l’ho sentito

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L’ho sentito aprire la borsa, l’ho sentito piegarsi su di me. Mi ha preso dolcemente le mani e le ha bloccate, una dopo l’altra, alle sbarre della testata del letto con sottili cinghie di cuoio portate apposta. Ha stretto, per farmi capire che non era soltanto un gioco, e le mie dita si sono aperte e richiuse, come zampe di pollo. Ho capito allora quello che già sapevo: qualcosa di nuovo stava per irrompere nella mia vita.
Neppure per un attimo ho pensato di protestare, perché mi sentivo straordinariamente libera di rifiutare tutto, e quindi totalmente libera di accettarlo.
Mi accarezza la nuca e le spalle, mi bacia lungamente. Disegna con le labbra percorsi sulla mia schiena, segue con la lingua la colonna vertebrale, si insinua fra le mie natiche. Ricomincia a mordermi le spalle e la nuca, come se fossi un gattino. Poi, di nuovo, la discesa verso le reni.
Quando con le mani mi divarica le natiche, mi contraggo; poi il senso del ridicolo, mescolato al desiderio che mi graffia il ventre, mi incoraggia ad aprirmi.
La sua lingua segue dolcemente il solco, insiste sull’ano, vi si insinua, esce, scende più in basso, tra le mie cosce divaricate. Mi sento bagnata come raramente lo sono stata fra le braccia di un uomo. Fruga il mio sesso, apre le mie labbra che arrotola dolcemente fra le dita, la sua lingua mi lavora il clitoride, e sotto, i suoi capelli mi solleticano le cosce. Ho uno spasmo, e mi offro ancora più apertamente.
Mi ha leccata finché ho goduto. Mi ha leccata, succhiata, morsa, graffiata, sfiorata, malmenata, ha infilato le dita nel mio sesso, le ha irrigate a lungo, mi ha accarezzato ancora il culo con le sue falangi bagnate, le ha ficcate dentro, un dito, poi due, poi tre. Non mi sarei mai creduta così aperta. Con la mano destra mi accarezzava i seni, schiacciato contro la coperta.
Io ho goduto e lui si è alzato, con il pollice ancora conficcato nella mia vagina, e le dita che continuavano a giocare con le labbra ed il clitoride. Ho strattonato i legacci ai polsi come una rana impazzita. L’ ho supplicato di smettere.
Era rimasto stranamente estraneo, come se le sue carezze non lo riguardassero – come se manipolasse i pulsanti di un meccanismo di cui dovesse intuire il funzionamento, non possedendo le istruzioni per l’uso.
Avrei dovuto detestarlo perché mi trattava così. E invece gli ero riconoscente per avermi risparmiato sia le ghirlande dei sentimenti, sia le manifestazioni di autosoddisfazione tipiche del maschio. Mi sentivo contemporaneamente scopo ed enigma – come un testo scritto in una lingua difficilmente decifrabile.
È seduto accanto al letto, sempre vestito, e mi accarezza ancora, quasi distrattamente, la nuca e la schiena. Le sue dita scivolano verso il mio viso sprofondato fra i cuscini, trovano la mia bocca, ruotano fra le mie labbra.
“È dunque questo il mio sapore?” ho pensato.
Mi posa le due mani sul collo e sgancia la lunga catenina d’oro a cui è appesa la fede di mia nonna – tutto quello che di lei mi rimane. Ho capito, con terrore, quel che stava per farmi, e ne sono stata sconvolta.
Rituffa una mano verso il mio sesso e ci gioca, infilandoci un dito, pizzicando leggermente le piccole labbra, girando attorno al clitoride. Si bagna il pollice nella mia vagina, poi me lo mette nel culo.
C’è come una sospensione nel tempo, sufficientemente lunga perché mi abitui alla sua carezza e mi apra ancor di più Poi un sibilo rapido, e la catenina mi sferza le natiche.
Un dolore violento, nuovo, qualcosa che non mi ricorda niente di conosciuto, e che tuttavia evoca qualcosa. Una bruciatura di una trentina di centimetri, da cui il calore si diffonde rapidamente tutt’attorno. E immediatamente un secondo colpo. Poi un terzo.
Ho smesso di trattenere il fiato e ho gridato. Non protestato: l’urlo della carne martoriata. Ho anche tentato di trattenermi, per orgoglio, ho tentato di contare i colpi, per estraniarmi dalla scena… Dopo, un istante dopo, ho pianto, i colpi tempestavano, dalle reni alle natiche, implacabili, e io non ero più che quel dolore che mi colmava tutta. L’ ho supplicato di smettere senza volerlo realmente.
Certo, mi sono chiesta perché lo lasciassi fare, perché arrivassi al punto di protendere le reni a ogni colpo, perché mi sentissi così ridicolmente fiera di essere straziata. Non sapevo cosa rispondere. Piangevo perché mi faceva male, ma anche perché sotto a quel preciso dolore io sentivo riaffiorare in me, ogni volta, tutta una cloaca di angosce inghiottite sulle quali bisognerà che, un giorno o l’altro, mi decida a far chiarezza. E ho singhiozzato, quella prima volta, come da piccola, senza potermi fermare, le lacrime chiamavano altre lacrime, altri colpi.
Ho capito all’improvviso che aveva smesso, che ero soltanto una immensa piaga che mi devastava il cento del corpo. La sola sensazione isolabile era quella lei lacci ai polsi.
