le mani di Gabriella

Hits: 4

Sono Gabriella. Ho appena compiuto 43 anni. Sono una “capricornina” un po’ cocciuta, a cui piace più ascoltare che parlare. Quindi, a chiunque leggerà queste parole, chiedo scusa fin d’ora perché esprimere i pensieri e le emozioni non è mai stato semplice per me.
Gabriella, Marta e Giorgio.
Sono la seconda di due figli. Mio fratello, Giorgio, ha ben tredici anni più di me. Sono il regalo di una natura benigna a due genitori che non si aspettavano più di riceverne e come un prezioso dono del cielo sono stata trattata dalla mia famiglia. Più di tutti, Giorgio dimostrava per me (e dimostra) un affetto forte e protettivo, che divenne il punto di riferimento della mia vita. Purtroppo, per me, lui fu presto un uomo, mentre io rimasi una ragazzina. Le mie amiche dicevano che era il ragazzo più bello del quartiere e trovavano ogni scusa per frequentare casa mia. Davo loro ragione, facendo fatica a portare esempi di altri ragazzi da giudicare. Una sera, Giorgio ci comunicò che di lì a qualche giorno sarebbe andato a vivere con la sua ragazza, Marta. Pensai subito a quanto mi sarebbe mancato. Quel ragazzo, per me, era invece l’uomo di una donna, ora. Vidi mio fratello per la prima volta per ciò che era. E così cambiai anch’io. Avevo scoperto l’autoerotismo relativamente presto. Lo facevo quando avvertivo una sorta di piacevole dolore, una mano dentro di me che mi stringeva l’inguine. Non capivo perché, ma il pensiero di mio fratello tra le braccia di Marta, che troppo spesso andavo trovare senza avvertire, aveva moltiplicato per varie volte le strette di quella mano interna, che crebbero ulteriormente quando un giorno, casualmente, notai un atteggiamento, un gesto, del tutto spontaneo. Erano due bellissimi ragazzi Marta e Giorgio, alti e slanciati, lui moro e lei bionda. Marta era, ed è ancora, molto bella, e io ne ero gelosa, perché non ero alta e non ero bella, non quanto lei pensavo. Se indossava scarpe col tacco alto, quasi poteva guardare mio fratello negli occhi e Giorgio sfiorava il metro e novanta di altezza! Non perdevano una sola occasione per baciarsi. Marta, ai miei occhi, rappresentava il prototipo della donna che volevo essere, non fosse altro perché aveva il mio fratello adorato. Era sempre solare e disponibilissima nei miei confronti, e io ne ricavavo un’immagine di assoluto candore. Entrai in cucina e li trovai abbracciati. Capii all’istante che avrei potuto anche urlare ma che in quel momento non mi avrebbero mai notata. Lei lo guardava con un’intensità che non avevo mai notato mentre Giorgio, appoggiato al lavello, la teneva per i fianchi. Marta lo baciò con foga. Le vidi alzare una gamba fino a che la sua coscia abbronzata si scoprì e raggiunse il fianco di mio fratello, allargandosi, mentre lei si spingeva contro il suo bacino. La gamba di lei passò dietro e si legò alla gamba di lui. Giorgio adesso la prendeva per le mammelle. Le loro lingue si cercavano. Durò un attimo, ma per la prima volta nella mia vita vidi due esseri umani sessualmente legati, coinvolti, che si cercavano. Scappai via. La notte, riavvolgendo il nastro di quella scena nella mia mente, rivedendo i loro corpi avvinghiati, mi fu chiaro ad un tratto chiaro che cosa cercasse Marta: voleva essere posseduta da mio fratello. Quella gamba che si alzava, il suo corpo aperto e ondeggiante, erano una richiesta precisa, un’intimazione ferma. Stava reclamando il “suo” diritto di essere scopata dal “suo” uomo. Sentii un’invidia rabbiosa per quella manifestazione di chiaro potere, di cui volevo assolutamente venire in possesso anch’io e al più presto
Carla e sua madre.
La mano dentro di me intanto, richiedeva sempre più spesso tributi che le mie dita non riuscivano più a saldare. Quel modo di aprirsi di mia cognata, sconvolgendomi, mi aveva fatto capire che esisteva ben altro che le mie esili dita. Volevo vedere ancora Marta e Giorgio fare ciò che così tanto mi aveva eccitato, ma ovviamente non potevo. Così leggevo libri erotici, cercavo di procurarmi riviste e videocassette pornografiche. Alla fine ci riuscii grazie all’inconsapevole collaborazione del padre di Carla, la mia amica. Vidi così per la prima volta il membro duro di uomini che si accoppiavano con le donne, come non pensavo mai potesse avvenire. Le donne che baciavano e leccavano oscenamente il sesso di altre donne e poi quello degli uomini. Si disponevano in ogni posizione per ricevere dentro quei falli enormi. Non c’era amore, passione in ciò che vedevo. Era qualcosa di carnale e istintivo, differente da quello che avevo visto osservando Marta e Giorgio avvinti l’uno all’altra. Ma lo era poi davvero mi chiesi? Ero sconvolta da ciò che vedevo. E mi piaceva da morirne. Desideravo farlo anch’io. Al più presto. Il mio atteggiamento nei confronti dei ragazzi cambiò conseguentemente. Iniziai a spingermi sempre più in avanti, sacrificando quasi tutto quanto ci fosse di sentimentale ed esponendomi ai giudizi di pudiche per quanto gelose “amiche” che ovviamente persi. Osservando mia figlia Alessandra di diciassette anni, oggi, cerco di intuire se esista una similitudine con quella Gabry. Non ne sono capace. Difficilmente un genitore lo è mai. Ho capito solo che la divisione tra “brave ragazze” e “troiette”, allora come oggi, era ed è quantomeno superficiale. Aldilà sicuramente di una certa predisposizione genetica, ci sono esperienze ed episodi, a volte banali, certamente sottovalutati e troppo presto dimenticati, che formano la sessualità di un essere umano. Ad esempio Carla, l’amica con cui condividevo le mie incursioni nel mondo del porno, mi confessò di aver notato un gesto della madre inequivocabile e osceno che le aveva aperto gli occhi e le aveva permesso di scoprire chi c’era veramente dentro quella donna che lei considerava prossima per castità alla vergine Maria, cosa di cui Carla fu felicissima di constatare l’infondatezza assoluta e che le consentì, di lì a qualche tempo, di avere con sua madre uno stupendo rapporto di complicità. Carla è una donna molto fortunata, rara. E una grandissima troia. Come sua madre. Eravamo interessatissime alla fellatio. Osservavamo quegli uomini robusti e virili, decisamente maschi, cadere letteralmente nelle mani di donne esili e minute che succhiando e leccando i loro membri li rendevano schiavi docili e servili. La cosa ci appassionava e interessava moltissimo, oltre che naturalmente, eccitarci terribilmente. La mia amica dicevo, notò la madre, a tavola, mentre succhiava e leccava avidamente il midollo da un osso tondo e lungo, esattamente come una delle donne dei filmini faceva con il cazzo degli uomini. Più di tutto, mi disse, l’aveva scioccata l’espressione da troia che le aveva visto dipingersi sul volto: gli occhi che si allargavano, la lingua che saettava, le labbra che prendevano l’osso e lo succhiavano… Una donna di quei porno, sembrava cadesse in adorazione del membro eretto del suo occasionale compagno di coito. La mia amica vide la madre adorare quel simulacro, rimirandolo e gustandoselo, proprio come quella donna nel film. Lo shock iniziale fu presto sostituito dalla consapevolezza che quelle videocassette non erano evidentemente ad uso esclusivo di suo padre, anzi…
Gabry e Marco.
I miei coetanei mi davano poco più del piacere che ero in grado di darmi da me, evitando però tutto il contorno del falso corteggiamento e i loro troppo precoci schizzi di sperma, che mi costringevano ad autentici miracoli in lavanderia e a molte sedute dal parrucchiere. Volevo, avevo bisogno di scopare con un uomo di quelli dei “miei” film. Circa nove mesi dopo aver visto Marta alzare la coscia, era nata Ginevra. L’amore e il sesso avevano dato il migliore dei frutti. Io ero contentissima e fiera di essere diventata zia. Ma immaginavo anche altro: i loro coiti, che culminavano con lo sperma di Giorgio che irrompeva nel ventre di Marta, ne allagava ogni anfratto e lei che lo sentiva dentro, rovente. Volevo, avevo necessità di provare la stessa cosa. Avevo diciannove anni adesso. Conobbi Marco ad una festa. Era di undici anni più grande di me. Iniziammo a parlare alle nove. Alle nove e trequarti ero nella sua macchina e gli stavo facendo un pompino. Aveva un pene grosso e di forma strana, all’ingiù. Erano già dieci minuti buoni che glielo pompavo e lui non dava cenno di venire, ben altra cosa dei miei coetanei, che si venivano addosso solo toccandomi le tette. Forse avevo trovato il “mio” uomo. Tirai fuori il suo uccello dalla mia bocca, facendogli capire che ero stanca di far su e giù con la testa, anche se non era affatto così. Mi fece stendere e aprire le gambe. Con esperienza, non come i ragazzini che dovevo sempre aiutare a “trovare la strada” e che, come li sfioravo mi godevano in mano, mi sollevò le cosce e me lo puntò tra le grandi labbra. Spinse bene, entrando subito fino in fondo nella mia fica bagnatissima. Scopava con ritmo e bravura, cercando di capire anche dove stava il mio di piacere. Sentii subito che avrei goduto tanto con lui perché il suo membro urtava sul fondo del mio utero. Venni quasi subito, e lui non si fermò a compiacersi. Fu così che scoprii che avevo un’ infinita riserva di orgasmi, continui, sempre più forti e profondi. Continuavo a venire. Marco fu entusiasta di questa mia caratteristica. Capii poi che pensò, con molta presunzione, fosse tutto merito suo. Mi innamorai di lui, sforzandomi di trovare cose che, alla fine realizzai, inventavo io per tutti e due. La nostra relazione divenne routine e portò al matrimonio, da cui nacquero Giovanni e Alessandra che oggi hanno venti e diciassette anni. Il tempo è un pialla spietata. Passati alcuni anni spianò completamente la passione per mio marito. Provai a riaccenderla in ogni modo ma fu inutile. Ci misi e diedi l’anima. Marco aveva subito un forte calo fisico, che negava stupidamente. Mentre scopava il suo pene mi si afflosciava dentro, e dava la colpa a me per questo. Io avevo bisogno del sesso drammaticamente. Provai a chiedergli di penetrarmi con la mano, per surrogare al suo stanco strumento. Avevo bisogno dei miei orgasmi. Incapace di procurarmeli, mi diede della vacca e mi disse che lo avevo sinceramente disgustato. La stima venne meno a entrambi. Non ho mai tradito mio marito, al contrario suo, seppi poi. Avevo sempre fame di uccello, ma per educazione e carattere non feci mai nulla per saziarla con altri uomini. Ci separammo. Lui trovò una sua coetanea senza pretese, a cui bastava avere un essere su due zampe deambulante per casa. Io, vuoi per i miei figli, vuoi per convinzione, sola non mi sentii mai.
Gabry e Marina.
