In nome del padre, del figlio e

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1. Pensieri di un padre.
Ancora 200 Km in questa autostrada di merda, la Salerno-Reggio Calabria che chiamare autostrada è un complimento inaudito. Non vedo l’ora di arrivare a casa, e stavolta sono più ansioso del solito. Mia moglie Elena è al mare con mio figlio più piccolo, Davide di 14 anni, ma suo fratello, Paolo, di 18, non è voluto andare con loro ed è rimasto a casa da solo.
Sono ansioso e preoccupato, non perché Paolo non sappia arrangiarsi da solo, ma perché da qualche mese ho scoperto che a mio figlio piacciono i maschi, ma non quelli della sua età (e chi non si è fatto le seghe con gli amici alla sua età?), ma quelli maturi, muscolosi e pelosi, ed ho il timore che qualcuno se ne approfitti.
Con mio figlio ho sempre avuto un ottimo rapporto, ed essendo lui un po’ timido e introverso, ho cercato di dargli la sicurezza che solo un buon padre sa dare al figlio. Quando ho saputo delle sue propensioni gay non ne ho fatto un dramma, come mia moglie, che quando lo ha sorpreso a sbaciucchiarsi con un amico ha avuto quasi un colpo al cuore. Sono stato sempre convinto che ognuno deve cercare la forma di piacere e di soddisfazione sessuale che più gli aggrada, se non vuole finire complessato e frustrato. E Paolo ha molto apprezzato questa mia apertura mentale ed il mio atteggiamento comprensivo.
Il fatto è che ho cominciato ad avvertire quasi un po’ di gelosia, nel senso che pensare il mio Paolo inculato da qualche vecchio vizioso mi provoca una sofferenza acuta. E la gelosia si è andata trasformando in un attaccamento quasi morboso a quel ragazzo, alle sue insicurezze, al bisogno di protezione che ispira. Se Paolo ha voglia di essere posseduto da un uomo maturo, mi sono detto più volte, perché lasciarlo finire nelle mani di sconosciuti, magari mal intenzionati?
Io mi considero un maschio degno di tal nome, anche per il mio aspetto di montone mediterraneo, moro e villoso, la fica non mi è mai mancata. Si sa, i camionisti sono molto ricercati dalle signore porche: vanno, vengono, sono forzuti, hanno tanta rabbia da scaricare. Ma ho più di una volta ricevuto attenzioni e profferte anche di colleghi maschi, attratti soprattutto dal bestione che si agita in mezzo alle mie gambe. E debbo dire che un paio di volte mi sono lasciato spompinare da baldi giovanotti particolarmente infoiati, che volevano che glielo sfondassi. E, visti i bei culi modellati che avevano, stavo lì lì per cedere alle loro richieste, se non mi avesse preso il timore di un qualche contagio.
E’ anche vero che, da quando ho scoperto la latenza omosex di Paolo, ho cominciato a provocarlo, quasi per spingerlo a fare outing. Una sera, mentre chiavavo di brutto Elena, avevo lasciato appositamente socchiusa la porta della camera da letto; l’ho sentito alzarsi per venire a spiarci. Io scopavo con foga, con grandi e forti spinte del cazzo nell’utero di mia moglie che delirava di piacere, e intanto pensavo che lui si eccitava allo spettacolo del mio culo sodo e peloso che si contraeva ad ogni affondo. E godevo da morire nell’immaginare che, subito dopo, lui era corso in camera per farsi una delle più belle sborrate della sua giovane vita.
Del resto, ho notato negli ultimi tempi che lo stesso Paolo ha cominciato a guardarmi con insistenza quando giro per casa solo coi boxer, esibendo le mie gambe muscolose ed il torace coperto da una selva di pelo nero. E, sapendo delle sue inclinazioni, più di una volta dopo la doccia non mi sono preoccupato di coprire il bassoventre, l’uccellone penzolante sui coglioni pelosi e grossi come palle da tennis. E tutte le volte mi sono trovato a chiedermi: ‘Che padre sono se nego al mio ragazzo la gioia di toccare, palpare e annusare quel corpo e quel cazzo che tanto desidera?’.
