiare le soffici carni della figa, a stimolare il clitoride gonfio e rigido carico di eccitazione, a quante volte si fossero intrufolate dentro quelle profondità roride di umori e pulsanti di sensazioni sublimi. Sentì forte la sua voglia di fare l’amore con lei, ma volle prima farla godere per ricambiarla dell’amore che le faceva provare.
Lasciò la sua mano affidandole l’oggetto del desiderio tutto rosa. Le piegò le gambe avvicinandole i piedi quasi a toccare le sue bellissime natiche. Le allargò le cosce apprezzando il contatto di quella pelle vellutata. Salì sul piano d’acciaio sopra di lei, sistemò la sua gonna nascondendo la testa di Giulia sotto di essa. La sua vagina era a stretto contatto delle sue labbra socchiuse. Il vibratore passò di nuovo nelle sue mani, se lo infilò in bocca e lo insalivò per bene. Lasciò cadere un pò di saliva anche sulla splendida figa depilata e con la lingua assaporò le sue soffici labbra.
– Si sente ancora il sapore della sborra di quel bastardo del tuo ragazzo – disse. – Quel coglione non ti merita, come non si merita che la sua schifezza resti ancora nella tua figa. –
Aprì con le dita le sue labbra carnose e le ripulì per bene a forza di slinguazzate. Non si fermò finchè non fu certa che vi fosse rimasta alcuna traccia dello sperma dell’odiato fidanzato. Cercò di raggiungere anche il buco del suo culo seppure con qualche difficoltà.
Accese il vibratore e lo accostò al suo clitoride, le parve di sentirla contrarsi, che le fosse sfuggito un gemito. – Scusami, dovevo fare con più delicatezza, mi dispiace. – L’oggetto vibrante si mosse su tutta la vagina col suo incessante ronzio, esplorando ogni centimetro di quel piccolo paradiso di piacere. Si fermò per un istante nell’agognato ingresso per cominciare a sprofondarci dentro lentamente aiutato dalla saliva che continuava ad agevolarlo, fino ad arrivare in fondo.
– Quant’è profonda, amore mio – disse deliziata della visione. Iniziò a muovere il cazzo artificiale avanti e indietro ad un ritmo che andava aumentando ad ogni istante. Scivolava nel suo interno provocandole in quella scopata un crescendo di eccitazione che sentì la figa nel muso di Giulia bagnarsi sempre di più. Con un lieve ancheggiare la sfregò sulla sua bocca impregnandola dei suoi umori caldi e scivolosi. Apprezzò con gioia la punta del suo naso stimolarle il buchetto del culo.
Estrasse il vibratore dalla vagina e lo accostò nell’altro ingresso. Spinse, era più stretto ma non incontrò difficoltà ad entrare. Chissà quante volte anche quell’entrata era stata violata, chissà quanti cazzi ci avevano goduto ad esplorare le sue profondità intime, chissà quante sborrate ci avevano contenuto.
– Hai goduto tanto a farti riempire il culo di sborra, amore? Hai goduto a sentire la sborra calda dentro di te? Tanta, tanta sborra? –
Il suo ancheggiare aumentò presa da quei pensieri che la stavano portando ad avere un orgasmo. Per un istante percepì qualcosa di strano, era forse la sua lingua quella che sentì? Ma certo che lo era, anche lei stava ricambiando il suo amore. – Brava, dai leccami tutta. Così, infilami la lingua dentro. – La stava facendo godere stimolata dal fallo nel culo. – Ti piace prenderlo nel culo, vero? Oh si che ti piace, lo sento come sei eccitata. Vuoi che ti ci infili le dita dentro? Vuoi sentirle muoversi mentre ti allargano il buco? –
Abbandonò il vibratore sul piano d’acciaio aumentando di volume il suo ronzio al contatto del metallo. Sputò sulle dita e le inserì nell’orifizio ancora spalancato e allettante. – Ti piace così amore? Lo senti come sono brava? – Ci introdusse un terzo dito, l’apertura sembrava non avere problemi nel contenerli, e continuava ad allargarsi dopo il passaggio di un altro dito ancora. – Oh Giulia, quanto sei troia! Guarda che meraviglia di culo che c’hai. Sei un amante del fisting? Ci godi a fartelo sfondare in questo modo? Io mi sto eccitando da morire, ti prego, continua a leccarmi la figa, non fermarti. –
