il tormento di Valentina

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Valentina sentì suo padre che la chiamava. Aveva ancora sonno, ma si alzò da letto controvoglia, stropicciandosi gli occhi. Si guardò nello specchio di passaggio, mentre si recava in cucina, e come sempre provò una punta di orgoglio nel vedersi. Era una di quelle bellezze naturali, solari, a cui non serve trucco o pettinatura per risplendere; era stupenda anche appena svegliata. I capelli biondi, mossi, incorniciavano un delizioso viso di ventenne, con labbra rosse e carnose e splendidi occhi azzurri; e il suo corpo, anche nel pigiama oversize e maschile che indossava per dormire, rivelava chiaramente una serie di splendide e morbide curve, rese ancora più seducenti della naturale eleganza dei suoi movimenti.
“Eccomi, papà”, disse, prendendo una tazza. Suo padre Gianni e sua madre Clara sedevano entrambi al tavolo della cucina. Il sorriso con cui Valentina era entrata nella stanza si spense quando vide le espressioni serie dei genitori. “Cosa succede?” chiese.
“Siediti tesoro,” disse Gianni. Valentina si sedette, con una tazza di caffé in mano.
“Abbiamo sentito il signor Russo, ci ha telefonato questa mattina presto”.
Valentina appoggiò la tazza. “Oh,” disse. Nessuno se ne rese conto, ma un leggerissimo velo di rossore colorò le guance della ragazza. “Non gli avrà parlato di… quello” pensò. Il signor Russo era un anziano a cui Valentina faceva assistenza, per guadagnare qualcosa e aiutare la famiglia.
Gianni esitò, come se avesse improvvisamente avuto un ripensamento su qualcosa. “Ecco, non so come dirtelo, tesoro,” continuò poi. “Ma il punto è, il signor Russo è una persona molto molto potente… lo capisci?”
Il rossore di Valentina divenne più percettibile. “Si, papà.”
“Lui dice… ecco… lui dice che ti ha chiesto un favore… e tu hai rifiutato”.
Ora la ragazza arrossì decisamente. “Un favore? Così ha detto?” Ripensò alla frase di Russo, “fammi toccare quelle belle tette, tesoro”.
Gianni guardò Clara. La donna provò a intervenire. “Il signor Russo è un uomo anziano e malato, tesoro. Forse ti può chiedere qualcosa che non ti sembra giusto… ma bisogna avere comprensione per un vecchio…”
Valentina abbassò lo sguardo. “Quindi… dovrei… lasciare…” balbettò.
“Qualunque cosa succeda, è solo fra voi due, fra non molto lui lascerà questa terra, che differenza fa, tesoro?” riprese Gianni. Era evidentemente a disagio. Non aveva mai brillato per sensibilità o senso paterno, ma certamente anche lui si rendeva conto che il ragionamento non reggeva. Eppure era costretto dalle circostanze a chiedere a sua figlia quello “E invece, fa molta differenza se lo offendi.”
“Io… lo offendo?” balbettò ancora Valentina. Era tutto troppo ingiusto, era lei la vittima! Non aveva detto nulla per quieto vivere, ma era lei che avrebbe dovuto sentirsi offesa. “Mi state prendendo in giro… Io non ho nessuna intenzione…
“Russo è stato molto chiaro,” tagliò corto Gianni. “E sarò chiaro anche io. Non permetterti più di offendere il signor Russo. Hai capito?”
“IO NON HO….” cominciò Valentina, alzando improvvisamente la voce… ma fu interrotta da un ceffone del padre. Le si gelò il sangue. I due rimasero a guardarsi in silenzio, tutti e due evidentemente agitati. “Hai capito?” ripeté infine Gianni.
“Si, papà,” mormorò Valentina. Diede uno sguardo a sua madre, ma la donna aveva gli occhi bassi. Si alzò e corse in camera. Si mise a letto, bocconi. Pianse…
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“Ecco, papà”, disse Salvatore Russo al vecchio padre disteso a letto. “Ti lascio in buona compagnia con Valentina, che è bella e brava. Noi usciamo, torneremo tardi.”
Salvatore si volse verso Valentina. “A dopo, cara. Penso che ti lasceremo libera verso le due, ma se ritardassimo di più puoi aspettarci vero? Ti pagheremo comunque l’intera notte, è chiaro.”
