la pista da ballo

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Per poter raggranellare qualche soldo per il mio mantenimento, vengo costretto dalla scuola presso cui sto imparando la vita di schiavo da piedi, a svolgere dei lavori, ovviamente adatti alla mia condizione. La bacheca per noi trampleboys non è molto ricca: ci sono lavori saltuari presso donne della zona, ma spesso ci si imbatte in vecchie bacucche grassone; ci sono un paio di lavori vari mal specificati (chissà di cosa si tratta…) ed infine uno attrae la mia attenzione perché promette ragazze belle e giovani e per qualche ora ci si prende un bel po’ di soldi (che poi, ovviamente andranno alla scuola). Vengo allora accompagnato presso l’indirizzo specificato da un’assistente, la quale, essendo il tragitto non breve, mi permette la stazione eretta, pur tenendomi il guinzaglio al collo. Appena arriviamo al posto specificato, indovino subito quello che si tratta: una discoteca! Entro, spinto dall’assistente che ha tra l’altro il compito di indurmi ad accettare qualsiasi lavoro offerto: in pratica non ho scelta!
Entrato, l’assistente si accomoda in poltrona ed io mi accuccio ai suoi piedi: è una ragazza giovane di pochissime parole. Si toglie le scarpe da ginnastica, usando la mia faccia per massaggiarsi i piedi calzati in calze bianche, facendomeli odorare.
Dopo pochi istanti veniamo fatti entrare in una specie d’ufficio, dove una ragazza giovane, bruna, capelli mossi, molto carina si trova seduta alla scrivania, i collant scuri e le scarpe col tacco alto. Non servono molte presentazioni poiché lei conosce molto bene la scuola e in breve mi trovo con la faccia sotto le sue scarpe col tacco. Se le pulisce sulla mia faccia, mentre parla con quella che mi ha accompagnato.
– E…in quanto a resistenza?
– Elevatissima –assicura la ragazza – La nostra scuola è tra le più dure e selettive
– Si, si, la conosco – dice, giocando con la mia faccia sotto le sue scarpe – però qui si tratta di farsi ballare sul torace con i tacchi alti per non meno di tre o quattro ore, anche più: non tutti resistono…
Io inizio a tremare di paura: tre o quattro ore? E chi le ha mai provate!! Anche la volta della gita scolastica era durata sì quasi tre ore ma per lo più a piedi nudi…
Io cerco allora di dire la mia ma un calcio nei reni della accompagnatrice, mi fa tacere anzitempo. Mugugno silenzioso con la faccia sotto le scarpe della bella ragazza: il lavoro è stato accettato…
Arriva molto presto la sera in cui devo lavorare ed io, a dire il vero, ho un terrore folle.
Vengo accompagnato alla discoteca, saranno le dieci di sera e il locale è ovviamente quasi vuoto. La bella ragazza sotto cui ho fatto il colloquio è un po’ la coordinatrice: io le striscio accanto, supplicandola: è per me la prima volta ed ho davvero paura.
Non da segno alcuno di pietà anche se mi fa sdraiare a bordo pista, in una zona, a sua detta, ‘tranquilla’. Appena steso, mi sale sul torace, protetto solo da una maglietta bianca: affonda i suoi tacchi nello stomaco e poi nel torace, guardando la mia reazione: io resisto, cercando di mostrare ‘indifferenza’ seppure a denti stretti. Scende e se ne va: il lavoro da fare è tanto.
Passa il tempo e il locale va riempendosi. I tappeti sulla pista sono tutti stesi in buche apposite, la faccia protetta da griglia: la mia non è protetta ma ho la testa che tocca il muro e, in teoria, non dovrebbe essere calpestata.
Le ragazze che entrano sono tutte effettivamente giovani, alcune anche molto carine, tutte con tacchi alti o stivali ai piedi, le più temerarie (siamo a marzo) già con sandali estivi senza calze.
Il locale continua ad affollarsi ed io vengo continuamente calpestato da decine di ragazze che per il momento camminano attorno alla pista, senza ballare, perché la musica è ancora soft.
Poi il momento tanto temuto arriva: cambiano le luci, cambia la musica e la festa inizia!
Alcune ragazze sono appoggiate al muro vicino a me, una sale su di me, appoggiando le sue scarpe scure sul torace, restando appoggiata al muro, scavando con il tacco sul mio torace, pur restando ferma. Giro la testa e vicino a me, una altra ragazza le sta dicendo qualcosa nelle orecchie (la musica è alta) e mentre le osservo le scarpe, inavvertitamente mi da un piccolo calcio con la scarpa sulla faccia. La bolgia sulla pista si fa pesante, non so davvero come se la stanno passando i miei ‘colleghi’ così calpestati da decine di piedi, da decine di scarpe con il tacco. Dopo pochi istanti, la ragazza sopra di me, ferma, inizia ad andare a tempo di musica: inizia così a ballare sopra di me. Per fare posto alla sua amica, si sposta un po’ verso il mio stomaco e verso le palle, per fortuna protette. La sua amica invece si accomoda tranquillamente su di me: è una tipa bassina, non troppo pesante e porta degli stivali marroni in pelle col tacco medio. Balla rivolta verso la sua amica, dando verso di me il tacco sul torace.
Una piccola spinta, scivola leggermente e mi lascia su un fianco una strisciata col tacco: risale su di me tranquilla come fosse nulla.
Il respiro inizia a mancare, il dolore inizia a farsi forte, un’altra scivolata e, oops, scusa ti ho appoggiato il tacco sulla faccia! Si gira per vedere se ha fatto danno, vede la sua impronta sulla mia guancia, ma, visto che non sanguino, continua a ballare.
Non ho idea assolutamente il tempo che passa, forse mezz’ora e finalmente scendono un po’ per andare al bar e riposare. Tiro un lungo respiro di sollievo che però non dura molto, perché, essendo sul passaggio a bordo pista, vengo continuamente calpestato da decine e decine di scarpe. Distrattamente, nella bolgia, vengo calpestato in faccia da una ragazza, che scende senza neppure accorgersene, senza neppure vedere le due impronte fattemi a bordo viso.
