l’ufficio dei piaceri perversi

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La giornata era stranamente ventilata nonostante il sole fosse una presenza quasi ingombrante nel cielo; le strade del centro storico erano quasi deserte e passeggiando per le strette viuzze di tanto in tanto si notava qualche passante all’ombra dei casermoni nel tentativo di riprendere fiato. Erano circa le dieci di mattina e Giorgia camminava di buon passo per recarsi al lavoro in via del calabrone. Era una graziosa ragazza di poco più di vent’anni dai capelli scuri, quasi neri, un viso tondo con vispi occhi castani e quando sorrideva le si formavano due deliziose fossette sulle guance. Aveva la carnagione molto chiara, quasi nivea, e in quel momento indossava una camicetta di un colore scuro che le lasciava scoperte le braccia ed una gonna forse un po’ troppo larga perché riteneva di non avere delle belle gambe e quel giorno aveva preferito nascondere le morbide forme che aveva sotto. Non era in ritardo ma trattandosi di lavoro telefonico semplicemente iniziava in tarda mattinata per concludere poi verso le cinque del pomeriggio.
Era un giovedì d’estate, il caldo iniziava a farsi sentire ma le piogge degli ultimi giorni avevano dato una rinfrescata generale. Giorgia, dopo aver girato l’angolo tra via industria e via del calabrone, si fermò al numero civico 20 pronta a suonare il campanello dell’ufficio, sbuffò un poco sia per il caldo ma anche per il lavoro. Infatti non le piaceva molto, era noioso e difficile, soprattutto cercare di convincere la gente a comprare prodotti che nemmeno lei avrebbe acquistato, ma senza vendite non sarebbe rimasta a lungo. «Buongiorno!» Giorgia si girò e vide, come quasi tutte le mattine, l’abituale anziano passeggiare con il bastone, indossava una camicia larga e bianca sopra pantaloni grigi piuttosto pesanti per la stagione; «Oh buongiorno Signor Vittorio» rispose la giovane girandosi e sorridendo, il vecchio si tolse il cappello più per il caldo che per un saluto vecchia maniera e la guardò attentamente con occhi vispi «Fa caldo vero?» disse «Ma bisogna anche far due passi» Giorgia stava per rispondere quando la porta dell’ufficio si aprì e la sua titolare comparve sulla soglia «Ah sei tu, mi sembrava di aver sentito la tua voce, sei un po’ in ritardo..» la ragazza arrossì «No Signora Liana devo iniziare alle dieci oggi si ricorda?» La donna di mezza età la squadrò e fece un gesto con la mano «Non fa nulla vai pure..» si tolse dall’uscio e contemporaneamente si portò una sigaretta alla bocca che era già accesa. Giorgia salutò con un cenno l’anziano che ancora attendeva «A presto Signor Vittorio» ed entrò in ufficio.
Liana sbuffò una nuvoletta di fumo e fece a sua volta un cenno al vecchio che se ne stava impalato «Signora…» Le disse Vittorio e, sistemandosi il cappello in testa, riprese a camminare.
L’ufficio era al piano terra di un vecchio palazzo ed era formato da quattro stanze più un ampio ingresso e un piccolo bagno. I muri erano spessi e quindi la temperatura interna era sopportabile; Giorgia salutò Carla e Lia, le uniche due colleghe che già erano alle loro postazioni, appoggiò la borsa al suo tavolo, accese il computer e si sedette per una nuova giornata di lavoro sottopagato e precario.
Verso le quattro del pomeriggio il caldo era ruggente e pesante come una coperta e mentre Giorgia e le sue colleghe erano in pausa caffè sentirono suonare alla porta «Sarà il papà di Liana, che esce con questo caldo!» disse con una smorfia Carla «Vado io ad aprire..» le rispose Giorgia alzandosi e buttando via il bicchierino di carta. In quel momento Liana era chiusa nel suo ufficio impegnata in una vivace telefonata con un venditore particolarmente ostico e Giorgia sapeva (o sperava) che sarebbe durata a lungo.