“Non si preoccupi, signor Russo,” rispose Valentina. “Divertitevi e non preoccupatevi, sarò qui ad aspettarvi.”
Salvatore fece un cenno di ringraziamento alla ragazza e uscì dalla stanza. Valentina rimase immobile, gli occhi bassi. Il vecchio guardava nel vuoto, immobile. I due rimasero in silenzio finché non si sentì il rumore della macchina che lasciava la villa. Quindi, Russo parlò, ancora senza guardarla. “I tuoi genitori ti hanno spiegato come funzionano le cose,” disse. “Dico bene?”
Valentina arrossì, ma non alzò gli occhi. “Si, signor Russo.”
“Sei sicura di aver capito bene?”
“Si…” rispose lei, sempre più imbarazzata.
“Avvicinati, vieni qui.”
Valentina mosse un passo verso il letto del vecchio. Lui alzò la mano dal letto, volgendo appena il capo in direzione della ragazza. “No, ti prego…” pensò Valentina. La mano di Russo si appoggiò sul suo ginocchio, facendola rabbrividire. Valentina indossava un vestitino, e il ginocchio era nudo. Ebbe la tentazione di ritrarsi, si sforzò di rimanere immobile. La mano di lui risalì lungo la sua coscia. Le venne la pelle d’oca… la mano del vecchio ora era sotto la sua gonna.
“La prego… signor Russo… non…”
Lui si fermò solo un attimo. “Sei sicura di aver capito bene?” ripeté l’uomo.
Valentina sentì le lacrime agli occhi. “Si… si signore…” balbettò. L’uomo fece scivolare la mano lungo la coscia di lei, verso l’interno. Continuava a non guardarla in faccia, teneva il volto appena rivolto verso di lei, osservandola forse con la coda dell’occhio e basta. Salì fra le gambe di Valentina, le portò le dita al cavallo delle mutandine, lo spostò. Lei singhiozzò forte. “No… non così… per favore… signor Russo…”
“Ssssssh,” fece lui, cominciando ad accarezzare la fessura di Valentina con due dita. “Stai in silenzio. Avvicinati di più.”
Valentina mosse un passo avanti, fermandosi con le cosce contro il letto. “Un fidanzato ce l’hai?”
“Si, signor Russo,” rispose lei, continuando a piangere sommessamente. Le dita del vecchio la stavano ancora accarezzando nell’intimo… era terribilmente imbarazzante.
“Sei vergine?”
Valentina sentì che i singhiozzi le avrebbero impedito di parlare, e fece solo di no col capo.
“Rimani ferma,” disse ancora lui. Valentina emise un gemito più forte… le dita di lui si facevano strada… scivolavano nel suo giovane sesso… due dita… Non era la prima volta che riceveva quel tipo di attenzioni da un uomo, ma finora era sempre stato solo con il suo ragazzo, in un contesto di dolcezza, carezze reciproche, baci… Fatto in quel modo… così freddo… le sembrava una violenza terribile, un dolore insopportabile. “Non posso sopportarlo”, pensava, “questo no…” E ripensò alla sberla che aveva avuto da suo padre, alla tensione e alla paura che aveva letto nei suoi occhi…
“Brava,” disse Russo, voltandosi finalmente verso di lei. “Guardami.”
Valentina alzò gli occhi pieni di lacrime, incontrando lo sguardo del vecchio.
“Brava,” disse ancora Russo. E solo dopo sfilò le dita dal sesso di lei. “Vai a prepararmi la tisana, adesso.”
Valentina si ricompose, rendendosi conto quasi con stupore che Russo aveva smesso di giocare con lei. Si asciugò le lacrime col dorso di una mano. “Si, signor Russo,” disse, allontanandosi verso la cucina. Lui la lasciò andare senza aggiungere una parola.
Rimasta sola in cucina, Valentina si appoggiò per un attimo alla credenza. Il cuore le batteva ancora forte. Si rese conto di avere ancora il cavallo delle mutandine fuori posto, e lo risistemò, sentendo una strana inquietudine. Mise su il bollitore e prese la bustina per la tisana e il dolcificante senza riuscire a liberarsi di quella sensazione. Le sembrava strano stare svolgendo quel compito di routine pochi secondi dopo quello che era successo.
