il marchio di fabbrica

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Miracoli del web, mi dico sorridente mentre appoggio i piedi nudi sulla sabbia tiepida. Chi l’avrebbe mai detto. Mi guardo attorno, è tutto cambiato e allo stesso tempo è tutto come allora. Stessa struttura, stessa disposizione, è lo stesso stabilimento balneare di allora, sì è solo adeguato alla modernità. I lettini sono in alluminio anziché in legno, gli ombrelloni hanno il dispositivo antivento e il tavolino in resina e ci sono un paio di nuovi campi da beach tennis, sport sconosciuto all’epoca sulla costa tirrenica.
Il resto però è esattamente come lo ricordavo.
Anche la strada per arrivarci non è cambiata, ancora sterrata, con ampi parcheggi ai lati e con la zona destinata a camper e roulotte a ridosso della spiaggia, immersa nella fitta pineta. Per un attimo, varcando il cancello, mi è mancato il respiro.
È stato come tornare indietro nel tempo.
Un bel salto all’indietro di venticinque anni.
Ero un timido e imbranato sedicenne all’epoca, la mia prima vacanza fuori dalla Romagna. Una botta di vita per i miei genitori, avevano noleggiato un camper per l’intero mese di agosto e avevano seguito i consigli di uno zio romano, niente appartamento a Marina di Ravenna quell’anno.
L’idea non mi era piaciuta affatto, c’era tutta la compagnia di amici a Marina di Ravenna, in quel luogo sperduto all’estremo sud della Toscana invece non conoscevo nessuno, che avrei fatto per un intero mese?
“Esse!” grida una voce festante alle mie spalle.
Mi giro e lo vedo, abbronzato come un surfista, fisico scolpito e lunghi capelli raccolti dietro la nuca, per lui il tempo non sembra passato, anzi gli ha addirittura giovato. “Miky! Che cavolo”, lo abbraccio con l’impeto di due vecchi amici che non si vedono da tempo, “hai fatto a patti col diavolo?”
Una risata sardonica mentre mi pizzica l’addome. “Mica passo la mia vita in ufficio a cazzeggiare, io…”
L’allusione al sottoscritto è evidente e non posso che annuire, ho messo su parecchi chili da allora, ne sono tristemente consapevole. E pensare che venticinque anni prima ero io quello col fisico perfetto, spalle da nuotatore e addominali a quadretti, mentre il Michele di allora, alto e secco come un chiodo, si era meritato a pieno titolo il soprannome di ‘Acciuga’ .
Chissà, forse se lo era addirittura attribuito da solo, era lui quello dei soprannomi, con la sua coinvolgente simpatia toscana aveva battute spassose per tutti, gli bastava un’occhiata per appioppare a chiunque divertenti nomignoli.
Io, sin dal primo giorno, ero diventato ‘Esse’, a enfatizzare la grossolana consonante nella mia pronuncia romagnola.
“Cecco come sta?” gli chiedo indicando il bar alle sue spalle.
“Da buon vecchietto”, mi mette un braccio al collo e mi trascina verso i tavolini, “che vuoi, a sessantacinque anni vorrebbe ancora comandare ma ormai la baracca la mando avanti io. E i tuoi come se la passano?”
“In gamba anche loro, nonostante una pensione minima che in due non arriva a mille euro. Ma almeno loro ci sono arrivati alla pensione, quelli della nostra generazione chissà…”
Un’altra spassosa risata. “E chi ci vuole andare in pensione? A fare il bagnino quaggiù si tromba fino a novant’anni, col cavolo che voglio andare in pensione!”
Beh, penso scuotendo la testa, non posso che invidiarlo. In effetti non deve essere male come vita, proprietario da generazioni di un avviato stabilimento balneare come quello, è comprensibile che per il momento non si preoccupi della pensione.
Sono appena le undici di mattina ma sono costretto ad accettare lo Spritz che insiste per offrirmi, è uno a cui difficilmente si riesce a dire di no.
“Quindi quante adesioni abbiamo?” gli domando dopo il brindisi.
“Quasi tutti”, saluta qualche cliente che ci passa accanto poi torna alla nostra conversazione. “Il Principino ha confermato come pure Napo e la Murena, poi ci sono tutti i romani, Er Catena, Pippi e Moby e ovviamente ci sono…” smorfia d’intesa e strizzata d’occhio, “le padovane…”
Già, le padovane.
Le tre sorelle di Padova: Milena, Silvia e Camilla, le uniche a cui Michele non avesse attribuito soprannomi strani.
In realtà solo le prime due facevano parte del gruppo, Camilla all’epoca aveva undici anni, si aggregava in quanto sorella minore ma rispetto a noi era una bambina e appena possibile ci liberavamo di lei.
Sono arrivato con un giorno di anticipo rispetto al resto della comitiva, avevo già preso le ferie in questo periodo così ne ho approfittato. Per essere la prima settimana di settembre c’è ancora molta gente, nella zona campeggio conto almeno venti fra camper e roulotte.
Venticinque anni prima il Bagno Nettuno si reggeva principalmente sui ricavi della spiaggia e del bar-ristorante, il business del campeggio era appena partito; quell’agosto, nel picco massimo della stagione estiva, era appena più affollato di ora.
Ricordo chiaramente la strana sensazione che mi coglieva all’imbrunire, quando la spiaggia si svuotava e restavamo solo noi, una trentina di famiglie nell’oscurità di quel mini camping a ridosso dello stabilimento balneare.
I primi giorni sono stati di una tristezza desolante, mi sentivo angosciato, vittima di una noia mortale, poi ho fatto amicizia con Michele, il figlio del proprietario, e da quel momento è stato tutto più semplice, anche per un ragazzino chiuso e introverso come ero io all’epoca.
Ben presto ho conosciuto altri coetanei, abbiamo creato un gruppo affiatato ed eterogeneo e ho trascorso la più bella vacanza della mia vita.
Non ho molte certezze assolute ma su questa non vi sono dubbi: indiscutibilmente la più bella vacanza della mia vita.
Ciò che mi stupisce è che Michele la pensi allo stesso modo, lui che nel frattempo di estati quaggiù ne ha trascorse altre venticinque. Eppure è merito suo se domani il vecchio gruppo di amici si riunirà al gran completo per festeggiare il quarto di secolo da quell’agosto ’91.
Lui che, spulciando fra i vecchi registri del padre, ha trovato nomi e cognomi di ognuno di noi e ha iniziato la ricerca sui social della rete, da Facebook a Twitter fino a Istagram, senza tralasciare nessun indizio.
In poco tempo ha organizzato l’evento, un intero week-end al Bagno Nettuno per ricordare quella memorabile estate, con un’unica regola: niente consorti o compagni, solo gli ex componenti del gruppo. Chi dispone di camper o roulotte può soggiornare gratuitamente, chi invece, come me, ne è sprovvisto, può usufruire di alcuni bungalow costruiti di recente nell’ormai sempre più attrezzato camping.
Trascorro l’intero giovedì in assoluto relax, leggo quasi metà di un bel libro restandomene serenamente sdraiato al sole, rinfrescato dalla piacevole brezza di scirocco che sa di salsedine.
Di tanto in tanto profumi noti, suoni o immagini mi riportano alla mente quell’estate, è incredibile come i ricordi affiorino dal niente, era moltissimo tempo che non mi succedeva.
E ora mi accorgo che è ancora tutto così nitido, così straordinariamente impresso nella mia memoria.
