l’iniziazione

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Questo racconto è solo un estratto da uno più lungo che sto scrivendo. Inutile dirlo, ma tanto vale ribadirlo, la storia è puramente inventata; fatti, persone e personaggi sono del tutto inventati.
Arrivai al luogo del Sabba verso le nove della sera, ricordo che si era in estate e il giorno stentava ancora a morire; arrivai alla radura tra gli alberi dove qualcuno aveva acceso un fuoco e dove stavano arrostendo qualcosa.
La gente era gentile con me e quando mi vedeva sorrideva e mi salutava con affetto, io in realtà mi sentivo in soggezione, ero l’unica vestita con la tunica rituale, nuda sotto e soprattutto scalza, i piedi mi facevano male e ogni tanto inciampavo in qualche pietra, decisamente non ci ero abituata.
Gli altri vestivano i panni di tutti i giorni, jeans, magliette, leggings, gonne, e soprattutto scarpe!
Mi sedetti dove mi fu detto di farlo e attesi; mi portavano chi da bere e chi da mangiare e io bevevo e mangiavo, avevo una fame dopo il digiuno rituale, sapevo di dover mangiare e mangiavo, non mi avevano detto nulla sul bere e quindi bevevo.
Acqua, birra e vino, tutto mi fu offerto da persone che conoscevo e incontravo tutti i giorni o quasi, persone che però ora vedevo in altre vesti.
Era un gruppo molto eterogeneo, c’erano ragazzi e ragazze più giovani di me e iniziati più grandi fino ad arrivare a streghe e maghi di ogni ordine e grado e soprattutto età.
E poi c’era mia nonna, la madre, seduta davanti a me che rideva e sembrava non accorgersi di me e di ciò che facevo, ma sapevo bene che in realtà mi teneva sotto controllo.
Bevevo e la mia mente era sempre più leggera, quasi non mi accorsi del silenzio che si era fatto quando finalmente le tenebre avvolsero il luogo, il falò era stato spento e al suo posto era stato montato un palo e sotto di esso messa una grande pietra.
Vi era stata portata da varie persone insieme, era grande come un letto e dovevo sdraiarmici sopra, faceva parte dell’iniziazione; l’ultima volta che era stata usata era successo durante l’iniziazione di mia nonna, allora aveva diciotto anni come me ora.
Ero felice di questa cosa, ma anche preoccupata dato il posto che occupava mia nonna in quella società e che presto sarebbe stato il mio, durante i giorni della mia preparazione sentivo tutto il peso della responsabilità che ciò avrebbe comportato, ma ora, probabilmente anche a causa dell’alcol che avevo bevuto non mi importava molto.
Ero presa invece da ciò che sarebbe successo a breve, conoscevo a grandi linee cosa sarebbe successo, ma non come si sarebbero svolti i fatti, questo no ed ero preoccupata, l’alcol probabilmente serviva anche a questo, a darmi quella scioltezza che il rito prevedeva.
Ad un certo punto, dicevo, tutti si erano azzittiti, mia nonna scese dalla sua sedia e venne verso di me, mi fece alzare e mi fece salire sulla pietra, rimasi in piedi; poi vidi entrare nella radure un uomo, completamente nudo, che portava un cesto in un braccio ed una coppa nell’altra mano, questi si avvicinò a me ma prima salutò mia nonna, le diede il cesto e la coppa, poi guardò me e infine si mise a sedere sulla sedia su cui prima ero seduta io.
L’uomo mi guardava con il suo sguardo intenso che io cercavo di fuggire non riuscendovi peraltro, fu mia nonna a riscuotermi chiamandomi alla realtà, gridò il mio nome da strega, l’unica volta che si doveva sentire, la prossima quando non sarei più stata di questo mondo, poi mi ingiunse di togliermi la veste da novizia.
Io la tolsi e rimasi completamente nuda, in piedi su quel masso, davanti a tutte quelle persone che mi guardavano, ma soprattutto davanti a lui che non smetteva di fissarmi intensamente.