Spero di non ripetere più l’esperienza, ma non passano due minuti che un paio di stivali mi passano nuovamente direttamente sulla faccia. Capisco che per evitare danni devo reclinare la faccia e così faccio, osservando le decine di scarpe che si avvicinano e poi passano su di me, ancora sulla mia faccia, oltre che sul mio corpo. Alcune mi danno, senza accorgersene pedate un faccia. E’ un inferno cui inaspettatamente mette fine proprio la ragazza carina del colloquio.
Si inginocchia vicino a me, osserva le ferite sulla mia faccia: le fanno spazio e finalmente non vengo più calpestato. Mi sussurra alle orecchie qualcosa che subito non capisco ma poi vengo fatto alzare dalla mia postazione che viene chiusa. A quanto pare c’è molta più gente di quanto si aspettassero per cui mi dice che devo cambiare postazione. Alcune ragazze, mi osservano con disprezzo, poiché sono in piedi. Io osservo i loro piedi e soprattutto i miei ‘colleghi’, sotto di loro: vedo molte impronte e ovviamente un po’ di sangue, alcuni si contorcono per il dolore, ma la festa non finisce. Vengo portato al bar, esattamente dietro il bancone e la ragazza mi fa stendere lì dietro: dovrebbe, a sua detta, essere un posto più tranquillo perché le ragazze del bar lavorano a piedi nudi. Lo spazio però e’ poco e mi accorgo subito che il posto e’ tutt’altro che tranquillo: non ho nessuna protezione per cui vengo calpestato con molta forza su tutto il corpo dai piedi nudi delle bariste che sono in quattro. Vedo i loro piedi che si muovono, risalgono dal torace, sulla mia faccia, si fermano, girano sulla mia faccia, la calpestano senza sosta, tamburellano a ritmo di musica nei rari momenti di riposo, insomma lavorano, corrono, pestano, senza farci assolutamente caso a chi è sotto di loro. Mi manca il respiro, il sudore è tanto per il caldo, il calpestamento è continuo, ricevo infinite pedate in faccia e in tutto il corpo con i piedi nudi, i lividi si accumulano. Ogni tanto, mi accorgo, qualcuna di loro guarda in basso, guarda quella faccia, quel corpo che sta calpestando, guarda il mio dolore ma con rabbia calpesta con più forza: devono lavorare e sfogarsi su di me è l’unica soddisfazione che hanno. Una si ferma, appoggiando i piedi nudi sulla mia faccia: é un raro momento di stasi e allora inizia a giocare con la mia bocca per farsi succhiare via il sudore: sono dei piedi belli, giovani, li lecco volentieri ma dura poco: si alza subito e rincomincia a calpestarmi con forza, correndo di qua e di là del bancone. Nonostante il calpestamento continuo non perdo i sensi, resto completamente conscio, sotto i loro piedi nudi. Il tempo, seppure molto lento passa, e ancora su di me piedi che calpestano faccia e corpo: ora inizio quasi a resistere, forse ho raggiunto quella soglia del dolore oltre la quale o si sviene o ci si ‘abitua’. Io non svengo, stupendomi del fatto. La serata finalmente finisce: è durata tantissimo, non so quanto, le ragazze sfollano dal locale, pian piano le ragazze fermano la loro corsa.
Una di loro osserva che non sono svenuto, che a parte i molti lividi, sembro quasi normale (cioè come un uno che è stato tutta la sera sotto dei piedi nudi), allora decide di farsi leccare i piedi.
Mi giro di lato, non posso alzarmi perché le altre sono ancora su di me: prendo in bocca i suoi piedi nudi sporchi e sudati, li lecco molto debolmente, sono comunque sfinito. Sono piedi nudi molto belli, pur sporchi e sudati ma li riesco a malapena a succhiare… Un’altra ragazza mi si avvicina, mi accarezza la faccia col suo piede nudo sudato, quasi come per chiedermi scusa per il massacro di prima e anche lei si fa succhiare il piede e leccare un po’ da sotto, sporco e sudato. In breve le alte le imitano e io lecco e succhio i loro piedi, finché torna la responsabile del locale che da loro il via libera.
– Ok, questo è sopravvissuto –dice, annotando qualcosa sul suo taccuino.
Vengo fatto alzare, ma sono completamente intontito per il lungo calpestamento.
Crollo subito ai piedi della responsabile:
– Ah, vedo che non ti basta ancora?
Mi gira allora a faccia in su e mi sale con i tacchi sul torace.
– Ah, ti fa male?- mi dice, sorridendo sadicamente, affondando il tacco nelle mie ferite sul torace
– E qui? –mi dice appoggiandomi una scarpa sulla faccia.
Urlo di dolore sotto il suo tacco che mi fa scivolare poi in bocca, fino quasi in gola.
Sto subendo una lezione supplettiva dai suoi piedi sadici.
Pesta con forza battendo il tacco sul torace e poi piantandomelo di nuovo in gola.
Le porgono una sedia e lei si siede, togliendosi finalmente le scarpe.
Mi pianta in faccia i suoi piedi calzati di collant scuri molto sudati.
Mi da alcune pedate e poi se li fa succhiare, strusciando il suo sudore sulla mia faccia.
Se li fa leccare ben bene, per quanto io riesco, poi si rialza, rimette le scarpe, mette via la sedia, mi calpesta ancora con forza sul torace e poi scende
– Ok, portate pure via questo straccio- dice alle inservienti, guardandomi con disprezzo.
La serata è finita…
seconda serata.
Dato il successo della prima serata (sono sopravvissuto) tramite la scuola viene siglato un contratto per alcune altre serate, che permetteranno alla scuola di ricevere prezioso denaro per il mio sostentamento, nella speranza che io sopravviva.