La voglia di cazzo però restava e a volte diventava insopportabilmente violenta. Incontrai alcuni uomini, dopo il mio divorzio, ma mi sembrò di essere tornata ai ragazzini della mia adolescenza. Ne parlai davanti a un caffè a casa di una mia conoscente, Marina, anche lei divorziata. Solo conoscente, perché di amiche avevo imparato a non volerne più, anche perché alcune scoprii, mi avevano scopato il marito. Marina era una signora di 45 anni, molto benestante. Ci eravamo conosciute alla presentazione di un libro in una storica biblioteca di Milano. Come due lupe, ci eravamo annusate e piaciute subito. Era una donna alta, dai fianchi ampi. Si era data una tinta rossiccia ai capelli folti che sulla sua carnagione bianchissima risaltava stupendamente. Gonna nera sopra il ginocchio con bello spacco, elegante camicia bianca di seta leggera, le maniche rimborsate che scoprivano un sottile tennis e un semplice ma elegantissimo Rolex. Scarpe scamosciate nere tacco 12 di Sergio Rossi, semplici e stupende. Era elegantissima nella sua essenzialità. Giocava con una lunga collana di perle che rigirando tra le sue dita faceva un piacevolissimo rumore toccandosi con uno Nastro di Damiani, seduta sporgendosi leggermente in avanti a gambe accavallate. La camicia, aperta un po’ troppo notai, faceva intravvedere un seno floridissimo, trattenuto a stento da un reggiseno di pizzo. Due brillantini ai suoi lobi. Si volse verso di me sorprendendomi mentre la ammiravo. Come se l’avesse capito, mi sorrise e accennò un saluto che ricambiai. Finito l’incontro con l’autore, trovandoci d’accordo sul fatto che lui fosse molto attraente ma che non ci importasse nulla di ciò che scriveva, ci presentammo. Trovai subito Marina brillante e colta, cose che faceva in modo di non ostentare. Mi disse immediatamente di essere divorziata
– “Siamo in due, allora”- le dissi sorridendo. Vidi sul suo volto scorrere l’ombra e subito tornare la luce, come una nuvola che passa davanti al sole
– “Siamo veterane della vita allora, non trovi? “- Il suo “tu” arrivò con perfetta scelta di tempo, quindi decisi di usarlo anch’io. Marina mi piaceva davvero molto, e la cosa mi metteva a disagio. C’erano state troppe “amiche” nella mia vita. Avevo già dato. Ma con un senso di enorme sollievo, mi accorsi che vederla come una minaccia era la cosa più idiota che potessi pensare. E allora, come una diga che si apre, la inondai con il mio dolcissimo umore, che da troppo forse trattenevo dentro. E lei ne fu deliziosamente estasiata. Ci sono persone con le quali parli cinque minuti e ti accorgi che sei stata con loro da una vita, altre con le quali passi la vita che con te non ci staranno mai. Marina era bella e femminile come un quadro di nudo. Mentre parlava, la immaginai proprio così e lei forse ne ebbe coscienza perché si interruppe e sorridendomi dolcissima mi richiamò
– “Gabry? Scusa ma, dove sei in questo momento? “
– “Eh? No niente… Stavo solo osservando quanto tu sia femmina Marina” – Si allargò in un sorriso che la illuminò tutta. Mi invitò a casa sua per un caffè l’indomani, ma mi stupì con un
– “Se vuoi però, ci buttiamo su un taxi e possiamo andare da me anche subito…”
– “Mi spiace ma non posso ora… Facciamo domani, dai”
– “Certo Gabry, scusami… mi farà tanto piacere rivederti. Ho proprio voglia di conoscerti!” – La vidi mordersi leggermente un labbro. Avvertivo chiaramente che c’era qualcosa di allusivo in lei e mi metteva po’ troppa pressione per i miei gusti, ma Marina mi prendeva davvero molto, e l’indomani la incontrai volentieri. Viveva in una bellissima casa di Milano, con portineria e giardino interno
– “Uno dei pegni che paga mio marito, pur di tenermi fuori dalla sua vita… Non è il solo, ma sempre troppo poco” – Le parole erano piene di ironico odio ma il tono era quello del dolore. Era evidente che Marina amasse ancora l’uomo che un tempo era stato suo. Il giorno prima l’avevo letteralmente sommersa di complimenti per la sua eleganza essenziale e lei notai, mi aveva ripagato vestendosi praticamente allo stesso modo, solo cambiando l’abbinamento dei colori. Oggi era in gonna beige con ampio spacco, camicia rosso scuro, scarpe sempre tacco 12 di Sergio Rossi scamosciate marroni. La trovavo la quint’essenza della femminilità. Truccata poco ma benissimo, era perfetta. Non potendo pensare neanche lontanamente di avvicinarmi a lei in eleganza, avevo deciso di giocarmela con un tailleurino crema con leggeri richiami blu rigorosamente aperto, con una corta gonna dal maliziosissimo spacco dietro, una elegante canottierina quasi trasparente fantasia a fiori, attillata e corta che, grazie anche ad un push up leggero ed efficace, mi faceva risaltare bene le tette, scarpe tacco 12 scamosciate in tinta, una catenina con un piccolo pendente che si adagiava piacevolmente tra le tette, i miei due anellini, braccialetto, orologio, due orecchini ad anello mai troppo vistosi. Parrucchiere e mani fatte la mattina. Ero e volevo apparire al meglio delle mie possibilità e, dovetti riconoscere guardandomi nel grande specchio in camera mia, c’ero riuscita. Mi mostro la sua grande casa, dai soffitti altissimi, come le facevano un tempo, passando per corridoi lunghi e ampissime stanze. Il gusto di Marina era ricercato ed elegante, ma non sfarzoso. Riconobbi che, se mai avessi potuto arredare una casa, più di una semplice dimora, avrei chiesto a lei di aiutarmi nella scelta. Non notai una che fosse una fotografia. Quando mi passava avanti, facendomi strada, le guardavo il bel culo grande, le spalle ampie e, più di tutto, i polpacci forti, muscolosi. Ci sono alcuni segni che distinguono più di altri le chiavatrici. I polpacci, se parte di gambe belle ma normali, non di atlete intendo, quando sono evidenti, con le fasce muscolari ben divise, sono il segno che, con buona approssimazione, ti trovi di fronte ad una scopatrice. Che preferisca essere chiavata, allargando le gambe da sdraiata, che scopi lei l’uomo a smorza candela o che prediliga farsi montare da dietro, il polpaccio forte la identifica per quantità e qualità delle scopate che si fa o si e fatta. E Marina aveva davvero dei bei garretti. Speravo ardentemente, passandole davanti alla prima occasione, che anche lei notasse i miei, da autentica fuoriclasse. Anche la falcata, ampia e lenta, da cavallona, la faceva ondeggiare leggermente, come se fosse in preda ad una leggera ebbrezza. Parlava di lei. Io lì perdevo un po’, avendo un fisico meno longilineo ma, allineando bene uno davanti all’altro i piedi camminando, le mettevo davanti alla faccia il mio bel culetto altro e sodo, con delle belle sculettate che lei non mancò di notare
– “Che bel sedere che hai Gabry! Ieri non lo avevo mica notato… E lo muovi anche benissimo”
– “Grazie, anch’io ho notato il tuo…”
– “Che cattiva! Hai notato il mio culone…”
– “Ho notato che su una bella cavalla come te ci sta benissimo e anche che tu lo porti in giro bene”. Ridendo complici, mi prese sotto braccio e andammo in salotto a bere il nostro promesso caffè. Ragazza bellissima, finita l’università fu sposata dal miglior partito del paese come se fosse inevitabile. Quando il tempo la rese più donna e meno ragazza, partorita una bambina di quasi 5 chili, dopo un cumulo di corna nazionali ed estere, il marito le disse di aver fatto “conoscenza” con una ragazza lituana, ex pattinatrice sul ghiaccio ci tenne a sottolineare, di 20 anni più giovane di lei, la quale, a dire del marito, lo faceva sentire di nuovo giovane, gli rinnovava il sangue. Le giovani femmine sono da sempre il placebo del siero dell’immortalità dei maschi ricchi. Il mondo dorato di Marina, l’unico che lei avesse mai conosciuto, finì in quell’esatto momento. Il problema però era un altro e ben più grave: lei lo amava adesso più di prima. Così, quella giovane e il suo attempato complice, tradendola, ne uccisero dentro la parte femminile. E quando sua figlia ventenne poi, di ritorno dall’ennesimo viaggio ai Caraibi col padre e la sua “compagna” ex sovietica, le comunicò ufficialmente che
– “Svetlana è davvero una ragazza fantastica sai? La sorella ideale!” – Marina esplose
– “Ma davvero? Ma mi fa tanto, tanto piacere… Parlate dei ragazzi che ti scopi? Ti darà senz’altro qualche ottimo consiglio… Beh, esperienza dovrebbe averne tantissima perché mi dicono comincino molto presto dalle sue parti, facendo pratica con i maschi di famiglia… E così, oltre che idrovora dei soldi di quello stronzo puttaniere di tuo padre, ritengo lo sia anche di vari ed eventuali uccelli, magari ben più giovani di quello del tuo caro paparino, libera docente su come si fa a fottere prima il padre e poi la sua stupidissima figlia… Povera cretina che non sei altro” – Non la rivide più. Probabilmente la ragazza non aspettava altro, per trasferirsi dal ricchissimo padre e dalla sua nuova “sorella”. Il rimorso per quella sfuriata, che era solo un grido di dolore che le aveva tolto quello che riteneva, forse a torto, il suo bene più prezioso, l’unico rimastole, adesso la mangiava viva ora dopo ora. Il solito dubbio poi, che prende ogni donna abbandonata dall’ uomo che ama, di aver sbagliato tutto, di non aver capito niente, di non essere stata all’altezza… fece il resto. Lei era stupenda, ma lo avrebbe visto anche un cieco che stava soffrendo terribilmente. Sentii dentro un profondo dolore. Fui commossa quindi, constatando che, nonostante tutto, la sua perdurante e prorompente bellezza resisteva. Dopo la triste storia del suo divorzio e la fuga di sua figlia, per risollevarla un po’, decisi di utilizzare l’argomento che meglio conoscevo, il sesso e la sofferenza ne causa la mancanza. La vidi riprendersi subito bene, sapendo istintivamente che l’avrei trovata sensibile al tema. Dopo avermi ascoltato per un po’, si alzò dal divano senza dire una parola. Fece ritorno con un sacchetto di carta marrone, anonimo, che mi porse. Ci guardai dentro perplessa e vidi in fondo un grosso pene di gomma nero. Risi imbarazzata, richiusi il sacchetto e feci per restituirglielo, ma lei non volle sentire ragioni
– “Tienilo, io ne ho altri tre figurati, di varie dimensioni. Se non lo usi fanne ciò che vuoi, ma ti prego di prenderlo” – Ridemmo di gusto e decisi di accettare il suo osceno regalo, anche perché la mia “ mano” mi diede una clamorosa strizzata alla fica. Feci caso solo in quel momento, che adesso dallo spacco della gonna le potevo vedere bene le cosce bianchissime, e che la sua stupenda camicia di seta si era aperta di un altro paio di bottoni, lasciando ora vedere la corona dei capezzoli delle sue tette grosse e sode. Da quando eravamo sedute, una di fronte all’altra, non staccava gli occhi dalle mie gambe
– “Vuoi vedere quello “speciale” Gabry?” – mi disse con fare cospiratorio
– “Speciale come scusa?” – Ancora si alzò e ritornò. Adesso teneva in mano un pene metallico, dorato, sul quale correvano grosse vene e rughe profonde. In fondo c’era una corona e un tastino. Era il simulacro di un cazzo grosso e lungo, davvero bellissimo, che prender dentro sarebbe stato sublime. Prima che potessi dire qualcosa me lo mise in mano e lo accese. Era anche caldo! Vibrava facendo un piacevolissimo e sommesso ronzio. Ero imbarazzatissima, ma non riuscii a restituirglielo – “Ti piace? Sapessi quanto m’è costato… Ma non ho saputo privarmene!”