Ho sentito un peso enorme, sul letto, fra le mie gambe divaricate. Lui si è allungato su di me, senza appoggiarsi, mi ha allargato le natiche con una mano… M’ ha appoggiato la punta della verga sull’ano e l’ ha forzato, lentamente, affinché io sentissi bene in ogni istante a che dono di me mi stava costringendo.
Non ero mai stata sodomizzata. Anche le sue dita, poco prima, mi avevano inorridita, senza che tuttavia riuscissi a ribellarmi.
C’è stato il momento terribile in cui il glande rigonfio si è scavato un passaggio – un attimo di tregua prima di schiacciarmi ancor di più e di lasciarmi vinta, e umiliata e fiera di essere vinta. E allora ho sentito la spranga di carne metallica impalarmi, sempre più profondamente.
La vagina ha un fondo. Un uomo che vi scopa, a meno che non abbia le dimensioni di Tom la Pulce, lo tocca in un lampo. La posizione stessa può agevolarlo – le vostre gambe allacciate al collo, il suo membro che affonda. E non può andare oltre, anche se sembra crederlo a ogni colpo devastante delle reni, anche se voi vi aprite come mai avete fatto prima. Un vagina è un vicolo cieco.
Il culo non ha fondo. Per quanto sia dotato l’energumeno che v’impala, restano sempre in voi degli spazi liberi, avidi, delle profondità celate, misteriose.
Lui era meglio equipaggiato dei miei due amanti precedenti – e di qualche altro. Mi martellava come se avesse voluto colpirmi al cuore. Mi sono inarcata, protendendo le reni, perché potesse spingersi più a fondo.
Impalata. Da allora mi sono offerta a membri altrettanto vigorosi, maschi anonimi, piantati in me in uno spazio in cui imputridiscono materie inconfessabili – perduti in me come se diventassero miei. Ma nessuna di quelle cavalcate furiose mi ha fatto provare quella sensazione nuova, sconosciuta, di un’esplorazione degli spazi vergini della mappa del mio corpo.
Inculata: come definirmi altrimenti? Ho avuto una visione nitida di quella specie di albicocca di carne dura persa nell’oscurità delle mie viscere, ho immaginato il momento in cui il suo piacere sarebbe esploso, bianco, cremoso e caldo in quella caverna angusta.
La sensazione di bruciore sulla mia pelle lacerata si è mischiata ai ghiacci in fusione del mio ventre, e ho goduto terribilmente. Il mio ano si è contratto intorno alla sua verga come una mano, l’ ho trattenuto nelle mie profondità – provando la voluttà di succhiarlo con le chiappe, per non perdere nulla del palo che mi stava torturando…
Scena successiva: è chino sopra di me e mi slega. Lo sento allontanarsi verso il bagno. Lo scrosciare della doccia.
Sono annientata, liquefatta. Mi sono accorta, quando se n’è andato, di aver pisciato mentre godevo, il letto era fradicio.
È tornato già rivestito – ma si era forse spogliato, se non per farsi la doccia? Mi ha preso la testa fra le mani, e mi ha baciata delicatamente sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra. Ci siamo scambiati promesse banali e complici, mi avrebbe fotografata un’altra volta.
È andato verso la porta, l’ ho seguito, l’ ho abbracciato, i seni frementi contro il suo giaccone di cuoio freddo, lui mi ha insinuato una mano fra le cosce, ho provato piacere nel fargli capire fino a che punto ero eccitata. Mi sono inginocchiata, gli ho slacciato freneticamente i pantaloni e gli ho preso il cazzo mezzo duro in bocca.
Il piacere di sentirlo gonfiarsi. La fibbia delle cintura slacciata mi sfrega contro la gola. Le sue mani si aggrappano ai miei riccioli. Per la prima volta in vita mia, mi è piaciuto inghiottire lo sperma. Se n’è andato subito.
Ho raggiunto il bagno.
Non si leggeva niente sul mio viso. Si può dunque essere così radicalmente trasformate senza che niente si rifletta all’esterno? Avevo solo dei brutti segni rossi ai polsi.
Mi sono voltata, ho orientato gli specchi, quello dell’anta dell’armadietto, e l’altro rotondo, sopra il lavandino. Dalla vita alle ginocchia ero completamente zebrata di strisce violette che si accavallavano, si intrecciavano. Più visibili sulle natiche che sulle cosce o sulla schiena, perché era settembre, e avevo ancora un pallido ricordo dell’abbronzatura e del costume da bagno. Ho contato una quarantina di strisce parallele. Ognuna sembrava come sovraimpressa, una nota manoscritta a margine di un libro, la pelle leggermente sollevata, tumefatta, con un punto più profondamente segnato, là dove aveva colpito il fermaglio della catenina.
Ho forse già detto che me l’aveva rimessa al collo prima di andarsene? Mi sono nuovamente guardata di fronte. La fede di oro giallo, il giallo di un oro antico, ondeggiava fra i miei seni, come sempre.
E in quell’istante, per la prima volta, ho provato lo strano orgoglio di essere stata torturata, marchiata, quel sentimento che dopo si è sempre rinnovato, quando lo specchio mi rimandava l’immagine della mia carne martoriata.
L’indomani il dolore era scomparso. Sulla mia pelle come decorata non restavano che testimonianze geometriche. Nei giorni seguenti ho osservato con strano interesse, e anche con distacco, le tracce che lentamente sfumavano – e ben presto non è rimasto che qualche segno bluastro, poi è riapparsa la pelle immacolata che sembrava reclamare un nuovo omaggio.
Mi ha cercata otto giorni dopo.

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