la tromba d’acqua

Una storia per New Orleans. Sono vecchio, molto ma molto vecchio. Se non vi dico la mia età non potreste forse rendervi conto realmente di quello che vi voglio raccontare. Cent’anni. Ebbene si, ho compiuto cent’anni quasi un’anno fa. Fra poco saranno cento e uno se Dio vorrà.
Certo di cose ne ho viste parecchie e un’idea della vita me la son fatta. Non ho impiegato molto per farmi quest’idea del mondo e malgrado tutti gli avvenimenti che mi sono passati davanti, ben poco è cambiato dentro di me. Segno che le mie convinzioni furono subito azzeccate e con pochi aggiustamenti mi hanno accompagnato lungo tutta la mia esistenza. E’ bello e l’auguro a tutti: quando hai subito chiara davanti a te la tua strada da seguire, bella e ampia, la vita non ti fa paura e lo stress non riesce mai a coglierti. In te c’è come quasi una certezza e una calma consapevole che ti porta ad assaporare ogni momento senza fretta, senza la preoccupazione di non riuscire nella vita. Sei tranquillo e sai che prima o poi viene anche il tuo momento per poterti esprimere al massimo e con la felicità di sentire dentro di te una forza ed una gioia che vengono dal profondo e dalla convinzione che quello che ti sei scelto di fare è proprio quello che volevi e che vuoi ancora intensamente, ancora eppoi ancora, sempre di più. Non c’è gioia più grande di quella che viaggia accompagnata dalle meravigliose note del jazz. Lo senti dentro di te, ma anche e soprattutto riflesso nelle persone che ti stanno ascoltando, in quelle che stanno suonando con te ed in quelle che ti dimostrano in mille modi il loro affetto. Ricordo bene quando le mie labbra hanno potuto per la prima volta chiedere dei suoni ad una tromba. Un po’ scorbutica non voleva saperne di suonare per me, ma poi, magicamente suonò. Soffiai in uno strano modo e lei emise tre note, esattamente quelle che stavo pensando e che avrei voluto sentire. L’emozione fu immensa e quella strada si aprì davanti a me, come in un incanto, bella e ampia. Non avevo dubbi, quella sarebbe stata la mia strada.
Una gran fortuna fu quella di nascere a New Orleans nel 1904, proprio mentre anche il jazz stava nascendo. I miei genitori erano italiani ma anche un po’ francesi, una bella famiglia in una grande casa. Vi dicevo del jazz, all’inizio si cantava, c’erano i blues vocali, ma il bello incominciò quando arrivarono in mano ai neri degli strumenti musicali lasciati dagli eserciti che avevano combattuto la guerra di secessione. C’erano cornette, trombe, clarinetti, tromboni e tamburi. Probabilmente anche la tromba che i miei avevano in casa era uno di questi strumenti dal passato eroico. Aveva un’ammaccatura che la rendeva inconfondibile ed anche, scoprii poi, in grado di emettere un suo particolare timbro.
Non so come avvenne ma fui subito capace di suonarla come potrei suonarla ancora adesso. Ero però un pochino debole di fiato, non avevo ancora quell’orecchio jazzistico e non avevo ancora sentito suonare quelli che poi sarebbero diventati i miei migliori amici. Freddy, Baddy e Joe a modo loro mi adottarono rivelandomi l’anima del Jazz. Grande stupore fu per me ritrovare qualche anno dopo un mio compagno di giochi e di risse. Era più grandicello di me, ricordo che si impossessò di una pistola per fare baccano e festeggiare l’anno nuovo. Per questo si beccò due anni di riformatorio, praticamente una galera e lo persi di vista. Poi una sera, nel locale di Joe, me lo ritrovai davanti. Cantava e suonava la cornetta meravigliosamente. Eravamo nel 1918, avevo 14 anni e Louis 17. Parlavamo spesso di girare il mondo, Louis voleva andare a Chicago a suonare e parecchie volte cercò di convincermi ad andare con lui. Io amavo tanto New Orleans eppoi ero ancora troppo giovane e non mi sentivo pronto per pericolose avventure. Per un po’ ci accontentammo di suonare sui battelli che navigavano il Mississippi. Venne poi il mio diciottesimo compleanno, lo ricordo bene perchè il giorno dopo Louis partì e andò veramente a trasferirsi a Chicago e qualche anno dopo divenne anche molto famoso. Io non andai con lui perchè un’altra scoperta sconvolse la mia vita, come fece quella tromba dieci anni prima.
Ho sempre abitato qui, in una strada francese, almeno il nome lo è: Bourbon Street. Sembra quasi di essere a Parigi, tanti negozi, ristorantini e locali dai quali viene fuori un baccano assurdo, con gente che balla, ride e si ubriaca. In Bourbon Street ci sono però ancora dei localini dove è possibile farsi cullare dal suono nostalgico di alcuni vecchietti che suonano jazz. Il più vecchietto sono io, però ricordo bene quando più di ottant’anni fa la mia vita, a due passi da quì, venne illuminata e sconvolta da un bellissimo accadimento.