– “Si, è un oggetto davvero molto bello Marina. Potrei invidiartelo sai?” Come per un riflesso incondizionato le mie mani avevano iniziato ad accennare una sega a quel pene favoloso, e sul volto di Marina proruppe tutta la lussuria
– “Ma che brava! Ne hai mai maneggiati di così grossi Gabry?”
– “No, purtroppo no. Mai avuto il piacere… Anche se il mio ex era ben dotato quanto idiota, quindi pensa quanto ce l’aveva grosso!” – Scoppiammo a ridere e iniziò a toccarlo insieme a me. Avevo davvero trovato una collega… Dopo qualche secondo, mentre avevamo ancora per le mani quel fallo durissimo e caldo mi disse
-“Vuoi provarlo Gabriella?” – Deglutii più volte, tentatissima
– “Marina, senti… Non mai fatto questa cosa. E intendo sia l’una, che “l’altra” di cosa… Ti confesso di essere molto agitata in questo momento”
– ” Non volevo metterti in imbarazzo. Scusami, scusami davvero”
– “Non ti preoccupare. Ma vorrei che tu dicessi chiaramente cosa vuoi da me? Sii sincera, ti prego” Dopo molti sospiri mi disse:
– “Non sono lesbica Gabriella. Sento le tue stesse voglie. Ho capito che donna sei al primo sguardo” Teneva bassi i suoi stupendi e profondissimi occhi verdi.
– “Se è così sai che io adoro il cazzo Marina, che vorrei disperatamente fosse di carne!”
– “Anch’io Gabry! Esattamente come te! Non pensare neanche per un momento che non sia così! Ma dopo mio marito non ho più fatto sesso con un uomo, mai! Non ci riesco, sono bloccata! Quel bastardo si è portato via tutto di me. Ho paura!”
– “Paura? Tu? Ma se sei una bellissima donna, e lo sai anche tu. Devi solo lasciarti andare”
– “Non ce la faccio Gabry. Se sapessi… Ma lo sai cosa ho fatto la settimana scorsa? Una figura… Da non uscire più dalla porta!”
– “Cioè?”
– “Qua sotto c’è un bar, ci lavora un ragazzo di colore, un nero… Gabry, ti giuro, bellissimo! Un vero manzo…” Quel “manzo”, in bocca ad una donna raffinata come Marina, mi fece piegare in due dal ridere, e così fu anche per lei
– “Vai avanti” – le chiesi, appena ci riprendemmo.
– “Mi son fatta coraggio e ho deciso di provare a parlarci, decisa ad invitarlo da me, anche esplicitamente. Mi ero preparata anche dei soldi da dargli, in caso sai… per convincerlo”
– “Ma sei scema? Un figone come te ha bisogno di pagare un uomo? Ma su dai… Va beh, continua”
– “Mi metto giù da corsa, entro decisa nel bar, occhi fissi sul suo pacco… Mica vado ad inciampare in un tavolino ribaltando tutto il buffet? Ho fatto su un casino… Tutti che ridevano. E sto stronzo di un negro che prima mi da della rimbambita nella sua lingua e poi mi scoppia anche lui a ridere in faccia come un pirla!” Ero per terra dal ridere.
– “E si… ridi tu… Ma cazzo! Già me lo vedevo sopra che mi trombava come un mandingo… Ho comprato anche i preservativi grossi, guarda… Non sai la vergogna in farmacia… Per non farmi riconoscere sono andata dall’altra parte di Milano in taxi. E visto che c’ero ho comprato anche il lubrificante. guarda… Quello stronzo lì deve avere sotto un randello… Ho speso un capitale, che ha saperlo potevo pagarci Denzel Washington. Dio, ma perché sono così sfigata?” Continuavo a ridere, non mi fermavo più! Scoprii che Marina era simpaticissima, una vera sagoma
– “Dai vieni qui su, tu e il tuo pisellone d’oro… Siediti, che a momenti mi fai fare la pipì addosso dal ridere”
– “Davvero? Posso?” Sembrava una bimba a cui era stato dato il permesso di aprire i regali di Natale. Si sedette sul divano e io di fianco a lei. Si era creata una bellissima empatia e lei aveva deciso di essere vulnerabile con me. Deliziosamente spiritosa, sensuale, tenera, fossi stata un uomo me la sarei scopata all’istante
– “Grazie Gabry”
– “E di cosa, sciocca? Grazie a te… Ma senti un po’, sto negrone… Dici che si può recuperare la situazione? Che ne dici, entriamo a braccetto e gli chiediamo se ci fa lo sconto comitiva?”
– “Scema! Smettila di prendermi in giro!” rise. Era dolcissima e finalmente rilassata
– “Dio Gabry, che voglia di cazzo! Ma perché siamo così sfigate? Tu sei proprio una gran figa, eppure anche tu soffri”
– ” Marina, tu sei di gran lunga più figa di me, fattelo dire. Se fossi un uomo, avresti il mio cazzo in bocca da almeno mezz’ora. Sai che non riesco a smettere di guardarti le tette? ”
– “Toccale dai, che male c’è?” Si scoprì, alzando il seno prendendoselo da sotto con le mani e porgendomelo. Ero confusa in estasi davanti a quelle mammelle prorompenti. Vedendomi indecisa mi prese le mani. Pensai che il cuore mi schizzasse fuori dalla gola. Mentre le palpavo le tette lei si tirò su la gonna. Era nuda e pronta sotto, segno che aveva sperato si verificasse quello che stava accadendo, e che probabilmente io non ero la prima donna che stava lì con le sue mammelle in mano. Prese il grosso vibratore e se lo passò sulla fica pelosa, grossa, da donna vera. Lo umettò con il lubrificante che aveva comprato per il coito con il suo mancato amante negro, si sfilò le scarpe. Divaricò bene le gambe appoggiandosi coi piedi sul bel divano e si penetrò lentamente, guardandomi. Se lo accese dentro, spalancando la bocca dal piacere e buttando indietro la testa.
– “Non ci riesco Marina” mi sentii dire. Feci per ritrarmi. Era palesemente una bugia, un biglietto che dovetti obliterare
– “No! Ti scongiuro, stai qui!” mi gridò, trattenendomi. Iniziò a stantuffarsi violentemente, con quel cazzo enorme, che entrando e uscendo variava il ronzio piacevolmente. Colavo brodo dalla fica come una fontana, mentre la massaggiavo con forza. Marina era come una dea del sesso, caduta, che per appagarsi metteva la sua anima e il suo corpo a mia disposizione. Non potei fare a meno di baciarla, prima sulla guancia e poi sulle labbra. Lei ne approfittò subito, prendendomi per la nuca con la mano libera dal vibratore, e mi mise in bocca la lingua. Non mi ritrassi. La sua bocca aveva un sapore squisito. La aiutai a tenere aperte le gambe e questa complicità portò Marina vicina al suo orgasmo. Ero tentata di pomparla io, ma non trovai il coraggio. Ne sono profondamente pentita. Mettendole una mano sul suo bel ventre pieno, vero, avvertivo la vibrazione di quel cazzo meccanico instancabile, che andava e veniva da dentro di lei. La guardavo godere, bene, e fui felice di essere con lei, senza alcun senso di colpa. Le posi una mano all’interno della coscia a me più vicina, accarezzando delicatamente la sua carne meravigliosamente morbida, andando piano sempre più vicino alla sua fica carnosa e aperta dal grosso vibratore. La toccai sopra, scoprendo un grilletto grosso e gonfio di sangue, pulsante. Fui ad un passo dal prenderglielo in bocca e succhiarlo. Lo toccai solo tra le dita, massaggiandolo circolarmente. Si inarcò ,come in preda a delle convulsioni fortissime. Volevo assolutamente vedere il suo volto che si stravolgeva per la goduta ormi vicina. Guardarla venire fu una delle esperienze più intense della mia vita. Iniziò a respirare a fondo, gonfiando le guance e soffiando fuori l’aria sempre più forte. Mi sembrò di assistere al suo parto, e in parte fu proprio così. Il vibratore era davvero enorme e mi chiesi come faceva a prenderlo così tanto dentro! Stava per venire. Lo prese alla base con entrambe le mani e se lo spinse dentro ancora e ancora… Smise di respirare, con il corpo scosso da violenti sussulti. Poi tutta la sua carne fino a quel momento tesa allo spasimo, crollò sul divano. Emise dalla gola un lunghissimo e ritmato guaito, l’urlo di piacere più intenso che avessi mai udito. Provai invidia e amore in quel momento. E ne rimasi sconvolta. Senza dire niente, la baciai sulla bocca a lungo, profondamente, e scappai via, ancora una volta, lasciandola lì da sola, semisvenuta sul suo bel divano. In strada trovai un taxi, al quale diedi a fatica indirizzo di casa. Uno dei miei tabù più profondi e radicati era stato appena spazzato via, da un essere divinamente carnale. Non fu l’ultimo. Sapevo che molte donne divorziate e sole, avevano iniziato a trasformare le loro amicizie femminili in relazioni sessuali lesbiche. Alcune avevano scoperto un paradiso perduto, altre semplicemente calore umano e carnale complicità. In ogni caso il sesso richiamava tutte al proprio ordine supremo e assoluto. Ritenni, avendo trovato una donna come Marina, di aver trovato l’uno e l’altra. E mi considerai molto fortunata. Volevo rivederla subito, e fui tentata di far girare il taxi e tornare da lei. Con uno sforzo immane mi imposi di aspettare una sua telefonata, il suo di desiderio. Pregai con tutta me stessa che facesse presto, perché sapevo che non avrei saputo resistere più di qualche ora. Arrivata a casa mi spogliai e mi buttai sotto la doccia. Avevo avuto l’esperienza erotica più forte di tutta la mia vita, senza aver avuto neanche un piccolo orgasmo, e la cosa si riverberava dolorosamente nella mia fica. Dovevo ritrovare almeno una parvenza di lucidità e la doccia è sempre stata il mio rifugio, il mio tempio personale. L’acqua calda che mi scorre addosso mi rilassa e mi tranquillizza e la uso per potermi a masturbare spesso e in assoluta tranquillità . Dopo lunghissimi minuti che passai seduta sul pavimento ad occhi chiusi, rividi ancora Marina che godeva e la lancetta del mio barometro biologico si posizionò in maniera decisissima su “voglia di cazzo stabile e persistente”. Mi lavai prima le parti meno sensibili e poi, piano piano mi diressi sempre più verso la fica che, dopo essermi palpata adeguatamente le tette e aver giocato un po’ coi miei lunghissimi capezzoli, mi attendeva gonfia. Da seduta a gambe larghe, ma più spesso appoggiata faccia al muro, mi sgrillettavo con le dita ben insaponate, con le gambe appena aperte, sognando che un maschio robusto e capace mi scopasse da dietro, mentre io mi facevo venire di grilletto. Mi venne in mente il “mandingo” di Marina e me lo vidi dietro, che mi chiavava tenendomi per le tette, allargandomi la fica con quel suo palo scuro, toccandone il fondo.