Michele con i suoi diciott’anni appena compiuti era il più grande del gruppo, l’indiscusso leader, ciò che diceva lui era legge. Fortunatamente era il figlio del proprietario perché seguendolo ne abbiamo fatte di stupidaggini in quei giorni, a ripensarci ora mi convinco che eravamo davvero pazzi. Ma a quell’età sembrava tutto lecito, tutto possibile, e il divertimento era proporzionato alla follia.
Mentre osservo il sole sparire all’orizzonte nella perfetta replica di uno degli infuocati tramonti che ricordo molto bene, finalmente mi concedo un pensiero su di lei.
Silvia, una delle sorelle padovane.
Per tutto il giorno ho cercato di evitare quei ricordi ma ora è giusto, il tramonto era la nostra ora, quanti ne abbiamo ammirati tenendoci per mano seduti sul bagnasciuga?
E dire che i primi giorni mi era persino antipatica, detestavo il suo cantilenante accento veneto e mi infastidiva quel modo estroverso e appariscente di porsi. Ricordo le vistose fasce con cui legava i capelli, le minigonne cortissime e le pantacalze fluorescenti, adorava mettersi in mostra, essere al centro dell’attenzione e io non ho mai avuto un gran feeling con le ragazze come lei, mi mettevano a disagio.
E poi, mi dicevo all’epoca, tutte quelle scene, neanche fosse bella!
Quanto a fisico nulla da eccepire, nonostante dovesse ancora compiere quindici anni aveva due tette niente male e un gran bel culo, ma il viso lasciava alquanto a desiderare. Era soprattutto la grande bocca con le gengive esposte a renderla poco attraente, una caratteristica comune a tutte tre le sorelle, la ‘dentatura equina’ la chiamava scherzosamente Michele guardandosi bene da non farsi sentire da loro.
Anche perché, da scafato marpione, aveva messo gli occhi su Milly, la più grande delle tre, quasi diciassettenne. Che fosse bruttina in viso con quella bocca esagerata e il naso aquilino lo preoccupava assai poco, era il corpo la parte importante e quanto a corpo le sorelle padovane avevano ben poche rivali.
Eppure, nonostante i condivisibili punti di vista di Michele, non riuscivo a legare con Silvia. Magari ammiravo il perfetto sedere o sbirciavo nei suoi minuscoli reggiseni ma non socializzavo, se potevo evitavo il dialogo con lei.
Fino a quel giorno.
Un torrido pomeriggio a ridosso di ferragosto.
Col permesso di Cecco, il padre di Michele, avevamo preso tre pedalò e ci eravamo allontanati da riva per fare il bagno al largo.
Una volta in acqua uno dei ragazzi romani, chiamato Er Catena per il suo look fra il metallaro e il punk, aveva raggiunto Silvia alle spalle e a tradimento le aveva slacciato il reggiseno.
Lei, presa alla sprovvista, aveva annaspato per evitare di perdere il pezzo del bikini e nella concitazione aveva bevuto andando in evidente difficoltà.
Ero poco distante così l’avevo raggiunta e sorretta, poi a nuoto l’avevo accompagnata fino all’imbarcazione più vicina. Mentre lei se ne restava aggrappata a rifiatare mi ero immerso e le avevo recuperato il reggiseno.
Ancora non lo sapevo ma quell’episodio avrebbe cambiato radicalmente i nostri rapporti.
Ovviamente non ho potuto rifiutare l’invito a cena della famiglia di Michele, Cecco è esattamente come lo ricordavo, solo più robusto e con i capelli completamente grigi, sua moglie Luisa invece non l’avrei riconosciuta.
Mentre i tavoli del bar si riempiono di campeggiatori che hanno terminato di cenare, continuiamo a parlare dei vecchi tempi, è Cecco a farmi la domanda che mi aspettavo da Michele.
“Come mai non siete più tornati?”
Annuisco con un sorriso triste. “Fosse dipeso da me…” sospiro, “ma avevo sedici anni, non potevo decidere. Ho implorato i miei genitori per tutto l’inverno senza riuscire a convincerli, ero disperato. Però che vuoi, un appartamentino a Marina di Ravenna, a venti chilometri da casa, era molto più economico e all’epoca i miei genitori non navigavano certo nell’oro.”
Poi, penso senza dirlo, quando ho avuto l’età per prendere decisioni autonome era ormai passato troppo tempo e la vita aveva preso un’altra piega.
Trascorro la notte nel simpatico bungalow in legno gentilmente offerto, è piccolo quasi quanto il camper di allora ma decisamente più confortevole. Faccio una gran fatica ad addormentarmi, questo giorno è stato un concentrato di emozioni e di ricordi, non pensavo che tornare qua potesse farmi un tale effetto.
E domani la rivedrò.
Chissà com’è cambiata in tutti questi anni, non so nulla di lei, ho preferito non chiedere alcuna informazione a Michele. Non so se sia sposata, se abbia figli, non so neppure cosa faccia per vivere, so solo che fra un paio di mesi compirà quarant’anni.
Incrocio le mani dietro la nuca e fisso le travi sopra di me, come chiudo gli occhi mi torna alla mente quella sera, il ricordo è limpidissimo, sembra accaduto pochi giorni fa.
Alle undici Camilla si era avviata frignante verso il camper, la madre l’aveva chiamata a lungo prima che la bimbetta si decidesse a darle ascolto. Una volta soli Michele aveva allargato le braccia con un sorriso soddisfatto, stava finalmente cominciando la nostra serata. Con la sua aria sorniona era scivolato silenzioso nella cabina dispensa e ne era uscito con una bracciata di lattine di birra.
Erano calde e schiumose ma comunque buone, come solo la trasgressione può esserlo. Avevamo bevuto e cantato al chiaro di luna, io strimpellavo una chitarra acustica in maniera sufficientemente decorosa per accompagnare le canzoni più famose di Vasco Rossi, l’unico cantante che avesse messo tutti d’accordo.
L’una di notte era l’orario di coprifuoco per le ragazze, così qualche minuto prima ci eravamo avviati verso la silenziosa pineta adibita a campeggio. Nei pressi dello steccato di recinzione Silvia mi aveva preso per un braccio fermandomi.
“Non ti ho ancora ringraziato per oggi pomeriggio.”
Avevo sollevato le spalle cercando di nascondere un moto di orgoglio, da lei non me lo aspettavo, non era il tipo da smancerie o ringraziamenti. “A volte Er Catena esagera…” mi ero limitato a commentare.
“Sì, quel mona!” aveva sorriso. “Se non mi avessi recuperato il reggiseno sarei dovuta tornare a tette nude, scommetto che mirava proprio a quello!”
“Poco male, l’ho trovato quasi subito, era ancora in superficie.”
“Beh, sei stato svelto”, altro risolino, un po’ più furbetto del precedente, con la testa inclinata. “Sei stato svelto anche a toccarmi le tette, però, ammettilo. Mentre mi aiutavi ad aggrapparmi al pedalò mi hai palpato per bene!”