Poiché ‘lavoro’, le giornate alla scuola passano relativamente tranquille e mi permettono di saltare tutti i turni da zerbino; inoltre le punizioni ricevute sono quasi tutte più soft del solito, tant’è che il sabato sera mi sono praticamente ristabilito.
So che il peggio deve ancora venire e attendo con timore la nuova serata.
Vengo accompagnato alla discoteca e fatto accucciare ai piedi della coordinatrice, la quale ha i soliti collant scuri e le scarpe col tacco. Supplicandola, le lecco le scarpe ma lei con una pedata mi manda via, dicendo all’inserviente di farmi accomodare dietro il bancone del bar poiché quella sera serve ‘che la pelle del mio torace sia morbida’.
La ringrazio umilmente ma lei sorride sadicamente: evidentemente quello che mi sta facendo non è un trattamento di favore e serba sorprese per il resto della serata.
Comunque vengo fatto stendere dietro il bancone del bar e le quattro ragazze, toltesi le scarpe, rincominciano a calpestarmi su tutto il corpo a piedi nudi. Il calpestio continuo non mi lascia ferite come con i tacchi, tutt’al più molti lividi in tutto il corpo, faccia compresa, a causa dei calcetti che ricevo di continuo, alle dita dei piedi che mi scavano il corpo ovunque durante il normale camminamento, ai piedi che vedo salire sul torace, girare sulla faccia, corrermi sul viso e il resto del corpo: nonostante il molto caldo e il sudore, però, è un inizio di serata sì tremendo ma più tranquillo dello scorso sabato. Non ho idea del tempo che passa, la festa inizia, la musica si fa forte e copre tutte le urla inevitabili dei tappeti sotto i tacchi delle ragazze.
Dopo un po’, la porta che da al bar si apre e vengo fatto alzare.
Subisco le solite occhiate di disprezzo delle ragazze: una di queste è appoggiata al muro del locale con un tacco della scarpa piantato sulla faccia di un tappeto: mi guarda e poi schiaccia il tacco con forza sulle guance dello schiavo, continuando a fissarmi con sottile disprezzo.
Vengo portato in una specie di retro: lì vengo cosparso sul torace di un qualcosa, sembra vernice brillantinata. Quindi vengo accompagnato di nuovo fuori e vengo allora fatto sdraiare sul cubo. Ho capito tutto: sarò il tappeto della cubista; tutto sommato meglio una che una bolgia di ragazzine con le scarpe col tacco. Questo penso finchè non vedo la cubista. È una ragazza giovane molto carina, bionda, capelli mossi (Nda: mi sono ispirato esteticamente a Beatrice, F. della festa…).
Non porta calze ma ai piedi ha delle scarpe con tacco esagerato, alto e affilato.
Mi prende il terrore, sarà la mia fine: è ancora buio e prima di salire su di me mi sussurra alle orecchie delle raccomandazioni che non capisco. Mi chiede se è la prima volta, io rispondo di sì, mi guarda, mi da un buffetto e poi con sorriso sadico mi dice: -Sarà anche l’ultima!-.
Sale allora su di me e sento subito affondare i suoi tacchi esagerati sul mio torace nudo.
Inizia a ballare ed ogni suo passo è un tremendo dolore sul torace. Il fatto è che, esaltata dalla folla di ragazze e dalla deejay, non si limita a ballare sul torace, scende più giù sulle palle e poi sale più su, mettendomi entrambe le scarpe sulla faccia. Io cerco di ripararmi dai suoi tacchi terribili girando la faccia ma scendendo, mi tira un calcetto, raddrizzandomela di nuovo sotto le sue scarpe. Balla ora a ritmo sulla mia faccia, scavando delle ferite con il suo tacco esagerato ovunque, lasciando fuori per fortuna solo gli occhi. Scende poi nuovamente sul torace e finalmente, intontito e scioccato, riesco nuovamente ad osservare i suoi piedi nudi battermi sul torace dentro quelle scarpe dal tacco esagerato. E’ molto bella e nonostante il dolore, la sua bellezza quasi mi eccita. Non faccio in tempo a concludere il pensiero che risale nuovamente sulla mia faccia, riprendendo a ballarci sopra ritmicamente, scavando nuove piccole ma dolorose ferite. Inevitabilmente inizia ad uscire un po’ di sangue che bagna leggermente le sue scarpe. Finalmente ridiscende sul torace, ballando sopra. Il tempo passa molto lentamente, penso solo al mio torace distrutto, al costato dolorante, alle guance sanguinanti. Lei, invece, indifferente alla mia sofferenza, pensa solo a ballare con i suoi tacchi esagerati sotto i suoi magnifici piedi sul mio corpo.
Anche questa volta e mi stupisco, non perdo i sensi. Dopo un tempo davvero infinito scende da me per riposare: è solo una pausa ma per me è come il paradiso.
Passato qualche minuto, si riavvicina al cubo, mi accarezza il viso torturato con le mani, dice qualcosa che non capisco e poi è di nuovo ora. Per fortuna, e con gran sollievo, vedo che si è tolta le scarpe e balla su tutto il mio corpo a piedi nudi: il dolore rispetto a prima e’ nulla e penso che il peggio è passato. E’ un pensiero a torto perché successivamente mormora qualcosa come ‘pausa finita’, cambia paio di scarpe, sono ora dei sandali aperti con tacco più basso e riprende a ballare su tutto il mio corpo, faccia compresa.
Quando finalmente scende, a fine serata, mi contorco per il dolore intenso su tutto il corpo, è incredibile come una simile bellezza sia riuscita a distruggermi così e con così tanta indifferenza.
Con un ultimo buffetto sulla faccia torturata, gli occhi semichiusi, il naso schiacciato malamente anche se non rotto, mi saluta e se ne va.
Resto a contorcermi dal dolore finché la responsabile non torna con il suo solito taccuino in mano, dicendo solamente ‘E’ sopravvissuto’ e annotando qualcosa sul blocchetto.