– “Ma, scema che sei!!!” Il pisellone nero che mi aveva dato Marina era lì nella mia borsa che aspettava solo di essere usato! Corsi a prenderlo tutta sgocciolante. Lo trovai nella borsa e lo trovai bellissimo. Vicino a lui il telefonino stava vibrando per una telefonata in arrivo. Il cuore accelerò. Sullo schermo il nome di Marina lampeggia, insistente. Notai che aveva già chiamato tre volte. Premetti il verde
– “ Ciao”
– “Dio ti ringrazio!… Ciao. Ma perché non mi rispondevi? Stai bene?” Cazzo… che donna pensai. Mi chiede se sto bene… divina!
– “Si. Sto bene, Grazie. E prima che tu me lo chieda, si, sono innamorata di te”
– “Siii!!! Dio che bello! Tesoro mio” E non ci fu niente altro da aggiungere. Due donne belle e sole si erano incontrate, piaciute e avevano fatto sesso. Ora stava alla loro intelligenza decidere cosa costruirci sopra
– “Vieni da me subito Gabry. Adesso sono io che voglio veder godere te”
– “Ah che furbina… Mi attiri da te come uno di quei fiori carnivori”
– “Uh, che bella idea! Dai vieni qui…”
– “Marina credimi, non c’è cosa che vorrei di più in questo momento. Se ti dico cosa stavo per fare…”
– “Sbatterti dentro il cazzo di gomma che ti dato, ovvio” Scoppiai a ridere. Che donna!
– “Ero sotto la doccia”
– “Oddio come vorrei essere lì con te! Giurami che la prossima volta la facciamo insieme”
– “Cara, non ho problema a giurartelo! Adesso vorrei andare a provare il tuo preziosissimo dono”
– “Mi chiami, dopo? E ricorda che ti voglio qui al più presto”
– “Ai tuoi ordini, mia signora”
– “Allora buon stantuffo. Lasciami qualcosa, mi raccomando! E Gabry, volevo dirti… Anch’io, già da ieri”
– “Si, adesso l’ho ben capito!”
– “Allora ciao tesoro”. La doccia mi accolse, e io accolsi dentro il cazzo nero, facendomi venire intensamente. Ma mi mancava il calore che poteva darmi Marina. Non potei andare da lei perché Giovanni rientrò a casa con 39 di febbre e decisi di stare con lui. Quella notte mi introdussi ancora dentro il grosso uccello di gomma nera. Iniziai a pompare piano e poi sempre più forte e più a fondo. Arrivarono gli orgasmi. Ne notai subito la differenza. Erano belli e intensi, ma ahimè, non erano umani. Comunque la mattina constatai che l’attrezzo aveva senz’altro eseguito bene il suo compito perché nel mio letto, all’altezza del pube, c’era un lago asciutto di umore, come se mi si fossero rotte le acque prima di un parto. Trovai mia figlia a tavola che faceva colazione. Mi sorrise dolcemente:
-“Ho sentito che ti lamentavi stanotte”. Arrossii, non mi ero accorta di aver fatto rumore.
– “Si, beh avrò fatto un brutto sogno”. Lei non disse nulla annuendo. Finì di bere il suo tè e alzandosi venne a darmi il solito bacio prima di andare a scuola.
-“Sicura che fosse così brutto il sogno che hai fatto, mammina?” Mi baciò e prima che io potessi dire qualcosa uscì. Non tutte le sere certo, ma spesso il “nero”, come lo avevo soprannominato, veniva a trovarmi. Gli incontri con Marina divennero quasi quotidiani. Avevamo trovato una stupenda armonia, non solo fisica peraltro. Scopavamo un po’ ovunque, ma il nostro must erano la sua doccia e l’enorme idromassaggio del suo bellissimo bagno. Facevamo lunghissime chiacchierate, mentre ci lavavamo a vicenda, che culminavano invariabilmente con altrettanto lunghe chiavate, con lingua e vibratori, che Marina, lasciandomi basita, accoglieva anche nel suo bellissimo e grande culo, ma solo quelli di dimensioni “normali”. Le piaceva da morire quando le mettevo nell’ano un attrezzo bianco, liscio, di dimensioni equivalenti ad un bell’uccello, ma non enorme. Dopo averlo acceso, lei lo teneva dentro, e io, umettandola con la lingua e crema, le penetravo la fica con quello “grosso”. Riempita tutta, accendevo e iniziavo il lavoro di stantuffo. La doppia penetrazione la faceva delirare di piacere, anche perché appena possibile la sgrillettavo a più non posso. Godeva a tal punto, che al culmine mi supplicava di fermarmi
-“Basta! Basta! Tipregooooo!!!! Mi scoppia il cuore! Bastaaaa!” E veniva ancora… Io la lasciavo riposare un momento e poi ricominciavo
– “Tiiiiii preggggggggg…. oooohhhh!!!!” E veniva ancora…. Bellissimo. Fissavo con le mani il cazzo sul bordo della vasca e lei ci cavalcava sopra come un’amazzone. Quella sua carne bianca e tenera, la sua dolcissima carnalità… Io il culo non glielo diedi, ma per il resto Marina mi ripagò delle stesse attenzioni. Diventammo grandi amiche. Del cazzo.
Amaramente però sentivo che la voglia di un cazzo vero, di un uomo che mi pompasse dentro la sua carne calda, che mi schiacciasse con il suo corpo esausto dopo avermi spruzzato dentro tutto il suo piacere, non spariva affatto anzi, aumentava terribilmente. L’ astinenza mi aveva fatto diventare esperta nel riconoscere le femmine appagate dal sesso. La mattina ad esempio, in metropolitana, andando al mio saltuario e comodo lavoro, osservavo le donne che avevo intorno. Cupe e chiuse in loro stesse, la testa bassa, i capelli, non in disordine, ma poco curati. Le mani nascoste, le labbra sottili e chiuse. Immobili. E poi rimanevo abbagliata della luce riflessa da autentiche stelle, che brillavano come il sole. Curate e sorridenti, alzavano leggermente una gamba, in piedi, quando parlavano di un uomo, forse il loro, di quanto ne fossero attratte. Chine sui cellulari, battevano messaggi, le cui risposte le facevano sorridere e arrossire, guardandosi intorno per vedere che nessuno le stesse spiando. Le gote rosse, le labbra gonfie, d’estate vedevi i loro seno dritto sotto le camicette leggere. Le sentivi ridere di gusto e di gola. La loro espressione, più di tutto, parlava del sesso che le appagava. Volavano, non camminavano. Gli occhi, il viso, dicevano che erano state scopate bene, dall’uomo giusto, che erano colme del nettare che esce dai suoi testicoli, infondente loro la calma e la sicurezza che solo lo sperma di un uomo amato sa donare. Armoniose, grazie a quella scossa che tutto resetta che è l’orgasmo di una donna innamorata. Le osservavo ammirata ed invidiosa. Poi guardavo il mio volto, riflesso nel vetro del metrò. Io non ero più neanche loro lontana parente. Forse non lo ero mai stata. Arrivò questo Agosto. Mi sentivo sola perché i ragazzi erano andati a stare dal padre per le vacanze, come da sempre convenuto. Marina era andata da sua sorella in Francia per questioni di eredità e continuava a rimandare il ritorno. Mi voleva con lei, ma non me la sentivo. La volevo Milano, tutta per me. Ero in drammatica astinenza da sesso. Durante una doccia avevo avuto l’idea di accovacciarmi e, per variare provare a sedermici, sul “nero”, cavalcandolo, mentre l’acqua calda mi bagnava il corpo. La complicata meccanica del gesto e l’acqua, che doveva simulare un abbraccio, frustrò ogni mia velleità. Fui preda di una triste amarezza. Mi mancava terribilmente un compagno di carne e sangue a cui far capire che lì e in quel preciso istante, volevo essere scopata, montata e rimontata. Berne prima e esserne inondata poi nel ventre dal suo seme denso. Al solo pensiero mi sentii svenire. Mi misi a piangere. Guardai lo specchio e vidi una donna ancora molto piacente, che stava inesorabilmente appassendo, come una pinta a cui si nega l’acqua. E la mia acqua era il liquido bianco e traslucido di un uomo, sapientemente e pazientemente stimolato, che ti ripaga poi per questo con il piacere di avere il suo membro duro e turgido che ti si muove dentro. Grazie a Dio suonò il telefono.
Era Giorgio. Ebbi un flash e per poco non svenni ancora. Dopo i soliti convenevoli mi chiese se potevo fargli un grosso favore. Luca, il suo secondo figlio, era tornato dagli Stati Uniti e aveva trovato un impiego temporaneo a Milano. Doveva iniziare a lavorare subito però. “Puoi ospitarlo per qualche giorno, in attesa che si sistemi?” dissi ovviamente di sì e che poteva venire quando voleva. Sarebbe arrivato l’indomani. Passai una notte agitata, tra caldo e pensieri confusi. Suonò il citofono e Luca si annunciò. La sua voce mi piacque subito. Non lo vedevo da anni. Era poco più di un ragazzo quando si recò negli USA per studio. Lo attesi sulla porta. L’ascensore si aprì. Rimasi basita. Davanti a me c’era mio fratello Giorgio ma ancora più alto e fisicamente più prestante e con qualcosa nel viso che mi ricordava la sua bellissima madre. Sentii le gambe cedermi. Non avevo mai visto, da vicino, un maschio tanto bello. Mi abbracciò sollevandomi da terra come se fossi una bambina. Le mani enormi mi presero sotto le ascelle e per un attimo mi sfiorarono il seno. Ne fui talmente sorpresa che mi afflosciai tra le sue braccia, completamente abbandonata. Quando mi rimise giù, iniziando a ringraziarmi per l’ospitalità, la mano che da tempo non sentivo, mi diede una strizzata violentissima alla fica. Quasi subito sentii colarmi lungo le cosce l’umore caldo che ne usciva. Mi scappava la pipì, come a un cane quando fa le feste al suo padrone. Ero andata in calore all’istante. Imbarazzatissima, lo feci accomodare in salotto e mi diressi in bagno. Dovevo calmarmi. Avevo letto un articolo che diceva che alcune donne, solo guardando alcuni uomini, svenivano di piacere. Non avevo mai creduto fosse possibile una cosa del genere. Ebbene, mi sbagliavo di grosso. In bagno c’erano dei sandali aperti a zatterone alti e molto sexy, di mia figlia, che indossai subito, sperando che Luca non avesse notato le precedenti ciabattine basse. Indossavo un abitino intero color ocra di cotone leggerissimo e scollato, senza il reggiseno. Guardandomi decisi che andava bene, ma mi misi una collana che stava lì da un po’. Mi passai uno stick deodorante sotto le ascelle e mi misi un assorbente leggero. Mi legai indietro i capelli camuffando la mancanza di una fresca messa in piega. Non potevo truccarmi, non in quel momento almeno. Mi guardai allo specchio e vidi una donna che io avrei senz’altro scopato, decisi. Ma lui? Trassi un profondo respiro e tornai in salotto, tutta scodinzolante.