Fortunatamente era molto buio nei pressi del campeggio altrimenti si sarebbe accorta del mio improvviso rossore, sentivo le orecchie in fiamme. “Ma che cavolo dici!” avevo sbuffato confuso fra imbarazzo e rabbia, “ti stavo solo reggendo, non ho provato affatto a…”
“Ok, ok,” si era affrettata a tapparmi la bocca, divertita. “Non andare in escandescenza, stavo scherzando. E comunque, come ho detto, volevo ringraziarti, mi sembra il minimo…”
Si era guardata attorno controllando che fossimo rimasti soli e senza alcun preavviso si era abbassata il top senza spalline che le copriva il busto. “Ecco”, aveva sospirato esibendo senza alcun imbarazzo il suo seno nudo, “Er Catena mirava a sbirciarmi le tette e credo sia giusto che lo faccia tu, te lo meriti…”
Ero disorientato, tutto mi sarei aspettato fuorché un simile gesto.
Avrei voluto dire o fare qualcosa e invece ero rimasto immobile come una statua, anche nella penombra vedevo perfettamente i suoi seni rotondi e ne ero stregato. Quando aveva abbassato il top erano balzati fuori ondeggianti e sfrontati, bianchi come il latte contro la sua perfetta abbronzatura, ornati al centro da due piccolissimi capezzoli bruni.
La mia espressione doveva essere molto buffa perché era scoppiata a ridere, poi mi aveva preso una mano e se l’era attirata a sé. “È concessa anche una palpatina, se ti va…” aveva sussurrato con inaspettata malizia.
Quando ero riuscito a staccare lo sguardo da quel seno avevo sollevato gli occhi nei suoi, non mi era uscita neanche una parola tanto ero confuso, continuavo a fissarla e ad accarezzarla col cuore che picchiava impazzito contro lo sterno.
Il suo sorriso si era spento lentamente, un passo in avanti e mi aveva baciato.
Un bacio vero, intenso, con una lingua curiosa che si era insinuata nella mia bocca per un lungo interminabile minuto. Poi si era staccata da me, aveva fermato la mai mano ed era tornata a sollevare il top.
“Silvia, io…”
Si era portata l’indice al naso. “Devo scappare, è tardissimo. Ci si rivede domani.”
Un altro breve bacio appoggiato sulle labbra ed era corsa via, agile e aggraziata.
Apro gli occhi sulle travi scure del soffitto, mi scappa un sorriso nel ricordare le sensazioni di quel momento, era come se avessi messo la testa in un frullatore. Non era certo il mio primo bacio e neppure la prima palpata di tette eppure le gambe mi tremavano da morire e il cuore sembrava impazzito, non ci capivo più nulla. La padovana bruttina, quella con l’accento antipatico, la dentatura equina e il naso leggermente adunco era diventata improvvisamente bellissima, la più bella ragazza che avessi mai baciato.
Peccato che il giorno dopo era come non fosse successo nulla, lei era tornata quella di sempre, estroversa e piena di sé, nessun accenno al bacio o al suo originale modo di ringraziarmi, aveva riso e scherzato con tutti tranne che con me.
Era stato molto frustrante, non avevo chiuso occhio per tutta la notte per l’emozione e quell’improvvisa indifferenza aveva cancellato di colpo ogni sogno, ogni proposito.
Fin quando, quel tardo pomeriggio, mi aveva raggiunto nella pineta accanto alle cabine. Non ero dell’umore per restare in gruppo così mi ero isolato per un po’, andando a sdraiarmi su una amaca all’ombra dei pini.
“Che fai qua tutto solo?” aveva chiesto sedendosi a mo’ di altalena nell’amaca accanto.
“Non mi andava di giocare a volley, e poi sono già in dodici, due squadre al completo.”
Nessun commento, solo un distratto cenno della testa a indicare quanto poco la convincesse la mia giustificazione. Per un po’ avevamo guardato in silenzio il gruppo di amici sul campo da beach volley poi si era sporta verso di me. “Ti piace Pippi, vero?”
Pippi, all’anagrafe Angela Ragusi, sedicenne romana di Velletri, rossa di capelli e piena di lentiggini come la Pippi Calze-Lunghe di un vecchio telefilm che solo Michele conosceva, era in effetti piuttosto carina ma per nulla il mio tipo.
“Pippi?” mi ero stupito. “E cosa te lo fa pensare?”
Aveva stretto le spalle. “Non so, da come la guardi, credo. E anche da come le parli, sei sempre tutto sorrisini e occhi dolci.”
“Mi sa che ti sbagli.”
“Eppure…”
“Eppure cosa?”
Si era alzata dall’amaca senza una parola e si era avviata a piedi nudi fra la vegetazione.
“Eppure cosa, Silvia?” avevo ripetuto dopo averla raggiunta.
Per un po’ era rimasta in silenzio, appoggiata con le spalle al tronco di un tamerice, poi aveva cercato i miei occhi, seria e corrucciata. “Eppure a me non mi guardi così.”
Mi ci era voluto un po’ per comprendere il significato di quelle parole e mi ci era voluto ancor di più per riuscire a formulare una risposta sensata. “Perché sei tu quella che mi piace, non Pippi. E quando ti guardo…”
Il sorriso si era lentamente dipinto nel suo viso. “Quando mi guardi?”
“Muoio dalla voglia di baciarti.”
La mattina successiva faccio colazione assieme a Michele e mi decido a chiedergli come gli sia nata quest’idea della rimpatriata a venticinque anni di distanza.
L’anno prima aveva rivisto un paio dei ragazzi romani, mi risponde, aveva trascorso un’intera notte con loro a ricordare quella bellissima estate.
Non si tratta di nostalgia o malinconia, precisa, è solo curioso di vedere come sono diventati i ragazzi di allora.
“E le estati successive?” domando, “avrai fatto altre amicizie, altri gruppi, no? Avrai infiniti quarti di secolo da festeggiare, in futuro.”
Scuote la testa. “No, non c’è stata un’altra estate come quella. Avevo appena fatto diciott’anni, ero al culmine dell’età dell’incoscienza, le cazzate che abbiamo fatto quell’anno sono rimaste memorabili. Dopo che vuoi, crescendo si pensa solo a trombare e credimi, ho trombato come un riccio negli anni a seguire, ma l’amicizia che c’era quell’anno, l’affiatamento, la complicità… no, quella non c’è più stata.”
Il suo sguardo vaga nel vuoto come se stesse rivivendo quei momenti.
“Quindi Milly non c’entra nulla…” butto lì con tono vagamente ironico appoggiandogli la mano sulla spalla.
“Non fare il bischero, Esse”, ride sotto i baffi. “Milly c’entra eccome, che cavolo, muoio dalla voglia di rivederla…” si china verso di me abbassando il tono. “Aveva solo diciassette anni e faceva dei pompini galattici, meglio di una sposa trentenne! Una forza della natura, una bocchinara nata, chi l’avrebbe mai detto con quella dentatura equina, eh?”
Scoppiamo a ridere e mi sembra così strano ascoltare confessioni intime ora, a venticinque anni di distanza.
A questo punto però mi è impossibile non ripensare alla mia prima sera con Silvia, a poche ore di distanza da quel bacio fra cespugli di mirto e tamerici.
Poco dopo le undici Camilla era rientrata alla roulotte come ogni sera, e Michele aveva proposto un bagno in mare al chiaro di luna. La stragrande maggioranza dei genitori non sarebbe stata d’accordo per cui era impensabile recuperare costumi e bikini, il bagno andava fatto in biancheria. Anzi, in mutande visto che nessuna delle quattro ragazze indossava il reggiseno.
All’inizio era stato un divertentissimo gioco di gruppo, uno schizzarci e un rincorrerci in quella maliziosa atmosfera di vedo-non-vedo, poi Silvia era scappata via, allontanandosi sempre più. Quando ero riuscito a raggiungerla l’avevo stretta a me e baciata con passione.
