la bocca

E fu così, guarda caso, che arrivò Beatrice. Roscetta, bel visino con le lentiggini, divorziata, poliziotta, buddista, figlia piccola. Un bel profilino si sarebbe detto. Mail, frasette, frasucce, pensieri profondi sul Bhudda e sui valori etici dei rapporti di coppia. Ed eccolo lì che s’incontrarono. Lei era molto motivata, Piero, pur così lontano dallo splendore di un tempo, era già meglio di quello, questa fu l’impressione di Piero, che Beatrice era abituata a frequentare. Gli inizi non furono semplici, anche perché lei, a parte il visino, stava inguaiata. Magruccia, stortignaccola, bassa. Ma oramai lo aveva agganciato e non avrebbe mollato. E Piero, vanitoso, cuore tenero, impasticcato, cazzo dritto da un lustro circa di astinenza, mica era una roccaforte inespugnabile. Il problema grosso di Beatrice era la bocca. Avrebbe avuto bisogno di una radicale e decisa pulizia dei denti. La bocca. L’alito era fetido, colpa del diabete e dell’insulina, diceva lei, ed era vero, povera stella. O almeno si portava dietro sempre il kit per l’emergenza in caso di crisi, e Piero la vide spesso iniettarsi la dose in prossimità dei pasti. La bocca. E la bocca fu, rivelarono i fatti, la leva con cui sbloccare la situazione. Il primo bacio glielo strappò lei, a Villa Ada, di prepotenza. Era la prima uscita, e Piero, un po’ la delusione per l’aspetto fisico, un po’ perché s’era sorbito una buona ora di racconti banali e smorti su difficoltà economiche, divorzio, bambina piccola, pensava di defilarsi con indifferenza e disinvoltura dall’incastro. Erano stati distesi sul prato, e lui aveva dribblato la presa con la motivazione di mostrarle alcune forme di Kung-Fu, altra cosa che li univa, lei affermava di aver praticato nella stessa palestra di Piero, di conoscerne gli istruttori, però solo Tai-Chi, il resto era naturalmente troppo duro e impegnativo. Poi grazie al cielo s’era fatto tardi, e si doveva prendere la via di casa. Piero già gustava la ritrovata libertà, che gli mancava così tanto anche se ne aveva fatto a meno per un’ora solo e… ZAC! Lei lo fregò. La bocca. E il resto. Ora assai assai difficile lo schiodo e infatti non riuscì. Lei era ostinatissima e motivata nonostante la disperata e supplichevole resistenza di Piero. Tra fisse, traumi e alitosi non fu facile tirarlo fuori. Il pene. Piero la massacrava coi suoi discorsi su fisime, percorsi psichiatrici, difficoltà. Non era solo l’inconscio a mettersi di traverso, ma soprattutto il conscio. Beatrice era una donna decisa, con le sue fragilità certo, ma determinata e ne aveva viste di cotte e di crude. Dopo un po’, nel bel mezzo di un discorso glielo tirò fuori e gli sparò un bel grasso e sincero pippone. Il sollievo di Piero fu enorme, a livello fisico, talmente grande che tutta la rottura di cazzo che ne sarebbe conseguita, e che a grandi linee si era già ampiamente manifestata, passò subito in secondo piano. La bocca. Beatrice faceva dei pompini fantastici, fantasmagorici, fantascientifici. E non si risparmiava affatto. Maestra dell’ingoio. Esperta conoscitrice delle varie possibilità di variazione sul tema che alla maggior parte dei più nemmeno verrebbero in mente. Una lingua che era un pennello. E gli piaceva da morire. Leccare, succhiare, farsi scopare in bocca. Con le palle era un talento, le smerigliava. Quasi sempre ci scappava il bis, spesso attaccato, senza tregua. Se lo faceva crescere in bocca e se lo faceva rilassare sempre tra le guance. Un punto riferimento nella pratica della fellatio. E si che Piero, in gioventù, al pisello ci aveva attaccato qualsiasi cosa che almeno lontanamente avesse delle parvenze