Mi raccontò degli USA e io di ciò che era accaduto con mio marito. Voleva sapere come l’avevano presa i suoi cugini. Io dopo un po’ di parole mi ritrovavo a dirgli che era molto, troppo tempo che ero da sola. Vivevo nell’attesa che mi rivolgesse la parola o mi chiedesse qualcosa. Gli avevo dato la stanza di Giovanni. Fu sorpreso di sapere che i suoi cugini non ci sarebbero stati ma non mi sembrò così dispiaciuto. Avevo per casa un bellissimo giovane uomo. Ero talmente in calore da non pensai neanche per un attimo che era il figlio di mio fratello. Credo che ad un certo punto lui lo intuì. Ne ebbe sicuramente prova quando mi comunicò che non sarebbe rimasto a cena perché doveva incontrare degli amici. Forse lo fece per mettermi alla prova. Mi lesse sicuramente in faccia la disperazione di una donna che vede andare via il suo uomo e non sa con chi. “E se tra gli amici ci sono delle donne? Sicuramente saranno attratte da lui! E se sono giovani e troie non lo vedrò più!”. Ero nel panico. Lui si avvicinò a baciarmi sulla guancia e mi lasciò con un enigmatico:
-“Non preoccuparti zia, non farò tardi”. Alzandomi il più possibile sugli zatteroni lo abbracciai, stringendolo troppo a me. Sentì tutto di me, i miei capezzoli lunghi e duri, forse anche le labbra della mia vagina gonfie e sporgenti, tutto il mio corpo che lo voleva. Non potendo credere a quello che mi sentii uscire dalla bocca, rispondendo con un languidissimo
-“Ci conto Luca, mi raccomando”. Esitò un istante. Mi diede un altro bacio, che stavolta mi sfiorò l’angolo della bocca, e scappò via.
Ero in ansia per il suo ritorno. Camminavo, mi sedevo, mi rialzavo… Liquidai velocemente i miei figli, durante la solita telefonata serale. Alessandra intuì che doveva esserci qualcosa nell’aria. Con il suo solito modo di fare ironico, mi disse
-“Mamma, ma va tutto bene?” La sentivo sorridere dall’altra parte, come se avesse capito che aspettavo un uomo, ma che sapendo che avevo ospite Luca, qualcosa non quadrava. O che invece sì, quadrava eccome. Entrai in paranoia. Quella ragazzina era troppo furba. Come faceva a leggermi dentro così facilmente? Pensai di calmarmi prendendo qualcosa. “No! “. Non potevo corre il rischio di stordirmi. Allora pensai al “nero”, di procurarmi qualche orgasmo per calmare la voglia, ma subito ripudiai l’idea: ammesso che ce ne sarebbero stati, tutti i miei orgasmi dovevano essere di Luca. Ero assetatissima. Continuavo a bere e capii poi il perché: perdevo una quantità di liquido impressionante dalla vagina. Andai in bagno, ancora una volta a sciacquarmi la fica che continuava ad allagarsi dei miei umori e a guardarmi. Notai il colore vivo del mio viso: il desiderio mi avevo riacceso dentro la vita! Finalmente… Sperai solo di non restare delusa. Il solo pensiero mi fece sprofondare nella più cupa angoscia. “E se stessi fraintendendo tutto? Se lui fosse disgustato di me? Un uomo così bello, così giovane!” Riaffiorò per un attimo quello che lo stronzo di mio marito mi aveva fatto passare. Mi toccai le gambe, depilate e lisce, il mio pube sfoltito e rasato, il mio seno ancora sodo, la pancia appena accentuata. Si, ero bella ancora. Quel giovane maschio mi aveva fatto rifiorire di colpo. La mano mi strinse l’utero come il morso di una belva ferita. Mi sfilai le mutandine e corsi a prendere il cellulare. “Dove sei? Torna da me, subito!” Restai a guardare il messaggino sul display, non sapendo se mandarlo. Sentii arrivare un altro morso, chiusi gli occhi e premetti il tastino verde. Aspettai la sua risposta, invano. Iniziai a tremare, non riuscivo a smettere di farlo. Guardavoil telefonino muto. Mi sentii morire. “Perché non mi risponde? Ecco, è la prova che non mi vuole! Ho frainteso! Stupida che sono! Ma cosa mi è venuto in mente! Dio! Adesso cosa faccio? E se lo dice ai suoi? Nooo, io mi ammazzo…”.
L’ascensore si fermò al piano. Corsi a sedermi sul divano, facendo finta di guardare la TV, che non mi resi neanche conto era senz’audio. La luce era spenta. Luca entrò salutandomi caldamente. Io lo guardavo da sopra la mia spalla, seduta, pietrificata. Si avvicinò guardandomi come se volesse vedere come ero vestita e se lo stavo aspettando. Provai a parlare, ancora nel panico per come mai non avesse risposto al mio sms. Farfugliai qualcosa che lui capì:
-“Ma, mi hai mandato un sms zia? Non l’ho ricevuto! Ah, guarda, mi si è spento il telefono… Scusami. Ti sei preoccupata?” Mi sciolsi come un panetto di burro buttato in un vulcano.
-“Un pochino…” e mi si ruppero ancora le acque.
-“Come è andata la cena?” Mi morivano le parole in gola e la belva che avevo dentro mi stava dilaniando pancia e fica adesso. Si avvicinò rimanendo dietro di me. Si chinò a baciarmi, prima sulla guancia, sorridendo, poi la spalla nuda. Cercai istintivamente di capire se avesse scopato con un’altra donna, annusando il suo odore, come una cagna.
-“Vado a cambiarmi”. Tornò vestito di una tuta leggerissima e aderente e una T-shirt con le maniche tagliate, in tipico american style. Vedevo, e ne rimasi sbalordita, che non si era messo gli slip. Si sedette vicinissimo a me, si mandò indietro i capelli quasi neri, foltissimi, allargando le braccia sul divano, cingendomi. Non avevo mai avuto vicino un uomo che mi dava quelle sensazioni ancestrali violentissime. Percepii che stavo per avere un orgasmo solo trovandomi lì con lui.
-“Ti ho aspettato Luca, tanto. Ma adesso ho paura di te” dissi. Mi accarezzò la guancia guardandomi.
-“Anch’io ne ho, zia. Sai, l’ho ricevuto il tuo messaggio” mi disse sorridendo.
-“Bastardo!” Lo colpii con i miei piccoli pugni sul petto, ridendo. Mi sembrò di percuotere una quercia con un bastone. Quelle parole, quella complicità, mi fecero tornare a respirare. Chi era questo giovane Dio? Così giovane eppure già così esperto per capire di cosa avevo esattamente bisogno in quel preciso momento? Caddi in adorazione. Presi la sua mano e la baciai. Lui mi passò le dita sulle labbra e me le aprì, indicandomi cosa desiderava da me, esplicitamente. Gli leccai il dito, davvero come una cagna in calore. Ero fuori di me dalla voglia. Questo era un uomo. Ne avevo finalmente incontrato uno. Sperai solo di essere abbastanza donna per lui. Mi aveva portata in un’altra dimensione, semplicemente toccandomi il viso. Non ero più la stessa donna. O meglio, forse era emersa la vera donna che c’era in me. E non sarei più stata l’altra, quella falsa. Ora non potevo più, anche volendo, tornare indietro. Sentivo il mio cuore e la mia fica che pulsavano, insieme. Luca si portò le mani alla tuta e la abbassò. Ondeggiando, uscì dai pantaloni il cazzo più grosso e lungo che avessi mai visto. Con un sorriso dolce ma malizioso disse:
-“Guarda cosa hai fatto, zia”. Mi sorpresi a sorridere con lui. Ero estasiata dalle dimensioni. Non era ancora duro bene, con il glande ancora coperto dal suo cappuccio di pelle. Già me lo sentivo dentro che mi premeva sulla pancia, facendomi impazzire. La complicità che Luca aveva saputo creare e la vista di quell’uccello maestoso, vinsero sulla paura e su ogni mio residuo pudore. Lo presi, e mi accorsi che non bastava tutta la lunghezza della mia mano per cingerlo. Lo strinsi, constatando con piacere che non era ancora all’apice della durezza. E che io di lì a poco ce lo avrei portato. Luca mi disse poi che osservandomi, vide netta la mia trasformazione. Ora aveva davanti a sé una femmina, carnale, che guardava famelica il “suo” uccello, come una pantera guarda una preda. Mi fece tornare in mente la madre troia della mia amica. Descrisse il mio volto che si trasfigurava, la bocca che si apriva, la punta all’insù della mia lingua che toccava il labbro superiore, gli occhi spalancati. Fui grata ed estasiata da quella così attenta descrizione. Nessuno mi aveva mai fatto un regalo tanto bello. Gli era bastato un attimo per capire chi fossi e quanto e come il sesso, il cazzo del mio uomo, contassero per me. Era il mio idolo, il mio totem. Che ero una religiosa adoratrice del sesso e del fallo maschile. Fece scivolare giù dalle spalle il mio vestitino e rimasi nuda. Dalle mie tette sporgevano i capezzoli, oscenamente lunghi, ad indicare quanta voglia di uccello avessi. Li sfiorò, facendomi sussultare, mi prese per le mammelle e iniziò a succhiarli, forte, come se ne volesse davvero estrarre il latte. Urlai di dolore e di piacere. Aveva trovato uno degli accessi al mio piacere profondo. I capezzoli erano stati per me addirittura un problema, durante l’allattamento dei miei bambini. Godevo mentre li allattavo. Stringevo le gambe e mi bagnavo, sempre in preda di quella mano dentro di me, mordendomi le labbra per non urlare. Lo dissi a mio marito, che ne rimase sconvolto e disgustato, facendomi sentire come una troia ninfomane. Mentre guardavo Luca succhiarmi le tette, pensai che forse aveva ragione.
Mentre “allattavo”, continuavo a menargli l’uccello, sempre più duro. Stavo quasi per fare uscire la grossa cappella dal prepuzio, quando mi fermò:
-“Con la bocca zia”. Titubai solo per un attimo. Mi avvicinai e gli passai la punta della lingua sulla punta, proprio sul taglio da cui esce lo sperma, che ora sporgeva un pochino. Poi con le labbra umide gli avvolsi il cazzo, dapprima solo in punta, poi per tutto il glande che ora, nudo e gonfio, avevo preso in bocca, leccandolo anche dietro, proprio sul filetto. Lui buttò la testa indietro per il piacere e io ne fui molto compiaciuta. Ero sempre stata brava a spompinare: calma, delicata, paziente, ma anche veloce e profonda, se serviva.
-“Godi mio giovane signore, godi. Vienimi in bocca, subito se vuoi” gli dissi. Ad ogni movimento mi abbassavo un poco di più, e presto gli presi il cazzo fino in gola. Mi prese la mano e se la portò sui coglioni grossi, duri, gonfi di sperma. Avevo imparato a riconoscere un uomo dai testicoli. Il modo di dire “hai due palle così” per me è vero.
-“Mi fanno male da quando ti ho visto, lo sai?”.
-“Perché non me lo hai detto subito, sciocco?” lo rimproverai ironicamente. Li massaggiavo pesandoli, prendendoli in bocca, sentendo Luca fremere di paura e piacere. Un uomo che ti da i suoi testicoli da succhiare e massaggiare, si affida a te completamente, totalmente. Non sarà mai più così vulnerabile. E’ un gesto di assoluto rispetto verso la donna che sta chiavando, molto spesso frainteso dalle donne. Mi ritrassi e gli fece scorrere il pollice sul canale dello sperma, già bello pieno. Dalla punta uscì una grossa goccia di liquido trasparente, segno che si stava preparando a venire. Mi ci avventai sopra succhiandola avidamente, assetata. “Finalmente” dissi tra me.
