la scuola dei sogni

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Ora vi racconterò di come le professoresse del liceo scientifico femminile “C. Darwin” di Lucca sono riuscite a sradicare ogni forma di bullismo dalle loro classi, imponendo una dittatura basata sulla disciplina e sul rispetto.
Era un venerdì mattina di fine Dicembre, e l’approssimarsi delle vacanze natalizie aveva allentato la concentrazione delle studentesse. In particole modo, al secondo piano dell’istituto, era la classe 4°B a non andare per niente bene. Era un’accozzaglia di sgualdrine esagitate sempre pronte a far danno e mai a studiare. La professoressa Landrigo, Storia e Geografia, era molto adirata con loro. A due giorni dall’inizio delle vacanze, aveva affibbiato alla classe un difficilissimo compito a sorpresa, incurante degli sguardi di odio che si stava attirando contro. Dopo aver raccolto i compiti e salutato la classe si era ritirata nella stanza dei docenti, per iniziare a correggere i compiti. Nel primo aveva impiegato tanto di quell’inchiostro rosso che la metà sarebbe bastato per verniciare una parete. E col secondo ed il terzo era andata se possibile ancora peggio.
Ignoranti, pensò la professoressa Landrigo. Ignoranti e stupide!
Dopo aver coretto la prima decina di compiti, si alzò dalla sedia e si diresse in bagno. Avvertiva un urgente bisogno di scaricarsi. Raggiunse il bagno dei professori e, sorpresa delle sorprese, ad attenderla sulla porta del gabinetto, era affisso un cartello.
FUORI SERVIZIO
Maledizione, pensò la severa professoressa. Quella non ci voleva! Adesso si sarebbe dovuta servire del cesso degli studenti. Imprecò silenziosamente e tornò indietro. I gabinetti degli studenti, o meglio delle studentesse, erano in fondo al corridoio, lontano dalle classi. La professoressa entrò e odorò una puzza terribile. Quello che si diceva a proposito dell’incuria delle bidelle era vero. Quelle due non pulivano assolutamente! E le studentesse erano delle vere scrofe! Come potevano sedersi su quei cessi luridi? Non si facevano effetto da sole?
E c’era un odore ancor più repellente, in quel cesso. Un odore di fumo acre e disgustoso che fece arricciare il naso alla professoressa Landrigo. Era l’odore di uno spinello. Si accostò all’unica porticina chiusa e udì distintamente dei rumori provenire dall’interno. Chi aveva acceso lo spinello era ancora lì. Senza bussare, ed in assoluto silenzio, la docente spalancò la porta e colse in fragrante la studentessa. Si trattava di una vera discola; Lucia Arenale, guarda caso proprio della classe 4°B.
“Guarda guarda!” disse la professoressa “Ci stiamo riprendendo dal compito in classe, eh?”
Lucia diventò immediatamente rossa in viso come se qualcuno l’avesse presa a schiaffi.
La salivazione andò a zero in un battito di ciglia.
“Pro…professoressa…”
La docente era giustamente adirata. Afferrò la studentessa per un braccio e la condusse fuori dal cesso, nell’atrio del bagno in cui erano anche i lavandini. Lucia, incapace di replicare, lasciò che la donna la strattonasse rudemente neanche fosse un oggetto.
“Sentiamo, bellezza. Cosa direbbero i tuoi genitori se sapessero che se i stata scoperta a fumare una droga a scuola? Oltretutto non è che tu vada neppure tanto bene. Ho appena corretto il tuo compito. E’ un quattro meno a voler essere generosi. E anche nelle altre materie non è che tu sia questo genio! Una sospensione a questo punto dell’anno, vorrebbe dire bocciatura assicurata”
Lucia sentì le lacrime affiorare agli occhi.
“No! La supplico!” gemette “Era solo uno spinello”
“Solo uno spinello?! E’gravissimo, invece!”
“La scongiuro, professoressa! Farò qualsiasi cosa…”
“Ah, sì? Adesso supplichi?”
“Sì…qualsiasi cosa”
“Bene. Allora, forse hai una scappatoia”
Lucia si sentì subito meglio.
“Grazie, professoressa”
“Aspetta a ringraziarmi. Come sai noi docenti abbiamo un gabinetto tutto nostro. Purtroppo stamani qualcuno l’ha rotto e l’idraulico non è ancora arrivato. Mi sono dovuta arrangiare coi bagni di voi studentesse. Però lo vedi da te…tazze sudice, pavimenti sporchi, carta negli angoli, un odore repellente…Come si può pensare che una signora come me adoperi dei servizi in codesto stato?”