Poi dalla cesta mia nonna prese dei ceri e delle coppette dove versò il liquido che era nella coppa e a cui diede fuoco come pure ai ceri; in un instante il fumo mi avvolse e io caddi in uno stato di semi incoscienza, probabilmente c’erano delle sostanze allucinogene li dentro.
Ricordo vagamente di mia nonna nuda che saliva sul masso con me, che mi alzava le mani e me le legava al palo, mia nonna che spargeva muschio sulla pietra, poi scese e inizio a cantare e dietro di lei pure gli altri iniziarono a cantare.
Io oramai ero in uno stato di veglia catatonica, vedevo luci che non c’erano, il mio corpo ondeggiava al ritmo del canto, dalla mia bocca usciva una cantilena che ritmava il canto e solo a quel punto lo vidi.
Il caprone sacro veniva verso di me ballando, danzava come il dio Pan nelle rappresentazioni pagane che avevo visto a scuola, ma forse era solo un parto della mia mente.
Danzava e mi guardava ballare la mia danza, legata al palo muovevo il corpo come potevo al ritmo del canto, non ero più la ragazza di tutti i giorni, non so cos’ero, ballavo e basta.
E guardavo quel caprone che saltando veniva verso di me, ne ero ossessionata; quando saltò sulla pietra dov’ero cercai di saltargli addosso ma lui era sfuggente, gli guardai il sesso mostruosamente eretto e gridai tutta la mia voglia di lui con un grugnito gutturale, non parlavo più, il mio cervello era obnubilato da ciò che volevo e dovevo fare.
Lui mi sfuggiva, salva giù e poi mi risaliva sul sasso ma non riuscivo mai a toccarlo, nemmeno a sfiorarlo, allora gli sputavo addosso sperando di sentire col mio sputo il contatto che questo aveva con la sua pelle e gridavo frasi oscene e grida gutturali senza senso.
Sentivo il mio corpo che cercava lui, lo sentivo gridare tutta la sua voglia, urlava il mio corpo più di quanto urlassi io stessa e lui il caprone giocava con me.
Il tutto durò si e no una mezz’ora in cui io persi davvero il lume della ragione e raggiunsi l’apice dell’animalità, poi il caprone si sdraiò sul sasso sotto i miei piedi, mia nonna che era salita anch’ella dietro di me, con un coltello tagliò i legacci che mi tenevano bloccata al palo e io urlando come una furia mi avventai con il mio sesso su quel grosso cazzo che mi aspettava pulsante, diritto e caldo.
Immenso, il caprone aveva il cazzo più grande che avessi mai visto, mai provato; avevo fatto pratica di fisting ed in effetti mi entrò, non dico facilmente ma entrò, era la sua lunghezza spropositata a crearmi difficoltà.
In un attimo fu alla cervice dell’utero e io gridai come una belva ferita, ma non smisi di cavalcare quel palo di carne, ero un’ossessa, ero un’animale.
Mi impalavo e gridavo, urla gutturali uscivano dalla mia bocca e altre se ne formavano nella mia mente e io continuavo a gridare e a muovermi.
La monta, perché dopotutto di questo si trattava, durò per un’ora almeno, poi finalmente venimmo all’unisono, io squarciai l’aria con un alto grido, che fu di trionfo e allo stesso tempo di liberazione e lui, il caprone mi inondò del suo sperma.
Ero stata iniziata, ero stata ingravidata, ma soprattutto una volta finiti i fumi allucinogeni mi accorsi che il caprone, altro non era che l’uomo nudo che era entrato in scena all’inizio del rito orgiastico e che il suo grosso “palo” era di misure, come dire, più normali.
A volte la mente è in grado di inventare storie e visioni di cose che in realtà non esistono ma che ci paiono più vere del vero.
Lù.
PS: la novella strega non rimase gravida e dovette ripetere più e più volte la prova, ma dopotutto è una strega ;-).

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