-“Zia, è da quando ti ho visto che speravo tu lo facessi”
-“Anch’io tesoro, anch’io”
-“L’ho avvertito subito che eri pronta per scopare. Eri come una giumenta pronta per la monta, che si gira verso il suo stallone mostrandogli il culo, spostando la coda. L’odore della tua fica era intensissimo. Sei davvero una gran una femmina sai zia?”. Rimasi scioccata e colpita da quelle parole, ma ammisi che aveva assolutamente ragione. Se lo avessi saputo, mi sarei messa subito a pecorina, aprendomi le labbra della fica, invitandolo a entrarmi dentro con tutto quel suo attrezzo enorme. Il mio corpo aveva intuito immediatamente, quello che il mio cervello, per retaggio e educazione, non poteva capire con la stessa rapidità.
-“Se continui così però, godo subito zia Gabry”
-“Godi tesoro, vieni, non preoccuparti per me” Mi commosse, che un uomo cosi bello e giovane, si interesse al mio di piacere. Mi prese per la coda di cavallo dei miei capelli legati e mi spinse giù la bocca sull’uccello, brutalmente. Non avevo mai permesso a nessuno di farlo. Non volevo essere guidata mentre facevo un pompino, mi infastidiva, era un gesto offensivo per me. A lui permisi anche di toccarmi le orecchie, di entrarci dentro, di leccarmele. E mi piacque da morire. Ero vergine in quelle zone. Mi ero conservata vergine per lui, pensai. Incredibile cosa può fare una donna per l’uomo di cui si innamora. Pompavo e leccavo a più non posso ora, libera di farlo godere a mio piacimento. Mi fermò. Non capivo.
-“Non vuoi che ti faccia venire?” Mi prese la paura di avergli fatto male o di averlo offeso in qualche modo. Invece Luca, alzandosi, mi spinse indietro facendomi sdraiare sul divano. Prese il mio viso con una mano e mi infilò in bocca il cazzo. Iniziò così a “scoparmi la bocca”. Confortata dal suo uccello di nuovo in mio possesso, apprezzai questo gesto bellissimo e inatteso. Lo stavo sempre spompinando, ma non voleva che mi affaticassi troppo e quindi si muoveva lui! Mi dava colpi lenti e profondi, flettendo le gambe in una ginnastica erotica meravigliosa, proprio come se mi stesse chiavando. Gli avevo preso in mano i coglioni, preoccupata, perché li vedevo sbattere avanti e indietro. “Non farti male amore mio, soprattutto lì!”. Ero in attesa dei suoi fiotti bollenti. Dovetti anche poggiargli le mani sui fianchi, fermando a malincuore alcuni colpi troppo profondi nella mia gola. Comprensiva, gli presi in mano l’uccello, sempre mentre continuava la nostra scopata orale, e iniziai a menarglielo alla base, fiduciosa che quella sega, insieme al resto, lo facesse venire subito. E ancora, si fermò! Ero indispettita, assetata com’ero di sperma giovane e fresco. Mi tirò su le gambe e me le allargò. Avevo ancora ai piedi gli zatteroni di Alessandra e feci per levarmeli ma lui li trovò molto erotici e mi chiese di lasciarli. Chiedeva ciò che voleva con dolce fermezza. Io non gli avrei rifiutato nulla comunque. Si mise davanti alla mia fica e con la mano aprì le labbra gonfissime, iniziando a massaggiarmi il grilletto che sporgeva fuori come un grosso pulsante. Mi sentivo colare tra le natiche tutto il mio brodo caldo. La sua mano si muoveva sempre più veloce e gli schizzi del mio umore gli bagnavano il viso. Lui li raccoglieva con la lingua. Lo trovai sublime, un gesto di complice riguardo bellissimo. Mi infilò una, poi due, poi tre, dita della sua grossa mano dentro e le chiuse verso di se come se stesse suonando delle nacchere. Con il pollice continuava a sgrillettarmi, premendo sul clitoride. Proruppi in un grido acutissimo, perché ebbi l’orgasmo duplice, fuori e dentro, più intenso e violento della mia vita. Lui sfruttò la mia temporanea partenza per un altro pianeta, e mi infilò il suo grosso dito medio nel culo. Spalancai gli occhi sorpresissima e confusa. Era un’altra cosa che pensavo non avrei mai permesso a nessuno.
-“Luca, cosa mi stai facendo?” seppi solo dire
-“Zitta. Godi anche col culo zia, ti prego”. Aveva il pollice infilato in fica e il medio nel mio ano contratto per la sorpresa, del tutto imprevista. Ma lo era veramente poi? Vedendomi ancora un po’ sotto shock, mentre aveva occupato ogni mio orifizio, si chino a leccarmi il grilletto, oramai grosso e pieno di sangue come la mia lingua, sensibilissimo. Ululai come una lupa e proruppi in un orgasmo di proporzioni cosmiche. E godetti anche con il culo, o almeno così mi sembrò. Ero assolutamente e piacevolissimamente confusa a livello sensoriale. Passato lo tsumani di piacere che mi aveva investito, provai a portarmi verso il suo uccello; lo volevo ora più che mai, ma lui mi rimandò indietro, con fermezza.
-“Sta giù. Godi ancora”. Era un ordine. L’ordine di un uomo abituato a darne. Non mi sono mai fatta comandare da un uomo, soprattutto mai a letto. Ho sempre comandato io. Fui felicissima di constatare che la mia carriera di pseudo “dominatrice” era finita.
Aveva ripreso a battere con le dita sulla parte superiore interna della mia fica ed ero già pronta per un altro orgasmo, che infatti arrivò.
-“Dammelo ti prego, mettimelo in bocca adesso Luca, ti scongiuro!”
-“ Si, ma tu continua a farti venire”. Prese la mia mano e la portò sul mio clitoride, rimettendomi il cazzo in bocca, finalmente. Mi sgrillettavo, mi infilavo dentro le dita, e nel frattempo lui mi pompava l’uccello fino in gola. Stavo per venire ancora e mi ritrassi istintivamente per poter urlare tutto il mio piacere.
-“No! Riprendilo in bocca!”. Il mio urlo allora gli si scaricò tutto sul cazzo. Usava la mia bocca come un vibratore. Il mio mugolio urlato lo sta facendo godere! Fu meraviglioso. Sentii il suo cazzo pulsarmi in bocca che ancora io stavo gridando per il mio orgasmo. I fiotti mi riempirono subito bocca e gola, che era ancora aperta per l’urlo. Stavo soffocando ma intanto godevo e godevo nel sentirmi venire lui in bocca! Usando la lingua come barriera ai suoi fiotti, iniziai a deglutire quel liquido densissimo, facendo spazio all’altro sperma che Luca continuava a pomparmi in gola. Lo mandai giù a sorsate. Mi sentivo deglutire rumorosamente, bevevo tutto quel nettare divino. Lui intanto mi guardava in silenzio, con il volto stravolto dal piacere e dal compiacimento, che c’è sempre in un uomo che gode in bocca ad una donna e che la vede ingoiare il suo seme . Mi accorsi che non lo avevo sentito fare un gemito. Mi allarmai:
-“Tesoro mio! Ma non hai goduto bene?” dissi con la bocca impasta e con un po’ di sperma che mi colava dalle labbra. Si chinò a baciarmi, mettendomi la lingua in bocca, ancora un gesto bellissimo e complice, prendendomi poi le tette tra le mani, scendendo a leccarmi i capezzoli, umettandoli con quel suo lubrificante naturale.
-“Godevo a guardarti zia. Ho goduto tantissimo e benissimo. Ti è piaciuto il mio sperma?”
-“Si, da morire. A momenti mi ci affoghi…” gli sorrisi.
-“Sicura? Meno male… Perché ho intenzione di fartene bere molto, zia Gabriella”. Mi esplose dentro una bomba di gioia, innescata da quel liquido caldo e denso, arrivato nel mio stomaco. Scoppiai a piangere. Stavo seduta, dritta, le braccia tese, singhiozzando forte. Le lacrime mi uscivano dagli occhi, come poco prima erano uscite dal mio utero, forse per lo stesso motivo, ma con meccaniche diverse. Tutti gli anni di sofferenza, di rinuncia, di umiliazione, se ne andavano via attraverso di loro. Tutto il male accumulato, era stato pompato fuori dalla sentina che avevo dentro, dal il cazzo di Luca, con lo sperma di quel giovane uomo. Non potevo non capirlo all’istante. Luca mi osservava, sdraiato, appoggiato su un gomito, senza dire assolutamente niente. Lo apprezzai, come amante e come uomo. Sapeva usare il silenzio come un arma, da impiegare come, quando e se necessario. In quel momento il suo silenzio fu quanto mai d’oro: non avrei tollerato nessuna intrusione nella mia liberazione, perché era, doveva essere mia e mia soltanto. Al momento giusto Luca mi chiamò a se e io, adesso di nuovo pronta, di nuovo femmina, corsi da lui. Lo baciai letteralmente da capo a piedi, ripeto, letteralmente, ma poi non potei che tornare là dove tutto ha inizio, sempre, dalla notte dei tempi. Non persi tempo, non volevo più farlo. Usai lingua e bocca per farglielo tornare duro al più presto, e quando lo sentii di nuovo pronto, mi posizionai sopra di lui, puntai il suo uccello tra le mie labbra, e ci affondai sopra, come se volessi infilzarmi con quel suo bastone di carne. Mi sembrò che la fica mi si lacerasse, lungo tutto il percorso che il cazzo fece per percorrerla tutta, fino in fondo. Fu come accendere di nuovo le luci al neon in un enorme capannone rimasto vuoto e sfitto per lungo tempo, che eccitate dalla corrente che arriva loro dentro, si innescano una dopo l’altra illuminando tutto. Gli affondai sopra fino ai coglioni, con forza, sentendo l’uccello deformarsi dentro di me avendo con buon anticipo raggiunto il fondo della mia fica, spingermi dentro le viscere. Dovevo farlo. Dovevo spaccarmi il ventre con l’uccello duro di un maschio. Non ne potevo più, di vibratori e dita e ora, della lingua di Marina, che era comunque un’altra cosa. Luca urlò di dolore e piacere insieme a me. Avrei voluto che la mia Bernarda fosse secca, non ancora bagnata e sconvolta dagli orgasmi di poco prima. Avrei voluto sentire il cazzo di Luca rompermi, e d’un tratto capii. Avrei voluto che mi sverginasse, mi stava, mi stavo, sverginando di nuovo. Dopo le prime pompate, la fica mi si era allagata di nuovo, ma non perdevo una goccia, piena di quel cazzo duro e grosso. Luca adesso godeva bene, con me, anche se capii di avergli fatto sicuramente male, ma il suo innato altruismo e la sua zietta troia, lo avevano subito distratto. Scopavo con lunghi colpi, uscendo quasi tutta, fino a che sentivo la cappella sui bordi delle labbra, e poi lo riprendevo tutto dentro, sedendomici sopra fino al suo pube, tenendo le mie mani sul suo addome durissimo. Lo sentii arrivare da dentro, dallo stomaco, dal profondo delle mie viscere, da dove andava e veniva il suo uccello; l’orgasmo mi arrivò e mi prese tutta, scuotendomi da capo a piedi, come un brivido. Mi resi conto che ero così piena del suo cazzo da dimenticare lui, Luca. Mi lasciai andare con la testa sul suo petto, con il suo palo ricurvo dentro. Dio come mi faceva godere bene questo ragazzo! Mi prese tra le braccia e cambiammo posizione, adesso lui scopava me. Molto semplicemente mi scopava, da uomo, prendendomi per le tette, per le spalle, per i fianchi. Chiavava a lungo e bene. Poi, mi prese le gambe alzandomele come aveva fatto prima, ma adesso usava il suo cazzo per sgrillettarmi. Cominciai a capire dove voleva andare a parare, il furbetto, quando mi infilò il suo medio nel culo… E io, che già prima lo avevo accontentato, lo lascia fare molto volentieri, anche perché volevo dargli qualcosa che sarebbe stata solo sua. Intuii che mi stava preparando, che mi lavorava l’ano cercando di farmi dilatare il più possibile, per poi provare a penetrarmi anche lì. Ero nelle sue mani, e non potevo fare altro che assecondarlo, aiutandolo a farmi meno male possibile. Confesso che attendevo con ansia il momento in cui, il suo cazzo sarebbe entrato dentro di me anche da quella porta che un mio arcaico retaggio aveva sempre fatto stare chiusa. Ma se incontri un maschio come Luca, che tocca in te corde vecchie e nuove, non sei altro che uno strumento, che lui suona come vuole, e sei felice di esserlo, e sei felice che lui ti suoni il più spesso e il più a lungo possibile. Credo che molte donne pensino, orgogliosamente piene di loro stesse, temperate dalle esperienze, che certi tabù loro non li violeranno mai, che loro sarà sempre il controllo. Lo pensavo anch’io. E grazie al cielo ho avuto modo di constatare quanto mi sbagliassi, e spero che possano capirlo anche tante mie ex “colleghe”