Tirò verso di sè la sua gamba piegandola il più possibile per avere una visione migliore di ciò che stava facendo. Sputò ancora sulla sua mano e spinse ancora di più, lo sfintere era al massimo della sua apertura, la mano riuscì finalmente ad entrarci tutta. Non aveva mai visto finora una cosa del genere, la sua mano era affondata fino al polso dentro il suo culo. Mosse le sue dita dentro quella fenomenale caverna di carne, provando una sensazione di inverosimile piacere come non aveva mai provato prima in vita sua. Le pareti forzavano su di esse come fossero rivestite da un guanto strettissimo, agitò la mano avanti e indietro ammirando il movimento della pelle stretta attorno al suo polso, sembrava un vulcano pronto ad esplodere. Fu la sua figa ad esplodere in un orgasmo che la mandò in estasi. La sentì schizzare abbondanti liquidi ad ogni sua pulsazione nella faccia della strabiliante amante, sentì le sue cosce bagnarsi del caldo fluido sprigionatosi con un’irruenta violenza dal suo corpo preso ancora dagli spasmi di godimento. Un grande gemito le sfuggì dalla bocca, sembrò più un urlo che si diffuse per tutta la stanza, e forse anche in quelle adiacenti. Continuò ad ancheggiare sfregando con forza la figa contro il muso di lei, si stava scopando la sua faccia con ardore seguitando a cacciare liquidi che si andavano attenuando sempre di più ad ogni movimento. La sua figa nella faccia di Giulia completamente fradicia e nascosta sotto la gonna, era ormai allo stremo delle forze. Si accasciò su di lei sfinita ma tremendamente appagata da quell’esperienza che per lei era assolutamente nuova. Il suo cuore batteva forte all’impazzata.
– Non avrei mai pensato che persino noi donne potessimo sborrare – disse sorridendo. – Così tanto poi. Ho fatto tanta di quella sborra che per poco non ti faccio annegare, eh Giulia? Altro che quel coglione del tuo ragazzo. –
Si sentì felice. Mosse le dita della mano dentro al culo dell’amante ancora affascinata da quella situazione che si era venuta a creare. Non aveva nessuna intenzione di toglierla da dentro di lei, voleva restare così per sempre. Restare abbracciata al suo amore, toccare quella parte di lei che nessun altro avrebbe mai potuto raggiungere. Certo, a parte qualche cazzo che si era divertito a sborrarci dentro, ma cos’era uno stupido cazzo in confronto alla sua mano che poteva sentire e far provare sensazioni che andavano al di là di una semplice schizzata appiccicosa? Chiuse gli occhi godendosi quel momento fino all’ultimo, accompagnata dal suono del vibratore che continuava il suo incessante ronzio.
Stava finendo di ripulire la faccia di Giulia dei suoi umori, la sua lingua lambiva dolcemente i suoi graziosi lineamenti come una gatta intenta a lisciare il pelo del suo micetto. Era distesa su di lei su quel piano freddo e grigio, ma che da tempo ormai lo considerava un comodo letto. Era abbastanza grande, non si stava male, era accogliente ed era una bella alcova dove poter amare la sua donna. Finì il suo compito e si trattenne ad ammirare la sua bellezza. I suoi occhi blu avevano un’espressione serena, persi nel vuoto sembrava che guardassero dentro di lei, che scrutassero all’interno della sua anima. La sua Giulia le stava leggendo le sue perversioni, guardava l’oscurità che si celava nel suo essere, ombre sfuggenti ma non invisibili che mostravano la natura contorta della sua coscienza.
Le venne un nodo alla gola, gli occhi le si appannarono dalle lacrime, sentì salirle dal cuore un tormentoso pianto, si faceva strada inarrestabile come un treno in corsa. Cominciò a singhiozzare, con la mano accarezzò il viso di lei che continuava a fissarla.