Il gruppo era ormai un indistinto coro di grida e risate in lontananza, c’eravamo solo io e lei in quel tratto di mare calmo e scuro, noi e i nostri desideri. Le mie mani avevano iniziato a cercare timidamente ogni parte del suo corpo, dal seno nudo al bellissimo sedere per poi scivolare davanti, fra le cosce.
Quando ero entrato nelle sue mutandine l’avevo sentita aggrapparsi al mio collo con un lungo sospiro vibrante, mi sembrava d’impazzire. Sentivo nel palmo della mano il Monte di Venere ricoperto dal soffice triangolo di peluria, e subito sotto i miei polpastrelli potevano sfiorare i lembi di quella piccola fessura socchiusa, il cuore era sul punto di scoppiare.
Silvia si era completamente abbandonata, le gambe sempre più divaricate e le labbra avvinghiate al mio collo, la sua fessura si era dischiusa ed era diventata molto scivolosa, non solo per l’acqua di mare.
Non potevo certo considerarmi un esperto ma avevo già toccato una ragazza a quel modo, per tutto l’inverno avevo frequentato una compagna di classe e con la scusa dei compiti ci eravamo ritirati diverse volte in camera mia per accarezzarci a vicenda. Conoscevo quindi il calore umido dell’eccitazione femminile e sapevo dove trovare quel punto sensibile al vertice alto della fessura, la piccola protuberanza nervosa che faceva mugolare la mia compagna di classe.
Anche Silvia mugolava, eccome se lo faceva, i suoi sospiri affannati mi inebriavano, più la toccavo e più gemeva, era fantastico.
Poi d’improvviso aveva stretto le gambe imprigionando la mia mano, il suo corpo era stato scosso da qualche fremito mentre il respiro si era fatto più lento e profondo.
Neanche il tempo per rendermi conto di cosa fosse successo che i ruoli si erano già invertiti, la sua mano era entrata rapida e curiosa nei miei slip, aveva impugnato l’uccello alla base e lo aveva tirato fuori. Una presa delicata ma decisa, autoritaria, come deciso era il modo in cui aveva iniziato a muoversi, un abile avanti e indietro senza alcuna incertezza. Mi masturbava cento volte meglio della mia compagna di classe nonostante avesse quasi due anni in meno.
Dopo qualche secondo aveva sollevato la testa dalla mia spalla e mi aveva fissato per tutto il tempo, sfiorandomi le labbra con le sue mentre quella manina mi deliziava fino a portarmi all’apice.
Avevo provato a resistere ma non c’ero riuscito, pochi minuti dopo avevo ansimato forte sulle sue labbra mentre il mio seme si mescolava all’acqua di mare.
“Mentre la piccola Silvia?” chiede Michele risvegliandomi da quel bellissimo ricordo. “Anche lei con la sua dentatura equina faceva dei gran pompini?”
“Via Miky, non aveva ancora quindici anni…” cerco di svicolare.
In fondo fra poche ore sarà qui, non è più la ragazzina di allora ma un minimo di riservatezza mi sembra dovuta.
“Sì, lo so”, ride lui, “ma al suo paese frequentava uno più grande, almeno così mi raccontava sua sorella. Uno di diciotto o diciannove anni, mi pare…”
Scuoto la testa fingendo di non ricordare. In realtà ricordo molto bene, l’avevo scoperto quella stessa sera, poco prima di riaccompagnarla alla roulotte.
Dopo esserci asciugati e rivestiti alla meglio e dopo le solite birre e le solite canzoni, io e lei ci eravamo appartati su un lettino, lontani dagli altri. Ormai tutti avevano capito e non ci interessava.
Una volta soli l’avevo abbracciata con foga, da oltre un’ora morivo dalla voglia di toccarla, saperla senza mutandine sotto la minigonna era stata una dolce ed eccitante tortura.
Lei però mi aveva preceduto, mentre ci baciavamo era scesa con rapide mani sui miei pantaloncini. Neppure io indossavo gli slip così appena abbassata la cerniera il mio uccello era schizzato fuori in tutta la sua erezione, facendola sogghignare divertita.
Con entrambe le mani aveva preso a menarmelo anche meglio di prima in acqua, era incredibilmente brava in confronto alla mia unica precedente esperienza, lei sapeva esattamente cosa fare. E mentre lo faceva continuava a fissarmi negli occhi, a lei piaceva così, amava leggere le emozioni sul mio viso.
Poi…
Poi quello che mai al mondo avrei immaginato.
Lentamente e con molta enfasi aveva abbassato gli occhi sulle sue mani in movimento, aveva osservato attentamente per diversi secondi poi mi aveva lanciato un ultimo sguardo birichino prima di chinarsi su di me.
Difficile immaginare la mia espressione in quel momento, di sicuro avevo smesso di respirare e la mascella mi era crollata priva di vita.
Quando avevo sentito il calore della sua bocca avvolgermi là in basso mi ero irrigidito come attraversato da una potente scarica elettrica, non riuscivo a credere che stesse succedendo per davvero.
Ricordo solo un balbettante: “Silvia… oh Silvia…”
A livello teorico sapevo tutto dei pompini, avevo visto filmati e fotografie, letto aneddoti e descrizioni, sfogliato riviste, come ogni mio coetaneo ero molto attratto e intrigato dall’argomento ma non pensavo di poterlo provare così presto. Soprattutto non con una più giovane di me.
E, per quanto completamente inesperto, non mi era stato difficile comprendere che non era la sua prima volta.
Cosa che aveva candidamente ammesso non appena terminato il suo capolavoro, mentre si ripuliva le mani con alcune salviette. Da diversi mesi aveva un ragazzo a Padova, uno di quinta liceo col quale già da un po’ aveva fatto le prime piacevoli scoperte.
Per cui sì, anche la giovane Silvia era esperta e abile nei pompini, nonostante la dentatura equina.
Ma non mi va di raccontarlo a Michele, anche se lui continuava a insistere e a insinuare. “Via Esse”, prosegue col suo sorriso burlone, “a me non la dai a bere, non ve ne stavate per ore in disparte su quei lettini solo a baciarvi e a pomiciare, a sentire Milly la sorellina era quasi più troietta di lei!”
Ridiamo assieme, l’unica cosa che sono disposto a concedergli è un’interlocutoria alzata di spalle che sicuramente interpreta come mezza ammissione.
Infatti annuisce con enfasi e finalmente cambia argomento.
Non so perché però mi ha infastidito sentirla chiamare troietta, probabilmente in parte corrisponde al vero ma io ne ero follemente innamorato e anche adesso, a venticinque anni di distanza, preferisco mantenere l’immagine che ho di lei.
È stata un’infatuazione violenta la nostra, piena di passione ma anche di sentimento, di quegli amori roventi che si vivono solo in età adolescenziale. Al ritorno delle vacanze lei aveva lasciato il ragazzo e per tutto l’inverno ci eravamo scritti e sentiti, ore ed ore al telefono e interminabili lettere piene di passione. All’epoca cellulari e computer erano un privilegio destinato a pochi privilegiati, per noi c’erano ancora i telefoni SIP col filo a spirale e le lettere scritte a mano con le ansiose attese del postino.
Inevitabilmente l’incandescente passione era andata scemando col tempo, e la notizia che non avrei trascorso l’estate successiva la Bagno Nettuno era stata il colpo di grazia, nella primavera successiva avevamo già smesso di scriverci e telefonarci.