Quando l’acqua fu pronta, Valentina preparò il vassoio con la tazza, il dolcificante, i biscotti dietetici, e lo portò nella stanza di Russo, appoggiandolo come sempre faceva sul comodino. “Grazie,” disse Russo, prendendo la tazza. Si mise a sorseggiare in silenzio, guardandola. Lei stava in piedi a qualche passo dal letto, le mani lungo i fianchi, immobile. Alzò gli occhi solo un istante per leggere lo sguardo del vecchio, e vide gli occhi di lui scivolare su e giù, era evidente che stava guardando il corpo di Valentina, le gambe, i fianchi, i seni, il volto… Lei abbassò gli occhi e arrossì. “Oddio, non di nuovo…” pensò.
“Togli le mutandine e appoggiamele qui sul letto.”
Valentina rimase immobile un attimo, colpita da quell’ordine brusco, impartito con voce fredda e impassibile, come da un pugno nello stomaco. Dischiuse le labbra per dire qualcosa. Le richiuse. Portò le mani alla gonna, e poi le riabbassò lungo i fianchi, tremando.
Russo alzò lo sguardo verso di lei. “Togli le mutandine, e appoggiale qui sul letto,” ripeté.
Valentina portò le mani sotto il vestito, arrossendo e sentendosi in colpa e in imbarazzo. Ripensò a quella frase di suo padre: “qualunque cosa succeda, è solo tra voi due…” Fece scivolare le mutandine lungo le belle gambe giovani e abbronzate, sfilò i piedi, si chinò per raccoglierle da terra, e le appoggiò sul letto, in grembo all’uomo. “Ti tremano le mani”, commentò lui, prendendo un altro sorso di tisana e poi appoggiando la tazza al comodino. Valentina non sapeva cosa dire, ma di nuovo ebbe l’impressione che Russo stesse aspettando una risposta. “Si… signore,” mormorò, confusa. “Mi scusi…”
Russo ignorò la sua risposta. “Solleva il vestito”, disse, prendendo nello stesso momento mutandine. Valentina portò le mani all’orlo del vestitino giallo, e lo sollevò lentamente, fino in vita, scoprendo il suo sesso, la fessura ben disegnata fra le sue grandi labbra, la peluria fine e ben curata del suo pube. Russo le guardò il sesso, portando le mutandine sul volto, e annusandole a fondo. “Mmmmh… adoro il profumo di fica giovane,” disse. Valentina arrossì ancora di più sentendo quella parola. Fica… fica giovane… Si chiese se suo padre si rendeva conto di quello che le aveva chiesto.
“Vai in lavanderia,” disse quindi Russo. “Prendi il cesto delle mollette e portalo qui.”
Valentina spalancò gli occhi. Le mollette? Cosa c’entravano le mollette?
“Si, signor Russo,” rispose. Lasciò il vestito, ma non lo ricompose, girandosi per recarsi nell’altra stanza con l’orlo dell’indumento ancora sollevato, e offrendo così al vecchio anche la vista delle sue belle natiche rotonde e sode. Mentre scendeva le scale per raggiungere il locale lavanderia, improvvisamente capì che le mollette… servivano per lei. Per farle del male, in qualche modo che non voleva provare a immaginare. Prese il cestino che le conteneva con soggezione… e tornò da Russo col cuore in gola.
“Avvicinati,” disse lui. “Appoggia il cestino qui sul letto.”
Valentina obbedì. Il vestito le era sceso, e Russo le fece capire con un gesto che doveva tirarlo su di nuovo. Poi la fissò in silenzio per qualche secondo. “Non sai cosa voglio fare, vero?” disse. “Non lo hai mai fatto, non te lo hanno mai fatto.”
Valentina scosse il capo.
“Ti farò vedere io per questa volta, ma in futuro dovrai farlo tu da sola, quando te lo ordino.”
Valentina rimase immobile, paralizzata dalla paura. Russo prese la prima molletta, allungò una mano, le prese una delle grandi labbra, la tirò… e vi applicò la molletta.
La ragazza rimase semplicemente immobile. L’oscenità del gesto, l’intimità che Russo le aveva imposto con quel contatto, il dolore del morso forte della molletta, tutto l’insieme era troppo forte da gestire. Si sentì sola, perduta, indifesa. Sentì una lacrima che le scorreva lungo la guancia, e si rese conto di stare mugolando per il dolore. Russo non mostrò nessuna compassione. Prese un’altra molletta, e la applicò all’alto labbro, poi la guardò.