«Buongiorno Signor Mario!» esordì la ragazza dopo aver aperto «Oggi fa proprio caldo vero?» l’uomo, quasi ottantenne e vedovo da circa trent’anni, tutti i giorni alla stessa ora veniva in ufficio a conclusione della passeggiata pomeridiana, sia che piovesse o nevicasse o che il cielo vomitasse lingue di fuoco. «Oohh buongiorno bella Giorgia.. come sta?» rispose il vecchio allargando le braccia con viso tirato in un sorriso sbilenco. La giovane sempre sorridendo e arrossendo indietreggiò di un passo ma l’anziano riuscì comunque ad abbracciarla parzialmente «Ah.. ma Signor Mario…» sussurrò ridendo e tenendo le mani sulle sue spalle nel vano tentativo di allontanarlo gentilmente «Oh! Sempre più bella ogni giorno che passa eh!» disse ad alta voce l’anziano che era anche un po’ sordo.
Era piuttosto basso e curvo, aveva i capelli bianchi e cortissimi, la pelle giallastra e flaccida sotto il mento e un paio di occhiali da vista di un modello mai visto come fosse stato creato da un designer pazzo. Le mani dalle dita nodose stringevano i fianchi ben modellati di Giorgia che era sorpresa dello strano comportamento dell’anziano di solito molto schivo e di poche parole. Sempre con il sorriso sulle labbra disse «Le faccio un caffè Signor Mario, perché non si siede?» e tra un strizzata e l’altra, riuscì a divincolarsi prima che le colleghe, o peggio ancora la sua titolare, potessero accorgersi dell’accaduto.
Mentre il caffè scendeva nel bicchierino di carta, Carla le si avvicinò e disse «Gio, ho visto cosa ha fatto quel vecchio, sai, anche con me lo faceva prima che tu arrivassi. Stai attenta, è un maniaco!» Giorgia la guardò e fece cenno di sì con la testa soppesando le parole di quella che nell’ufficio veniva definita la ruffiana, ma in questo caso poteva aver ragione.
Poi la seguì con lo sguardo dirigersi verso l’uscita per fumarsi una sigaretta ma non prima di salutare il padre di Liana con i soliti salamelecchi che dispensava a tutti. Mario, sorridente e forse un po’ troppo arzillo aspettava seduto sul divanetto situato all’ingresso; Giorgia gli portò il caffè osservando l’ombra della collega che fuori fumava dalla porta a vetri chiusa e sentendo i latrati di Liana che litigava con chissà quale venditore. «Ecco il caffè» disse lei «Grazie cara, siediti qui con me un momento» rispose l’anziano battendo piano la mano sul posto accanto. Lei tentennò un attimo guardando verso la porta dell’ufficio di Liana e poi acconsentì «Va bene, ma solo un momento, devo tornare al lavoro».
Il sorriso dell’uomo si ampliò quando la vide sedersi alzando un po’ la gonna per il caldo, subito le mise una mano sul ginocchio scoperto «Sei proprio bella lo sai? Me lo daresti un bacio?»
«Ma cosa dice Signor Mario?» Giorgia rossa in viso sorrideva in modo forzato «Non posso, se ci vede Liana o Carla..» ma il vecchio la zittì con un gesto della mano «Ma no, non lo saprà nessuno dai..» disse facendosi più vicino, la mano che saliva sulla coscia bianca di Giorgia, tastando con insistenza. «No Signor Mario.. Basta» sussurrò lei serrando le gambe «Ma dai su..» biascicò lui premendo il naso contro le guance arrossate della giovane. Con un strizzata sulla coscia le schioccò una rapida serie di baci umidi sul viso e sul collo «Mmmh bella…bella sei..» rantolò eccitato. «NO!» urlò lei ritraendosi ma l’uomo le cinse i fianchi con la mano libera mentre l’altra continuava la salita fino all’inguine,
«Non smetto se non mi dai un bacio come si deve!» le intimò in un orecchio. Giorgia lo guardò negli occhi cisposi e pieni di lussuria, poi guardò verso l’entrata dove ancora c’era l’ombra di Carla che fumava forse la seconda sigaretta e girandosi vide Lia l’altra collega, che le dava le spalle seduta a telefonare nell’altra stanza, infine sentendo anche Liana sempre più concitata con il venditore si convinse «Va bene ma solo uno».
Giorgia fece appena in tempo a finire la frase che subito Mario le premette la bocca sulla sua; labbra aspre e dure premute contro le sue, che erano morbide e dolci, la lingua dura di lui in un risucchio strano le entrò in bocca; lei si schiuse come un fiore, la mano del vecchio rintanata tra le cosce bollenti e l’altra prontamente sulla nuca della ragazza in modo da tenerla ferma; la sua bocca spalancata che copriva quella di Giorgia, un rivolo di salvia le scivolò lungo la guancia destra; le due lingue in un intreccio di piacere. Lei si sentiva avvampare con il cuore a mille mentre le dita nodose di Mario frugavano tra le mutandine scostate le altre labbra calde tra le gambe. Iniziò ad ansimare con gli occhi semichiusi sentendo l’alito di caffè del vecchio che nel contempo la teneva stretta a sé, lei si scostò un po’ forse senza accorgersene per mettersi più comoda appoggiando le mani sulle guance dell’anziano, incavate e rugose per la barba di due giorni. Ormai completamente sudato, Mario sentiva indurirsi il membro come non gli capitava da molto tempo, la giovane aprì sempre di più le cosce e poi.. La porta si spalancò; Giorgia sussultò con il cuore in gola e sentì freddo alla schiena per lo spavento; si staccò dal vecchio completamente arrossata, sudata, con le gambe aperte, la gonna infagottata e sollevata a lasciar scoperto il pube malcelato dalle mutandine stropicciate. Carla sulla porta d’ingresso con un espressione incredula, gli occhi piantati in quelli di Giorgia «Ma..» disse con un filo di voce. La ragazza si alzò di fretta sistemandosi la gonna e corse in bagno. Mario rimase seduto asciugandosi la bocca con una mano, una strana espressione dipinta sul viso e osservando di sottecchi Carla che, sgomenta, non si capacitava di ciò che aveva visto.
Giorgia, di fronte allo specchio si vide rossa e sudata, con il dorso della mano si asciugò il rivolo di saliva che le era colato sulla guancia (la saliva del Signor Mario); si sciacquò la bocca e si lavò il viso tre volte «Cos’ho fatto? Oddio cos’ho fatto?» si disse «E se Carla lo dice a Liana…Oddio.. perderò il lavoro…» pianse in silenzio e dopo alcuni minuti tirò lo sciacquone e sistemandosi al meglio uscì dal bagno.
Mario non c’era più, Liana era ancora al telefono ma dal tono era evidente che non stava più parlando con il venditore cocciuto. Lia macinava telefonate su telefonate totalmente ignara dell’accaduto e Carla, seduta alla sua postazione, aveva gli occhi bassi con l’espressione chiaramente sconvolta. Giorgia si sedette al suo posto che era proprio di fronte a Carla. I loro sguardi non si incrociarono per tutto il resto del pomeriggio, poi, verso le le cinque, Liana uscì dal suo ufficio esagitata «Ragazze così non va bene, ho passato il pomeriggio a pararvi il culo per gli appuntamenti presi a Ravelli che, lo sapete, è un rompipalle; dice che sono saltati tutti tranne uno! Ragazze dovete migliorare le telefonate, esser più chiare e attente, specialmente tu Giorgia…» La ragazza restò in silenzio e incrociò lo sguardo di Carla che subito distolse lo sguardo e poi si rivolse a Liana «Ehm.. oggi abbiamo sistemato la giornata di domani sempre per Ravelli, sono sicura che sono ottimi appuntamenti» Liana tirò fuori il pacchetto di sigarette e accompagnò le tre donne all’uscita «Speriamo perché non ho voglia di sorbirmi altre rotture di palle da parte sua!».
Dopo veloci saluti Lia si incamminò verso il parcheggio dove aveva lasciato l’auto mentre Carla e Giorgia fecero un pezzo di strada insieme dalla parte opposta. Le due donne restarono per un certo periodo in silenzio camminando lungo la via che dava sulla piazza principale. «Ma ti sei impazzata Giorgia?» disse con livore Carla improvvisamente «Cosa ti sei messa in testa? Con il padre di Liana?» Giorgia si rabbuiò imbarazzata «Ma no, io… Non volevo, lui ha insistito e non mi lasciava andare e..» Carla sempre più esasperata «Avevi le gambe aperte razza di stupida!» ringhiò «Lo sai cosa poteva succedere se Liana ti avesse vista?» Giorgia si mise a piangere, «No ti prego Carla, non dirle nulla.. starò più attenta, volevo solo esser gentile, ma cercherò di non dargli più corda…» camminarono ancora per un breve tratto in silenzio e poi arrivate all’imbocco della piazza semivuota si salutarono freddamente. Carla si diresse verso l’auto e Giorgia verso la fermata del bus, con il cellulare incollato all’orecchio chiamò sua sorella Marta di un anno più grande «Ciao Gio..» rispose lei dopo tre squilli «C-ciao…è successo un casino» disse tra le lacrime che ripresero a sgorgare.
2.
Carla abitava diversi chilometri più a sud, in una zona che in tempi antichi si definiva rurale ma che adesso era un buon posto per ville, villette e casette sparse per chi voleva allontanarsi dal caos del centro. Mentre guidava stava ancora maledicendo Giorgia per quello che aveva fatto, si sentiva stranamente offesa e forse anche gelosa, l’aveva considerata come una figlia ma a causa della sua giovinezza e della sua bellezza si sentiva da tempo un po’ messa da parte, soprattutto durante le riunioni con tutti i venditori che la ricoprivano di complimenti. Del resto non c’era storia, Carla aveva ormai cinquant’anni ed un velo di rughe aveva segnato da tempo i suoi occhi azzurri; il seno una volta rigoglioso e pieno si era oltremodo rilassato ed i fianchi si erano appesantiti con l’andare degli anni. Anche i capelli biondi sembravano spenti e opachi.
Ora però aveva in mano una bomba, teneva in pugno quella puttanella e poteva forse spingerla a lasciare quel lavoro che comunque non le piaceva; aveva intenzione di lavorarsela per un po’ e se tutto fosse andato come lei prevedeva, quella sgualdrina se ne sarebbe andata via presto. Un lieve sorriso le comparve sul viso quando entrò nel vialetto di casa costeggiato dalla siepe.
Lia arrivò a casa dopo le sei di sera, suo marito Guido non era ancora rincasato ma sapeva che sarebbe arrivato per le otto. Il caldo era ancora intenso e l’umidità le incollava gli abiti sulla pelle; dopo aver aperto tutte le finestre del piano terra si tolse la maglietta color nocciola riponendola nel cesto dei vestiti da lavare e così fece anche con i pantaloni di tela. Rimasta in mutande e reggiseno prese in cucina un succo di frutta che bevve avidamente; aveva quarant’anni ed era tutto sommato una bella donna, con gambe lunghe e tornite grazie all’utilizzo del tapis roulant ricevuto in regalo anni fa. Una pancia ancora piatta nonostante una figlia ormai grande avuta all’età di diciotto anni; un seno abbastanza sodo e invitante ed un viso regolare ma ordinario senza picchi di particolare bellezza, forse a causa di una pettinatura scialba che non aiutava molto. Si buttò sul divano e accese la tv mentre finiva il succo. Guardò la finestra che dava sull’appartamento di fianco e vide Marco, il giovane figlio del suo vicino di casa; era dorso nudo e stava rientrando in casa. «Ciao bello..» sussurrò lei e spense la tv. Si alzò e decise di farsi una doccia prima di preparare qualcosa per la cena; da diverso tempo stava pensando al rapporto con Guido che ormai si era incanalato in una routine noiosa e senza sbocco, soprattutto da quando Debora aveva deciso di vivere a casa del suo ragazzo un anno fa; ma oltre a questo riteneva che lei e Guido si fossero sposati troppo presto e troppo giovani; lui poi si era fisicamente lasciato andare e da quando aveva smesso sia con il biliardo che con il calcetto la pancia si era fatta sempre più prominente. Non facevano più l’amore da ormai un paio di anni, cosa che le pesava molto e da qualche mese, per così dire, si arrangiava da sola fantasticando del bel vicino di casa che aveva l’età di sua figlia o all’occorrenza con qualche divo del cinema. Salì in camera da letto e si tolse il reggiseno buttandolo sulla spalliera, si diresse in bagno e dopo aver aperto l’acqua miscelandola nella giusta temperatura, si liberò delle mutande e si godette una rinfrescante doccia di un quarto d’ora. Quando ebbe finito girò per casa nuda e umida consapevole che il caldo era più efficace di qualsiasi asciugamano. Sostò vicino alla finestra ma vide che nell’appartamento accanto tutte le luci erano spente. Lia sussultò dalla sorpresa quando il campanello all’ingresso trillò; stava già andando ad aprire quando si ricordò che era nuda «Arrivo!» gridò e salì in camera per mettersi una maglietta pulita, le mutandine e una gonna corta. Quando corse ad aprire la porta vide Marco sulla soglia che le sorrideva «Buonasera Signora Lia, siccome mio padre non è ancora rientrato le riporto io la teglia, dice che la ringrazia ancora per le verdure» Lia restò immobile per un momento, «Oh.. si certo, figurati.. Ehm..Ti va di entrare?» disse invitandolo con un gesto della mano e si sorprese del tono di voce un po’ troppo civettuolo. «Ehm.. si, certo» rispose il giovane non meno sorpreso di lei, entrando si guardò intorno sempre con il sorriso stampato sul volto. Lia posò sul tavolo la teglia vuota e pulita con una strana agitazione che le percorse il corpo «Ti va qualcosa di fresco? Come sta tuo padre?» disse tutto d’un fiato come fosse un unica domanda «Oh, ehm si grazie.. E mio padre si, sta bene» rispose il giovane che teneva lo sguardo a mezza altezza da quando era entrato; Lei si accorse di avere la maglietta bianca appiccicata al seno umido quel tanto da mettere in evidenza i capezzoli turgidi, imbarazzata si girò verso il frigorifero «Siediti pure sul divano…Sai, Debora sta facendo un master in ingegneria, dice che le piace molto; tuo padre mi sembra mi abbia detto che adesso stai lavorando giusto?» si affrettò a dire mentre prendeva un’aranciata «Si è vero» disse Marco mentre si sedeva «Lavoro come cameriere al ristorante La Nuvola da un paio di mesi…Ehm suo marito non c’è?» La donna trovò un po’ strana la domanda, chiuse il frigo girandosi di lato in quell’attimo vide la sua immagine riflessa nello specchio di fronte al divano e si rese conto di quanto fossero ben evidenziati i seni e si rammaricò di aver scelto quella stupida maglietta troppo leggera «Si, arriverà più tardi, verso le otto..Ma perché? Avevi bisogno di qualcosa?» gli porse la lattina fredda e si sedette anche lei sul divano accavallando le gambe nude coperte solo da una gonna cortissima «No.. Nulla grazie.. io..» Marco le osservò le cosce e poi spostò lo sguardo altrove per non sembrare scortese «Signora Lia.. vorrei dirle una cosa, se posso..» La donna si sentiva tremendamente a disagio, si guardò attorno distrattamente e poi decise di alzarsi «Ma certo.. dimmi..» disse infine appoggiandosi al tavolo del soggiorno dietro il divano a braccia conserte coprendosi il seno.
Il ragazzo appoggiò la bibita sul tavolino di vetro e si alzò con lieve imbarazzo «Ecco..volevo solo dirle che, si insomma, io penso che lei sia una donna molto bella e la vedo spesso dalla finestra di camera mia e beh.. Mi piace molto» a Lia il cuore sobbalzò e la gola si seccò di colpo, ora si guardavano negli occhi «Oh caspita..» esclamò lei «Io.. Ti ringrazio, sei un bel ragazzo ma… Sono troppo vecchia per te..» farfugliò ridendo e si accorse mentalmente che aveva tralasciato il fatto di esser sposata e che il marito sarebbe arrivato di li a poco; «No non è affatto vecchia…» disse lui con convinzione e si avvicinò, Lia appoggiando le mani allo schienale del divano continuando a guardarlo e si sporse leggermente, i seni in avanti «Come sei gentile…» sussurrò languidamente, il ragazzo si avvicinò con le ginocchia posate sul divano e lentamente passò le mani sulla parte alta dei fianchi «Signora Lia…» La donna gli abbracciò la testa premendola tra i seni «Chiamami Lia e basta..». Il giovane la strinse forte mentre affondava sempre di più il viso tra le morbide forme «Mmmhh.. hai sempre avuto due tette stupende Lia…Beato tuo marito…» Lei ridacchiò pensando a quanto poco gliene fregasse a Guido delle sue tette, e finalmente si tolse la maglietta; Marco ammirò il seno che svettava, con i capezzoli grandi, sporgenti ed invitanti; Lia sentì le mani forti e al tempo stesso delicate di lui tastarlo per bene e, sull’orlo di un abisso di piacere, la sua lingua passò da una mammella all’altra. Rovesciò la testa all’indietro con un gemito «Aaahh, si bravo..» Marco si ficcò in bocca quanto più seno poté stringendo tra lingua e palato il turgido capezzolo «Mmmhh..» disse lui mollandolo con uno schiocco e passando all’altro in una sequenza ripetuta più volte «Sei stupenda Lia…» disse infine mentre lei stava già togliendosi la gonna «Spogliati..» gli disse con voce roca e Marco obbedì prontamente. Aveva un fisico asciutto e ben fatto e Lia noto subito l’erezione prorompente nonostante i pantaloncini e le sfuggì un lieve gemito di piacere.