Però conservo ancora tutte le sue lettere e prima di partire le ho rilette una ad una, non le ricordavo così romantiche e allo stesso tempo così esplicite e scabrose. Sono stato tentato di portarle con me ma poi ho pensato non fosse una buona idea, in fondo quei ragazzini non esistono più, ora siamo due adulti.
Praticamente due estranei.
Dal pomeriggio iniziano i primi arrivi, è un susseguirsi di abbracci e risate, di domande e racconti. È strano notare come il tempo sia stato più magnanimo con alcuni che con altri, Er Catena non sembra più lo stesso così calvo e ingrassato, mentre La Murena, all’epoca una sciacquetta lunga e smilza, è diventata una splendida donna.
Le sorelle padovane arriveranno per ultime, Michele lo sapeva, pare che il padre si sia ritirato alcuni anni fa per problemi di salute lasciando nelle loro mani l’avviata azienda di imballaggi, ora sono tre imprenditrici piene di impegni, arriveranno solo in serata.
Infatti è quasi ora di cena quando l’elegante camper ultramoderno varca la cancellata, mi accorgo con stupore che il cuore ha aumentato i battiti.
E, ahimè, non ce n’era alcun motivo.
Dal camper scendono solo Milena e Camilla, un problema improvviso ha costretto Silvia a restare a Padova.
La delusione è forte, terribile, devo forzarmi per nasconderla.
Per un attimo sono tentato di prendere l’auto e tornare a casa ma non sarebbe giusto, per quanto Silvia sia quella che desideravo maggiormente rincontrare, ci sono anche tutti gli altri, gli amici di quella folle estate che non avevo più rivisto.
Dopo cena scendiamo in spiaggia, ho la chitarra con me e proviamo nuovamente a intonare i vecchi classici di Vasco Rossi mentre birra e vino scorrono a fiumi.
Durante una pausa Camilla mi si avvicina con un messaggio di Silvia, è molto dispiaciuta, mi manda a dire, avrebbe fatto di tutto per esserci e per rivedermi, ma proprio non le è stato possibile.
“O magari”, sorrido con un’alzata di spalle, “ha voluto vendicarsi per il fatto che io non sia tornato l’estate successiva.”
“Ma figurati!” ride, “dopo tutto questo tempo! No, davvero, tu non hai idea di quanto avrebbe voluto essere qui, era entusiasta di questa idea della rimpatriata, non stava nella pelle.”
Fa una breve pausa con lo sguardo che vaga nel vuoto. “Anzi”, aggiunge poi, “è stato proprio il suo entusiasmo il problema…”
“Sarebbe a dire?”
Si avvicina e abbassa la voce. “Che rimanga fra te e me, non vuole che si sappia, ma non è per il piccolo Niky, il bimbo sta bene, il problema è Riccardo, suo marito. Un brav’uomo e un ottimo marito, nulla da dire, ma eccessivamente possessivo. Quando l’ha vista così eccitata si è insospettito e le ha vietato di venire. Ne è nata una lunga discussione, proseguita per giorni; Silvia avrebbe anche potuto impuntarsi e venire comunque, ma avrebbe rischiato una crisi e non se l’è sentita.”
“Un vero peccato…” annuisco con un sospiro.
“Già, un vero peccato.”
Per consolarmi prende il suo smart-phone e mi mostra alcune foto recenti della sorella, è esattamente come me l’aspettavo, ancora snella e slanciata, una bella donna con la bocca troppo grande e il naso imperfetto. Una donna ora sposata e madre di due figli, anni luce dalla ragazzina che conoscevo.
Eppure l’avrei rivista volentieri.
Verso le due di notte siamo tutti piuttosto alticci, si è fatta ora di andare a dormire. Saluto uno ad uno e mi avvio ciondolante verso il bungalow quando sento la voce di Camilla alle mie spalle.
“Ti andrebbe di fare due passi o è troppo tardi?” mi chiede quando mi volto.
“Che c’è”, le sorrido, “soffri d’insonnia?”
Con un cenno della testa indica il suo camper. “Mi sa che per un paio d’ore dovrò restare fuori dai piedi.”
All’interno le luci sono accese e due figure si aggirano oltre le tende. “E che cavolo”, commento divertito, “con tutti questi bungalow dovevano proprio buttarti fuori dal camper?”
Allarga le braccia sconsolata. “Da quello che ho capito li ha riempiti tutti con la rimpatriata, anche se a mio avviso…” un’occhiata alla nostra destra, dove il Principino e Pippi stanno parlando fitti-fitti, “forse qualcuno poteva risparmiarselo.”
Ridiamo assieme, ho scoperto poco fa che nell’estate successiva era scoppiata la passione fra loro due e da come si guardavano giù in spiaggia credo proprio che pure loro, come Miky e Milena, siano intenzionati a rivivere il passato.
Così accetto di fare compagnia a Camilla, in fondo non avevo molta voglia di andare a letto, la delusione è ancora troppo forte.
Camminiamo a piedi nudi sul bagnasciuga, la grande luna sparge un chiarore a cui i nostri occhi si abituano velocemente, di tanto in tanto osservo il suo profilo e mi accorgo solo ora che delle tre è l’unica ad avere un naso senza la gobbetta centrale. La bocca invece è una caratteristica di famiglia, un marchio di fabbrica, in quel particolare sono davvero identiche.
Parliamo a lungo di noi, comincio io raccontandole di una ex moglie a cui è seguita un’ex convivente e di uno stressante lavoro da promotore finanziario, poi lei mi parla del suo spirito libero e ribelle, una delle poche caratteristiche che la differenzi dalle sorelle. In questo momento ha un compagno ma ognuno vive a casa propria, mai al mondo si metterebbe con uno come Riccardo, il marito di Silvia.
Poi, senza alcun preavviso, se ne esce con una frase strana. “E comunque,” sospira guardandosi i piedi lambiti dalle piccole onde, “l’estate successiva quella più arrabbiata ero io.”
“Arrabbiata?”
“Sì, perché tu non c’eri.”
Mi sporgo in avanti a cercare i suoi occhi. “In che senso?”
“Dai non fare il finto tonto!” mi da uno schiaffetto sulla spalla. “Sapevi benissimo che avevo una cotta per te, non puoi non essertene accorto, ti seguivo ovunque, pendevo dalle tue labbra…” si nasconde il viso con la lunga frangia fingendo un imbarazzo che sono certo non provi. “E al contrario di mia sorella a me era durata fino all’estate successiva.”
“Una cotta per me?” sorrido stupito. “Ma… avevi undici anni?”
“Embè?” ora mi guarda con assoluta e spavalda naturalezza. “Avevo la cotta facile anche a quell’età. Le sorelle Ghirardi erano precoci in tutto…”
“Eggià”, sogghigno, “davvero precoci!”
Mi pento quasi subito di quella esternazione e cancello il sorrisino che mi era spuntato sulle labbra.
Lei però se n’è accorta e scuote la testa. “Guarda che so tutto di voi, dopo qualche anno, sfinita dalla mia insistenza, Silvia mi ha raccontato ogni cosa.”
“Ogni… cosa?”
“Esatto”, annuisce, “dal modo in cui ti ha ringraziato per averle ritrovato il reggiseno al tuo rifiuto di fare l’amore con lei…”
“Ehi!” protesto, “non mi sono rifiutato di fare l’amore con lei!”