Mi slega e io cado a terra ai suoi piedi, senza riuscire a sollevarmi neppure di un po’. Lei, senza pietà alcuna, appoggia la sua scarpa sulla mia faccia, strusciando la suola sulla mia bocca.
– Non hai voglia di leccarmi i piedi, stasera?- mi dice tamburellando con la suola sulla mia bocca.
Io non capisco molto, provo solamente a leccarle debolmente la suola, senza sapere esattamente quello che faccio. Lei mi lascia fare per un po’, lascia leccare lo sporco dalla sua suola. Poi, appena smetto (il dolore mi fa mancare il respiro) mi da una pedata in faccia con la punta della scarpa.
– Anche di qua!- mi dice indicandomi la parte superiore della scarpa.
Ma il dolore sul torace mi fa mancare il fiato e nonostante la mia volontà non le faccio nulla.
– Ok, portate via questo straccetto –dice alle inservienti – mi sa che Beatrice stasera è stata un po’ cattivella: penso necessiti di qualche cura…
Se ne va via, senza però evitare di calpestarmi ancora un po’ sul torace.
Dopo la serata, subisco un ricovero in ospedale che dura, che caso, esattamente 6 giorni.
Il sabato successivo sono nuovamente pronto alla serata…
A dire il vero il sabato successivo al massacro della cubista ero tutto meno che ristabilito. Nell’infermeria in cui ero stato ricoverato, non c’erano punizioni troppo cattive e l’unico obbligo erano pochi minuti di soft trampling al giorno (piedi nudi) oltre all’adorazione del piede a volontà. Le ferite si erano rimarginate quasi tutte, per cui il mio aspetto fisico era quasi accettabile, ma sentivo ancora dolore quasi ovunque: ovviamente alla dimissione le spinte affinché fossi dimesso erano forti, per cui, anche se in realtà non ero ancora pronto, fui dimesso. Salutai un po’ affranto i miei compagni di sventura, uno dei quali era stato proprio malridotto da una serata a centro pista nella stessa discoteca e non si sapeva ancora nulla di preciso sulla sua sorte. La coordinatrice dei tappeti che era la ragazza carina che già ben conoscevo, aveva il compito di vigilare sullo stato dei tappeti, onde sostituirli o cambiarli di posto al momento giusto, ma a volte se ne dimenticava, a volte quelli a centro pista in particolare erano difficili da sostituire poiché erano più i posti liberi che i tappeti a disposizione, motivo per cui ogni tanto qualcuno veniva ridotto male come il mio compagno di camera.
La mia faccia era tutto sommato la parte ancora più malridotta esteticamente: le guance portavano ancora dei profondi segni, il naso era spiaccicato anche se non rotto, dappertutto i segni dei tacchi della cubista: eh, sì si era proprio divertita tanto a ballarmi sulla faccia…
Quella sera ero quindi molto più preoccupato del solito all’arrivo in discoteca, mi accucciai ai piedi della responsabile, leccandole le scarpe e supplicandola, visto le mie condizioni, di trovarmi un posto tranquillo. Lei mi scalciò via con disprezzo, voltandomi a faccia in su.
Mise una scarpa sulla mia gola e mi guardò:
– Eh, si! La tua faccia è un autentico schifo, mi sa che non sopporteresti più un calpestamento facciale…
Mi accarezzò le guance con le sue scarpe, osservandomi e poi iniziò a schiacciarle con la suola. Al mio urlo di dolore, seguito da alcune lacrime, tolse via le scarpe dalla mia faccia e disse:
– Ok, avrai un posto in cui la faccia non verrà calpestata!
La ringraziai baciandole le scarpe ma mi scalciò via, dando le istruzioni alle inservienti.
Quindi mi fecero vedere la buca e io mi disperai: si trovava esattamente a centro pista.
Iniziai a disperarmi, tant’è che dovettero usare la forza per cacciarmi dentro. Mi immobilizzarono e sulla mia faccia calarono la griglia di protezione: logicamente la faccia sarebbe stata l’unica zona coperta, oltre alle gambe e, in parte, le braccia..
L’inserviente pestò per bene la griglia per incastrarla e io osservai le suole delle sue scarpe che pestavano bene la griglia, senza per fortuna raggiungere la mia faccia. Mi osservò con sadismo e poi se ne andò.
La musica era soft ed iniziarono ad arrivare le ragazze: camminavano tranquillamente chiacchierando a bordo pista mentre già il bar andava a buon ritmo.
Quindi, non appena la sala si riempì a sufficienza, le luci cambiarono, la musica accelerò e la festa ebbe inizio.
Mi trovai subito sotto un paio di begli stivali: era una ragazza alta dai capelli lunghi sciolti che incominciò a ballarmi sul torace, con tranquillità. Indietreggiò per lasciare il posto a qualche sua amica e incominciò a ballare ritmicamente sopra la griglia che era sulla mia faccia. Vedevo solo il ritmico susseguirsi delle sue pestate sulla griglia, il suo tacco che pestava, pestava con forza, senza raggiungere fortunatamente la mia faccia. Sul mio torace iniziò un accalcarsi di ragazze che passavano su di me ma senza fermarsi. Venivo calpestato da decine e decine di scarpe, stivali, sandaletti, scarpe da ginnastica e per fortuna al momento nessuna si fermava su di me, solo il loro continuo calpestio. Poi un paio di tacchi si fermò, affondando nel mio stomaco e dopo un istante iniziarono a ballare sopra di me. Non potevo vedere chi fosse, perché la ragazza con gli stivali continuava a danzarmi sulla griglia che era sulla mia faccia.
Sentivo però il dolore di tacchi che affondavano nel mio stomaco. Risalì leggermente e me la trovai esattamente sul torace a ballare tranquillamente la disco-music. La ragazza sulla mia faccia si spostò andandosene e la ragazza sul mio torace fu a sua volta spostata sulla griglia: potei osservare bene i suoi sandali dentro cui si intravedevano magnifici piedi nudi.