di femminilità. Tipo bocche che più che bocche, per la potenza di aspirazione, erano idrovore. Tipo veri cammei, boccioli di rosa, non solo deliziosi alla vista, ma veramente delicati e ispirati. E tutto quello che c’era tra questi due estremi. Niente. Tabula rasa. Nix. Nisba. Non esistevano paragoni. Un pompino su tutti, dei lunghi momenti che erano destinati a rimanere impressi nella mente di Piero, e che avrebbe fornito ricordo ed ispirazione per migliaia di seghe negli anni a venire. Una sera, come al solito, dopo un po’ di moina, stavano sul divano di casa di lei davanti alla tv, e iniziò il circo. Piero avrebbe voluto continuare a smucinarla un po’, almeno per cortesia, visto che il materiale era quello che era. Ma lei, dolcissima, gli disse che non voleva perdere tempo, si tolse le mani di lui da dosso e cominciò, in ginocchio, lui sdraiato, la solita eccellente e mirabile performance. Piero decise di abbandonarsi e dopo una decina di minuti le venne in bocca, ma lei nulla, non accennò a fermarsi, e dava di movimento sincrono di mano, di labbra e di lingua che né pisello di Piero né tantomeno le palle ritennero opportuno ritrarsi, continuando le palle a lavorare, il pisello una mazza. ll piacere non solo era fortissimo, appena inferiore all’orgasmo, ma costante, lineare, e cresceva impercettibilmente di livello. Le palle erano appena state svuotate e non c’era traccia di imminente orgasmo, ma solo un lungo infinito orgasmo. E andò così per un altro po’, un bel po’, e Piero cominciò a lanciare tenui ululati. Lei, allora, si fermò, e continuando con la mano a strofinarsi il pene di Piero sul viso, sorridendo, anzi ridendo, gli disse sottovoce di andare nell’altra stanza, la bambina dormiva già da un paio d’ore e non bisognava disturbarla. Era bellissima. I suoi capelli rossi, le lentiggini, il morbido e affettuoso strofinarsi la cappella sulla pelle, felice, ridendo. Si misero in piedi ma lei non gli lasciò il pene. Lui si stese sul letto e lei ricominciò, concentrata, gli occhi chiusi. Ancora movimento sincrono di mano, labbra, lingua. La mano su e giù, lentamente, le labbra la giusta pressione, che si concentrava sulla cappella, la lingua un movimento a spirale accompagnato dal volgere della testa in un semicerchio che, una volta chiuso, si disegnava nella direzione opposta e poi ripartiva. Piero perse coscienza di sè. Prima divenne tutto pisello, abbandonato a quella stimolazione e al piacere, tutto avvolto nelle sue guance. Poi non era semplicemente più nulla, una linea retta di godimento. Il tempo trascorreva immobile, il movimento armonioso della testa di lei, da un lato all’altro, un movimento fisso. Piero si riprese quando sentì stimolarsi i testicoli, impugnati da lei con l’altra mano, lo sperma risalire il pene e continuargli dentro, gli addominali contratti, le gambe tese allo spasimo. Lei non si fermò, sembrava non doversi fermare mai. Nemmeno il bussare degli inquilini del piano di sopra, incazzati dagli ululati di Piero, la bloccarono, solo si guardarono negli occhi, e ambedue lentamente si ripresero. Finchè non fu completamente moscio, Beatrice continuò a leccare e carezzare dolcemente il cazzo di Piero, poi palle e pene, esausti, si ridussero a una massa umida di tritato, e lei, sospirando, ci appoggiò una guancia sopra. Era bellissima. Iniziarono a ridere, piano, i vicini di sopra ancora bussavano. Quando Piero si alzò e vestì per andare a casa, finalmente guardò l’orologio appeso al muro. Segnava le due meno qualche minuto. Si erano messi sul divano alle undici e qualcosa, undici e un quarto.

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