“A me l’ha raccontata così. Siete stati sul punto di farlo, a tanto così…” accosta indice e pollice, “lei voleva che tu fossi il primo ma tu hai avuto paura…”
“Un momento”, preciso alzando una mano, “ho avuto paura delle conseguenze, non di fare l’amore! Cavolo, lo desideravo da impazzire, forse più di lei, ma eravamo senza profilattici; due ragazzini inesperti alla loro prima volta senza profilattici, ci pensi a quello che sarebbe potuto succedere?”
“Da quello che so”, alza gli occhi al cielo con aria allusiva, “l’Acciuga li aveva i preservativi…”
“Oh li aveva sicuramente, ma tua sorella non ha voluto che chiedessi il suo aiuto. Guai se Milena avesse saputo fin dove ci stavamo spingendo…”
Annuisce sorridendo. “Sì, lo so, stavo scherzando, mi ha raccontato davvero tutto. Sa che sei stato molto più forte e più saggio di lei, te ne sarà sempre grata.”
Pianto le mani sui fianchi. “Quindi… ti stavi prendendo gioco di me?”
“Un po’, lo ammetto”, stira le labbra in una buffa smorfia divertita, “in fondo anche Silvia lo faceva spesso, no?”
“Beh, sì, ma ora non sono il sedicenne imbranato di allora…”
“Via”, ride, “mi risulta che non fossi molto imbranato neppure allora.”
Sta prendendo una strana piega questa conversazione, una piega del tutto inattesa. Forse sta solo scherzando ma il suo tono è vagamente malizioso e inizio a sentirmi intrigato.
Decido quindi di adeguarmi al livello di provocazione per vedere come reagisce. “Oh sì che lo ero, fidati. Fossi stato sveglio avrei sicuramente proposto il… ‘Piano B’ per supplire alla mancanza del preservativo…”
Per un attimo spalanca gli occhi come se non fosse sicura di aver capito, poi si porta la mano alla bocca nella perfetta simulazione della brava ragazza scandalizzata. “Esse”, sogghigna incredula, “per Piano B intendi…”
Mi stringo nelle spalle sempre più spavaldo. “Beh, quanti Piani B conosci? In fondo vergine per vergine…”
Ora ride di gusto, continuando a scuotere la testa. Quando riprende fiato torna a girarsi verso di me il suo sguardo non è più tanto scandalizzato.
“A pensarci bene”, sospira mordendosi la pellicina del labbro inferiore, “conoscendo mia sorella… credo che il Piano B non le sarebbe affatto dispiaciuto!”
“Fantastico, ora i rimpianti sono addirittura doppi!”
Scoppiamo a ridere.
“Via, i rimpianti”, mi appoggia il gomito al fianco, “avevi comunque sedici anni, da quel che so non puoi certo lamentarti, ti ha fatto… divertire ugualmente, no?”
Ancora quel tono provocante e quell’aria furbetta, indecifrabile.
“Intendi dire…”
“Sì, hai capito cosa intendo…” passa in maniera quasi impercettibile la punta della lingua sulle labbra.
Per qualche istante ci fissiamo in silenzio, entrambi fatichiamo a trattenere il sorriso. “Puoi giurarci che mi sono divertito, era davvero fantastica; chi l’avrebbe mai detto, così giovane e così brava…”
Inclina la testa di lato. “Te l’ho detto, le precoci sorelle Ghirardi…”
Non mi faccio certo sfuggire l’occasione. “Ne deduco che sei stata altrettanto precoce.”
Mi tiene un po’ sul filo prima di fare spallucce. “Certo che sì. Ero la più piccola, potevo essere da meno?”
“Ed eri anche brava come lei?”
Solleva le sopracciglia. “Se tu avessi continuato a frequentare il Bagno Nettuno chissà, forse avresti anche potuto verificarlo di persona.”
Beh, se volevo testare le sue reazioni, le impressioni sono più che positive. A questo punto mi avvicino e le cingo i fianchi. “Venticinque anni dopo è troppo tardi per verificare?”
Appoggia le mani sul mio petto, giochicchia con i bottoni della camicia. “E’ troppo tardi per fare paragoni, mi sa. Non sono più la quindicenne alle prime armi.”
“Ti dirò, la cosa potrebbe avere i suoi aspetti positivi…” siamo ormai vicinissimi, sento il suo corpo caldo contro il mio. “Se eri brava allora, non voglio immaginare come sei diventata con una ventina di anni in più di esperienza.”
Le scappa un risolino, mi guarda attraverso la frangetta ribelle. “Non è detto che l’equazione sia scontata…”
“Eppure sarei pronto a scommetterci…” le stringo maggiormente i fianchi e faccio una decisa pressione verso il basso, l’invito è palese, quasi indecente, ma non siamo i ragazzini di allora.
Mi risponde con uno sguardo penetrante, la testa leggermente inclinata come a chiedermi da dove sia uscita tanta sfacciataggine.
Per un lungo attimo ci fissiamo in silenzio, la mia espressione rivela tutta l’eccitazione del momento mentre la sua resta enigmatica, seria e riflessiva. Forse ho esagerato, inizio a pensare, forse ho frainteso i suoi comportamenti, poi però sento le mani scendere dal colletto della camicia fino alla cintura dei miei jeans, sul viso le si accende un sorriso stupendo quando inizia ad aprirmi i pantaloni.
Trattengo il respiro mentre la osservo chinarsi ai miei piedi, fa tutto molto lentamente, con gesti studiati e seducenti; mi sa di no, sorrido, mi sa che non avevo frainteso.
La sua lingua mi tortura a lungo, più del dovuto, morbide e avvolgenti leccate che portano il mio desiderio a livelli assurdi. Quando finalmente decide di accogliermi nella sua bocca esalo un interminabile sospiro di soddisfazione, sono sincero, nei miei sogni era Silvia a farlo ma ora sono contento che sia lei, trovo la cosa mille volte più eccitante.
Bastano quattro o cinque profonde succhiate per farmi capire quanto sia brava, ci mette un impegno e una passione evidente, credo proprio che voglia stupirmi.
Dopo poco però si ferma, abbassa lo sguardo sulla sabbia bagnata, con la risacca che lambisce i nostri piedi. “Che ne dici di un posticino un po’ più comodo? Magari un lettino…”
La prendo per le mani e l’aiuto a rialzarsi, quando siamo nuovamente accostati bacio quelle labbra calde e umide di saliva. “Lo sapevo che non mi sbagliavo”, la stringo forte, “una vera, fantastica artista.”
Mi fa l’occhiolino. “E il bello deve ancora venire…”
“Non ho il benché minimo dubbio”, sospiro eccitatissimo.
Tenendomi per mano mi trascina verso la prima fila di ombrelloni. “Come cita il detto: buon sangue non mente”, sogghigna sculettando davanti a miei occhi. “Esteticamente la bocca non è certo la nostra caratteristica migliore, forse proprio per questo ci piace tanto usarla…”
Annuisco divertito, il ragionamento non fa una piega.
Mi sospinge fino a farmi sdraiare sul primo lettino che incontriamo, si rannicchia su quello a fianco e prende posizione su di me. Con le mani incrociate dietro la nuca mi godo lo straordinario panorama che si presenta ai miei occhi: uno sfondo di mare e cielo illuminati dal chiarore lunare contro il quale si staglia il profilo di Camilla che si alza e si abbassa sul mio uccello. Uno scenario mozzafiato, suggestivo e sensuale, una veduta da sogno.
