lo stupro di un’anima nera

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Premetto ai lettori che, in questo racconto, carne ed essenza sono fuse insieme in un amplesso fra un’entità, forse uno dei figli della Morte, ed una comune mortale che riceve il suo corpo il sogno. C’è un po’ dell’autobiografico, spero davvero che vi piaccia. Un saluto dalla nuova arrivata.
Le sue mani toccavano terra. Il buio nella luce, l’oscuro nella penombra, l’amorfo nella sua linea più autentica, la sua pelle bianca contro l’ignoto, il vuoto, il baratro. Giaceva su quel lerciume, non erano lenzuola, ma serpi aggrovigliate che formavano trame di sangue. La vide distintamente. Tremava, misto di paura e gelo, o di gelo che trasmette la paura; lei aveva timore. Cercava di serrare le palpebre in una prigionia di sonno quasi eterno ed etereo, cercava di fuggire, almeno di notte, dalla realtà, dalla sua realtà. Si aggrappò ai sogni con quanta più forza poteva emanare ed a quelle coperte sporche di peccato, di insania, di morte. Sudava freddo. Le gocce cristalline scivolavano sulla sua carne come piccole cascate di perla, le inumidivano le vesti rendendole ialine, impregnavano il suo crine Perla Nera appiccicando le ciocche al viso pallido e smunto. Fuori, il buio accecava dalla finestra, ma non ne provava ribrezzo, anzi l’amava. Amava quell’angelo dalle ali possenti, copriva il suo corpo quando era minacciato, ombreggiava con gli arti i suoi nascondigli. Egli aveva gli occhi di un nero che brillava, come fosse bianco aurato e non scuro come la pece. Il suo angelo prendeva fra le mani la luna ogni sera, concedendone la vista ai più fortunati, a coloro che ancora desideravano. Non gli importava cosa, purché fosse un desiderio.
Era la sua morte e la sua vita, pensò. Da lì poteva vederla contorcersi fra la stoffa che ricopriva il letto e che si avvolgeva e scioglieva sul suo corpo freddo e ostile. Non poteva non amarla.
Dovrei farla mia, dovrebbe essere mia.
Non puoi farlo, e lo sai bene.
Non importa quanto inferno si scaglierà sulle mie membra, lei è solo l’inizio. Lei è quanto di più insano io abbia mai immaginato, sono le budella rivoltate di una donzella affascinante, la macchia di sangue sul velo candido e puro di una sposa vergine. In mezzo a tutti vedo solo lei, è tutto sfumato, in bianco e nero ovattato, tranne lei.
Ti perderai in lei, sta attento.
Ti sbagli, mi sono appena ritrovato in lei. Eccola che inizia ad invocare il dio dei Sogni, la figlia minore della notte e dell’abisso, il mio piccolo angelo oscuro, nero, lucido come l’ebano. Le sue piccole corna e la lunga coda a punta. Lei ha la sensualità del peccato stesso e l’amore che un angelo di luce non riuscirebbe ad avere. Con lei sono me stesso e non provo vergogna, con lei posso lasciare andare la mia oscurità e abbracciarla in essa.
Ora la farò mia, e mia sarà per sempre. Le donerò delle bellissime ali nere con le quali farà grandi cose. Le mie ali; le strapperò e saranno sue, non mi servono se sono accanto a lei. Le donerò la mia anima e la custodirà in essa rendendomi immortale. Prenderà il mio corpo e ne trarrà piacere, mi avvolgerà con le sue spine, mentre dentro di lei la mia anima abuserà della sua senza un attimo di tregua.
Perché tu, mia amata, sei il gambo pieno di spine che danno un senso al fiore. Amo, oh dio… amo pungermi con le tue spine, assaporo il sangue che ne esce e mi sento vivo. Ti accarezzo.
La tua pelle ruvida. Quanto amo strisciare contro quel dolore. Ti agiti. Non avere paura, mia amata, mia adorata dea, sono io, sono qui che ti amo e voglio renderti la pace nel mio tormento. E’ un piacere sadico tenerti ferma, i tuoi sono polsi sottili, si afferrano con una sola mano, posso liberarti di questa veste, altro non fa che distaccarmi dalle tue branchie, non voglio la seta né il velluto. Voglio te, non cercare di colpirmi, voglio solo annusare la tua carne lacera, voglio renderla pura, voglio portarti via da questo mondo, farti vivere il mio Ade bianco, dove v’è solo una scrivania. Lì ti adagerò sulla sedia e mi elencherai tutti coloro che t’hanno derisa.
Non farmi del male, uomo senza volto, te ne prego.
Ti denudo, fatti amare, voglio solo che tu capisca quanto l’oceano sia anziano, quanto piacere e dolore possa farti provare, quanto quell’isola brami la luna che tu vedi. Essa è priva della sua vista accecante, seguimi nel mio viaggio, ti incatenerò a me e ti trascinerò su per la collina, affinché tu possa vederne gli abitanti soffrirne, il loro pescatore cercarla nel riflesso della distesa d’acqua, tormentarsi contro se stesso e la sua principessa.
A
mami, mio cavaliere, ora dormo, posso concederti il mio corpo, sto sognando la mia dolce e straziante fine. Ti sento entrare e spaccarmi l’anima, rivesti il mio piacere del tuo. Oh, che dolceamara sensazione, quale dolore più bello del tuo corpo insano nel mio ancor più insano.