Ma basta, non posso pensare a queste cose, è già da quando sono partito questa mattina alle 4.30 dalla Sicilia, col mio carico di frutta e verdura, che ho il cazzo duro che mi fa male, anche se l’ho sistemato lungo la coscia destra e sembra un tronco di legno coperto dalla ruvida stoffa blu dei jeans. Devo pensare a guidare, su questa maledetta autostrada, ma non riesco a distrarmi dal pensiero che mi perseguita. Immagino già, tra due-tre ore, di entrare in camera sua, di trovarlo già sveglio, che si rigira nel letto pensando proprio al mio rientro. E immagino di farla finita con le mie titubanze, di entrare nella sua stanza e di calarmi i jeans seduta stante e invitarlo a leccarmi il cazzo, i coglioni, le cosce pelose e di realizzare la prima serie dei suoi desideri, chiamiamoli così, orali. Ma quello è solo l’aperitivo, perché lui l’enorme mazza paterna la vuole in culo, e tocca a me accontentarlo, con l’amore che un padre deve al proprio figlio, cercando di farlo soffrire il meno possibile.
Ancora 100 Km e sarò finalmente a casa: ho il cazzo sempre più duro, se non riesco a pensare ad altro finisce che dovrò tirarmelo. Adesso mi fermo al prossimo Autogrill, così vado a pisciare e respiro un po’ d’aria fresca che mi farà bene, sono sicuro. Parcheggio il mio TIR rosso fuoco, scendo dal camion e mi avvio agli urinatoi, belli alliineati. Tiro giù la zip e lo estraggo a fatica, tanto è si è indurito. E’ così lungo che devo stare a una certa distanza dal pisciatoio per non farlo toccare. Mentre cerco di concentrarmi per pisciare, si avvicina un ragazzo, giovane, di un’età simile a quella di Paolo; mi si pone accanto e si tira fuori l’uccello, piccolo, roseo, al confronto del mio sembra una miniatura; ma non piscia, guarda invece il mio cazzo enorme ed eretto e sembra sbalordito.
Io lo guardo sorridendo e gli faccio un cenno con la testa. Lui sembra d’accordo e mi segue nel camion, parcheggiato nell’angolo più lontano del parcheggio. Giunti in cabina non perde tempo e mi afferra la patta dei pantaloni, sembra affamato di sesso. Lo tira fuori e lo contempla estasiato, palpandomelo bene e scappellandolo completamente. Sento che sussurra:
“Com’è grosso! Non ne avevo mai visto uno così”.
Decido di farglielo succhiare un po’, ma non voglio sborrare, perché voglio lasciare i coglioni pieni per mio figlio. Lui prende in bocca la cappella, aprendo le mascelle al massimo e io lo lascio fare, senza spingere, godendomi la linguetta che si agita attorno al cappellone. So per esperienza che per sborrare devo infilarlo in gola, e questa volta non voglio farlo, voglio solo scaricare un po’ di voglia. Intanto gli sfilo pian piano i pantaloni e gli palpo bene il culo, un culo sodo, con pochi peli biondicci nel solco delle chiappe: proprio come mio figlio!
Ma non voglio pensarci: gli dico che devo andare e lui sembra deluso, perché evidentemente si aspettava una bella sborrata in gola, da ingoiare. Lo ringrazio, gli faccio qualche complimento per la sua bocca morbida e calda e ci scambiamo il numero di cellulare, non si sa mai. Poi riparto e torno a pensare quando arriverò a casa. Penso per prima cosa mi farò una doccia, giacché ho sudato molto: e penso che l’odore di maschio sudato non potrà che eccitarlo ancora di più.
Ma ecco, sono al casello, ancora venti minuti e sarò a casa. Sono certo che Paolo mi sta aspettando e che anzi si sta toccando l’uccello e il buco del culo, in attesa di suo padre, il toro di famiglia.
(continua)

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