lo sconosciuto

Mi piace andare nei siti di videochat. Quei siti semplici, anonimi, dove espurgo una delle mie fantasie migliori: farmi vedere vedere nuda come un verme da una serie di sconosciuti, e soprattutto, di questo, mi eccita il fatto che possano guardare la mia figa e pensare “che puttana”, osservare il pube peloso e dire “questa troia potrebbe pure radersi”.
Un po’ di tempo fa andai su uno di questi siti, puntai la webcam alla vagina e diedi il via alla videochat. Beccai un ragazzino di 18 anni, gli occhiali da topo da biblioteca, che, alla vista, rimase dapprima sorpreso spalancando enormemente la bocca, poi fece un risolino. Lui scriveva, ma io non rispondevo. Non rispondo mai. Quel che mi importa è solo ed esclusivamente farmi vedere. Iniziai a toccarmi. infilai due dita fra le grandi labbra, sfiorando la peluria, risaltando il clitoride gonfio di eccitazione. Aprii le gambe per agevolare la mia mano che scorreva attraverso il sesso, passando dall’antro all’ano.
Mi chiese di infilarmi un dito in culo. Feci scivolare il bacino sulla sedia per fargli guardare meglio, più da vicino, il mio indice che martoriava il buco, mentre le altre dita libere schiacciavano le chiappe già madide di sudore e umori. Sentivo l’odore della mia fica eccitata, aperta per quel ragazzino infoiato; il ventre sussultava, avevo già voglia di masturbarmi. Lui mi lodò: “Brava cagna. Di dove sei?”
Mi bloccai. Avevo voglia di rispondergli. L’eccitazione mi aveva fatto perdere il controllo di me stessa, le pareti della vagina si chiudevano e aprivano, bramando la penetrazione di qualsiasi cosa, stringevo le gambe scambiando di coscia in coscia il mio liquido. Avevo ancora il dito infilato nell’ano, ma rimaneva fermo, ora, di fronte al desiderio di scrivergli “Abito in questa via, in questa zona di questa città” sperando che anche lui fosse dello stesso luogo.
Arrivai al limite. In un impeto di foga lo informai della mia posizione, la webcam ancora puntata alla mia vagina. Quando mi rispose di abitare non troppo lontano da casa mia non potevo crederci. Di getto lo implorai “puoi venire adesso?”
“Non posso” digitò “fra poco è ora di cena”
“Dai, e ti tiri indietro così?”
“Mia mamma si incazza se esco prima di cena”
La rabbia mi prese in contropiede. Volevo scopare, ora! -Ma sei un demente- pensai. “Cristo, ma sei uno sfigato”
“Ha parlato la troia”
Aveva proprio diciott’anni, porca miseria. “Prima fai lo sborone e poi non hai il coraggio di venire a farti una chiavata.”
E poi lo scrisse. “Vabbeh, dammi un quarto d’ora, venti minuti, qual è il citofono?”
Glielo dissi e chiusi la finestra di Google Chrome.
Quando il citofono trillò non potevo crederci. Non potevo credere a quello che avevo appena fatto. Iniziai a pentirmi, sapevo bene che, una volta passata l’eccitazione, passavano per un po’ anche le fantasie. Perché alcuno si vuole farle rimanere tali. Ma ormai non potevo tirarmi indietro. Con mano tremante spinsi il pulsante dell’apparecchio ed aprii la porta. Ero ancora mezza nuda, come mezzora prima, con solo la maglietta nera a maniche corte e nient’altro. Quando arrivò mi trovò così. Alto poco più di me, era magro e smunto, pallido, con ancora un po’ di acne che la luce della cam aveva cancellato. Mi guardò in mezzo le gambe, mentre io ricambiavo il suo sguardo sul suo volto. Non avevo il coraggio di muovere un muscolo, ma dovetti farlo, il pilota automatico del mio inconscio mi fece voltare e fargli strada nel corridoio. Mentre camminavo sentivo i suoi occhi sul mio culo. Quando chiusi la porta della camera lui si era già seduto sul letto. Mia avvicinai e lo imitai. Ora eravamo uno accanto all’altra. Avevo la fica contro il piumone, si vedeva solo il pube, le gambe aperte, i piedi nudi. Abbassai lo sguardo sul mio sesso, l’eccesso di pancia lo rendeva un po’ gonfio, si abbassava e alzava per il respiro accelerato. Con la coda dell’occhio vidi che lo stava ancora fissando, avidamente, aspettava il momento giusto per toccarlo.
Avevo perso qualsiasi tipo di interesse nel farmi quello sconosciuto, per altro molto più piccolo di me. Ma cosa stavo facendo? In che guaio mi ero cacciata?