“Non capisco, professoressa. Cosa…?”
“Ah, non capisci, carina? Di questi cessi si possono servire solo dei maiali come voi. Io ho bisogno di igiene! Quindi, adesso, tu sarai il mio cesso!”
“Ma…”
La professoressa Landrigo artigliò di scatto la chioma della bella Lucia e la torse fino a piegare la studentessa in ginocchio. La portò accanto alla tazza su cui la giovane stava fumando lo spinello pochi minuti prima e la fece mettere con la nuca appoggiata al bordo. Lucia era una bella ragazza, bionda, occhi azzurri, un po’ bassina ma con un fisico assolutamente proporzionato.
La professoressa aveva un po’ più di quarant’anni ed era in forma strepitosa. Le sue forme erano prosperose ed aggraziate, i suoi seni floridi e le natiche rotonde. Portava i capelli a caschetto e gli occhiali. Si abbassò la gonna a mezza coscia e gli slip.
La ragazza rimase a guardare inorridita il sedere della professoressa che calava sul suo volto, inesorabilmente ma con una lentezza angosciante.
“Mi raccomando. Non fartene scappare neppure una goccia”
Quando la fica della Landrigo fu giusto sopra la faccia della studentessa, la donna ordinò nuovamente “Apri la bocca, stupida”
“Ma…”
La professoressa strinse fra le unghie della mani i capezzoli della piccola latrina umana, causandole un grande dolore. Lucia trattenne un grido a stento.
“Hai sentito? Posso farti molto più male, se non esegui. E sbrigati, questa posizione non è per niente comoda, per me, lo sai?”
Lucia si abbassò di più sulla tazza, finché non sentì il freddo ed untuoso bordo del water a contatto con la pelle della nuca. I suoi lunghi capelli scivolarono lungo le pareti di ceramica fino al bozzetto in fondo, che era uno schifo di carta igienica bagnata e acqua giallastra. La professoressa si abbassò ancora un poco e si sedette tranquillamente sulla faccia della ragazza. Adesso, il peso della giusta ma severa docente gravava completamente sul viso della poveretta. Il sesso della Landrigo guardava direttamente in bocca a Lucia.
“Sono pesante?”
“S…sì, professoressa”
“Bene, perché io adesso sono proprio comoda, sulla tua faccia. Non rischio neppure di sporcarmi la gonna o l’intimo. Adesso dipende da te. Non mi rialzerò se prima non mi scarico. Se apri la bocca, facciamo prima, sennò possiamo attendere la ricreazione”
A malincuore, Lucia aprì la bocca. Pensava che la professoressa sarebbe stata clemente. Che non l’avrebbe usata veramente come latrina, o che almeno le avrebbe dato un avvertimento poco prima di iniziare a scaricarsi. Ma non fu così. Non appena le labbra della studentessa si dischiusero, la Landrigo la centrò sul palato con un getto tiepido d’urina. La bocca della studentessa si colmò in pochi secondi di piscia.
“Inghiotti tutto, puttanella. Inghiotti, altrimenti ti trabocca la pipì dalla bocca e mi sporchi tutta”
Lucia obbedì, ormai completamente succube della donna.
“Brava, così si fa. Vedi che l’orina della professoressa non è cattiva? Ti piace, eh? Se fai la brava dimenticherò lo spiacevole incidente dello spinello”
Lucia inghiottì ogni goccia di piscia emessa dalla professoressa. Si comportò come una vera latrina umana. Alla fine, quando la vescica della dominatrice si fu completamente svuotata, la Landrigo disse “Adesso pulisci”
“Come…?”
“La carta igienica, stupida! Tu non ti pulisci, dopo averla fatta?”
“S…Sì, ma…”
“Non vorrai che utilizzi la carta di questo bagno, vero? Guarda, è sozza e ruvida. Usa la lingua. Leccami per bene”
Lucia fece uscire la lingua e diede qualche timido colpetto di punta sul sesso della donna.
“Più impegno, puttanella! Più impegno! O andrò a chiamare subito i tuoi genitori!”