Quando Russo pescò una terza molletta dal cestino, cercandole con la punta dell’indice il clitoride, Valentina cedette. “La prego… no… signor Russo… per pietà… “
Lui si fermò, con la molletta in mano, alzando di nuovo gli occhi a guardarla. Aveva trovato il clitoride di Valentina, e continuò solo per qualche secondo a strofinarlo delicatamente con la punta dell’indice. “Per ora no, e finché farai la brava,” disse quindi. Valentina singhiozzò ancora. “Ti fanno male?” chiese lui. Lei annuì fra le lacrime. “Perché mi fa questo?” Russo tolse la mano, distendendosi nel letto e appoggiando la testa sul cuscino, senza smettere di guardarla. “Perché posso. Il tuo papà te lo ha spiegato, mi sembra.”
Russo riprese la tazza della tisana del comodino e tornò a sorseggiarla. Valentina rimase in silenzio, in piedi accanto al letto, col sesso esposto e violato in quel modo imbarazzante e degradante. Non riusciva a smettere di piangere; in parte era per il dolore e l’umiliazione, in parte per l’indifferenza e la freddezza di Russo, e la paura che provava all’idea di essere nelle mani di una persona simile. Lui non disse nulla per diversi minuti. Poi si volse verso di lei, dando due colpetti sul letto. “Siediti qui,” le disse.
Valentina esitò solo un istante, poi si avvicinò al letto e si sedette, accanto al cestino delle mollette, rivolta di tre quarti verso di lui. Russo prese un sorso dalla tazza, fissandola. “Apri,” disse lui, accennando con l’indice alle cosce nude della ragazza. Lei obbedì. “Slacciati il vestito”, disse, accennando con lo sguardo ai bottoncini che chiudevano la parte superiore del vestitino di Valentina. Lei sentì le lacrime che le tornavano agli occhi, ma riuscì a trattenerle, portando le mani ai bottoni. Le sue mani tremavano visibilmente. Slacciò i bottoncini uno per uno. Russo la incoraggiò ancora: “brava,” disse, prendendo un altro sorso. Quindi, portò una mano verso il seno di Valentina. Lei rabbrividì, aspettando di essere toccata, ma Russo si limitò a scostare i lembi del vestito, scoprendo il reggiseno di cotone ricamato della ragazza. “Delizioso”, disse il vecchio. Rimase a guardarla, come in attesa di un ringraziamento per il complimento; poi, con un tono vagamente deluso, disse ancora: “abbassalo.”
Valentina mormorò un “si, signore”, mentre abbassava le coppe, scoprendosi i seni. Non sapeva perché aveva risposto così, in qualche modo leggeva disapprovazione sul volto del vecchio e aveva avuto l’istinto di rimediare. Sopportava tutto quello, e lo faceva per assicurarsi che quell’uomo potente non fosse arrabbiato con lei, con la sua famiglia… Tutto aveva senso solo se riusciva a non contrariarlo… L’orlo del reggiseno scivolò giù, i grossi seni morbidi e giovani della ragazza fuoriuscirono dall’indumento e lo coprirono appoggiandovisi sopra. Valentina abbassò le mani e rimase immobile, in attesa. Lui sollevò solo l’avambraccio, e le sfiorò i capezzoli con la punta dell’indice. “Una molletta qui,” disse, sfiorandole il capezzolo destro, e continuando a farlo finché non cominciò a sentirlo irrigidire, “e una qui,” passando all’altro.
Valentina allungò le mani al cestino delle mollette, e ne prese due. Le carezze di Russo avevano avuto effetto, e i capezzoli inturgiditi offrivano un buon appiglio. Applicò la prima, e nel momento in cui la lasciò strinse gli occhi e si morse le labbra, sorpresa da quanto fosse doloroso. Sentiva che Russo la stava fissando, ma non osava rispondere allo sguardo. Applicò l’altra molletta, gemendo debolmente di dolore.
Valentina mise le mani in grembo. Aveva il volto cremisi per la vergogna. Russo le accarezzò una guancia. “Tuo papà sarà molto contento di te,” le disse. “Stai facendo la brava oggi.”