– “ Se incontri l’uomo giusto, al momento giusto, beh, cara, spera solo che lui non sia uno stronzo… perché altro, credimi, non potrai e vorrai fare” Luca alzò ancora un po’ le mie gambe, mettendo il mio ano all’altezza del suo uccello, me lo puntò sul buco e iniziò a spingere piano. Spingeva e si ritraeva, spingeva un po’ di più e si ritraeva, si bagnava la mano con la saliva e se la passava sulla cappella, lubrificando entrambi. Era completamente assorto dal suo compito, concentrato in quella sua bellissima missione. Millimetro dopo millimetro, ad un certo punto il mio sfintere cedette e lui mi entrò dentro. Sentii dolore, come quando ci si taglia con un coltello poco affilato. Non fu affatto forte, intenso, direi più un fastidio. Adesso Luca spingeva bene, perché il suo paziente lavoro lo stava ripagando con frutti di intensissimo piacere, il piacere di un culo stretto, fisico, e il piacere di sverginarmi, mentalmente così importante per un maschio. La sua espressione era bellissima, dolce e fiera. Io godevo guardandolo. Adesso era lui che veniva osservato mentre si trasfigurava per il piacere… Dolcissima vendetta. Il mio piacere, al momento, fu quello di vedere il suo. Se ne accorse, e da uomo che dà come riceve, mi sfilò l’uccello dal culo e mi penetrò la fica. Fu sublime, non so perché. Mi scopava davanti fino al mio orgasmo e poi, mi inculava, pensando al suo. Non so per quanto quell’alternanza continuò. Godevo, godevo e godevo. Godevo di fica certo, ma godevo anche e per la prima volta, nell’essere posseduta, completamente, da un uomo. Solo ora mi resi conto della forza di un maschio, totale, invincibile, e della mia voluta passività. Gli toccavo le spalle, lo prendevo per i fianchi, gli accarezzavo il viso… era mio, solo per quel breve momento, ma era mio, io lo possedevo, concedendo tutta, tutta me stessa a lui. Stava per venire. I colpi adesso erano veramente possenti, quasi devastanti, mi arrivavano nelle viscere. Doveva godermi nel culo. Mi spinse con tutta la forza che aveva, io tentavo di contrastare la sua forza cercando di dargli anche l’ultimo centimetro del mio culo. Venne. Urlò lui questa volta… Tremava e sussultava, spingendo i sui fiotti di sperma rovente più dentro di me che potesse. Mi crollò addosso, con la sua massa che mi copriva tutta schiacciandomi, togliendomi il fiato. Ma non mi sarei sottratta a quella pressione per niente al mondo. Era mio. Solo in un momento come quello, un uomo così poteva essere di una donna. Non sarebbe durato di più, non poteva. Il mio cervello tornò a riprendersi cura del mio corpo e la prima cosa che mi disse fu
– “Ricordati bene questa notte con quest’uomo Gabriella, perché non tornerà più” – Non ero assolutamente triste. Ero tornata consapevole. Fui pervasa da una dolce serenità. Grazie, Luca. La mattina dopo Luca aveva il pene in fiamme e urinava con dolore. La sua cappella era gonfia e arrossatissima. Il lavoro col mio ano e prima, sulla mia fica (meglio dire il mio di lavoro), ne aveva lacerato il tessuto. Corsi in farmacia a comprare una pomata lenitiva. Tra l’altro anche il mio buchetto ne aveva un certo bisogno, anche se io beneficiavo di altre “circostanze”. Ero in pace con il mondo e con me stessa. Sapevo che con Luca era finita lì perché così doveva essere. Era mio nipote, era troppo giovane, e la sua vita doveva guardare altrove. Lo trovai in bagno seduto sul bidet, con il getto fresco d’acqua che gli bagnava l’uccello calmandogli momentaneamente il dolore.
– “Asciugati tesoro, ti ho portato la crema” Povero caro, soffriva davvero.
– “Zia Gabry, però pretendo che sia tu a mettermela, almeno” Non avrei voluto farlo, ma in parte aveva ragione.
– “Va bene… Luca, però questa è l’ultima volta. Davvero. Abbiamo vissuto un sogno meraviglioso. Adesso, sia tu che io, ci siamo svegliati e riprendiamo la nostra vita”
– “Si. Lo capisco. E penso che tu sia una donna fantastica zia. E che tuo marito sia un idiota assoluto!” Ridemmo entrambi, e io lo baciai teneramente, sulla guancia. Senza dire niente, mi misi un bel po’ di crema sulla mano e sedendomi sul water, di fianco a lui, gli presi l’uccello in mano iniziando a spalmargli di crema la cappella. Fu scosso dai brividi per un attimo, ma poi spalancò la bocca dal piacere. La umettavo tutta come se lustrassi il pomello di una maniglia. Il cazzo gli divenne durissimo in un istante. Io glielo guardavo in adorazione. Chissà se mai ne avrei rivisto uno così bello… Dopo un bel po’ di rotazioni col palmo della mano, iniziai a masturbarlo bene, cercando però di non tirargli troppo la pelle. Gli stavo facendo una sega dolcissima, con tutta la calma e la delicatezza di cui ero capace. Luca, d’istinto, voleva scoparmi, e prese a toccarmi ovunque.
– “No! Se no non guarisci più. Sii bravo” Lo baciai profondamente, sensualmente, tenendogli il volto con la mano libera. E iniziò a prepararsi il suo orgasmo. Quando capii che c’eravamo, smisi di baciarlo, pronta a guardare la sua eruzione di sperma. Ansimò forte e venne, uno, due, tre fiotti pieni e poi ancora un paio piccoli e poi solo gocce. Gli guardavo il cazzo, in estasi. Dio che bello spettacolo! Lo guardai negli occhi. Sentii salire le lacrime. Non volevo che mi vedesse piangere, di nuovo, così, simulando un gioco mi chinai e gli diedi un delicato bacetto sulla punta del cazzo, leccando via l’ultima sua goccia di seme. Corsi via. Pensò che stessi ridendo. Se ne andò nel pomeriggio. Prima di andare a letto, quella sera, mi misi nella stessa posizione che lui aveva usato per incularmi la notte prima. Mi spalmai sull’ano un pochino di crema e mi addormentai.
Gabry e Andrea.
Ero di nuovo sola, ma questa volta, forse la prima, era una mia scelta ed era tutta un’altra storia. Stavo bene sotto ogni aspetto,e così iniziai l’elenco dei nuovi propositi, come da prassi. Più di tutto mi imposi di non avere più paura, “quella” paura. Luca l’aveva mandata via e non sarebbe più dovuta tornare. Volevo agire senza fretta, prendermi il mio tempo. Non volevo incorrere nell’errore che molte donne commettono, cioè quello che “visto che ora ho capito tutto, non me ne lascio scappare più uno” dimostrando come al solito, di non avere capito un cazzo. No, se c’era stato un Luca, avrebbero dovuto essercene anche altri in giro. E io li avrei trovati. O avrei fatto in modo che loro trovassero me. Marina chiamò, finalmente, dicendomi che l’indomani sarebbe tornata. Aveva bisogno che ci incontrassimo nei pressi di una proprietà nei pressi di Binasco, vicino Milano, a sud verso Pavia, perché voleva vedere in che stato fosse una cascina che aveva ereditato. Siccome era di strada per lei, di ritorno dalla Francia, mi chiese se ci potevamo incontrare lì, anche per non essere sola in un posto che lei riteneva un po’ fuori mano. Accettai, ma poi mi resi conto che non avevo alcun modo di arrivare lì se non in macchina. Fui tentata di rimangiarmi l’impegno. Guidare mi terrorizzava. Avevo preso la patente anni prima, per dovere, ma poi non avevo più guidato ed ero assolutamente senza pratica. Le poche volte che ci avevo provato erano state un trauma. Ero io la “donna imbranata” che tutti gli uomini incontrano invariabilmente sul proprio percorso. Ma la nuova Gabry non poteva non accettarla questa sfida… Deglutii dieci volte e mi sentii dire:
-“Che problema c’è?” Noleggio una macchina…”. Volevo morire… La perplessità sul volto del responsabile dell’autonoleggio era evidente. Dopo essermi fatta assegnare l’utilitaria più piccola che fosse disponibile, che a me sembrò comunque enorme, e dopo vari spegnimenti in partenza e aver imparato un termine nuovo, “sfrizionare”, mi avviai. Sapevo di dover prendere la tangenziale in direzione Genova, prendere poi la A7, uscire alla prima. Semplice. Sì… per voi! Fu un incubo. Il caldo, le altre vetture, il mio panico assoluto. E meno male che era Agosto e non c’era in giro traffico! Insomma, in un modo o nell’altro arrivai al casello di Binasco. Non mi avvicinai a sufficienza per pagare il biglietto e fui costretta a scendere dalla macchina. Un camion in fila dietro di me suonò il suo clacson fortissimo, che quasi mi fece venire un accidente. Panico, su panico, su panico… Pagando chiesi al casellante altre indicazioni per sicurezza. Dovevo andare a destra, sul cavalcavia e al rondò a sinistra. Quando feci per risalire in macchina quel cornuto di un camionista mi suonò ancora. Capii che forse non aveva poi così premura, ma era solo interessato alle mie gambe. Ero in gonna, camicetta e maledetta me, tacco 12 d’ordinanza. A volte noi donne siamo proprio delle cazzone… Presi a destra immettendomi sul cavalcavia, in salita. Arrivava un grosso camion ma pensai che potevo anticiparlo. La macchinetta non andava, io schiacciavo ma lei non accelerava e oramai ero in mezzo alla strada. Guardai nello specchietto e vidi il camion piegarsi in avanti, con la cabina sobbalzante. Non mi pareva di avergli dato così tanto disturbo! Iniziò a suonarmi ripetutamente, mi sembrava la sirena di un transatlantico. Mi stava insultando con le sue trombe da macho. Provai a mandarlo a fanculo ma mi resi solo più ridicola. Era enorme, minaccioso. Le macchine davanti a me si fermarono, per la precedenza da dare al rondò, e io lì mi spensi. Avevo paura davvero adesso e il panico, come un relè scattato per sovratensione, mi mise il cervello in stand by. Un pick up nero, superò il TIR e si intromise tra noi. Ne scese un uomo, che si diresse con tutta calma verso il camionista. Si parlarono brevemente e il camionista smise di suonarmi. Sempre con molta calma l’uomo si avvicinò al mio finestrino
-“Sta bene? Le ho chiesto se…”
-“Si!”