“No, professoressa…lecco, lecco…”
Come folgorata da un’improvvisa voglia di soddisfare i più insani capricci di quella donna, Lucia ripulì ogni millimetro di pelle della professoressa dalle ultime tracce di pipì. Alla fine diede anche qualche lenta lappata come a voler far godere la propria aguzzina. Ma la professoressa Landrigo aveva ben altro da fare. Doveva terminare di correggere i compiti e fare lezione in un’altra classe.
Si alzò dal suo sedile umano e si tirò su le mutandine.
“Vacca. La gonna. Sistemala per bene” ordinò.
Lucia obbedì umilmente. La nuca le faceva molto male, dopo essere stata schiacciata per tutto quel tempo sotto il sedere della professoressa. Sistemò la gonna della Landrigo con cura, poi, sempre restando in ginocchio, le rivolse uno sguardo supplicante.
“Ah ah…” rise la professoressa “Sembri una cagnetta bastonata. Allora facciamo un giochino. La storia dello spinello non uscirà da qui, ma l’oggetto del misfatto lo porterò con me e lo conserverò. Da questo momento e fino al diploma sarai la mia schiava. Dovrai essere fedele, umile e devota alla mia persona. Farai tutto ciò che io ti ordinerò, non mi dovrai mai disubbidire e mi sarai grata per ogni mortificazione che ti imporrò. Se mi deluderai, ricorda che lo spinello verrà recapitato immediatamente nell’ufficio della preside. Una bella sospensione non te la toglierà nessuno”
“No, professoressa…sarò ubbidiente”
“Bene. Allora iniziamo con le disposizioni di base. Da questo momento mi chiamerai professoressa in classe, ma quando saremo da sole mi chiamerai padrona. Ci siamo intese?”
“Sì, professoressa”
La mano della Landrigo scattò velocissima e colpì in pieno il viso di Lucia. La ragazza si sdraiò sul pavimento lercio del bagno.
“Vedo che sei lenta di comprendonio come lo sei nella mia materia”
La padrona avanzò di un passo e avvicinò i piedi al volto della schiava.
“Baciami i piedi e dimmi ancora una volta chi sono”
Lucia si rimise frettolosamente in ginocchio, ignorando il bruciore alla guancia.
Si prostrò completamente al suolo e con immensa devozione baciò ripetutamente le scarpe ed i piedi della professoressa.
“Lei è la mia padrona, signora Landrigo”
“Brava. Così va già meglio, direi. Anche tu ti senti meglio, non è vero?”
“Sì…padrona”
La professoressa di Storia rise ancora.
Indietreggiò di un passo e fece cenno alla sua nuova serva di sollevarsi.
“Datti una sciacquata alla faccia, puttana. Fai schifo. Ripulisciti e tornatene in classe”
Uscì dal bagno e andò nella sala dei professori.
Fra i compiti ancora da correggere, cercò quello di Lucia. Lo trovò. Ne lesse le risposte e rimase piacevolmente stupita. La ragazza aveva svolto un buon compito. Da sette. Quanto aveva detto che le aveva dato, in bagno? Quattro? Quattro meno?
Prese la penna rossa e sotto al nome della studentessa vergò un bel 4 -…
Che la stupidella imparasse chi era a comandare. Con tanti auguri di Buon Natale.
Lucia fu la prima schiava delle professoresse del liceo “C. Darwin”. Presto la voce si sparse nel corpo docenti. La Dea Landrigo invitò le altre colleghe ad usufruire della servetta. Ad esempio la professoressa Argenti Barbara, Italiano, o la professoressa Conti Lisa, Matematica e Scienze. Alla professoressa Ciolfi Laura, Ingese, piaceva in particolar modo farsi portare a cavalluccio dalla povera scrofetta. Presto, però, le docenti iniziarono a stancarsi di dover attendere il proprio turno per usare Lucia. Ciascuna di loro voleva una schiava tutta per sé. Ma non era così facile procurarsi nuove leccapiedi. La professoressa Travagli Sabrina, Educazione fisica, ideò uno stratagemma interessante. Siccome la minaccia dello spinello aveva funzionato con Lucia, suggerì di usare lo stesso trabocchetto con altre sceme. Un giorno le Dee del Darwin chiamarono Lucia e le illustrarono il loro piano. La stupida avrebbe dovuto distribuire spinelli a tutta la classe. A turno, quando le compagne fossero andate in bagno per fumare il loro spinello, Lucia avrebbe avvertito questa o quella docente tramite un SMS. La disgraziata di turno sarebbe stata beccata con la droga in bocca e sarebbe stata ricattata come era successo a Lucia. Sembrava un piano troppo semplice. Invece, in pochi giorni, la cerchia delle schiave si allargò a macchia d’olio. Dalla 5°A, Maria ed Erica, dalla 4°C Annalisa e Francesca. Altre sottomesse si aggiungevano ogni giorno, tutte pronte e devote. Molte di esse non avevano neppure bisogno di un vero tirocinio. Fin da subito si dimostrarono più che disposte a leccare persino le suole delle raffinate scarpe delle professoresse.