Ancora una volta, Valentina ebbe la distinta sensazione che Russo aspettasse una risposta. Schiuse le labbra, esitò. “Grazie, signor Russo,” disse poi, arrossendo ancora di più.
“Ora però abbiamo un piccolo problema,” disse quindi lui. Valentina alzò di poco lo sguardo, seguendo il gesto di Russo. La mano di lui raggiunse le coperte e le scostò. “Vedi?”
Il pigiama di seta di Russo era visibilmente teso da un’erezione. “Oh dio… alla sua età…” pensò lei, sentendosi venir meno. Non aveva pensato che questo fosse possibile… pensava che Russo l’avrebbe toccata… baciata… ma non pensava che potesse essere realmente “attivo”. “Le fai le seghe al tuo fidanzato, non è vero?” chiese Russo. Valentina annuì, raggelata. E rimase in attesa dell’ordine. Ma Russo non disse più nulla, rimase semplicemente a fissarla. Valentina aveva gli occhi bassi, ma il silenzio era troppo imbarazzante, li alzò verso di lui, incontrando uno sguardo severo, quasi spazientito.
Il cuore cominciò a batterle più forte. “Si… signor Russo… subito”, disse, rispondendo a un ordine che non era stato mai pronunciato. Il pigiama di Russo era allacciato con un cordino e una fila di bottoni, e Valentina lo slacciò. Gli abbassò le mutandine, delicatamente, scoprendo il membro del vecchio. Era curvo, nodoso, peloso, ripugnante. Valentina lo prese delicatamente in mano, e cominciò a massaggiarlo.
Russo si distese e si rilassò, sprofondando la testa nel cuscino, e cominciò a sospirare. Mentre lei lo serviva, appoggiò una mano sulla coscia della ragazza, accarezzandola e palpandola, e poi risalì al seno. Valentina cercava di non guardare niente, di non pensare a niente… Si chiese se Russo sarebbe veramente venuto… E in quello stesso momento sentì che il membro di lui cominciava a pulsare più forte.
“Non devi sporcare in giro,” le disse lui, socchiudendo gli occhi. Valentina si rese conto che non sapeva cosa fare. Se si sporcava il pigiama, o si sporcavano le lenzuola, la servitù se ne sarebbe accorta… Guardò Russo, allarmata.
“La tua bocca andrà bane,” disse lui, semplicemente, in risposta alla silenziosa richiesta di Valentina. “Non lasceremo tracce in giro.”
Lei esitò, terrorizzata. Il membro di Russo stava cominciando a vibrare, lui socchiudeva gli occhi, il suo respiro si faceva affannatissimo… Senza quasi rendersi conto di quello che stava facendo, Valentina si abbassò, avvicinò il volto al membro del vecchio, aprì la bocca, lo prese… e sentì gli schizzi dello sperma di lui che le sbattevano sul palato e sulla lingua… il sapore acre del seme unito all’odore ributtante del sesso di Russo…
Valentina aspettò che lui avesse di venire… e poi rialzò il busto, tornando seduta. Voleva andare a sputare il seme che aveva in bocca, si volse verso il vecchio. Lui la guardava negli occhi, con aria soddisfatta. “Ingoia,” le disse semplicemente. Valentina socchiuse gli occhi sentendo una nuova fitta di dolore, di umiliazione, nuova voglia di piangere. Deglutì in un colpo solo, cercando di controllare il disgusto.
“Ora puoi pulirmi,” disse Russo.
“Pulirlo” era una cosa che Valentina aveva già fatto durante i suoi pomeriggi di assistenza a Russo, soprattutto in un certo periodo in cui il vecchio era stato particolarmente debilitato. “Vado a prendere le cose,” disse. Russo la fermò con un gesto. “La spugna e il detergente più tardi,” le disse. “Da ora in poi mi pulirai sempre prima con la bocca.”
Valentina rimase immobile, guardandolo, le lacrime che rigavano le guance scivolando giù una dopo l’altra. Lui non disse nulla, la guardò e basta, gli occhi grigi e gelidi, privi di espressione.
Poi lei scese, con la bocca. E cominciò a leccare.
Russo aveva preso il cordless dal comodino.
“Buongiorno Procopio, sono Domenico Russo. Volevo rassicurarla. Sua figlia si è scusata per le sue mancanze e si sta comportando bene… Il consiglio di un padre è servito. La ringrazio per averla fatta ragionare…”

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