Non ho mai avuto difficoltà ad accalappiare le belle ragazze che sempre affollavano i locali dove suonavo. Forse era per l’atmosfera, forse per la musica che facevo e immancabilmente dedicavo loro, ero già un vero ragazzino rubacuori. Dimostravo qualche anno in più della mia età, ma non mi succedeva mai di innamorarmi delle mie conquiste. Questo fino al giorno del ringraziamento del 1922. Il 4 dicembre è una data importante che generalmente si trascorre in casa con tanti parenti. In cucina le nonne e le mamme preparano un pranzo, un grandissimo pranzo a base di tacchino ripieno, con tanti contorni buonissimi e tanti dolci farciti ed immancabilmente il budino freddo di zucca. Mangiai talmente tanto da avere bisogno di uscire all’aperto, di muovermi un pò e di respirare l’aria fresca del Mississippi che con un’immensa curva mi arriva fino a due passi da casa. Camminai lungo un pezzettino di Peter Street fino a Jackson Square dove c’è un giardino con tanti vialetti concentrici, non era proprio come è adesso, ricordai di averci suonato parecchie volte seduto sulle panchine. Vidi che non c’era quasi nessuno, cosa molto rara in quella piazza. Faceva un pò freddino e la luce stava calando in fretta. Fu allora che mi accorsi di lei, seduta su una panchina un pò più in là. Ci guardammo per un lungo momento, poi lei venne a sedersi accanto a me. Mi conosceva, sapeva che suonavo e mi fece molti complimenti. Mi spiegò che era arrivata dall’Europa da una decina di giorni, si chiamava Katrina e stava nella casa dei Fosters che è proprio di fronte alla mia. Poteva così sentirmi suonare al mattino quando mi allenavo e provavo sempre dei nuovi assoli. Ero incantato e stavo ad ascoltarla senza dire più niente.
Ad un tratto si levò le scarpe e mi mise le sue gambe distese sulle mie. Provai un tuffo al cuore improvviso, mai avuto prima e capii che in me qualcosa si era come rivoluzionato totalmente. Scoprii in pochi minuti tante meravigliose sensazioni nuove. Mi venne subito spontaneo ed irresistibile il desiderio di accarezzargli i suoi splendidi piedi. Prima di quel momento non mi era mai capitato di prestare attenzione ai piedi delle ragazze, ma da quel momento la mia vita cambiò. Baciai a lungo quei piedi scoprendo fra le altre cose che anche lei era uscita di casa per una boccata d’aria dopo aver mangiato tanto e bene. Nei giorni seguenti divenimmo inseparabili e scoprimmo tutti e due il vero amore. Trovavo a fatica il tempo per andare a suonare. Mentre suonavo mi sembrava di sentire sulla bocca il suo piede anzichè il bocchino dello strumento e andavo letteralmente in estasi.
Nella felicità di quel periodo, passò quasi in secondo piano un grande dispiacere: perdetti la mia fida tromba con l’ammaccatura e dal particolare suono. Per continuare a suonare dovetti aquistarne un’altra. Dando fondo a gran parte dei miei risparmi mi accaparrai uno strumento di grande qualità ma, per molto tempo, faticai a rassegnarmi all’idea di non poter più suonare con quel magico strumento al quale ero veramente affezionato.
Arrivò anche il momento in cui Katrina dovette tornare in Europa, mi assicurò che entro un anno al massimo sarebbe tornata ma non la rividi mai più. Katrina è rimasta sempre nel mio cuore anche se di lei non riuscii a sapere più nulla. A quei tempi le comunicazioni erano difficili ed anche i Fosters, che con lei erano imparentati, non ebbero più notizie. Vennero poi altri periodi, attraversai tutto quel secolo turbolento senza mai smettere di suonare e di collezionare storie d’amore molto particolari, anche con donne bellissime. Ero invidiato per questo, anche se io sotto sotto avevo sempre il pensiero più intenso per Katrina, il mio unico grande amore che non si può scordare. Sono invecchiato bene, sorretto dal mio Jazz che tanto ancora amo e da tanti bellissimi ricordi dei bei tempi ormai trascorsi.
Fin quando una mattina girò la voce che Katrina stava arrivando a minacciarci tutti! Per un’attimo non capii che stava accadendo e cosa volevano dire quelle parole. Frank, un sassofonista francese che suonava da poco con me, mi prese affettuosamente sottobraccio spiegandomi che un grande uragano stava arrivando e che dovevamo lasciare la città per ripararci in un luogo più sicuro e lontano da quì. A quell’uragano avevano dato il nome di Katrina. Io dentro di me avevo già deciso di non lasciare New Orleans e la coincidenza di quel nome incredibile rafforzò ancor di più il mio intento. Avrei atteso quì, nella mia casa, serenamente. Non avevo e non ho paura di morire, ma è quì che voglio morire, dove sono sempre stato bene.
La furia dell’uragano mi colse in casa. Passai due giorni dentro la casa allagata, lo sguardo perso e carico di tristezza. La mia vita è stata lunga, costellata anche di prove difficili ma mai la tristezza era riuscita ad avere la meglio su di me. Intorno tanta distruzione, un silenzio irreale interrotto ogni tanto da sirene e volteggiare di elicotteri lontani. Tanta, tantissima acqua, una tromba d’acqua abbiamo avuto che ha piegato New Orleans ed anche me. Mentre pensavo a tutto questo molti oggetti, mobili e suppellettili mi galleggiavano intorno e c’era anche lei, la mia tromba con l’ammaccatura inconfondibile venuta fuori chissà da dove. E’ un miracolo, questa tromba suona ancora, meglio di prima, come sono sicuro che anche la mia città suonerà ancora e meglio di prima. Siate felici.

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