Agli inizi di Gennaio, ogni docente aveva la sua sguattera personale. Alcune, persino due. La professoressa Landrigo, che aveva dato inizio a quel giochino, disponeva di Lucia e di Roberta. La prima si conosce, l’altra era una morettina esile e filiforme dai grandi occhi perennemente spauriti. Alla donna, quell’espressione innocente e indifesa piaceva molto. Era rilassante sfogare la propria crudeltà su quell’esserino inerme. Una volta la padrona calpestò la povera vittima con i tacchi, fino a udire distintamente lo scricchiolio di qualche osso in procinto di rompersi. La punizione era avvenuta nel seminterrato della scuola, al sicuro da sguardi indiscreti.
“Così impari a non studiare la mia materia, piccola stupida!” disse la Landrigo “Non sai neppure in che anno fu incoronato Carlo Magno! Come si fa ad ignorare una cosa così importante! Stupida! Non farai mai nulla nella vita, senza sapere queste nozioni fondamentali!”
“S…sì, padrona”
La Landrigo le calò il tacco in gola, provocandole un conato di vomito.
“Non parlare, verme! Non ti ho dato il permesso di farlo!”
Discese dal corpo della schiava e la rigirò con un calcio.
Il corpo di Roberta era talmente leggero, che per poco quel solo calcio la scagliò contro la parete.
“Come sei piccina, vacca! Credo che un giorno ti spezzerò tutte le costole, camminandoti sul torace!”
La professoressa rise con un’espressione cattiva.
“Oh, beh…ti recapiteremo dai tuoi in busta chiusa…come una radiografia!”
Roberta si rimise faticosamente in ginocchio. Le schiave sapevano che fra una tortura e l’altra, era quella la posizione che le padrone facevano tenere loro.
La Landrigo si sedette sulla cattedra. Le belle gambe penzoloni erano incrociate all’altezza delle caviglie.
“Dai, toglimi le scarpe”
Roberta obbedì.
“Resta ferma”
“Sì, padro…”
Non ebbe il tempo di terminare la frase che il piede della Landrigo le si piantò sotto al mento con impressionante velocità e precisione. Roberta avvertì la punta di quella meravigliosa estremità che le schiacciava la carotide e si ritrovò col fiato spezzato. Com’era possibile che una donna abituata allo studio e poco avvezza alla competizione fisica, potesse assestare calci così ben piazzati?
La schiavetta rotolò sul pavimento, coprendosi la gola con le mani.
“In ginocchio!” esclamò la padrona “Ti ho forse dato il permesso di morire così presto?”
“N…N…”
“Rispondi, troietta!”
“No…pad…”
“Torna immediatamente qui!”
Roberta aveva una paura tremenda, di quella donna. Forse le era capitata la padrona peggiore da soddisfare. Sapeva che a Marta della 4°F era capitata la professoressa Nadia Ricciarelli, quella di Latino, che più che altro la adoperava per lucidare le sue tantissime calzature e per sbrigare i noiosi lavori di casa. La professoressa Landrigo, invece, le sue schiave le torturava fino a distruggerle.
Non appena si fu rimessa in ginocchio di fronte alla sua Dea, la Landrigo la rispedì a terra con un altro calcio, più potente e pericoloso del precedente. Roberta non riusciva più a respirare. Voleva forse ucciderla? Non lo sapeva. Tuttavia, qualunque cosa fosse accaduta, non avrebbe dato la notizia della propria sospensione a casa. I suoi genitori ci sarebbero rimasti troppo male. Mentre la professoressa rideva, Roberta ritornò in ginocchio davanti a lei.
“Brava. Ormai non hai neppure bisogno che io ti dica cosa fare!” si complimentò sarcasticamente la donna.
Sbam! Il terzo calcio fu dato di tallone. Raggiunse Roberta sullo zigomo e le fece lacrimare gli occhi.
“Ancora” disse la padrona.
Sbam! Sbam! Sbam!
Mento, fronte, guancia.
Roberta non ne poteva più. I colpi inferti di punta erano rivolti alle parti morbide della faccia e della gola, quelli di tallone alla fronte e agli zigomi. La professoressa voleva divertirsi senza correre il rischio di farsi male.
E Roberta doveva soddisfarla come era suo dovere.
“In ginocchio! Passi più tempo sul pavimento che in ginocchio” disse la Landrigo “Guarda che se non fai la brava, chiamo i tuoi genitori e gli dico dello spinello, eh?!”
A fatica la ragazza si rialzò.
“No, padrona…sarò buona”
Sbam! Sbam!
“Brava la mia leccapiedi. Su, ora apri gli occhi. Voglio che tu guardi i miei piedi”
Roberta fissò lo smalto rosso sulle unghie, la linea perfetta del dorso e del tallone, l’incavo ben modellato della pianta.
“Come li trovi? Non ti sembrano piedini perfetti, i miei?”
“Sì, padrona”
“Sì? Allora baciali”
Roberta annuì e si sporse per baciare le estremità della padrona. Il piede destro scattò verso le sue labbra, le colpì col dorso e la scagliò lontana.
“Di nuovo. Baciami i piedi”
Sbam! Sbam! Sbam! Sbam!
“Ah ah…proprio non ti riesce baciarmi i piedi!”
Sbam! Sbam!
“Basta, per carità, padrona…non riesco più a …”
“Che c’è puttanella? Il gioco s’è fatto troppo pesante per te?”
La faccia di Roberta sembrava bruciare. La ragazza non avvertiva più le guance ed il mento dal dolore. Gli occhi lacrimavano copiosamente e le labbra sanguinavano in più punti. Il naso era un miracolo che fosse ancora integro.
“Suvvia, schiavetta…non voglio mica ucciderti…” disse la professoressa Landrigo, con un tono che sembrava quasi di compassione “Per oggi mi sono divertita abbastanza…su, ora vieni a baciarmi i piedi e a rimettermi le scarpe”
Roberta si alzò a fatica. Non si fidava. Avvicinò il volto alle caviglie della padrona, sicura che quelle estremità fortissime l’avrebbero schiacciata per l’ennesima volta. Invece i piedi della donna rimasero fermi al loro posto. Questa volta la bocca di Roberta poté adorarli come la Landrigo voleva.
“Le scarpe”
Roberta le raccolse da terra e le infilò ai piedi della sua aguzzina. Prima la destra e poi la sinistra.
“Bacia anche quelle”
Lo fece con quanta più passione poteva per non far irritare nuovamente la padrona.
“Anche le suole. Presto dovrai leccarle, non solo baciarle. Sono sporche, lo so, ma che ci vuoi fare? Poi tu sei solo una lurida drogata abituata a fumare merda. Per te un po’ di polvere e fango non dovrebbe rappresentare un problema”
“Sì, padrona”
E quando le scarpe furono state rimesse ai piedi della donna, e le suole adorate a dovere, la professoressa fece partire un ultimo calcio dritto verso il viso della sottomessa. Il setto nasale emise un crack sordo e la testa di Roberta franò per l’ultima volta sul pavimento.
La professoressa Landrigo discese elegantemente dalla cattedra e si avvicinò alla studentessa sanguinante. Roberta, con gli occhi colmi di lacrime, vide le scarpe della padrona che le occupavano l’intero campo visivo. Per un attimo fu tentata di avvicinarsi e baciarle, nonostante la severa punizione appena ricevuta.
Ma la professoressa indietreggiò.
“Che cazzo fai, maiala? Non lo vedi che hai la faccia piena di sangue? Non mi vorrai sporcare le scarpe?”
“N…n…no…pad….”
“Vatti a medicare, scrofa, e oggi pomeriggio puntuale a casa mia. Hai da pulire e spazzare con la tua degna collega…quella Lucia che non fa mai un accidente se non la si prende a calci. Sgarra di un minuto e ti massacrerò sotto i miei tacchi”
Salì sul corpo di Roberta senza curarsi delle sue condizioni, lo scavalcò e uscì dalla stanza.
Le scappava la pipì ed era impaziente di impartire una nuova lezione alla sua bionda schiava-latrina.
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