-“Dove deve andare?”
-“A Binasco”
-“Questa, è Binasco… l’indirizzo, la via”
-“Cascina Vermezzo”
-“Vada a sinistra. Ascolti, lo vede quel distributore? Si fermi lì” . E tornò dal camionista. Io mi avviai guardandolo nello specchietto. Gli disse qualcosa, puntandolo con la mano. Risalì sul suo pick up e mi seguì. Ci fermammo e il grosso camion ci superò ora del tutto indifferente. L’uomo scese e si affiancò di nuovo al mio sportello.
-“Tranquilla adesso? Non è successo niente… Si calmi, prenda fiato” Fui tentata di obbiettare con un “sono calmissima” ma non ci provai neanche. Le donne che sostengono il ruolo di dure in certe situazioni o non hanno mai avuto esperienze “vere” di violenza o non hanno mai incontrato un uomo vero. Fortunate in un caso, meno nell’altro. Qui non c’era da sostenere nessuna parte. Avevo avuto paura, punto. E questo uomo mi aveva tolto dai guai.
-“Senta, volevo dirle, sono andata in panico. Sa, non guido molto… Ma lei è per caso un carabiniere o un poliziotto?”
-“Direi proprio di no per sua fortuna. Perché se no in questo momento le starei facendo una multa”
-“Perché scusi? Cos’ho fatto?”
-“Porto abusivo di armi improprie”
-“Cosa??? Ma quali scusi?”
-“Le gambe che le ho visto prima quando pagava, al casello”. Mi misi a ridere come una scema… Che tipo… Mi rilassai di colpo, non avevo più alcuna paura.
-“Ma dai… Senta, a parte gli scherzi non so come ringraziarla per il suo intervento”
-“Io sì. Deve fare due cose: scendere dalla macchina e offrirmi un caffè in quel bar”
-“Ah, va bene… Volentieri”. Mi aprì lo sportello e notai che prese a guardarmi le gambe in modo chiaro e diretto.
-“Scusi??? Ma cosa fa? Non mi guardi mentre scendo… Ma che maleducato!”
-“Ha ragione scusi, mi giro”. Con la gonna stretta e corta per scendere dovevo allargare le gambe, scoprendole fin sopra le cosce. Proprio al massimo dell’apertura lui si rigirò.
-“Ma insomma! Ma che bugiardo villano… Qui mi sa che son caduta dalla padella nella brace, altro che galantuomo”. Rideva. E risi anch’io. Si era stabilito un immediato rapporto di empatia tra noi, favorita dal fatto che mi aveva “salvata”. Scesa dall’auto mi ritrovai di fronte ad un uomo imponente. Era davvero alto, pensai sui due metri, seppi dopo un po’ meno. Si vedeva all’istante che era un uomo forte, deciso. Camminando insieme verso il baretto del distributore, notai che si muoveva lento ma con grazia. Aveva l’aria di uno che faceva aspettare tutti. Non aveva fretta. Mi disse di chiamarsi Andrea, tendendomi la mano. Entrammo e fu salutato caldamente da tutti. Alcuni che avevano visto la scena da lontano gli chiesero cosa fosse successo.
-“Quel coglione non mi aveva mica visto, sto accompagnando mia cugina a vedere un immobile qui in zona, ma siamo con due macchine. Sono sceso e l’ho sconsigliato dal fare il pirla. Tutto qui. Incidente chiuso. Fammi un caffè. Tu cosa prendi?” rivolgendosi a me.
-“Un caffè anch’io grazie” Lo guardai interdetta. Perché aveva detto che ero sua cugina? Lui mi fece l’occhiolino cercando complicità. Usciti in strada glielo volli chiedere.
-“Se avessi soccorso un’estranea, lei sarebbe stata classificata all’istante come una preda, mia o del camionista per quelli nel bar poco cambia. Ma siccome “è” una mia parente, il mio intervento è stato giudicato doveroso”.
Era un ragionamento semplice ed intelligente, che mi stupì e mi lusingò. Mi aveva protetto, un’altra volta. Discreta strizzata alla fica. Decisi di valutare Andrea più attentamente, forse lo stavo sottovalutando. Indossava jeans e una simil Lacoste verde militare e mi resi conto che proprio quello avevo di fronte. Mi ricordava Clint Eastwood in uno dei miei film preferiti, “Gunny”. Stesso fare sicuro e calmo, stessa fiera presenza. Aveva un volto giovanile, ma vissuto. Gli occhi erano di un verde intenso. Ma era come mi guardava che mi piacque. Mi faceva capire chiaramente che gli piacevo, non faceva nulla per nasconderlo, eppure c’era una sorta di timidezza in lui. Era come se, conscio della propria forza, non volesse mostrarla, schernendosi.
-“Senta Andrea. Io adesso vado. La ringrazio ancora per il suo aiuto” Mi sentii dispiaciuta nel pronunciare queste parole. Avrei voluto saperne di più di lui.
-“Aspetti. La cascina dove deve andare e lungo una strada piena di prostitute. Forse e meglio che l’accompagni”. Rimasi scioccata sia dalla notizia, sia dal modo diretto di porre la questione, senza girare minimamente intorno all’argomento. Tra l’altro stava forse asserendo che potevo essere scambiata per una battona? Ero basita. Ma sentii un’altra stretta all’utero. Optai comunque per l’ennesimo atto protettivo nei miei riguardi. Mi precedette per la strada e svoltando dopo poco a sinistra per una strada sterrata. Aveva ragione. C’erano molte prostitute in servizio e gli fui di nuovo grata di essere ancora con me. Si vedeva una cascina a qualche centinaio di metri. Lungo la stradina trovammo qualche macchina e dentro, era chiaro, c’erano due persone che stavano fottendo. Provavo schifo ma sentii anche una punta di desiderio, inutile negarlo. Marina era in giro in perlustrazione, per nulla preoccupata delle puttane al lavoro, troppo curiosa di verificare il valore e lo stato del lascito che aveva ricevuto. Verificato che non c’erano problemi, senza aspettare che Marina arrivasse, e mi fece piacere che lei non lo incontrasse, Andrea risalì sul suo mezzo. Mi porse un biglietto da visita.
-“Mi troverà sempre a questo numero”
-“Addirittura sempre?” Gli sorrisi.
-“Si. Dio ti ha messo sulla mia strada e adesso devo occuparmi di te. E’ un’usanza araba”
-“Anche filosofo… Lei è un uomo pieno di sorprese”
-“Chissà se magari me ne farà una lei”. Mi salutò con un cenno della mano e un sorriso. Salì sul suo pick up e se ne andò. E io rimasi lì col suo biglietto in mano. E la fica che mi pulsava. Marina ed io completammo la ricognizione della cascina concludendo che, con buona approssimazione, si poteva pensare che l’affare migliore sarebbe stato proporre l’acquisto ad un proprietario terriero del posto. Troppi problemi. E poi Marina era una cittadina vera, non una contadina in potenza. Io avevo nella mente quell’uomo che mi aveva aiutata in maniera così semplice e concreta. Non era bello come Luca e non era certo un gentleman inglese, ma era un uomo vero, questo lo si intuiva all’istante. Mi piaceva concretamente. Era quasi sera e decidemmo di andare a mangiare al “nostro” ristorante a Milano, sui navigli, un posto piccolo e discreto dove tra l’altro avevamo fatto una buona conoscenza con i proprietari e ci sentivamo a nostro agio, quasi fin troppo, perché spesso durante la cena ci faceva visita il cuoco chiaramente in punta con entrambe noi due. Parlammo di noi ma non accennai a Luca. Non so perché. Forse perché sentivo che Marina avrebbe preso uno schiaffo che in quel momento non avevo la minima intenzione di darle e poi perché Luca era un sogno che non mi andava di raccontare ne tantomeno di condividere, con nessuno. Forse iniziava ad affiorare anche un piccolo senso di colpa. Era, tolta ogni altra cosa, il figlio di mio fratello, e io me l’ero scopato come una troia fa con il suo amante più depravato. Le avevo comprato una “sorpresina” per il suo ritorno, su Ebay. Allungai il pacchetto sul tavolo e lei estasiata lo aprì. Ne uscì un uovo di plastica rosa dal quale pendeva un filo con a capo un anellino. Marina lo guardò perplessa:
-“Ma cos’è?”
-“Vorrei che tu, ecco, lo indossassi subito”
-“Indossare? Ma come scusa, me lo devo mettere al collo?”
-“Non proprio Marina. Te lo devi infilare dentro”
-“Ma dentro dove??? Oddio… Ho capito!!! Ma sei impazzita??? Ma dai, ma no…”
-“Lo fai per favore? Puoi provare? Fallo per me. E ti prego di farlo subito. Vai in bagno e te lo infili, fa conto che sia un tampax. Su vai”. Si alzò scuotendo la testa e si avviò verso la toilette. Tornò dopo un paio di minuti e si risedette.
-”Ecco sei contenta? E allora devo stare tutta la sera con quel coso dentro? Ma che regalo del piffero scusa, ma…”. Premetti il pulsate on sul piccolo telecomando. Marina saltò letteralmente sulla sedia e emise un guaito.
-“Capito adesso? ”
-“Ma cosa succede???”. Gli feci vedere il telecomando e spensi.
-“O madonna! Ma sei scema??? Ma perché non me l’hai detto? Vuoi farmi morire qui tra il secondo e il dessert? Ma tu…”. Accesi di nuovo. Marina fu scossa nuovamente da un fremito, abbassò la testa, aprendo la bocca. Le riconobbi subito sul volto isgni del piacer, che avevo imparato a riconoscere.
-”Spegni! Spegni! Ti prego…”. Gridava “sottovoce”, a mezza bocca. Ma notai che non si alzava dal tavolo, la goduriona… Mi immaginavo l’uovo bene avvolto nella sua fica capiente e morbidissima, che le vibrava bene dentro. Era in grande imbarazzo, ma le piaceva da morire.
-“Gabry… dammi quel telecomando ti prego. O spegni subito!”. Sul lato del telecomando c’era una rotellina: la girai lentamente, tutta. Marina emise un “UUUUUHHHHH” che fece girare i quattro clienti che erano con noi nella sala. Fece per alzarsi e andare in bagno a togliersi dall’utero il suo nuovo giocattolo erotico e allora spensi, scoppiando a ridere.
-“Stronza! Bastarda! Sei una deficiente! … Ti adoro, tesoro mio”. Ecco questa era, è Marina. Arrivò al nostro tavolo il proprietario incuriosito dal suo piccolo urletto.
-“Ma no niente… Mi stava spiegando il suo viaggio in Francia. Ha provato a fare una specie di bungee jumping…”. E riaccesi.
-“Eeehh sììììì… Bel… looo… Mi scusate un… attimooo? Stronza… Ti spacco la faccia quando tornò!”. Mai riso così tanto ad una cena.

Commenti [15]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *