il circolo dei bastardi capitolo 1

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Ricevo spesso commenti su quello che scrivo. Sono un dilettante anche se lo scrivere ha fatto parte della mia professione. Negativi che siano o positivi, mi piace riceverli, cerco di esaminarli spassionatamente e spesso li trovo utili.
Mi ha meravigliato però ricevere da un mittente anonimo un grosso pacco di fogli perchè “lo mettessi a posto per metterlo poi su internet”. La cosa mi ha creato qualche problema di coscienza, di tempo e di fatica. Non è lungo quanto Guerra e Pace ma l’autore non scrive proprio come l’Alessandro Manzoni. Dico l’ Autore, ma probabilmente dovrei dire gli Autori e le Autrici. Certamente le mani sono tante ed alcune, delicate mani femminili.
Mi sono però appassionato alle diverse vicende ed ho passato l’estate a decifrare i fogli, dattiloscritti quando non sono persino scritti a penna o a matita.
La lettera d’accompagnamento mi dava qualche indicazione per modificare alcuni nomi, luoghi e fatti che avrebbero potuto, ma è improbabile, far capire di chi si parli. Bastard poi, non è l’aggettivo inglese ma quello lombardo per l’italianissimo “bastardo”. Per questo ho cambiato il titolo in Circolo dei Bastardi. Un circolo in cui si incontrano a pranzo uomini e donne soli che hanno incontrato almeno una volta nella vita un “bastardo” e lo raccontano. Talvolta, anzi spesso, raccontano situazioni da cui emerge che pure alcuni di loro, almeno una volta, sono stati dei gran…
Buona lettura…
CAP 1
La sala in cui stanno finendo di pranzare ha conosciuto tempi migliori. E’ stata pulita ma i tappeti sono logori, tendoni, mobili ed il tovagliato andrebbero sostituiti assieme al parquet sconnesso ha fatto cadere a terra in quegli anni più di uno degli ospiti. Sono i resti di uno splendore scomparso, come i bei calici in cui ora viene versato del vino dolce.
Siamo pochi ormai, dice uno dei commensali guardandosi intorno, prima o poi dovremo usare la sala piccola. Ma riunirsi nell’altra sala, più piccola, sarebbe stato un gesto di resa al tempo, che voleva, che tutti loro volevano rinviare ancora. Tocca a lei, signora Piera, cominci pure, non sia timida.
Tutti la guardano; la signora Piera si sente imbarazzata non poco ma è da un anno che partecipa ai pranzi del martedì. Per un anno ha solo ascoltato, ora deve parlare. Suvvia, Piera, che sarà mai! La sua vecchia amica le sorride e le sorridono tutti gli altri. Sapeva d’altronde che accettando di entrare a far parte di quell’inusitato Circolo, dopo un anno sarebbe toccato a lei occupare la scena e raccontare di se stessa. Si poteva colorire con la fantasia il racconto, un poco almeno, ma il succo no. Barare è impossibile, si entra solo se almeno tre soci garantiscono per te, conoscendoti bene e da molto tempo. Le batte forte il cuore ed ha la bocca asciutta.
Guarda però con occhio fermo gli astanti che nel frattempo si sono messi comodi, la decisione l’ha presa da tempo, inspira profondamente e comincia.

Immaginate la nostra città molti anni fa, decine di anni fa; immaginate una giovane donna, un appartamento o meglio un salotto ben arredato, elegante, che non depone però a favore del padrone, un bel salotto molto in disordine. Un uomo la riceve in vestaglia pigiama e pantofole nonostante siano le undici di mattino ed avessero un appuntamento, ma non se ne scusa. Lei chiaramente ha dedicato del tempo per presentarsi al meglio: un abito adatto all’ora ed alla situazione, il trucco leggero e la pettinatura curata accentuano la sua avvenenza. E’ terribilmente giovane: poco più di una ventina d’anni, troppo pochi per essere sposata e nei guai. Lo guarda allibita ed offesa, sopratutto incredula che questo stia capitando a lei.
Mi sta trattando, si dice, come una…esita, vorrebbe dire puttana, ma non ha mai pronunciato quella parola se non tra compagne fidate e solo dopo essersi guardata attorno. Mi sta trattando come una donna da strada, mi propone… mi ricatta… Non trova le parole e le manca il fiato per proseguire. farfuglia, balbetta… No signora. Lei mi chiede una cosa non da poco ed in cambio io ne chiedo un’altra. Ma io…io non ho mai. Tace, impossibile proseguire. Trema per l’ira più che per la vergogna, abbassa il capo per nascondere le lacrime che teme stiano per rigarle le gote. Non ha mai avuto un amante ovviamente ed ora…tutta colpa di suo marito, in quel momento vorrebbe ucciderlo e lei adesso deve metterci una pezza. Non vuole perdere la casa, la rendita che, se pure di molto ridotta, le consente di mantenere una parvenza dell’antico rango. E come vivrebbe? Se lo è chiesto cento volte in quei giorni. La moglie di uno in galera non la prendono neanche per lavare per terra. Chi pagherebbe le costose cure per sua madre, e poi sua sorella, Lucetta, deve finire gli studi ed è solo al ginnasio.
Non se ne rende conto ma l’uomo, un giovane di pochi anni più anziano di lei, men che trentenne, è teso come una corda di violino ed imbarazzato quanto lei. Teme, ora che le ha detto cosa vuole, non solo un rifiuto ma anche una reazione violenta, grida ed insulti che nel silenzio del palazzo signorile desterebbero certo molta curiosità. Incrocia le braccia, la guarda…si rende conto che una parola di troppo potrebbe rovinare tutto, ma non riesce a trattenersi. Mi deve dare una risposta, adesso, se vuole che io possa fare quello che mi chiede. La voce è dura, incisiva. Non può vedere gli splendidi lineamenti del viso e gli occhi che tanto lo hanno colpito e fatto fantasticare, ma il corpo perfetto si: caviglie snelle e, se pur celate dalla gonna e dagli abiti, gambe lunghe e tornite, fianchi e vita armoniosi ed il seno proporzionato che tende un poco l’abito sul davanti. Non una di quelle donne prosperose che spopolano negli avanspettacoli dell’epoca ma una donna formosetta nei punti giusti ed al tempo stesso snella, elegante e colta. Volitiva, troppo volitiva forse. Una di quelle donne che si ammirano in silenzio, da lontano, invidiando chi l’ha e chi la avrà. La vestaglia cela il turgore della sua eccitazione. Lui la vuole da quando, qualche tempo prima, sono stati presentati. Una presentazione senza seguito tranne un paio di incontri fortuiti e poche parole formalmente ineccepibili, almeno fino a qualche giorno prima. La vuole, la vuole a qualsiasi costo. No, pensa che non accetterà mai, non è possibile che una signora come lei accetti. La donna d’improvviso sembra riprendere vita, lo fissa. E, e quando dovrei…Non sa andare avanti, ma l’uomo esulta incredulo.
Quando cosa? Il cuore gli scoppia in petto, accetta, perdio accetta. Non ne è certo del tutto ancora, teme di illudersi, di aver frainteso ma ci spera. Oppure ha proprio frainteso. Non ha frainteso e capisce di poter alzare la posta, certo, può pretendere di più forse molto di più ed allora gioca come il gatto col classico topolino. Se un attimo prima sarebbe stato felice di passare con la desiderabilissima signora Piera un’ora, adesso pensa di poter chiedere di più, si, molto di più. Quando dovrei, quando noi due…Per quanto tempo dovresti dire. Una settimana? si chiede l’uomo, no, un mese è meglio, poi di getto: finché lo vorrò io. Lei tace, non è possibile, risponde poi trasecolata, sono sposata, non posso andare e venire ed io poi… Lui la interrompe brusco. Tuo marito è un fanatico di speleologia, so tutto, Stanno per seppellirsi per sei mesi in un buco, nessun contatto con il mondo esterno, per un esperimento di medicina. Sarai la mia donna per i prossimi sei mesi per cominciare. E bada bene, ho detto la mia donna. Se ti chiamo alle due di notte tu vieni. Per tutto dipenderai da me e farai tutto quello che voglio, altrimenti verrai punita. Lei lo guarda ancor più allibita, quasi non può parlare, bofonchia appena e dopo non ricorda cosa volesse mai dire.
Un ceffone la fa barcollare all’indietro. Spogliati voglio guardarti. Ma cosa vuole, una schiava? E’ una idea che per un attimo le traversa la mente ma non ha fiato e coraggio bastanti per dirlo, scuote solo la testa, forse per opporre un rifiuto o solo per snebbiarla. Un altro ceffone seguito da un manrovescio che la rintrona e lei comincia a slacciare gli abiti. Forse piange, di quel momento ha pochi ricordi confusi. Non pensa a nulla. Non c’è nulla cui pensare, non c’è nient’altro che possa salvarla, tutto ma che non si sappia, si dice disperata, persino quello pur di non perdere tutto, per non finire a fare la serva. Forse un attimo di esitazione, forse nel denudarsi non è stata abbastanza femminile come le aveva raccomandato ed un quarto colpo al viso toglie alla signora Piera ogni velleità di sottrarsi. Poi si trattiene persino dal portare le mani a coprire il pube ed i seni come l’istinto la porterebbe a fare. Chiude gli occhi, quelli si. Almeno non vedere, anche se le dà ben poco conforto e sollievo. Viene sospinta, senza durezza ora, fino sentire dietro di lei il cuoio del divano, la fa sedere sull’alto bracciolo. Stenditi all’indietro le dice e la guida. Tiene gli occhi serrati, ma anche così si vede stesa, ignobilmente oscena, nuda, la schiena sul cuoio fastidiosamente freddo, le cosce aperte al suo sguardo ed alle mani che scendendo dai fianchi arrivano al pube scendendo ancora un poco. Stai così. Apre un attimo gli occhi udendo un fruscio. Per quanto abbagliata dal riflesso del sole vede, capisce e trema ancora di più. Lui ha fatto cadere la vestaglia e sta sfilando il pigiama. Adesso no, implora, domani, per piacere, adesso no. Una sciocchezza si dirà qualche tempo dopo.
La prima notte di matrimonio, seguendo l’unico consiglio in materia ricevuto dalla madre, aveva usata un po’ di vasellina. La prima penetrazione non era stata piacevole ma neppure troppo dolorosa e già le sere successive aveva visto che una goccia o poco più di unguento aiutava. L’introduzione e per qualche momento l’inizio del coito altrimenti le risultava ancora, due anni dopo il matrimonio, leggermente dolorosa. Vero è che suo marito non era stato troppo assiduo neppure in luna di miele e sempre meno assiduo con gran sollievo di lei, era stato in seguito. Lui, Giulio, l’Avvocato, mai era stato tanto eccitato. Alla fine del liceo, aveva osato proporsi ad una prostituta, per strada, dalla parte opposta della città. Compiuti diciotto anni, sia pur raramente, qualche scappata al casino, poi qualche “lavoratrice”: operaie e cameriere, una impiegata. Le compagne d’università o conoscenti o figlie di amici dei genitori? Ma neanche parlarne, scherziamo? Ora le carezza il sesso e sentendola rabbrividire capisce che è sua, che ormai le manca la forza ed il coraggio di opporsi. Si meraviglia anzi della arrendevolezza della sua preda. Dio, la sto violentando! Ma è bella, troppo bella, è bellissima.
Lei sente che le schiude di più le gambe e…cosa mi sta facendo? Sente il glande di lui strusciare lungo la fessura, si stende sopra di lei e ne cerca la bocca che per un attimo tiene serrata, poi schiude le labbra, accoglie la lingua disgustosa. Lascia che la frughi a lungo, è sommersa dallo schifo ed è un sollievo sentire che si alza, molto meglio le palpi i seni e titilli od anche stringa di nuovo i capezzoli. E’ una cosa, un giocattolo, si, é un giocattolo. Le pare di essere anestetizzata. Lui ora è più calmo, più sicuro di sé. Questa qua è ancora asciutta. Una puttana al casino gli ha spiegato come fare: un bolo di saliva. Lei non capisce ma teme il dolore, si irrigidisce e lo sente premere, entrare con impeto eccessivo, e si morde il dorso della mano. Aspetta passivamente che lui si “accomodi”. Non finisce mai? Non sente però più dolore, appena fastidio, poi neppure fastidio, solo rabbia e paura per quello che saranno le prossime ore, anzi i prossimi mesi.
Più tardi il taxi che la riporta a casa costeggia un palazzo che viene ricostruito. Le ferite della guerra stanno ormai scomparendo. Le sue ferite sa che non si rimargineranno mai. Ha ceduto alle insistenze di suo padre sposando appena dopo gli esami di maturità il figlio di un altro imprenditore. La madre non aveva difeso la figlia più di tanto. Era chiaramente un matrimonio di interesse. Quindici anni più della giovanissima moglie, un bell’uomo, laureato, unico erede di una fortuna discreta; inoltre, con l’unione delle famiglie e delle aziende il padre di lei si sarebbe salvato dal disastro imminente. I suoceri e suo padre erano morti in un incidente in macchina. Inetto anche in questo, suo marito si era fatto raggirare, era la rovina di tutto, e sua madre era in ospedale, in America, dove era successo l’incidente, lontana dall’Italia per delle cure che forse, soltanto forse, avrebbero potuto giovarle. Lei doveva salvare se stessa e sua madre e Lucetta. No, a nessun costo avrebbe fatto la serva. Sei mesi, doveva sopportare per sei mesi, evitando che persino si sospettasse di quel che le capitava. Salutò la portinaia, la pipelè come dicevano i vecchi milanesi e salì. Dio! Non aveva usato nessuna precauzione! Si alzò di scatto facendo uscire parecchia acqua dalla vasca ma ora non le interessava, aveva bene una cameriera! Per quanto tempo ancora non lo sapeva. Ma quello aveva fatto tutto senza l’aggeggio in gomma inventato e prodotto dal cavalier Goldoni di Bologna; con le compagne talvolta se ne bisbigliava ridendo. Ora non rideva. Il marito non l’aveva mai usato, normale che una donna sposata resti incinta. Ma se quello continuava così? Lei forse non poteva avere figli. Dopo qualche anno di matrimonio sua madre aveva accennato ad un medico specializzato, ma c’era stato l’incidente e tutto il resto. Prima di partire l’aveva fatta visitare dal solito dottore, e questi aveva dichiarato che lei era a posto.
Lui, non voleva neppure per scherzo chiamarlo il suo amante, le aveva chiesto quando sarebbe stata di nuovo ammalata. Ammalata? Non mi sono spiegato bene. E’ chiaramente imbarazzato, quando avrai di nuovo il tuo ciclo insomma? Di questo certo non se ne parlava con estranei. Persino con amiche di vecchia data, al massimo e se necessario, si alludeva a dolori alla schiena od “ai soliti fastidi”. Lui però l’aveva appena posseduta, marchiandola quasi e, pur torcendosi per la vergogna, gli aveva spiegato che avrebbe dovuto iniziare tra uno o due giorni. In realtà ora nella vasca ne sentiva già le avvisaglie, qualche doloretto, forse il bagno caldo e prolungato aveva contribuito. Un lieve e normalissimo anticipo. Più tardi indicò alla serva cosa mettere in valigia al marito. Lui aveva già preparato e spedito il resto del vestiario e la attrezzatura da quindici giorni.
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Suona al campanello e Lui le apre. Ciao, entra; si è fatto da parte tendendo la mano come normalmente la educazione impone. Il fatto la meraviglia. Entra, accomodati, e le fa cenno con la mano. Oltre l’ingresso, a sinistra c’è il luogo dove una settimana prima la ha, ma si, dove ha fatto di lei la sua amante. La cosa è successa, lei è una donna che ha tradito il marito, troppo tardi per tornare indietro. Nota indifferente che indossa un abito normale e non come la volta precedente…ed il salotto è lindo ed ordinato. Non le importa più di tanto. Di nuovo si sente svuotata. Siede sul divano quando Lui le dice di farlo, accetta un caffè che un poco la ristora. Non ha dormito bene in quelle notti e non ha dormito affatto quella notte. Lui la guarda e non si meraviglia di vederla smunta e titubante. Neppure era certo di vederla tornare, ma non avrebbe parlato con nessuno… Tuo marito è partito? E tua madre e tua sorella, sei riuscita a telefonare, come sta? Mentre sorseggia il caffè Piera risponde a monosillabi. E’ stata ed ormai è, e sarà per molti mesi la sua amante. Si chiede se la prenderà sul divano, spera in un letto, farlo in un letto le sembrerà più normale, meno indecente. Lui invece sia pur brevemente e con tono asciutto le parla. Sono senza cameriera per qualche tempo, terrai in ordine la casa, cucinerai, insomma, le solite cose da donna. Lei non rispose e Lui se ne adombra. Bada, ci tengo molto alla cortesia ed alla forma, quindi rispondi! Si, certo, ho capito. Imparerai a conoscere i miei gusti, per ora ti dirò cosa voglio mangiare.
Non era molto esigente, niente stranezze e Lei era una discreta cuoca. Per i lavori pesanti poteva rivolgersi alla portinaia che avrebbe anche lavato, stirato e fatta la spesa. Hai cominciato a prendere quella medicina come ti ho detto? Di nuovo lei annuisce ed ha pure il coraggio di chiedere di cosa si tratti. Serve a non farti fare figli. Un prodotto americano. La sperimentazione è finita ma in America sono lunghi in queste cose e la venderanno solo tra qualche anno. Qui da noi, probabilmente mai. Comunque ne devi prendere una tutti i giorni per ventiquattro giorni. Quando smetti torna tutto normale. Quando smetti il tuo ciclo ricomincia. Non devi saltare un giorno. Lei nota che persino Lui è in imbarazzo affrontando argomenti del genere. Adesso ti faccio vedere la casa, non è grande. Lei lo segue senza mostrare il tumulto che provava dentro. Era venuta con due valigie e se fosse servito altro, sarebbero andati a prenderlo…
Lo accompagnò alla porta aiutandolo ad indossare il soprabito, si protese e lo baciò appoggiandosi un poco a Lui, come sapeva piacergli. All’una in punto cara. Un mese. Qualcosa più di un mese. Aveva aperta la seconda scatoletta di medicina. Non che le piacesse quella vita, ma aveva temuto fosse peggio. La sua giornata era piena ma certo non massacrante e la portinaia l’aiutava parecchio; sapeva tutto, ovviamente, ma non lo dava a vedere e la chiamava rispettosamente signora. Non c’era molta differenza tra adesso e prima, si disse, era la padrona di casa, no, si corresse, impossibile che la portiera sapesse del ricatto, solo che era la sua amante e che Lui era tanto geloso da chiedere i suoi servizi per non farla uscire di casa.
Qualche differenza ora c’è, ci si abitua a tutto, pensa. La prima settimana era stata un inferno. No, un inferno no ma neppure era stata una vita facile. Il letto era stata la cosa peggiore. Abituata al “dovere coniugale” praticato una volta la settimana e neanche tutte le settimane, aveva pensato di essere caduta nelle mani di un maniaco sessuale. Talvolta la prendeva a mezzogiorno dopo aver mangiato in fretta. La sera era normale, tutte le sere o quasi; qualche sera doveva subirlo due volte e sia pur molto raramente, anche tre; in un paio di occasioni solo ma era successo…. Era ai preliminari che non era assolutamente preparata. Baci e carezze e toccamenti lunghissimi; la toccava tra le gambe, le carezzava i seni suggendone i capezzoli. Sopratutto dei preliminari la infastidivano i baci, l’intrusione della lingua. Aspettava poi, dopo l’atto, di essere certa che Lui dormisse, perchè altrimenti poteva sempre voler ricominciare e si recava in bagno a lavarsi. Tra le sue cose c’era una cannula per le irrigazioni. Non era certa che quelle pastiglie funzionassero ed aveva sempre mal sopportato l’idea di conservare dentro il suo corpo il seme dell’uomo, marito od ora amante che fosse. In pochi giorni la penetrazione non fu più dolorosa come all’inizio, poi neppure fastidiosa anche quando non aveva modo di “prepararsi”.
Ad un certo punto, dire che provasse piacere era troppo, ma quando si era assentato per lavoro aveva atteso il suo ritorno…con ansia? No, ansia certamente no ma innervosita per essere sola. Avrebbe potuto portarmi con Lui. Mi sto abituando ad essere l’amante di un uomo, si disse. Certamente non se ne era innamorata, ma perchè allora era così tesa quando tardava e ne spiava l’arrivo dalla finestra? Perché dopo qualche tempo arrossiva di gioia ad un complimento e si disperava se, avendo da fare qualche lavoro per l’indomani, Lui badava al lavoro e non a Lei. Mentre Piera si perdeva in questi pensieri, dandosi della pazza, l’avvocato, nel traffico del centro pensava alla sua donna. Aveva notato con piacere la sua trasformazione ed ora ne spiava i progressi con interesse e piacere crescente. All’inizio fredda, fastidiosamente inerte quando facevano l’amore, poi, un poco per volta, partecipe sempre di più. Che cavolo di uomo era mai il marito? Da qualche tempo, e la sera prima la cosa era stata del tutto manifesto, si tratteneva dal mostrare che fare l’amore non le spiacesse del tutto. Quando l’aveva presa si era bagnata, in quello era ancora lenta, ma aveva sollevato il bacino per facilitarlo, per farsi prendere meglio, istintivamente, ne era certo, ma l’aveva fatto. L’idea che l’avesse fatto istintivamente, senza accorgersene anzi, lo soddisfaceva molto. Rispondeva ai baci, aveva anzi imparato abbastanza in fretta a risponder sia pur con una qualche ritrosia ai suoi baci. Non rabbrividiva più alla minima carezza, forse si irrigidiva un poco quando la carezzava tra le gambe per stimolarla, prepararla…
A casa Piera era a sua volta presa dagli avvenimenti di quelle quattro settimane. Possibile si stesse innamorando? Che lui la desiderasse e la amasse era certo. Bé, quasi certo, no, era proprio innamorato, di sicuro. Certe cose, certi segni, erano inequivocabili anche per chi, come lei dell’amore sapeva poco o nulla oltre quel che aveva letto nei romanzetti di Liala di sua madre. C’è il desiderio costante del suo corpo che all’inizio l’aveva sconvolta; spesso accadeva, nel poco tempo che trascorrevano insieme in casa ma fuori dalla camera da letto, che la raggiungesse, in cucina, ovunque lei fosse e stesse a lungo a guardala mentre sfaccendava. Ormai le sorrideva spesso, quasi tutte le volte che si incrociavano in casa e talvolta la stringeva baciandola, un bacio sulle gote, leggerissimo come il batter d’ali di una farfalla od un lungo bacio alla francese, il bacio di un uomo innamorato e delicato od il bacio di un uomo famelico, voglioso, baci che ancora adesso, un poco la infastidiva. Forse non la infastidivano ma certo la turbavano. La sera prima Lui lavorava suoi documenti e Piera agucchiava su un suo reggiseno che si intestardiva a non voler gettare. Alzò gli occhi e nel vederne il profilo aveva sorriso. E non era la prima volta. Era amore quello di Lui o la normale reazione di un uomo giovane ed in salute che dispone di una donna a suo piacimento? Sa di essere bella. La cosa, l’amore di Lui poteva farle gioco? No, in nessun modo poteva trarne qualche vantaggio. Cinque mesi ancora e poi, e poi non lo sapeva. Aver provato a sondarlo era stato inutile. Certo la signora Piera non era innamorata dell’Avvocato che vedeva ancora come il babau dell’infanzia. Come innamorarsi di un uomo che ti ha ricattata per averti, per poi farti spogliare e sospinta su quel divano a schiaffi per violentarti? La prima di molte volte ormai con un uomo diverso dal marito. Non amava neppure quello, ma…era diverso. Il suo amante pur pretendendo tutto e molto spesso, tutto poi? Niente più di quello che gli uomini pretendono sempre dalle loro donne. Forse solo più spesso. Nei rari momenti di confidenza tra donne sposate, tutte più vecchie di lei, aveva ascoltato il racconto, sempre riferito ad assenti, di donne tradite e di donne che ben raramente venivano cercate in quel modo dai mariti. Le commiseravano in genere. Lei aveva un amante assiduo, anche troppo assiduo che era anche divenuto cortese.
Spesso uscivano a cena, andando in locali fuori mano ma graziosi, dove era improbabile fare incontri sgraditi. Spesso, dopo aver fatto l’amore, parlavano a lungo, di tutto e di niente. Lui si stava interessando di sua mamma e di Lucetta. Parlava poco, aveva pudore, a parlare della mamma. Le speranze erano poche ma c’erano, le aveva detto il giorno prima. L’importante è che nei momenti di lucidità sia convinta di guarire. Per Lucetta un collegio, chissà. Oppure continuerà la scuola li sulla costa dl Pacifico. In quel momento l’aveva, si un poco l’aveva amato. Non devi innamorartene . Non puoi, non devi, sei una donna sposata. Dall’odio del primo momento era subito passata all’indifferenza e poi. Si, e poi. Non puoi amarlo, si diceva. Hai un marito. Si, ho un marito ma è…e poi ho un amante ed ho dei doveri anche verso di lui, ho preso degli impegni. Sta salvando la mia famiglia. In quel momento, nei suoi pensieri, nella famiglia non c’era molto posto per il coniuge. Forse per la prima volta, la sera precedente, nel sentire l’amante farsi accosto, nel sentire le mani di lui cercare il suo corpo e carezzarne le pieghe più riposte, provò piacere; e piacere, nella mente soltanto però, provò nel sentirlo ansimare mentre la possedeva, ed ancor più gioì nell’ascoltare le frasi di Lui, dopo. Ti amo, le aveva detto. Non ho mai avuto una donna come te. Ti desidero e ti amo. La volle di nuovo, poco dopo, e lei non se ne dispiacque. Mentre lui dormiva e lei era quasi assopita, si diede della donnaccia: aveva lasciato che l’eredità di Eva prendesse il sopravvento sulla educazione che le era stata inculcata ben a fondo. Non succederà più, giurò a se stessa, ma temeva che non sarebbe stato facile mantenere quel giuramento. Si arrese la sera seguente. Ti amo si sentì mormorare piano all’orecchio. E tu? La signora Piera, scomparve e la giovane donna innamorata, pur senza pronunciare le parole che urgevano, si strinse a Lui cercandone la bocca per la prima volta.
Un altro mese è passato. Un mese che ricorderà per tutta la vita, e certamente come il più bello della sua vita. Lo ama e Lui la ama. Questa è l’unica cosa che conta, pensa, almeno per ora, e non vuole guardare avanti. E’ felice, ed è felice nel tenere la sua casa e le cose di Lui sempre linde ed ordinate, di scoprire e preparare sempre nuove ricette di suo gusto. La gioia di esistere, di essere amata e di amarlo si accresce di giorno in giorno. Una sola cosa gli tiene segreta: i lavacri ai quali si sottopone dopo aver fatto l’amore; c’è dell’altro di cui non parla cercando anzi di scacciarlo dai suoi pensieri. Una nube minacciosa, cupa ed orribile che la opprime: suo marito tornerà, cosa succederà, come farà allora? Per il resto non ha più pudori o segreti, solo timidezze, alle cui manifestazioni Lui ride. Continuano a non frequentare nessuno se non una coppia, fratello e sorella che vengono talvolta a cena. Lei è l’amante dell’avvocato ma si sente di nuovo la signora, la padrona di casa e fa bella figura. Di dieci anni più vecchio del suo amante, lui, il dottore, va verso i quaranta, di qualche anno maggiore lei, la sorella, sui quarantacinque. Sono amici di vecchia data del suo amante. Preferisce dire così, piuttosto che uomo od amico. Sai, amore, è stato il dottore a portarmi al casino per la prima volta.
La tavola è pronta, elegante, la casa potrebbe superare il controllo severo, inesorabile anzi, di sua madre. Quel pomeriggio i medici in America dove è mattino, hanno svegliata sua mamma e Lei era a casa, nell’altra casa. Che pasticcio ormai chiama casa questa casa dove vive col suo amante. Era nella vecchia casa per la telefonata. Una lunga conversazione con Lucetta e con il medico che parla un poco l’italiano, poi di nuovo con Lucetta. La voce di sua madre, quando le parlò, era un poco strana, come sempre quando veniva svegliata dal sonno indotto dai farmaci. Aveva rassicurata la figlia. Sto meglio, sto bene. Adesso basta, era la sorella, non deve stancarsi troppo, sembra migliorare almeno un poco per volta. La signora Piera respira a fondo. Ci crede solo fino ad un certo punto, ma vuole crederci. Un nuovo giro in cucina, fa quello che deve fare e torna in sala per poi raggiungere Lui in bagno. Si sta radendo. Le vecchie usanze della buona educazione sono rispettate. Lei bussa e chiede permesso per entrare nel bagno quando sa o solo sospetta possa essere occupato, altrettanto ovviamente fa Lui. Mi farei il bagno. Ma certo cara, un attimo solo.
Sono passati pochi giorni soltanto e la signora Piera siede su una poltroncina in una stanza sconosciuta. Ha i polsi legati da un cordone grosso di fili di seta rossa intrecciati. E’ quasi l’unica cosa che vede sotto gli occhiali da cieca che le hanno fatto indossare. Potrebbe liberarsi del legame, facilmente anche, il nodo è a ciocca, le basterebbe portare i polsi alla bocca e tirare uno degli estremi liberi. Ma cosa allora ci sarei venuta a fare fin qui. Ha paura? Si un poco. No, ha molta paura. Paura di non essere forte abbastanza da superare la prova, da demeritare agli occhi di Lui. Ha paura, dalla sera della cena; dopo l’aperitivo con gli ospiti ed il suo amante, era tornata in cucina; non voleva correre il rischio di rovinare tutta la cena per un momento di disattenzione. La signora Erminia che con suo stupore l’aveva seguita, le aveva spiegato che Lui la amava ma temeva che anche a lui toccasse quanto successo ad altri innamorati di belle donne. L’oggetto del loro amore, poco o molto tempo dopo, li avevano lasciati, distruggendoli e talvolta ridicolizzandoli. Ha chiesto il mio parere ed io lo ho fornito: metterti alla prova.
Le aveva imposto un giuramento per il quale, se avesse rifiutata la prova, entrambe avrebbero finto che la signora non avesse parlato. Da un paio di anni girava in certi ambienti un romanzo, anzi un brogliaccio più che un romanzo, non a stampa, ciclostilato soltanto ed in diverse versioni, con titoli diversi anche se spesso simili. A Milano inoltre esisteva un Circolo frequentato da uomini almeno abbienti in cui portavano le loro amanti perchè fossero istruite e divenissero amanti migliori, ubbidienti ed abili. Un circolo piuttosto squallido ed in declino. I Soci avevano deciso di imitare alcune delle idee trovate nel romanzo, mitigandone in parte la durezza. Esservi rinchiuse per qualche tempo però era una prova spaventosa che solo un amore immenso rendeva sopportabile. Ho nascosto la copia del romanzo nel tuo cesto da lavoro. Leggilo, domani mi assenterò, vado via per qualche giorno. Al ritorno ti chiamo a metà mattina e mi dai una risposta, definitiva, o si o no. Lui ovviamente continuerà a provvedere alle cure di tua madre ed agli studi di tua sorella. Farà anche in modo che tuo marito scompaia dalla tua vita, anzi, dall’Italia. Lo può fare e ti terrà per sempre con lui. Ti ama teneramente, ti ama da morire. Se risponderai di no, dirò di non aver osato proportelo e tu non ne parlerai mai, anzi se mai ne parlasse lui, anche in futuro, fingerai di non saperne niente. Aveva ripetuto il giuramento. Il suo amante non era un bevitore pur amando il vino di qualità. Quella sera un bicchiere di troppo l’aveva reso propenso più al sonno che ai piaceri del cuscino, e Piera aveva in tre ore, in bagno, unico luogo sicuro, letto d’un fiato e sempre più inorridita la storia della giovane Ortensia e delle sevizie che aveva sopportato per un amante che la fa frustare e prostituire, per poi darla al fratellastro. Come sempre, dinnanzi ad un problema, Piera cercava di ragionare, ma cosa si poteva dire di una cosa del genere? Certo il suo amante, geloso com’ era poi, non avrebbe permesso che le accadessero fatti così osceni e terribili, che altri uomini la battessero, per poi possederla. Mai più. I Soci però avevano solo preso degli spunti, mitigandone la durezza. Certo Lui non conosceva i contenuti, le oscenità di quel libello. Avevano fatto colazione al solito insieme e la donna aveva cercato, riuscendoci, di apparire come sempre allegra, affettuosa ed innamorata.
Ora era qui, dopo giorni di ansia e dolci effusioni, dopo giorni di ripensamenti di entrambi: a volte era Lui a chiedere se fosse sicura di volerlo fare. Qualche volta era lei ad esternare i suoi timori: sul serio mi amerai ancora dopo che sarò stata ospite li dentro? Non aveva mai osato dire: dopo che altri mi avranno avuta. Ora era qui. Una presenza. La aiuto ad alzarsi signorina. Guidata dallo sconosciuto supera una porta e vien fatta sedere, poi l’uomo lascia la stanza. Continui a tenere gli occhiali, signorina, dice una voce diversa, e lei avvocato si accomodi. Non aveva intuitola sua presenza. La signorina verrà messa a conoscenza di alcune regole del Circolo, comprese le limitazioni ai suoi movimenti e le punizioni alle quali andrà soggetta nel caso… a nostro insindacabile giudizio…per questo periodo, se anche lo chiedesse, non verrebbe liberata, ne, lei stesso avvocato, potrebbe chiedere di liberarla, o meglio non lo otterrebbe. Vorrei che entrambe ne discuteste per qualche minuto liberamente, io mi assento. Al mio ritorno signorina, se accettate entrambe, mi firmerà un documento in cui è riportato quanto testé detto. Possiamo ancora rifiutare? Certo avvocato, ma come sa, perderebbe la somma non piccola che ha già versata. Sono soli ora ed il suo amante le toglie gli occhiali e la fissa, la fissa negli occhi, pallido, una goccia di sudore gli pende dal naso, mai l’ha visto così turbato. Tesa e turbata è pure la signora Piera, le gambe stanno tradendola e per non cadere si appoggia al suo amante, lo stringe, ed è questa forse la sua rovina. Tra le braccia dell’amante, come sempre è al sicuro, protetta da qualsiasi pericolo, nulla la può toccare, farle del male.
Puoi fare una cosa del genere? Per te si, risponde la donna, persino questo, se lo desideri. Si baciano quasi con disperazione e Piera intuisce che la decisione è presa. E’ lui a stringerla ed a baciarla teneramente. Per te, prosegue Piera, per avere il tuo amore, la tua fiducia, perchè sono tua, voglio essere tua per sempre. Ed in quei brevi momenti esulta ed è fiera e certa di quel che ha sommessamente dichiarato. Sopporterà tutto, in silenzio, senza una lamentela e senza vergogna. Più tardi, di nuovo resa temporaneamente incapace di vedere, viene condotta via, Porte aperte e chiuse a chiave, quattro rampe di scale, il secondo piano, altre porte aperte con le chiavi e richiuse alle sue spalle. Non ha visto ancora niente e nessuno. Persino leggendo, attentamente come le è stato chiesto ,o meglio ordinato, come l’uomo ha tenuto a sottolineare, e poi firmando il documento, non ne ha potuto vedere il volto celato da una maschera. Portatela in camera sua. Può togliere gli occhiali. I polsi che erano stati di nuovo legati ora sono liberi, ma Piera aspetta che anche gli occhiale le vengano tolti. Seguici, dice una delle due donne, l’altra aggiunge: in silenzio. Dopo varie svolte sono arrivate. La camera è spaziosa ma un gran letto al centro ne occupa una buona parte. Una petineuse un divanetto con il tavolino basso, qualche sedia ed è tutto, a parte la finestra e tre porte. Una quella di ingresso, la seconda il bagno…Guarda le due donne, il loro abbigliamento. Indossano abiti diversi solo per il colore. Giallo la minore, più giovane forse di lei, rosso l’altra sui trent’anni.
Sediamoci dice la più anziana. Qui, in camera possiamo parlare ora che sei appena arrivata e noi non siamo in servizio. Calca un poco la voce sull’ultima parola. Qui non ci sono regole, regole scritte ed una cosa al mattino può passare inosservata ed il pomeriggio farti avere una punizione. E’ la ragazza in giallo che parla. Tu taci sempre se non quando un Socio od un Servo ti fa una domanda. Ubbidisci subito e sempre ai Soci ed anche ai servi, inimicarteli non sarebbe un bene. Basta così cara, lo sai che non dobbiamo dire niente, interloquisce la donna vestita di rosso. Si alza, bisbiglia qualcosa all’altra ed esce. Ora sbrigati, spogliati che devi fare il bagno e prepararti per il pranzo. Non ti abbiamo chiesto come ti chiami e tu non lo chiederai a noi ne a nessuno. Ride. Il nostro nome lo indossiamo. L’altra si chiama Rossa ed io Gialla. Tu almeno per qualche tempo sarai Bianca e vestirai solo di bianco. Nonostante siano tra donne, Piera ha qualche pudore a spogliarsi e poi a lavarsi davanti ad una estranea. Gialla siede sullo sgabello e Piera capisce che attraverso lo spiraglio della porta socchiusa del bagno, tiene d’occhio le altre porte mentre fornisce qualche suggerimento. Non dire mai niente, mai, davanti a Soci, servi e ospiti, sopratutto davanti alle nostre compagne, le ospiti appunto. Tutte brave e buone ma…non si sa mai. In servizio possiamo parlare ma solo per rispondere, ed è ovvio, ai Soci o ai loro amici oppure per rispondere o dire qualcosa inerente al servizio, che so, sbarazza il tavolo, aggiungi legna nel camino, porta il caffè…taci sempre. Imparerai in fretta vedendo noi quando si può parlare e quando è meglio tacere. Il lavoro è più o meno tutto qui. Se ti puniscono, grida, non fare l’eroina. Sarebbero ancora più spietati. Si divertono a piegarti. Resisti però quel che serve a non sembrare vile. Le detestano le donne vili, le umiliano in tutti i modi, e vengono trattate peggio delle altre. Quando fu asciutta e profumata le fece indossare, togliendolo dalla terza porta che celava un armadio a muro, delle pantofole con poco tacco ed un abito simile al suo ma bianco. Non smette mai di parlare, altro che prudente silenzio pensa Piera. Chi ti ha portato qui, il tuo amante? La giovane non voleva inimicarsi l’altra e rispose assentendo col capo. Anch’io, ed è la seconda volta. Rosa invece qui quasi ci abita. Il marito è geloso e quando si assenta anche per poco la molla qui. La mettono a dieta, le fanno fare moto, ginnastica. Ride. Son poche a venire portate dal marito e per questo in genere si danno un mucchio di arie. Se resti incinta ti fanno abortire, ma è raro. Hanno metodi…zittisce, un attimo dopo la porta si apre in silenzio. L’uomo, vestito come un cameriere indossa sul viso una maschera che lo copre solo un poco.
Su, signorine, dovete scendere. Di nuovo porte aperte e chiuse a chiave, corridoi a volte spaziosi e ben illuminati attraverso ampie finestre, a volte angusti passaggi quasi bui e la onnipresente passatoia scura, scale per giungere, al piano più sotto, ad una sala da pranzo. Tre commensali vestiti di nero, imparerà quel giorno stesso che è una specie di divisa, e tre ragazze, Rosa e Bluette, oltre lei. Uomini e donne sono indifferenti, od almeno sembrano indifferenti perchè si accorge che spesso i loro sguardi la seguono. Rabbrividisce imbarazzata e perchè no, impaurita. Verso la fine, già anzi alla frutta, uno dei tre, la indica dicendo qualcosa agli altri due commensali. Parlano di lei che se ne preoccupa. Eppure la…non capisce le altre parole ma teme di intuirle. Le ho detto che non si può e conoscete le regole. Non ha la medaglietta, insiste l’altro, quello che la vuole subito. Non serve con la veste delle novizie. La voce, la riconosce, forse, no è proprio lui, l’uomo del colloquio del mattino, che si alza e convince quello che la voleva, a seguirlo. Restano solo loro, le donne, le educande come ha sentito le chiamavano. Sbarazzano rapidamente, da un cassetto compare un pizzo che viene posto nel centro del tavolo. In un salotto splendidamente arredato serve, assieme alle altre, caffè e qualche liquore ai tre Soci che avevano servito a tavola ed a altri due. Indossano tutti una palandrana lunga fino alle ginocchia e pantaloni neri. Soci. Soci od Ospiti? Non nota nessuna differenza nel loro abbigliamento. Serve una bibita a quello che la voleva e che in pochi sorsi la finisce per poi alzarsi diretto ad una delle porte ampie, a due battenti. Prima però le si fa da presso, si ferma e la guarda fisso. Ci vediamo questa sera, le mormora, poi si allontana ed esce. Uno degli uomini si allontana seguito da Viola, poi, un altro con una ragazza vestita di nero, altera. Venga signorina, mi segua. Un servo la accompagna fino alla porta che si affaccia sulle scale. Le salga e vada in camera sua, sa arrivarci? Lei scuote il capo, temo di no. La faccio accompagnare. Poco dopo, badando a mandare a memoria il percorso, arriva alla camera. Riposi un paio d’ore. Poi verrà svegliata. Cenerà da sola e si preparerà. La chiamano quando si è già preparata . Non cena da sola, cenano in quattro ad un tavolo riccamente imbandito, e le portate, pur non abbondanti, sono variate e saporite. Vedendo le compagne parlare si rivolge alla vicina. Complimenti allo chef ed a chi ha preparato il tavolo. Nessuna risposta se non una strana occhiata da parte del servo che le controlla. Saprà solo l’indomani che quel servo insegna loro ad imbandire la tavola e la relativa etichetta: come disporre piatti, posate, bicchieri, segnaposto e centrotavola o candele. Più tardi, lavata dentro e fuori come una pupina, gli occhi coperti da una benda, percorre, guidata da due donne i corridoi e le scale che cominciano a esserle note. Viene introdotta in una sala, in cui percepisce immediatamente delle presenze. Qualche passo ed una voce maschile, sconosciuta, dice che va bene dov’è. Che ne dite. Bei capelli risponde un altra voce divertita, vorrei però vedere il resto. Piera invece vorrebbe morire, gridare anzi,ma sarebbe inutile e lo sa. Ti chiami Bianca, almeno questa sera poi vedremo. E’ la prima voce, è chiaro che inizia il suo martirio. Il mantello che la copre fin quasi ai piedi viene slacciato, le cade ai piedi. Sotto non indossa nulla o quasi. Una striscia di tulle le sostiene le mammelle, annodata dietro il collo. Viene sciolta e dopo qualche commento sul suo petto viene sciolto il nodo che trattiene la seconda striscia di tulle che vela appena il vello pubico. A parte la benda agli occhi non indossa più nulla. Piera è appena sfiorata dai commenti degli astanti e si meraviglia sentendo che per quanto lascivi sono molto meno volgari di quanto si aspettasse. I polsi sono ora liberi ed attende le venga tolta anche la benda. Scopriti gli occhi, da sola. Ubbidisce e per qualche attimo resta un poco abbacinata. Subito dopo, alzando lo sguardo riconosce una figura: Lui, Il suo amante è li, con lei . Ne è felice quasi significasse la salvezza pur sapendo che non è così. Non importa non è sola e tanto ne gioisce che frena a stento un sorriso. Lui è li con lei e ne condividerà le sofferenze e le pene. Una mezza dozzina di uomini intabarrati e mascherati siedono su poltroncine poste a semicerchio. Alcuni fumano, sui tavolinetti sono posati tazzine, bicchieri e posacenere. Pur ad occhi bassi come le è stato consigliato da Gialla, la giovane donna sente gli sguardi maschili, sconosciuti posati sul suo corpo ed è meno contenta della presenza del suo amante, le rinfaccerà in futuro tutto questo, la sua disponibilità? Hai avuto altri amanti prima dell’Avvocato? No, non credo, ma c’era il marito. E’ Lui che risponde. Caro amico, lasci che sia la sua donna a rispondere. E tu, bada, solo la verità. Al matrimonio sei arrivata vergine?
Piera risponde a questa e alle altre domande superando la istintiva ritrosia, il naturale pudore. Questa è una scuola. Insegniamo alle donne ad essere donne due volte. Padrone di casa in grado di ricevere membri della migliore società facendo fare bella figura al loro uomo. Insegniamo loro tutto il possibile ed al meglio. L’arte della conversazione, musica, come vestire nelle diverse occasioni, che gioielli indossare, come essere civette se del caso ed entro che limiti, come essere amanti squisite, di volta in volta vergini e puttane. Necessariamente il sesso è importante, sopratutto al primo gradino, agli inizi, ed è importante imparare in fretta, molto in fretta. Per questo venite punite alla minima distrazione od errore. Le spiegano poi le virtù dello speciale scudiscio che viene normalmente usato. Non deturpa ed i suoi segni scompaiono in pochi giorni pur essendo sufficientemente doloroso. I primi colpi sono appunto sopportabili da chiunque, poi il dolore cresce. Un cenno e due compagne serrano polsi e caviglie con strisce di pelle morbida. Viene fatta arretrare e subito dopo si ritrova con i piedi ben distanti l’uno dall’altro e la braccia stese, appena un poco verso l’alto. Non dovresti gridare ma ti faremo gridare. Piera si era fatta forza per non opporsi e neppure mostrare timore, ora però ha molta paura ma ricorda le raccomandazioni dell’amica. Gli piace far gridare, è una sfida. Resisti, non essere vile. Non si è accorta di chiudere gli occhi ed il primo colpo la coglie di sorpresa. La donna si inarca ed un grido esce dalla sua bocca subito trattenuto. Riesce ad evitar di gridare anche ai colpi successivi, di cui ha perso il conto ma diventa difficile trattenersi. All’inizio sono punture di spillo soltanto, numerose e dolorose ma si può resistere, poi diventano centinaia di aghi roventi ad ogni sibilo di frusta. Poi, poi non resiste più, geme un poco e rantola, infine emettere un grido, un altro, sempre più forte, sempre più disperato. Qualcuno protesta. Non è il suo amante , è l’uomo che la voleva possedere nel pomeriggio, non gli interessa vederla frustare, la vuole subito. Lo accontentano e la giovane donna, in lacrime per il dolore, sciolta dai legami, viene sospinta, apre gli occhi, un batter di ciglia che la priva di ogni capacità di resistenza. No, non le braccia robuste che la stringono determinano la resa ma la vista di Lui, il volto teso e livido dell’amante, le narici dilatate, gli occhi fissi e le mani serrate a pugno. No, la ama, soffre nel vedere la sua donna in lacrime e preda di quei porci, ma non cede, fa forza a se stesso per non rinunciare, per non dire, per non urlare di lasciarla. Sa benissimo l’orrore che sta provando la sua amante ma deve vederle superare la prova. Vorrebbe lanciargli un bacio sulla punta delle dita ma non può. Senza emettere suoni, sperando che possa leggere le sue labbra gli dice che lo ama. Per un attimo, prima di essere trascinata supina su un giaciglio lo vede sgranare gli occhi, ha capito e questo le scalda il cuore e rende più facile la sua resa, accettare un altro uomo. Lo amo ripete e si ripete, mentre uomini sconosciuti posano le mani senza ritegno sul suo corpo, le arano il ventre, prendono il loro piacere. Più tardi, stranamente indifferente a ciò che è avvenuto, solleva il capo. L’amante la sta ancora fissando, forse le sorride mentre sollecitata da uno dei Soci, una ragazza, Verde, scopertogli il ventre, china il capo sul membro di lui…del suo uomo. Il colpo è tremendo, inaspettato e Piera piange mentre viene condotta via. E’ la stessa Verde a svegliarla il giorno dopo.
Ha pianto a lungo, offesa, tradita. Venduta. No, venduta no e neppure tradita od offesa. Sapeva a cosa andava incontro. Rivede, immaginandolo, il volto di Lui mentre viene battuta. Mentre timorosa di altre percosse, quasi svenuta dal dolore allarga le gambe e protende il ventre per farsi prendere, allora non poteva vederlo ma più tardi, aiutata a sollevarsi dopo… dopo quanti uomini non sapeva, aveva per prima cosa cercato Lui, il suo viso; temeva di leggere nei suoi occhi schifo, ribrezzo, ed invece le sorride, un sorriso che le scalda il cuore, allontana le tenebre ed ogni timore. Viene accompagnata in camera da Rossa che anzi la sostiene. Per quanto dolorante, le brucia la schiena, il petto, il sesso ripetutamente penetrato, le brucia un seno ed il capezzolo stretto con rudezza dal primo, quello che la voleva dal pomeriggio. L’unico che potrebbe in qualche modo riconoscere. Per loro ha detto Gialla, le regole non valgono. Si erano tolti, alcuni almeno, la maschera ma non li riconoscerebbe, non ricorda il volto degli uomini che la hanno trattata come una puttana, posseduta uno dopo l’altro. Sente ancora il ventre mentre viene profanato. Rossa la fa superare una porta diversa ma vicina a quella della sua camera. Una sartoria si direbbe e della sartoria ha lo specchio a tre luci. Brava, dice Rossa, hai cominciato a gridare solo al dodicesimo colpo, anche al primo, ma è normale, la prima punizione. Piera per un attimo sospetta che la compagna allunghi le mani, la hanno avvertita di questa tendenza di Rossa. Sa inoltre che per l’amore tra donne la punizione è la più dura. Rossa soltanto le carezza il fianco poi dice decisa: andiamo. L’aiuta a lavarsi, ad usare la cannula di cui Piera finge di non conoscere le funzioni, poi la fa stendere su un telo sul letto e cosparge di crema le striature lasciate dalla frusta. Più tardi, sola, piange ancora. Lo ama ed amandolo non può che sentirsi ferita, ferita ed offesa per essere stata data ad altri. Ne dovrà subire ancora e molte di oltraggiose attenzioni ma lo ama tanto da riuscire a capire il sublime sacrificio del suo gelosissimo amante. Lo ama più di quanto mai una donna abbia amato il suo uomo e, se per amore Lui è disposto a tanto, lei deve accettare con gioia quanto avvenuto e quanto avverrà. Pazzia? Forse ne è convinta, forse vuole convincersene. Se all’inizio contava i secondi sempre sperando di essere chiamata e trovare Lui ad attenderla,ora non si illude più, lascia che il tempo scorra senza avvertilo. Ha pure rifiutato il linguaggio scurrile e vietatissimo della maggior parte delle sue compagne. I Soci lo usano a volte, ma loro possono e poi a lei ripugna anche se lentamente, almeno nella testa lo fa suo. Se ne meraviglia all’inizio. E’ però più forte di lei, una sera, “chiamata”, dice a se stessa: andiamo a scopare. Le giornate scorrono monotonamente uguali. Tre o quattro ore tutti i giorni di lezione. Lei aveva preso per anni lezioni di piano senza amarlo, ora si applica perchè la sferza è un ottimo incentivo alla attenzione ed alla buona volontà. Strimpellava la chitarra e migliora sensibilmente anche in quella. Fa attenzione a quello che dicono gli istruttori e non ha problemi in nessuna materia, neppure nello scopare. Sissignori, anche in quelle lezioni teoriche, e pure per l’igiene molto attenta. Ogni giorno un uomo molto anziano le “controlla” tutte. Era anche l’istruttore in “ars amandi” e da questo era partito. Ce la hai piuttosto stretta, agli uomini piace così. Le diede un barattolino di crema grigia, da applicare alla parte la sera prima di andare a dormire. Ti resterà elastica e contraendo i muscoli come ti ho cominciato ad insegnare, ti resterà sempre tonica, stretta e piacevole. Alla prima lezione aveva infilato nel sesso di lei due dita, l’indice ed il medio, muovendoli lentamente. Rilassati, non ti faccio male. Dimmi quando senti qualcosa, non dico piacevole, ma…e l’aveva trovato quello che cercava, qualcosa di cui Piera non aveva mai sentito parlare e non avrebbe mai parlato. La seconda volta si era sentita illanguidire e poi aveva sussultato, inorridita. Il vecchio aveva riso. Durante la grande guerra era un “vasellina”, un infermiere. Questo gli aveva procurato a guerra finita un lavoro in un casino. Aveva lavorato nei bordelli per tutta la vita, seguendo la maitresse nei suoi spostamenti. Allora era dura per voi ragazze. Una svista e ti trovavi con la pancia piena, ma c’erano già i tamponi per quei clienti che non volevano il guanto. Gli stessi tamponi li usate anche adesso, voi ragazze, qui al Circolo; è cambiato poco in questo. Sono però cambiate le medicine in questi anni. Un aborto è molto meno pericoloso e qui ve lo fa un dottore. Le malattie dell’amore non fanno più paura. La padrona entrava in agitazione se una delle ragazze aveva una febbre al labbro, tremava per una perdita chiara e sveniva per un poco di muco scuro. Lo scolo poteva essere molto pericoloso se non curato subito e se era sifilide non c’era più niente da fare. Se ne accorgeva il dottore alla visita ed eri finita. Adesso anche la sifilide passa in fretta. Sulfamidici ed antibiotici curano tutto. Fu lui ad insegnarle “l’arte del pompino”, come lo chiamava e soddisfarlo in questo non era stato semplice. Rossa era sempre chiusa e riservata, Gialla, quando erano sole un mulino di parole. Che fuori ci fosse il sole o piovesse non contava, neppure se ne accorgeva, era, come le altre, sempre impegnata. Lezioni, al mattino sopratutto, la cura del corpo, qualche Socio già al pomeriggio, di più alla sera. Aveva imparato a sorridere ai servi o custodi o guardiani che fossero e sopratutto ai Soci. A sorridere se chiedevano un caffè oppure se era chiamata a soddisfare le loro voglie.
In genere i Soci, il pomeriggio potevano chiedere di appartasi per godere con comodo una donna, in una delle camerette del primo piano. Un pomeriggio un giovane la aveva posseduta con molta violenza, quasi con cattiveria, ma era raro che un Socio eccedesse. I più erano sbrigativi, taciturni, mentre altri, i chiacchieroni, dopo aver goduto di lei, raccontavano di mogli, figli e fidanzate. In genere, per essere sicura che non la tacciassero di poca solerzia, di darsi con indiffrenza, il che significava la frusta, era lei ad eccitarli e blandirli, il più delle volte con successo. Concludeva così la questione, “ la lezione privata” con un pompino. Era diventata o meglio stava diventando abile anche in questo e Piera che non aveva sopportato di addormentarsi avendo nel grembo anche solo qualche goccia di sperma del suo uomo ora inghiottiva quello di sconosciuti. All’inizio faticava a non vomitare e le doleva la gola ma poi…Capiva immediatamente quali erano le intenzioni del Maestro di turno e gli serrava il cazzo tra le labbra morbide oppure lasciava che l’organo maschile scivolasse sulla sua lingua e col tempo aveva imparato a lasciarlo entrare e svuotarsi direttamente quasi in gola. Il vasellina tutti i giorni la faceva allenare con un fallo di gomma sempre più grande. Questo no, i Soci ne dovranno fare a meno. Le carezzava le natiche e rideva. Si, il tempo passava senza quasi sfiorarla. Le parve ad un certo punto che i Soci fossero più numerosi o “frequentassero” Di più. C’erano anche due o tre compagne in più. Terminato il periodo di permanenza scomparivano, rimpiazzate da altre, non tutte giovani, non tutte belle…
Mi sento una puttana, sono una puttana, tutte noi…Era una nuova a dirlo e sembrava rallegrarsene. Altre delle ragazze assentirono, tutt’altro che allegre. Piera pensò di essere fortunata. Lei aveva una ragione per essere ospite al Club. “ Una lezione ” signorina. Quel mattino pensò trattarsi di quello che chiamava lo studente. Poco più giovane di lei, ventuno o ventidue anni o poco più, piuttosto bello e gradevole, non solo di aspetto gradevole, era sempre molto gentile. Deve avere parecchi quattrini, pensava. Blu le indicò il corridoio di destra alzando il pugno chiuso tranne due dita. Piera senza esitare ma senza precipitarsi uscì dal saloncino dove Blu stava servendo il caffè ad un terzetto di Soci. Sempre più gente, si disse. Bussò ed entrò senza attendere. Era lo studente ma non era solo. Furono due ore d’inferno. Mentre i due uomini, fatta spogliare lei che aveva ben poco da togliere, si facevano spogliare, la sconosciuta sedeva sulla poltrona d’angolo ed osservava attenta. Piera scrolla le spalle. Che ci fosse una spettatrice la infastidiva e non poco, una donna poi, ma…Con la bocca li portò facilmente ad un soddisfacente grado di erezione dedicandosi un poco all’uno ed un poco all’altro. A volte l’aveva fatto con tre ed anche quatto uomini, la cosa non le creava problemi. La presenza incombente della donna la infastidì per tutto il tempo in cui i due si divertirono con lei, ma il compagno dello studente non ne aveva ancora abbastanza. Voglio incularla Giulio, ma si Giulio lascia che le rompa il sedere, interloquì la donna seduta, cosa c’è di male? Lo studente scosse la testa. IL suo padrone non vuole. E perchè mai? Non vuole e basta. Fu posseduta da entrambe per essere poi costretta a dare piacere alla loro compagna, seduta a gambe aperte, oscena e puzzolente. Era la prima volta e cercò di sottrarsi, ma invano ed anzi, il Direttore, chiamato, la fece battere molto duramente davanti ai tre.
Il Direttore del Club ed i suoi aiutanti conoscevano bene le loro ospiti. Nonostante si fosse sempre astenuta da dire molto su quel che provasse a vivere quella vita, probabilmente avevano capito che la frusta fosse la cosa che veramente temeva, ed anche quella solo entro determinati limiti. Andare con altri uomini? Le era indifferente. Sorrideva meccanicamente come il “Vasellina” le aveva insegnato, rovesciava gli occhi e si mordeva il labbro, muoveva i fianchi, batteva persino i talloni talvolta od il palmo della mano sulle coltri per fingere un piacere inesistente. Il tutto con moderazione e commisurando la scena al compagno del momento ed agli eventuali astanti, senza mai esagerare. Lo spettacolo completo lo riservava a pochi eletti, senza spettatori e non sempre. La frusta no, la avviliva, faceva di lei non uno straccio bagnato ma quasi. Quella sera era stata esentata dal servizio. Guardandosi allo specchio in sartoria ne aveva capito la ragione. Non le striature violacee su tutto il corpo ma il viso stravolto, gli occhi pesti, lo sguardo fisso, allucinato la tenevano al terzo piano. Troppo persino per i Soci che spesso si dilettavano nel godersi una donna seviziata, torturata ed ancora gemente. No, non le piaceva essere presa da un vecchio puzzolente, dovendolo fare preferiva un giovane e, a dire il vero di puzzolenti non ne aveva mai dovuto sopportare. Non le era indifferente, comportarsi, fare quello che altre donne facevano nei casini. Lei voleva il suo uomo, il suo Padrone. Si, un Padrone con la P maiuscola, come stava diventando abituale chiamare gli amanti ed i mariti che portavano le mogli o le loro donne a soggiornare al Club. Stava imparando e bene, sarebbe stata la miglior amante della terra e di tutti i tempi. Ti sei sottomessa in fretta, le aveva detto Rossa, la prima Rossa, tornata all’ovile qualche giorno prima. Era vero, ma la sua sottomissione andava al suo amante, solo a Lui. Questi non sono che suoi strumenti e per questo li accetto. La frusta no. La odiava con tutte le sue forze perchè temeva di non esserne all’altezza, di venirne spezzata, di urlare improperi ed insulti, di insultare Lui. Incredibilmente la lontananza le pesava ma ne era confortata. Preferiva non vederlo e sopratutto non essere vista da Lui. La notte tragica in cui fu presentata ai Soci, frustata e posseduta da altri sotto i suoi occhi e con il suo beneplacito, lo vide anche prendere piacere nella bocca di, giusto, di chi ? Non lo ricordava. Lei stessa stava diventando brava “nell’arte sovrana di fare pompini”, e voleva migliora. Si meravigliava e stupiva tutti che il suo sedere fosse “interdetto”.Forse vuole cogliere la primizia con comodo quando ti verrà a prendere. Era forse così, ma non si spiegava il perchè non avesse voluto godere delle sue labbra prima, ancora a casa…si sarebbe forse rifiutata? Forse ma certamente non gli rifiuterebbe il suo sedere ora. Non aveva rifiutato nulla ai frequentatori del Circolo, tanto meno avrebbe rifiutato qualcosa al suo uomo, amante e Padrone, si Padrone, pure se quella parola non le piaceva. Padrone del mio cuore, padrone della mia anima. Gli interessa la mia anima ed il mio cuore oppure vuole solo una donna da scopare? Quella sera la donna commise una dei mille peccati che venivano puniti con la sferza. Al contrario delle altre numerose volte in passato è molto nervosa, tentata, per quanto conosca la inutilità della cosa, tentata di invocare pietà, di umiliarsi come aveva visto tante umiliarsi, sempre inutilmente. Gridò al primo colpo, si trattenne i successivi. Quanti? Di certo molti, troppi. Di nuovo grido una, due, tre volte. Chi la stava colpendo, purtroppo con abilità, si arrestò ed una voce melliflua le chiese se volesse s’arrestasse, che la punizione finisse. Come volete voi, Signore. Non lo chiama Padrone come era rapidamente venuto in voga, non cerca pietà. Come volete Voi. Ripete con voce roca, quasi rotta.
Nella eternità di silenzio che seguì, bruciante di dolore, supplicava quel Dio cui da anni ben raramente si rivolgeva di risparmiarle altri colpi. Di impedirle di distruggere in un solo istante quello che aveva costruito con dolore fino allora. Non umiliarsi mai se non davanti al suo Amante e Padrone. Penso che basti così! Immdiatamente riconobbe la voce,spalancò di colpo gli occhi e Lo vide. Era li a pochi passi da lei, e le sorrideva, un poco teso, le braccia incrociate al petto, i pugni serrati. Fu liberata, confortata con un liquore, accompagnata fino a Lui che la strinse. Ti amo, ed ora so per certo che anche tu mi ami. Lei si strinse all’amante. Per te, amore, per te tutto, ho accettato tutto per mostrarti, convincerti che ti amo. La tenne abbracciata a lui seduto sulla poltrona, carezzandole il petto ed il ventre, baciandole la bocca dopo un abisso di tempo. Il mondo scomparve, c’era solo,Lui, solo loro. insieme. Domani mattina ti riporto a casa. Piera si sciolse in un pianto liberatorio, in singhiozzi irrefrenabili. Solo poi, pur ancora affranta, scese dalle sue ginocchia e denudatogli il ventre, baciò per la prima volta la verga di carne per poi stringerlo delicatamente nella mano calda. Scoprì il glande livido su cui alitò più volte mentre l’altra mano sosteneva carezzevole lo scroto, il sacchetto sottostante. Lo lambisce più volte e lo prende tra le labbra schiuse titillandolo, quasi giocandoci con la lingua. Deve essere un capolavoro pensa, non un pompino ma il re di tutti i pompini. Lo amo, lo amo, lo amo. Attenta, è un esame importante; segue passo passo quanto appreso. In quel momento ringrazia la signora Erminia per aver suggerito quella via assurda, ringrazia quanti hanno usato del suo corpo, quanti? Non importa, assolutamente non importa. Pur volendo essere attenta si perde e sente il seme di lui, caldo piacevolmente denso, il Seme del suo Uomo colarle il bocca e ne è felice.

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