Come da sogno è il piacere che provo, Camilla sta davvero dando il meglio di sé, quando si accorge che i miei sospiri si fanno troppo intensi rallenta ad arte, gioca un po’ di labbra e lingua poi ricomincia, decisa a tenermi a lungo aggrappato al mio piacere.
Allungo la mano verso le sue gambe, la pelle è morbida, liscia e fresca, due gambe bellissime. Risalgo lentamente insinuandomi sotto la gonna, l’interno delle cosce è molto più caldo, quasi bollente al centro estremo, dove incontro il morbido rigonfiamento del suo sesso racchiuso nel tessuto umido delle mutandine.
A quel tocco mugola e inarca la schiena ma mi ferma subito, serrando le gambe. Non vuole distrazioni, dice con un sorriso straordinariamente languido, non quando si diverte come si sta divertendo ora.
Beh, sollevo il mento, non sarò certo io a privarla del suo divertimento.
Anche perché, mi auguro, avrò tutto il tempo, poi, per godermi il suo corpo.
Nel frattempo mi godo il suo grandioso pompino, sarà anche colpa dell’atmosfera ma mi pare davvero superlativo, una delle migliori esperienze nel settore. Credo fosse assolutamente sincera quando parlava di divertirsi, la sta tirando abilmente per le lunghe, non vuole saperne di darmi tregua. Non so quante volte mi abbia già portato fin sull’orlo del precipizio per poi rallentare con incredibile maestria, lasciandomi il tempo per ricacciare indietro il piacere.
Fosse per me la farei continuare per tutta la notte, è veramente straordinario, ma i mei sensi non possono resistere ancora a lungo, ogni volta l’apice si avvicina più velocemente e mi è sempre più difficile trattenermi.
Brava com’è se n’è certamente accorta, mi rivolge un sorrisino complice prima di assumere una posizione più comoda, la posizione da cui, sono certo, mi porterà fino in fondo.
Non mi sbagliavo, ora non rallenta più, si accanisce su di me con labbra voluttuose e mani abili, sento i muscoli del corpo irrigidirsi e brividi intensi diramarsi lungo la schiena fin quando l’onda impetuosa mi raggiunge e mi travolge.
Solo quando mi abbandono sfinito contro il lettino mi concede una tregua, si lascia scappare di bocca il mio cazzo ormai privo di energia e appoggia il mento sulle cosce.
I miei ansimi affannati si confondono col rumore della risacca, è stato davvero speciale, la classe non è acqua le sussurro sorridendo. Ride anche lei sobbalzando sulle mi cosce mentre un fremito le scuote il corpo.
“Freddo?” domando spostandole la frangetta dagli occhi.
Si stringe nelle spalle senza rispondere.
“Posso invitarti nella mia reggia?”
Un sorrisino, un bacio al mio uccello rilassato e un cenno di assenso col capo.
Si avvia davanti a me, ancheggiando provocante. La raggiungo e da dietro le sollevo la gonna, indossa un semplice perizoma che lascia nude le morbide natiche sulle quali è evidente il segno dell’abbronzatura. Le afferro a due mani, palpandole avidamente.
“Gran bel culo, signorina Camilla. Hanno molte cose in comune, le sorelle Ghirardi…”
Si volta e mi sorride. “Sì, ma non metterti strane idee in testa. Con me non corri alcun rischio, prendo la pillola”, un sospiro malizioso, “niente ‘Piano B’…”
Simulo un buffo broncio deluso, “È un vero peccato!”
Ridiamo e camminiamo abbracciati fino al mio bungalow, una volta dentro chiede di andare in bagno, ha tutti i piedi insabbiati. Io utilizzo il lavello in cucina, pratico e veloce, poi l’aspetto seduto sul letto.
È un’attesa più lunga del previsto ma ne è valsa la pena, quando esce resto senza fiato. Indossa solo il minuscolo perizoma nero e mi viene incontro mostrandomi senza pudore le sue lunghe gambe snelle, i fianchi sinuosi e i seni perfetti, alti e rotondi. Talmente perfetti da farmi dubitare della loro autenticità ma non importa, il risultato complessivo è davvero notevole.
Ha anche legato i lunghi capelli dietro la nuca e probabilmente ha ritoccato il trucco, quanto meno sulle labbra.
Quando mi è accanto porta le mani fra i miei capelli, ho il viso all’altezza del suo ombelico e alzando lo sguardo non posso non ammirare quei seni prosperosi che sfidano sfrontati la forza di gravità.
“Tu non hai bisogno del bagno?” domanda.
“Ho sciacquato i piedi lì”, indico con un cenno del capo il piccolo lavello in acciaio, “e per il resto… non c’era niente da lavare, mi hai lasciato… pulitissimo…”
Annuisce con quell’aria da monella. “Quando mi impegno in qualcosa cerco di farla al meglio.”
Oh sì, sospiro fra me, credo che meglio di così non fosse possibile.
Torno ad abbassare lo sguardo e porto l’indice sull’elastico del minuscolo slip, lo faccio scendere lentamente, centimetro dopo centimetro, scoprendo un Monte di Venere sporgente e completamente depilato. Lo bacio con delicatezza, tanti piccoli baci che scendono verso il basso man mano che sfilo lo slip.
Quando raggiungo l’inizio della sua fessura la sento prendere un profondo respiro, sta morendo di desiderio.
Le sue mani si insinuano fra i miei capelli e mi premono contro di lei. “Da quello che mi ha raccontato Silvia”, inspira, “anche tu non te la cavavi male con la lingua…”
“Ah sì?” alzo gli occhi con aria falsamente polemica. “Solo: non me la cavavo male?”
La abbraccio e la rovescio delicatamente sul letto, andando con la testa al centro delle sue cosce. “Ora vediamo se anch’io col tempo ho fatto progressi.”
Mi tuffo fra le pieghe bollenti della sua fica mentre nitidi flash-back scorrono nella mia mente.
Ricordo con straordinaria chiarezza l’emozione di quel momento, il timore di non essere all’altezza, l’impatto morbosamente erotico col profumo e il sapore della sua giovane fica.
Dopo quel primo favoloso pompino per un paio di giorni era stato un vero tour-de-force, ogni luogo e ogni momento era buono, non ero mai sazio. Poi però avevo cominciato a sentirmi egoista, era sempre lei a prendere l’iniziativa, certo, ma non mi sembrava giusto ricevere solo, immaginavo che il suo ragazzo fosse bravo anche a darle piacere e non volevo essere da meno.
Così quella sera, prima che lei allungasse le mani, ero sceso a baciarle i il colo, poi i seni e infine…
Dalla sua reazione era stato facile capire che conosceva bene quel tipo di attenzioni, come immagino fosse stato facile per lei riconoscere la mia totale inesperienza. Era stata però molto dolce e sensibile, non aveva detto una parola, nessuna indicazione, aveva semplicemente enfatizzato con profondi gemiti ciò che gradiva maggiormente, dandomi così velati suggerimenti su come e cosa fare. Dopo pochi giorni mi sentivo un esperto, riuscivo a portarla facilmente all’orgasmo e lei mi riempiva di sensuali complimenti, gonfiando a dismisura il mio orgoglio.

Quasi gli stessi complimenti che ora ripete Camilla col respiro affannato, il suo orgasmo è stato lungo e intenso, anch’io ho cercato di dare il meglio di me.