Nonostante il dolore restavo comunque sensibile ad un bel paio di piedi nudi e ai sandali col tacco, seppure questi mi stavano ballando in faccia, sulla griglia.
La bolgia iniziò a farsi tanta e iniziai a trovarmi sotto molte ragazze che si dimenavano, calpestavano, camminavano, senza badare minimamente al tappeto che stava soffrendo sotto i loro piedi. Alcune saltavano anche, lasciando su di me impronte dolorose di tacchi alti.
Le palle erano protette e tale era la faccia ma il dolore sul torace era ormai insopportabile. Iniziai a dimenarmi dentro la mia buca, cercando in qualche modo di sfuggire alla tortura di quelle decine di tacchi, di scarpe, di piedi che ballavano e si dimenavano su di me.
Sotto la griglia, con una ragazza che ballava su di me, iniziai ad urlare di dolore, dimenandomi per il calpestamento selvaggio. Ma la festa continuava.
Finalmente, dopo un po’ di tempo vidi avvicinarsi la responsabile carina di noi tappeti umani: so che mi avrebbe cambiato di posto, speravo proprio di andare dietro il bancone del bar. Mi osservò negli occhi, dimenarmi sotto gli stivali e i sandali delle ragazze che mi ballavano addosso, osservò il mio sguardo supplichevole. Poi, calpestandomi la faccia, senza dire una parola, se ne andò via, lasciandomi al massacro dei tacchi delle ragazze.
La bolgia tornò allora su di me: non so quanti minuti dopo, non so il tempo che passò ma ribellandomi e dimenandomi per il dolore, le forze pian piano mi abbandonarono mentre le ragazze continuavano il loro selvaggio calpestamento sul mio torace, ballando e saltellando al ritmo della musica.
Per la prima volta da che ‘lavoravo’ in quella discoteca, persi i sensi.
Mi risvegliai solo più tardi, non so quanto più tardi.
Non ero più nella buca, sentivo un fortissimo dolore dal torace calpestato.
Sulla mia faccia sentivo qualcosa, dei piedi nudi ma la ragazza non mi stava calpestando, li teneva solo appoggiati su di me.
Mi scossi, cercando di alzarmi ma la ragazza, accortasene mi spinse giù, sotto i suoi piedi, tenendoli bene appoggiati, non degnandomi di minima considerazione.
Allora sentii ancora la musica, la festa non era ancora finita e sentii aldilà del dolore che molte ragazze appoggiavano i piedi sul mio corpo. La ragazza con i piedi sulla mia faccia, li mosse un po’ per cui riuscii a vedere qualcosa: da quanto capivo ero vicino al bancone del bar e le ragazze stavano semplicemente consumando, tenendomi sotto i loro piedi, quasi tutte con le scarpe, eccetto la ragazza con i piedi sulla mia faccia. Distrattamente spinse il suo piede nella mia bocca, giocando un po’ con la mia lingua, quindi, finita la consumazione, lasciò il posto, seguita subito da un ‘altra ragazza che aveva gli stivali ai piedi. Erano un paio di stivali neri col tacco, molto belli, me li spinse vicino alla bocca e capii che dovevo leccarglieli. Subito dopo però mi appoggiò le suole sulla faccia e prese a bere la consumazione. Muoveva gli stivali con tranquillità e a dire il vero con tutto quello che avevo già subito, il dolore che mi provocava era molto meno di quello che avevo già subito.
Finita la consumazione fu il turno di un’altra ragazza con i sandali estivi, gentilmente se li tolse e incominciò a consumare tranquillamente, giocando con la mia faccia sotto i suoi piedi nudi. Mi appoggiò il tallone sulla bocca che io aprii per farla stare più comoda, poi lo spostò, tornando a schiacciarmi la faccia. Distrattamente mi dette una pedata in faccia, capii che dovevo aprire nuovamente la bocca per farci entrare le sue dita e poi il tallone nuovamente.
A ritmo di musica mi dette altee due pedate in faccia, poi si alzò.
Sul resto del corpo tante ragazze si stavano alternando, mentre io restavo inerte a fare loro da tappetino. La mia faccia fu libera per qualche istante poi si accomodò un’altra ragazza, questa volta con stivali dal tacco basso. Se li pulì per bene sulla mia faccia, erano sporchi di terra, era appena entrata nel locale. Appoggiò distrattamente il tacco sulla bocca e dandomi delle pedate, fece capire che desiderava una leccata alle suole.
Con profondo senso di schifo, cercai di resisterle e quello fu un grave errore. Infatti poiché mi considerava solo un tappeto, per di più di proprietà comune, quindi di nessuno, iniziò a darmi pedate con la suola sulla faccia con molta forza, dandomene alcune sulla bocca col tacco basso: avevo fatto l’errore di attirare la sua attenzione, errore che potevo pagare molto caro, non so come sarebbe finita. Si interruppe solo vedendo che, dopo essermi dimenato un po’ per il dolore, ero tornato totalmente immobile. Aveva pensato di avermi punito abbastanza e che fossi svenuto o peggio, tanto un tappeto che non esegue gli ordini è un tappeto inutile.
In realtà non ero nemmeno svenuto ma ero in uno stato di semincoscienza. Mi dette ancora un altro paio di pedate, quindi finalmente si fermò. Bevve tranquillamente la sua consumazione.
Poi, alzandosi, andò a ballare.
Da lì in poi fui solo buio, non so quante ragazze mi usarono ancora quella sera, vedevo un alternarsi di scarpe e piedi nudi sulla mia faccia ma non capivo più nulla. Non vidi neppure la responsabile che a fine serata segnò sul taccuino che ero sopravvissuto, utilizzando la mia faccia come appoggio per le sue scarpe mentre beveva qualcosa al bar, a festa finita. Mi resi conto solo successivamente delle superficiali medicazioni che mi erano state fatte sul torace distrutto, quando mi avevano finalmente raccolto dalla buca, svenuto: in pratica la responsabile mi aveva notato solo per il fatto che alcune ragazze evitavano di usarmi, avendo il torace ormai distrutto dai loro tacchi e per il fatto che avevo smesso di dimenarmi per il dolore.
Dopo la sommaria medicazione, nonostante non fossi ancora rinvenuto, passati si e no cinque minuti, ero poi stato buttato lì al bar a fare da appoggiapiedi per le clienti: d’altronde ero lì per ‘lavorare’, e svenuto o no, dovevo essere usato, calpestato, senza nessuna pietà…
Fui poi portato direttamente all’infermeria e li’ con cure intensive, cercarono di rimettermi velocemente in sesto; velocemente, per il sabato successivo…
Dopo tanto calpestamento per tre sabati consecutivi, il mio corpo portava inevitabili segni ovunque: le pedate in faccia con la suola degli stivali avevano lasciato dei lividi sovrapposti a quelli lasciati dalla cubista il sabato precedente: il torace era bucherellato praticamente un po’ ovunque: si riconoscevano strisciate di tacchi, varie impronte di tacchi sottili ma anche più grandi, oltre ad impronte sparse lasciate da piedi nudi.
Miracolosamente non avevo nulla di rotto, la qual cosa era dovuta all’allenamento subito nella scuola di cui facevo parte, riconosciuta tra le più dure della zona.
Nell’infermeria in cui ero ricoverato, feci conoscenza con alcuni pazienti: uno di questi, Max V., era stato selvaggiamente pestato su tutto il corpo durante una gita scolastica ed era riuscito a sopravvivere nonostante l’accanimento delle sue compagne di classe. Mi raccontò che era stato calpestato da 5-6 ragazze contemporaneamente a piedi nudi e successivamente una di queste, sua coetanea, carina, aveva iniziato a saltargli a piè pari sulla faccia, spaccandogli il naso, calpestandolo fino a ridurlo all’incoscienza. Ora era lì a riprendersi e, visto che stava già meglio, doveva subire come me d’altronde, i soliti 10 minuti di soft trampling quotidiano a piedi nudi. Lo facevano le infermiere a turno, come fosse una cosa normalissima: prima ci curavano e poi ci calpestavano, tranquillamente, a turno su di noi, su tutto il nostro corpo.
Man mano che il tempo passava, fu di nuovo sabato e la mia preoccupazione crebbe.
Logicamente, anche se sembravo tutt’altro che tornato in salute, venni comunque dimesso: un’infermiera, sorridendomi sadicamente, mi dette l’ arrivederci da lì a poche ore, facendosi baciare il piede nudo sudato. Io, che avrei voluto restare lì, iniziai a supplicarla di non lasciarmi andare, ma lei, tirandomi una pedata in faccia mi allontanò dai suoi piedi. Poi riavvicinatasi, mise un suo piede sul collo, iniziò a schiacciare, quindi accarezzandomi con forza la faccia disse:
– Cerca di sopravvivere, voglio ancora pestarti un po’ per benino, quando torni…
Mi salì con i piedi nudi sulla faccia, se li pulì per bene e scese, lasciandomi andare.
Arrivai alla discoteca accompagnato da un’assistente, e venni subito buttato ai piedi della responsabile. Al solito incominciai a supplicarla, leccandole le scarpe.
Osservandomi senza pietà alcuna nel suo sguardo, mi disse:
– Ok, stasera un po’ di ‘riposo’ ti ci vuole: andrai a fare da appoggio per la cassiera!
Le baciai le scarpe per ringraziarla ma mi scalciò via con una pedata in viso.
Venni portato quindi alla postazione di lavoro.
La cassiera era una donna di circa 35-40 anni, molto carina, alta, biondo platino (N.d.a.: Arte, sei tu!).
Ai piedi aveva sandali col tacco alto, i piedi nudi. Venni messo in postazione e scoprii subito con terrore che i suoi piedi avrebbero appoggiato per la maggior parte del tempo sulla mia faccia, poiché lo spazio era poco e non avrebbe avuto praticamente posto per sedersi o muoversi.
Appena immobilizzato, la cassiera salì su di me con i suoi sandali dal tacco alto.
Si mosse un po’ sul torace ma non appena iniziò ad arrivare qualcuno, si spostò schiacciandomi la faccia sotto i suoi sandali. La suola mi schiacciava la fronte e gli occhi, i tacchi mi scavavano le guance.
Mi camminò sulla faccia tranquillamente, stava lavorando, senza degnarmi del minimo sguardo: spostando il suo peso un po’ su una scarpa un po’ sull’altra e lasciandomi ferite in molti punti delle guance. Ogni tanto sembrava perdere un po’ l’equilibrio ma, riguadagnandolo subito, iniziava a battermi con forza sulla faccia, come per appiattirla, quasi fosse colpa mia se stava scivolando. In breve la mia faccia diventò livida e sanguinante sotto l’incessante tortura dei suoi sandali col tacco. Durante un breve intervallo finalmente si spostò sul torace ed iniziò a massaggiarsi i piedi, degnandomi appena di uno sguardo:
– Cavoli ‘sti tacchi sono terribili per i miei piedi!
Detto ciò si sfilò i sandali e tornò a calpestarmi la faccia a piedi nudi.
I suoi piedi erano morbidi ed odorosi, un paradiso in confronto ai sandali di prima.
Senza accorgersene, anche perché per lei in pratica non esistevo, il suo piede destro si mise su naso e bocca, chiudendoli col suo peso. Mossi un po’ la faccia per tornare a respirare ma lei, guardandomi dall’alto con sguardo di disprezzo, disse solo:
– Stai fermo, se no ti faccio stare fermo io!
E, per chiarire il concetto mi stampò un paio di forti pedate sulla faccia.
Stette nuovamente ferma e il suo peso fece scivolare lentamente la mia faccia di lato, tant’è che mi trovai di nuovo con le vie respiratorie chiuse dal suo piede destro nudo.
Cercai di muovermi un po’ ma il suo peso me lo impediva, per cui allungando la lingua, cercai di farle capire qualcosa, leccandole il tallone.
Ovviamente non capì nulla ma alzò via finalmente il suo piede, alzandolo quel tanto da farmelo leccare. Le detti alcune leccate sul tallone, poi mi fermò, piantandomi le dita sulla bocca ed infilandomele poi in bocca; il suo piede sinistro intanto era ben fermo sull’altra parte della faccia.
Poi il suo piede tornò fermo su naso e bocca. Detti un piccolo scossone e lei allora, alzando il piede, me lo stampò forte sulla faccia per ben tre volte. Era quasi mezz’ora che era ferma sulla mia faccia e i suoi piedi morbidi ed odorosi, mi stavano spaccando la faccia.
Dopo un po’ l’afflusso rallentò e finalmente riuscì a sedersi e riposare un po’.
Si rimise i sandali, stando seduta e infine mi osservò la faccia.
– Hai la faccia ridotta uno schifo, disse, osservando le pesanti impronte che lei stessa mi aveva fatto.
Poi mi piantò i sandali in faccia:
– Fa quasi impressione vederti, meglio non guardarti!
Con i sandali riprese a schiacciare sulle ferite che mi aveva già fatto.
Arrivò gente e si rimise in piedi.
Era una ragazza che lavorava lì e iniziarono a chiacchierare tranquillamente.
Ogni tanto alzava un piede per riposare la gamba e, giù, pedata sulla faccia.
Dopo un po’ dette uno sguardo al naso che usciva da in mezzo ai suoi sandali.
Spostandosi osservo due forti impronte sulla mia faccia, lasciate dai suoi sandali.
Senza pensarci tornò su di me, togliendosi però finalmente le scarpe.
Tornarono le pedate e come al solito, rischiando di soffocare, arrivai a fine serata in stato di semincoscienza.
Tornai in infermeria ma questa volta dovetti stare quasi due settimane, la responsabile si era lamentata dello stato terribile della mia faccia e una settimana non era bastata a rimettermi in sesto. Durante quelle due settimane rividi Max, il mio compagno di stanza. Si era rimesso e fu dimesso quasi subito: lo attendeva un ritorno a scuola tra le compagne che avevano tentato di rispettare la tradizione della gita scolastica con il sacrificio di un tappeto umano: tornava con terrore, rivedere quei piedi che lo avevano quasi distrutto. Ma tornò. Non lo rividi più per il resto della mia vita, non seppi mai la fine che aveva fatto.
Dopo 4 sabati terribili passati in discoteca ero ridotto davvero ai minimi termini, tant’è che nonostante tutto furono praticamente obbligate a tenermi lì per un sabato, senza farmi ‘lavorare’. Lentamente mi ripresi pur rimanendo un dolore diffuso su tutto il corpo, una serie di ferite e lividi su torace e faccia. Il mio contratto era di otto sabati: non appena una delle infermiere, Sandy, una trentacinquenne abbastanza carina, lo seppe, mi lanciò uno sguardo sadico:
· Non riuscirà a sopravvivere, soccomberà, lo calpesteranno a morte, guarda come è già ridotto ora! – disse rivolta alla collega cui dava cambio.
Detto questo, si avvicinò , si tolse le scarpe ed iniziò a passeggiarmi tranquillamente sulla faccia a piedi nudi, schiacciandomi sotto il suo peso.
Quindi si sedette, appoggiando su di me i suoi piedi.
Osservò che avevo le lacrime agli occhi.
· Oh, stai piangendo, mica avrai avuto paura per quello che ho detto? -disse accarezzandomi la faccia con il suo piede nudo.
Feci cenno di sì, prendendo in bocca le dita del suo piede, mugugnando qualcosa.
· Beh, dai, siamo obiettivi, dopo la quarta volta sei già così – disse accarezzandomi la faccia ma con un sorriso sadico – mi sa che alla prossima ti useranno a centro pista, sai com’è il casino, mica si accorgono se tu smetti di respirare… o magari al bar, sotto le bariste, una ti si ferma sulla gola e soffochi senza che neppure lei se ne accorga!
Le sue parole erano di una crudeltà incredibile, pur apparendo dolci, come i suoi piedi che mi stavano accarezzando la faccia. Poi mi chiese:
· Preferiresti che fosse sotto scarpe col tacco alto o sotto tanti piedi nudi?
Era una domanda terribile ma nello stato d’animo strano in cui ero le risposi i piedi nudi.
· Ottima scelta! Niente di meglio che un bel paio di piedi nudi che ti saltano sulla faccia fino alla fine!- disse, ridacchiando.
Subito si alzò in piedi su di me, ridendo e, come inebriata, prese a danzare sulla mia faccia a piedi nudi, saltellando anche sulla mia faccia. Poi scese.
· Sabato sarò anch’io in discoteca, farò di tutto per ballare su di te a piedi nudi!!!
Io la guardai con paura, massaggiandomi il viso dolorante. Finalmente se ne andò.
Arrivò il sabato del ritorno in discoteca. Appena fui dimesso, fui portato in discoteca, dove incontrai la responsabile, per la prima volta senza calze e con dei bei sandali estivi ai piedi.
Le baciai i piedi nudi e lei, sfilandosi una scarpa, mi mise un piede nudo in faccia, schiacciandomi sotto il suo piede:
· Ah, eccoti di nuovo, sei tornato; mi sa che stasera ti tocca recuperare! -disse, infilando con prepotenza il suo bel piede nella mia bocca.