E spingo al plenilunio, mai nella mia vita ho goduto tanto, tu sei il mio ristoro, la mia fonte di sarcasmo e cinismo, la fonte del mio amore e delle mie serpi, ti entreranno dentro, strisceranno attraverso le tue ossa, le tue viscere, e ti renderanno forte. Oh, mia splendida, guardami.
Ecco il mio sguardo, folle tormento, ruba le mie pupille, leva ciò che fino ad ora sono stata costretta a vedere, rendimi la tua schiava e la tua sposa. Sento le tue serpi entrarmi dentro.
E te le ho regalate insieme al mio piacere, entrano una ad una dal tuo caldo antro: i tuoi umori al mio odorato, le lacrime increspate alle ciglia. Guardami mentre la tua carne si unisce alla mia, le mie dita cingerti il volto massacrato, non è una possessione, io sono solo un giovane innamorato, sono la tua anima e il tuo inconscio, il tuo pudore e i tuoi peccati, li ho già fatti miei. Ora sei la mia novizia, ora ti amo ed ora ti distruggo.
Era ancora buio, lei non lo scorgeva più. Ora bruciava in mezzo ad un rogo giallo e viola e rosso, c’era un cavallo impazzito, le sue carni marce; un cavallo bianco senza nome, nitriva in silenzio alla brezza di quest’era.
Mio cavaliere, se null’altro possa ammirare nella brezza di quest’era, io ti prego, sedami nel tuo abbraccio, e al malincuor ti dico, destami alla prossima primavera. La tua musica fende, l’aria è la sua musica e fende l’altra musica della natura. se son fiori quei morti ed è cielo quel buio tornerei a pregare, ma lercio ormai è il mio saio. E se i miei occhi mentono, null’altro più vorrò; unicamente il tuo profumo, l’unica brezza in cui morirò.
Unghie spezzate che striano su di un vetro, è sangue, è amaro, è morte, sono le budella di quell’uomo che mi ha stuprata e che al chiar di luno mi ha uccisa.
Quelle iridi. Sono la mia unica confusione. Non è pura, non è vergine, è la mia megera preferita. A dispetto di tutto le sue sono lacrime caste, affascinante la sua anima nera ed eterea. Il suo contatto mi fa credere ancora di più quanto poco importi ciò che il suo essere giudicato malato possa aver trasgredito in confronto a quanto soavi sono le energie che emana. Lei è pregiata. La amo. Mi senti? Ti amo.
Mio uomo, amami, perché sto godendo con te, il mio orgasmo ti ha preceduto, ma ora un secondo riempirà di nettare il tuo sesso. La morte è l’oscuro ed è la vita. È la fede e l’ateismo, è il clero e la laicità. Rapido salto in quel vuoto. Nell’onda. Nel mare. Tuffo in quell’oceano spettrale, di silenzio, di vuoto, di nulla e di tutto. Di dolore e distruzione, l’anticristo del corpo, il caos causato casualmente, l’incubo dell’infinito, il credo nell’avvenire. Ma io non ho paura, non ho timore. Ho mentito. Ho freddo. Ho caldo. Sudo, attraverso i pori ascolto quella melodia innocua e sola, immersa in quel mare, in quel deserto bianco, in quella cenere. La morte sono i bracciali alla mia gola.
Come sole a novembre, salsedine sui monti, chiaro di sole e raggi di Luna. Tentano le iridi, urlano il mio nome arcaico e dipanano le matasse della mia incoscienza. Eccole lì, al vento, che godono di quel mare morto, affondano gli artigli sulla carne sanguinosa dell’essere. Ma tacciono. La loro discrezione m’inquieta e diverte, non comprendo come delle serpi così viscide e pingui possano rispettare tanto le mie lacrime. Eppure la vita mi sorprende ancora. Il rigoglioso nascere di talune sensazioni sviscera d’istinto un corpo supino e spento, ridendo della sua impotenza, ma trascina con se gli organi inariditi; ha pietà di quel seme solitario. Intorno, voci e rumori, caste e successione; la routine che annichilisce, avvenimenti che spingono alla lotta del niente, alla fame del cielo ocra, al sospiro fiacco della donna vuota. Credo nel buio illuminato, in quella penombra che non intimorisce né molesta.
Ora, mia amata, mia donna dalle ali nere, mia amante e amica eterna, ti chiedo:
Sia pur la mente a recitare un incanto nel cuore di una notte? O soltanto semplice mancanza, soffocamento, nell’oto solo una voce, quella voce. E quel riso buffo.
Sempre in un unico suono di un andante melodico ed armonioso? O forse solo tu?
E chiedo… ma quanto ne sai, tu? Quanto sai più di me, e quante volte hai saputo più di tutti?
Quante volte hai lasciato e perdonato?
Umilmente, chiedo… sei riuscita mai a vedere in un orizzonte vicino lo scintillio di un oceano magro e vuoto, senza vita, sorridente nonostante la morte? Ci sei mai riuscita? A sentire il silenzio, ci hai provato mai?
E chiedo, ancora… quante strade hai percorso senza neanche alzare lo sguardo da terra, urtando migliaia di individui che hai amato proprio in quel momento?
In un corpo estraneo, ad entrare e ad impossessarsene, io vedrei te su uno sbuffo di bianco, simile ad una nuvola, ma potrei anche sbagliarmi, avere allucinazioni strane, pensandoti fin troppo.
Ma due corpi infelici ed impossibili… possono separarsi… possono farlo.
E ti chiedo, in ultimo… tu lo faresti?

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