Per un po’ ci rotoliamo fra le lenzuola, mentre la baciavo ho ritrovato l’erezione e lei se ne è accorta, ora mi vuole, dice sdraiandosi sopra di me.
Con la mano mi stuzzica l’uccello turgido, lo accarezza, lo massaggia e se lo sfrega delicatamente contro il sesso umido. Mi mordicchia il labbro inferiore, il suo alito caldo sa di dentifricio. “Perché tu lo sappia”, bisbiglia sulla mi bocca, “non sono una stronza, ho la piena benedizione di Silvia. ‘Fai tutto ciò che farei io’, mi ha detto prima di partire, ‘tutto ciò che io non posso fare’. E comunque”, prosegue, “hai dovuto guadagnartela, dopo venticinque anni non era scontato che mi piacessi ancora…”
Interessante, penso fra me, davvero interessante. Ora sono indeciso, non so più se sia un bene o un male che il marito abbia impedito a Silvia di venire. Anche perché in quel caso…
Già, le chiedo, e se fosse venuta anche lei?
Si limita ad alzare gli occhi al cielo. “Chissà”, ghigna, “forse ti avremmo scopato tutte e due!”
Nel tardo pomeriggio di domenica arriva l’ora degli addii, una tediosa pioggerellina accompagna questo triste momento, sembra che il cielo si sia allineato ai nostri umori.
A lungo ci siamo abbracciati e salutati, promettendoci senza crederci di ripetere l’esperienza, poi alla spicciolata sono iniziate le partenze. Siamo rimasti solo in sei, i saluti più difficili.
Il Principino e Pippi sono seduti da quasi un’ora nell’auto di lei, Milena è ancora dentro al bar assieme a Michele mentre Camilla è al posto di guida del lussuoso camper.
Sono al suo fianco, inginocchiato sul sedile passeggero con lo sportello aperto, l’ultimo bacio prima di salutarci.
“E’ un’utopia sperare di rivederti?” azzardo.
Inclina la testa. “Padova e Ravenna sono piuttosto distanti…”
“Meno di quanto credi.”
“Beh”, sorride, “forse il mio ragazzo avrebbe qualcosa da ridire.”
“Allora lascialo.”
Mi osserva con espressione divertita. “Ci vogliono validi motivi per lasciare un ragazzo…”
“Le due notti appena trascorse non sono motivi sufficientemente validi?”
“Ehi, presuntuosetto”, sogghigna, “ti ho detto che scopi meglio di lui?”
“No, in effetti no, però in qualcosa…”
Mi blocca portando la mano sulle mie labbra. “Non montarti la testa per così poco!”
“Beh, così poco”, la incalzo baciando le sue dita. “Avevi detto di scordami il Piano B, e invece…”
“E invece mi hai convinto, va bene, ma ripeto: non montarti la testa.”
“Mi sa che me la sono già montata”, sospiro con un sorrisino. “Non ti ho solo convinta, se non ricordo male sei stata tu a pretendere il bis, stanotte. Sbaglio o mi hai detto…”
Torna a premere la mano sulle mie labbra. “Ricordo bene cosa ho detto, mi è piaciuto più del solito, lo ammetto, ma non mi sembra il caso di farci un romanzo sopra.”
Sì, insomma, il significato è quello ma le parole sono state molto più roventi, stanotte era scatenata.
Eravamo scatenati.
Non ricordo un’altra donna che mi abbia preso come lei, una con cui abbia avuto un simile feeling erotico.
E non solo erotico.
“Ok, niente romanzo”, annuisco, “a letto non sono più bravo di lui, va bene, ma lascialo ugualmente.”
Spalanca occhi perplessi, credo di averla confusa.
“Non sono come il marito di Silvia, tranquilla”, proseguo imperterrito, “non sono possessivo e mi sta bene ognuno a casa propria, ma preferirei che tu non tenessi il piede in due scarpe.”
“Esse, hai bevuto qualcosa di forte stamattina?”
“Solo caffè, sono lucidissimo. Credo di essermi preso una cotta per te, Camilla, una cotta seria, è un problema?”
Sposta lo sguardo oltre il parabrezza, pensierosa. “Potrebbe esserlo”, scuote piano la testa. “A parte la distanza, i rispettivi impegni e a parte anche il mio compagno, il problema principale è che per me questo era solo sesso, non sono in cerca di complicazioni.”
Probabilmente sul mio viso scende un velo di delusione, lei si avvicina, mi sorride e mi accarezza. “Se sono venuta a letto con te”, prosegue, “è perché mi sei piaciuto anche a venticinque anni di distanza dal ragazzo che conoscevo, ti ho trovato carino e divertente, non era scontato che avremmo fatto sesso, a prescindere dalla benedizione di Silvia. Ed è stato molto bello, non posso certo nasconderlo, è stato… tutto molto bello…” un sorrisino malizioso ha sottolineato quel ‘tutto’. “Però, per quanto mi riguarda, era circoscritto a questo week-end.”
“Capisco”, cerco di sorridere mentre ingoio il boccone amaro.
Chissà per quale motivo l’avevo pensato possibile, anzi ero quasi convinto che lei non aspettasse altro. Era una ragazzina frivola con tanti grilli per la testa quella innamorata di me, poco più di una bambina. Oggi è diventata donna, una bella donna sicura di sé e del suo fascino, sensuale e disinibita quanto basta.
Non aspettava certo me, quella donna.
Peccato.
Mi allungo verso di lei, questo è veramente l’ultimo bacio.
Oltre il finestrino vedo Milly camminare a passo spedito in direzione del camper, ha un’espressione mesta molto simile alla mia.
Scendo dall’abitacolo, resto qualche secondo aggrappato allo sportello cercando le parole giuste per questo addio. “Comunque sia”, alzo le spalle, “il mio numero di telefono ce l’hai. Nel caso capitassi in Romagna, dalle parti di Ravenna…”
Mi risponde con un’identica alzata di spalle. “Chi può dirlo…”
Arriva Milly, mi sposto, la faccio sedere e saluto anche lei, ha gli occhi arrossati e un sorriso triste.
Quando chiudo lo sportello Michele mi raggiunge, in silenzio guardiamo le due sorelle partire.
In fondo allo sterrato, prima di varcare il cancello, il camper rallenta fino quasi a fermarsi; per un attimo spero di vedere le luci della retromarcia accendersi ma non accade, svolta a sinistra verso la statale Aurelia e sparisce dalla nostra vista.
“Complimenti, Esse”, mi sorride a quel punto Michele mettendomi un braccio al collo. “Due padovane a uno per te!”
“Eggià”, cerco di adeguarmi al suo coinvolgente buonumore, “due sorelle Ghirardi nel giro di venticinque anni, chi poteva immaginarlo?”
Ridiamo e mi trascina verso il bar. “Vieni, è un evento che merita una bevuta. Anche perché ora, finito tutto, una confessione al tuo vecchio amico Acciuga puoi farla, no?” mi guarda con la su tipica aria sorniona. “Scommetto che anche la piccola Camilla è un’artista del…” agita il pugno chiuso davanti alla bocca.
Rifletto un attimo prima di rispondere, ma in fondo anche fra sorelle si sono scambiate tutte le confidenze intime no? “Per quanto riguarda Milly, mi affido al tuo giudizio, ma sulle altre due…” risolino indecente, “dentatura equina e passione per il pompino sono i loro indiscussi marchi di fabbrica!”

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