Poi aggiunse: – Mi sa proprio che a centro pista di qua non sopravviveresti a lungo, per cui questa sera starai di là a centro pista, sai abbiamo appena aperto una saletta latino-americana dove le ragazze ballano a piedi nudi…
Detto questo mi sali’ sulla faccia a piedi nudi, muovendo qualche passo di danza sulla mia faccia, quasi come per testarla, quindi scese, si rimise le scarpe e con un calcio sulla faccia dette ordine alle assistenti di portarmi di là.
Pensavo che essendo sopravvissuto al centro pista con tacchi, a piedi nudi sarebbe stato duro sì ma sopportabile, ma mi sbagliavo e me ne accorsi non appena vidi che le buche in cui avrei dovuto ‘lavorare’ erano senza alcuna griglia protettiva.
Mi dovetti stendere dentro una in prossimità di centro pista e lì attesi l’arrivo delle ragazze.
Parlai brevemente con il mio vicino di buca, si chiamava Nico, anche lui molto preoccupato per la serata.
La sala si affollò e notai che tutte le ragazze portavano sandali estivi senza calze, come era prevedibile. L’animatrice iniziò a chiamare le ragazze sulla pista e loro iniziarono a salire.
Notai con terrore che non si erano tolte i sandali e subito mi trovai sotto 4 ragazze con i sandali col tacco, ferme su di me. Una di loro mi salì sulla faccia, piantando il tacco sulla fronte. La suola sulle guance. Il dolore era forte, la musica iniziò e la ragazza sulla mia faccia prese a muoversi. Temevo moltissimo per i miei occhi, ma la ragazza ci stava attenta, calpestandomi solo sulla fronte e sulle guance, lasciandomi impronte di tacco e con la suola.
Finalmente l’animatrice dette l’ordine di togliersi le scarpe e così tutte le ragazze se le sfilarono. Senza alcuna precauzione allora, la ragazza sulla mia faccia iniziò a muovere i suoi passi di danza sulla mia faccia. Aveva una gonna ampia oltre la quale riuscivo ad osservarle le gambe e le nere mutandine trasparenti, non potevo vedere altro, nulla oltre le piante dei suoi piedi ballare sulla mia faccia: mi era parso di vedere dei capelli biondi ma forse no, non riuscivo a capire molto, visto che mi ballava sulla faccia al ritmo di un qualche ballo latino-americano. Anche il resto del corpo era un continuo calpestio di piedi nudi che ballavano, si muovevano, calpestavano. La mai faccia era costantemente schiacciata, scalciata, vedevo le dita dei suoi piedi fare la giravolta sul mio naso, tirare una pedata sulla mia guancia, il tallone dare pedate qua e là, sulla fronte, sulla bocca, in continuo movimento.
Il suo sudore inumidiva la mia faccia calpestata di continuo, il suo odore tra le dita che mi ballavano sulla faccia. Era un inferno di piedi nudi sudati che ballavano su di me.
La pista era affollata, il tempo passava troppo lento sotto il calpestio continuo. Ad un certo punto alcuni passi richiedevano dei saltelli e la ragazza sulla mia faccia, senza farsi alcun problema, iniziò a saltellarmi sulla faccia, come fosse la cosa più normale (e lo era in quella discoteca). Iniziò a saltellare sulle punte, appoggiate alle guance e poi lasciandosi andare con tutta la pianta sulla faccia. Se continuava, certamente mi avrebbe spaccato qualcosa.
Hop, altro saltello e giù i piedi sulla faccia, incredibile come i suoi bei piedi mi stavano riducendo la faccia. Hop, un altro saltello, un altro livido sulla guancia destra con la punta delle dita. Dopo il quinto saltello finalmente si spostò un po’ per osservarmi ed aprendo gli occhi vidi che era una faccia conosciuta, l’infermiera del giorno prima, Sandy.
Era lei allora che dall’inizio della serata mi stava ballando in faccia, come aveva detto di voler fare!
Mi sorrise con un sorriso sadico e poi tornò immediatamente sulla mia faccia a ballare, facendomi soffrire sotto i suoi bei piedi sudati. Non posso dire quanto tempo passò in quell’inferno sudato di calpestamento, so solo che dopo un’eternità, finalmente se ne andò via e io cercai di riposarmi un po’ pur continuamente calpestato da molti altri piedi nudi. Su di me piedi piccoli, grandi, leggeri, pesanti, molte ragazze che mi pestavano tutto il corpo con i loro piedi nudi. Soffocavo, sudavo, soffrivo schiacciato di continuo in quel caldo calpestamento al ritmo latino americano.
Dopo qualche minuto, stavo per gettare la spugna, finalmente mi dettero cambio di posizione e fui messo al bar, a fare da appoggio-leccapiedi.
Incredibilmente proprio la prima ragazza cui dovetti fare da appoggio era Sandy. Le dovetti leccare i piedi nudi che mi avevano calpestato la faccia, succhiare via il sudore dalle dita, le cui impronte erano sulle mie guance. Mi dette alcune pedate per puro divertimento, vedere come la mia faccia assorbiva i colpi che mi dava senza potervisi sottrarre. Poi si calmò e stette a bere la bibita. Quindi decise di mettersi i sandali, speravo volesse andare via.
Invece si fece prima leccare i sandali, suole comprese e poi li appoggiò forti sulla mia faccia, cercando di lasciare qualche impronta. Non le importava del mio dolore, era normale, del fatto che mi stavo contraendo per il male, normale anche quello: voleva lasciarmi dei segni in faccia, anche se me ne aveva già fatti molti. Quando fu soddisfatta del risultato mi guardò con un sorriso, mi disse che la mia faccia faceva veramente schifo, poi se ne andò.
Quella sera leccai e feci da appoggio a molti altri piedi nudi e scarpe, non ultimo quelli della coordinatrice, cui dovetti leccare il sudore tra le dita, mentre riposava dalla serata.
A fine serata, a mattino presto, tornato in infermeria assieme a Nico ed altri ‘sopravvissuti’, la ritrovai ancora, faceva il turno del mattino
Non so cosa sarebbe successo quel giorno…

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