– Oh Giulia – disse con voce strozzata. – Sono così malata. Mi sento così sporca dentro… mi sento così sbagliata… – I singhiozzi divennero più forti. – Non riesco a fermarmi… non riesco a non farlo, capisci?… é più forte di me… è troppo forte… Ti prego, dimmi come posso smettere… dimmi cosa devo fare per mettere fino a tutto questo… Puoi fare qualcosa?… puoi aiutarmi?… – Le lacrime caddero sulle guance di quel viso privo di vita che forse mai nella sua breve esistenza fu amato così tanto e in quel modo. Pianse ancora di più – … puoi? –
Venerdì, 18/06/2010
Dentone aveva un’espressione più idiota del solito, ma questa volta aveva anche un sorriso malizioso stampato in faccia.
– Questo ti piacerà – disse indicando la sagoma del corpo sotto il lenzuolo. – Questo sembra il genere che interessa a te. Puoi divertirti a tagliuzzarlo senza correre il pericolo che schizzi sangue dappertutto. –
– Ai morti non schizza il sangue, specialmente se lo sono già da un pò. Ma dove hai studiato medicina? Ad un corso per corrispondenza? –
– Si, sfotti pure, tra un pò ti passerà la voglia di farlo. – Con un patetico gesto teatrale tirò via il lenzuolo come se volesse far apparire il corpo come per magia. – Ta-daa! –
Il corpo, o quello che ne restava, era in avanzato stato di decomposizione, indossava solo un paio di calzoncini rossi e scarponi da lavoro quasi nuovi. La sua postura ricordava la stessa di Han Solo ibernato nella grafite da Darth Vader nel secondo episodio della trilogia di Guerre Stellari. Era completamente ricoperto di vermi che si muovevano all’unisono indaffarati nel loro compito di nutrirsi della carne morta. Alcune parti dello scheletro erano denudate dalle carni lacere che avevano assunto ormai un bruttissimo colore scuro e sporco. Della faccia era rimasto ben poco, le orbite oculari erano vuote, a parte i parassiti che ne occupavano gli incavi che un tempo erano appartenuti ai suoi occhi. Quasi tutti i denti erano bene in evidenza, sembrava che in vita il suo possessore li tenesse con considerevole cura, infatti ad occhio e croce non presentavano anomalie di nessun genere. Il tanfo che ne scaturiva da tutto il corpo era terribile, il dentone trattenne a stento un conato di vomito.
– Si chiama, o si presume che si chiami Filippo Montarni, 54 anni, la polizia pensa che si tratti di lui. Di lui si perse ogni traccia quattro mesi fa, nessuno dei suoi parenti seppe dire che fine avesse fatto. Lo hanno trovato questa mattina sotto un pesante mobile di legno in una casetta fuori città su un podere un pò isolato, dai documenti risulta che fosse di sua proprietà, nessuno ne sapeva niente. –
Attaccò a tossire e ad avere dei forti conati.
– Ma come cazzo fai a rimanere così impassibile con questo tanfo? – le chiese stupito e deluso dalla naturalezza con cui stava vicino al corpo putrido. Non resistette un minuto di più in quel posto. Si avviò correndo verso la porta, ma all’ultimo istante cambiò direzione e deviò a sinistra verso il grosso contenitore di metallo. Vi lasciò dentro la sua colazione a tenere compagnia ai guanti di gomma usati. Uscì barcollando dalla stanza con gli occhi lacrimanti e il viso di tutti i colori.
Rimasta finalmente in assenza della sua compagnia, si avvicinò a sussurrare qualcosa al nuovo arrivato.
– Non farci caso, è solo un coglione. Quel segaiolo di suo padre deve averlo schizzato fuori così com’è senza nemmeno farlo passare per la figa della madre. –
Scostò dalla sua fronte il rimasuglio di una ciocca di capelli, un vermicello bianco scalpitante spuntò fuori come infastidito dall’improvviso sfratto. Si contorse per un pò e alla fine scivolò sul tavolo d’acciaio a confondersi ad altri suoi simili.
– Vuoi saperla una cosa Filippo? Hai proprio dei bellissimi denti. –
Dedicato a Marco, come promesso.
Simpatica, ironica, a volte pungente nei suoi commenti.
Le piace essere sorpresa.
Adulatrice e… perchè no, musa dei miei racconti, non per niente scrive poesie.
Bella…? Il suo cuore sembra esserlo, io ne sono certo. Che cavolo, è la mia fan numero uno!
Non la conosco, non so chi sia,
ma è bello sapere che c’è.

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