Nel frattempo lui si era deciso ad allungare la mano. Sfiorò i peli, spinse forte facendo sussultare. “Ah!” mi uscì “fai piano”.
Passò la mano quasi inesperta all’interno coscia, carezzando non molto teneramente la pelle d’oca, risalendo poi all’inguine. D’istinto chiusi le gambe, chiudendogli ed intrappolandogli la mano fra le cosce, il mignolo schiacciato contro il clitoride.
“Fammi toccare” mi intimò. Allora, dopo qualche istante, riaprii le gambe, arrendendomi al fatto che non potevo più sfuggire a nulla di quello che sarebbe successo.
Passò frettolosamente al buco, toccandolo, tastandolo, facendo roteare attorno indice e medio. “Ce l’hai bella larga, hai la fica da puttana”
Io non avevo il coraggio di parlare, mi vergognavo da morire. Chiusi gli occhi per un attimo, quando mi sentii spaccare brutalmente dalla sua mano. L’aveva infilata con forza. “Piano!” Ma parve non sentirmi. Insisteva, nonostante la secchezza. “Bagnati, troia.” E spinse, spinse, lacerandomi il sesso. I piedi si alzavano da terra per assecondare i suoi colpi alla mia vagina, il dolore mi pervase; erano botte secche, ritmiche e ripetitive.
Si bloccò. Avevo ancora la bocca spalancata e gli occhi in lacrime. Tirò via la mano, afferrò le caviglie e mi posizionò supina sul letto. Divaricò le gambe, mostrandomi, ora, per intero. Non pensò ad alcun preliminare, non gliene fregava niente, voleva solo scoparmi. Prima di penetrarmi, però, si sporse verso il suo marsupio, prendendo il cellulare. “Posso fare il video?”
“Basta che non mi riprendi il viso”
Aspettai che avviasse la videocamera. Poi si slacciò la cinta, sbottonò i jeans e li lasciò cadere a terra, rimanendo coi calzini. “Hai malattie?”
Avevo la dignità e l’orgoglio sotto i piedi. “No”
“Ok”
Si pose davanti al mio sesso e mi penetrò senza ritegno, una botta secca, senza inumidire, senza preoccuparsi se mi stesse procurando dolore. In una mano aveva il cellulare e riprendeva l’amplesso, con l’altra mi teneva una gamba spalancata e appoggiata sul materasso. Mi venne un crampo, ma quando provai a sottrarmi da quella morsa reagì spingendo di nuovo la coscia sul letto. “Stai ferma”
Iniziò a scoparmi, con movimenti bruschi e animaleschi. Sentivo che mi stava spaccando, ma non gridai, non urlai, non riuscivo, non trovavo la forza. Sbatteva il suo inguine al mio, mentre dalla mia visuale vedevo il mio pube che fremeva per i colpi. Poi accelerò il ritmo e, quando credevo stesse per venire, uscì. Mise una mano sotto la schiena e l’altra sul ventre, rigirandomi pancia sotto come un tappeto. Tenendo la mano sotto mi alzò il bacino e mi penetrò a pecora, strappandomi mugolii strazianti. Le sue dita mi toccavano, toccavano il seno che ondeggiava, lo stringevano in una morsa avida e porca. Poi passavano per l’addome e finivano al sesso. Ad un certo punto, aumentando il ritmo, schiacciò il pube costringendomi a prendere il suo cazzo fino in fondo. Non capivo più se ero eccitata o sofferente, o in preda al pudore o al suo contrario. Mi sbatteva, era lì, quello sconosciuto di diciotto anni, e mi sbatteva come una cagna, proprio come mi aveva chiamata lui. Una cagna in calore, solo quello, mi trattava come se fossi solo quello e non un essere umano.
Poi cambiò di nuovo. Mi fece distendere in posizione fetale e mi prese così, sempre da dietro. Vedevo la mia fica sussultare alle sue spinte, la sua mano su un seno. Spingeva talmente forte che, dopo qualche colpo, mi ritrovai quasi distesa pancia sotto, con la sorpresa di sentirla bagnata, talmente bagnata che il suo cazzo scivolava come l’olio. “Ti sei eccitata, troia? Mi hai chiamato sfigato”
E spinse con rabbia, strappandomi un grido lancinante. “Io, sfigato?” spinse di nuovo contro il mio sesso lacero, bagnato di sangue ed umori, un mix di angelo e demone, sacro e profano, la miscela colava lungo le mi cosce, ma egli non si fermava. Non riuscivo a parlare, a dire qualsiasi cosa. “Puttana”.
Uscì di botto, con mia sorpresa e sollievo, e si masturbò su di me per poco tempo, fino a venirmi in faccia, coprendomi in volto del suo sperma.

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