in un autobus affollatissimo

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E’ una storia assolutamente vera, ma lontana nel tempo. Ero poco più che adolescente e la mia vita si apriva poco alla volta, con qualche confusione, alle scoperte della sessualità.
Le esperienze precedenti erano legate ad episodi molto simili a quelle di tanti adolescenti, ma di queste racconterò in seguito, ora invece voglio raccontarvi cosa combinai nella domenica finale di una festa molto attesa e affollata che si svolgeva nella mia città.
Lo spettacolo finale all’aperto si effettuava la domenica pomeriggio, tempo permettendo; al rientro verso la città distante 3/4 Km il comune aveva messo a disposizione degli autobus che facevano da navetta.
Riuscii assieme agli amici a salire su un autobus e conquistai grazie alla mia agilità e magrezza di conformazione un posto, l’unico ancora libero, nella fila lunga nella coda dell’autobus. I miei amici si sistemarono in piedi nel corridoio centrale e li invidiavo pensando che certamente avrebbero palpeggiato qualche bocconcino interessante.
Continuò a salire ancora un gran numero di persone; un gruppetto familiare, non trovando di meglio si sistemò in piedi proprio davanti a me. La moglie trovò un posto offertole da un signore gentile e si pose sulle ginocchia il figlioletto di 6/7 anni al massimo. Il marito invece fu trascinato dalla calca qualche metro più avanti.
Davanti a me si pose in piedi la figlia, 13/14 anni, un pò acerba, ma carina e con un viso dolcissima.
Dagli sguardi che scambiò con la madre intuii che lei approvava la posizione trovata; la madre infatti mi aveva squadrato per tutto il tempo e forse si era convinta che dovevo essere un bravo ragazzo. Espressione che ho conservato anche da adulto e che mi ha consentito spesso di godere di situazioni intriganti e arrapanti come questa, che fu la prima.
Data la calca la madre poteva vedere con una certa fatica il viso della figlia, ma per niente quello che poteva accadere più in basso.
Me ne resi presto conto e, partito l’autobus tra mille difficoltà, intoppi, buche e rallentamenti per il traffico caotico, provai ad allungare la mano verso le gambe della ragazza che, come era abitudine a quei tempi, indossava una gonna a svasare e calzette corte di cotone bianco, come se fosse ancora una bambina, ma non lo era più e lo scoprii poco dopo.
Prima la guardai a lungo sul viso, le sorrisi, per cercare di conoscerne il carattere; lei ricambiò un timido sorriso, ma nientedi più. A me bastò per cominciare ad allungare le dita sulle sue ginocchiaquasi come fosse casuale. Lei non reagì in un nessun modo apparente, la guardai in viso: nessun movimento faceva pensare a una sua reazione.
Mi convinsi che forse pensava a un gesto involontario; mi feci più ardito e appoggiai diverse dita sopra il suo ginocchio. Guardai nuovamente in alto verso il suo viso: era avvampato di rosso, gli occhi guardavano fuori, oltre le teste della calca, sulla strada. Per il resto nessuna reazione.
Lentamente risalii con le dita lungo la coscia, molto lentamente, temendo una qualsiasi reazione di allarme che mi spaventava. Il cuore mi batteva a mille, tra paura di essere scoperto e l’eccitazione crescente che m’imponeva di continuare.
All’epoca non avevo ancora toccato un corpo che potesse dirsi di femmina, solo bambine con cui facevamo i classici giochi della scoperta dei corpi: medico e ammalata, infermiera e ammalato.. ..
La ragazza invece avevo notato aveva già sul petto due tettine piccole, ma che promettevano di crescere e, convintomi che anche lei doveva aver cominciato ad avere gli stessi impulsi miei, continuai in quel gioco estenuante, ma terribilmente eccitante, tanto finora non aveva reagito e sicuramente aveva sentito la mia mano salire già sino ametà coscia.
Continuai a risalire, non più sull’esterno della coscia, ma verso l’interno; lei mi stava di fronte e la sola parte che potevo toccare era la parte anteriore; ai lati o sul retro lei era pressata da altri passeggeri che probabilmente la premevano con i loro corpi.
II suo viso che cercavo di controllare sempre, era rosso paonazzo; per il resto lei rimaneva immobile e silenziosa.
Arrivai finalmente all’elastico delle mutandine, dovrei dire mutandone; ne seguii il percorso sul davanti per trovare una via d’accesso al mio sogno segreto: la sua patatina. Lo trovaie infilai un dito dentro l’elastico: fu la scoperta del paradiso. Una peluria diffusa e morbida copriva il suo pube: ne rimasi sconvolto, il cuore tornò a battere più forte ancora, credevo che mi scoppiasse da un momento all’altro.
Lei spostò di poco la posizione delle cosce, ebbi paura che volesse allontanarmi e sospesi per paura la,ia mano indiscreta; riprovai e trovai la strada più aperta per la mia esplorazione.
Raggiunsi la patatina, mi sembrò un groviglio di carne morbida e vellutata; la peluria accresceva di mille volte la mia eccitazione e, infilato l’indice dentro l’apertura sentii un calore inaspettato, poi un sentore di umido e appiccicaticcio.
Il mio cazzo dentro i pantaloni sembrava volesse rompere il tessuto per esplodere all’esterno: per fortuna la folla impediva a chiunque, anche a me, di vedere il turgore del mio cazzo, coperto com’era dall’ampiezza della gonna della ragazza che, senza volerlo era complice del mio desiderio.
Il mio dito si fece più audace, risalì dentro la sua patatina e s’immerse in un torrente di umori che bagnarono poco a poco anche il resto della mano. Osai aggiungere un altro dito, ma lentamente per timore di farle male e perdere il piacere fino ad allora ricevuto; tornai a guardarla di nuovo, ma il suo viso era stravolto, vuoto e fisso in una direzione indistinta e lontana.
Continuai per tutto il tempo del viaggio, breve nel percorso ma lungo nel tempo impiegato a causa del traffico, a titillare la sua patatina. Guardai per caso verso sua madre che coccolava il bambino, incrociò il mio sguardo e mi sorrise, quasi apprezzasse quello che facevo, ma che lei ovviamente non poteva immaginare. Al solito la mia faccia da bravo ragazzo mi aveva salvato.
Quando l’autobus finì la sua corsa e la folla si avviava a scendere, allontanai la mia mano dalla sua patatina e dalla coscia; l’annusai e rimasi ubbriaco e felice; m’inebriai di quel profumo di ragazza e l’amai, anche solo per un attimo. Quando la gente cominciò a defluire, mi alzai subito dopo di lei e, postomi dietro di lei, volli che sentisse l’ardore del mio desiderio. Il mio cazzo si pose verticalmente tra le sue natiche, purtroppo solo per un attimo, il tempo sufficiente per avere una sborrata pazzesca che allagò le mie mutande.
Sobbalzai dietro di lei, scuotendola, ma sembrò un movimento involontario dovuto alla calca.
Quando posò i suoi piedi sulla strada, si voltò a guardarmi, mi sorrise semplicemente con un’espressione, forse grata. Ero felice, mi sembrava la donna più bella del mondo, la donna della mia vita.
Arrivò suo padre e preferii allontanarmi, ma lei non la rividi più, né ho mai saputo il suo nome..

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