Scavalcò il divano e gli fu addosso in un abbraccio che quasi li fece cadere entrambi, le loro bocche si unirono cercandosi avidamente, con una mano Marco le afferrò un gluteo sodo mentre lei tastò il membro duro come il ferro attraverso il tessuto. Tenendola sollevata, le bocche avvinghiate in un duello di lingue, Marco si girò su sé stesso lasciandosi cadere sul divano con lei in braccio; Lia gli abbassò i pantaloncini «Fammi vedere…» sospirò e lui si calò i boxer mostrando il pene eretto e incredibilmente lungo «Che meraviglia Marco…» disse la donna ridendo e se lo puntò dritto tra le gambe, a quel contatto tremò come se avesse ricevuto una scossa; il giovane era sudato, eccitato e gli sembrava che tutta la stanza attorno vorticasse, cosa che gli provocò un lieve giramento di testa e senza rendersene conto le fu dentro. Lia si muoveva ritmicamente e Marco non ancora sazio riprese a baciarle e mordicchiarle i seni stringendole allo stesso tempo le natiche. L’orologio alla parte segnava quasi le otto quando l’ennesimo orgasmo infiammò Lia per la terza volta facendola urlare «L-Lia ..sto venendo…» disse il giovane sempre più sudato stringendola a sé «Oohh.. aspetta..» si sollevò in tempo proprio mentre il fiotto caldo sprizzò rigoglioso dappertutto, sul divano e addirittura sul tavolino di vetro mentre lei si lasciò cadere di lato sudata, esausta ed appagata. In quel momento vide i fari dell’auto di Guido illuminare la facciata della casa, segno che aveva già passato il viale d’ingresso. «Oddio! Guido!» si drizzò in piedi allarmata «Vestiti Marco esci!» gridò in modo isterico mentre il ragazzo sbiancò improvvisamente «Si ma.. come faccio a…» balbettò cercando di rimettersi boxer e pantaloncini cosa impossibile da fare con l’erezione ancora alla massima potenza «Esci dalla finestra di là presto!» gli ringhiò contro Lia che già si era infilata la gonna e armeggiava con la maglietta, poi avrebbe preso straccio e detergenti per pulire divano e tavolino. Lo ‘slam’ della portiera sembrò un conto alla rovescia, entro dieci secondi Guido sarebbe entrato.
Lia squadrò Marco che, con il cazzo dritto, i pantaloncini semi abbassati e la maglietta sulla spalla, indugiava alla finestra «Ci rivediamo? se…» sussurrò «Ma te ne vuoi andare? Sparisci!» ruggì Lia che aveva appena fatto in tempo a mettersi la t-shirt e che, inginocchiata, già sfregava un po’ il tavolino e un po’ il divano. La porta si aprì, Lia si girò di scatto e vide Guido «Ciao Lia..» disse con voce impastata appoggiando la valigetta all’ingresso «Ciao..Ehm..» rispose lei mentre Marco già correva verso casa con l’uccello ancora fuori vergognandosi peggio di un ladro, «Che fai?» chiese lui in maniera distratta dirigendosi verso il frigo dove presumibilmente avrebbe afferrato una lattina di birra.
«Oh niente.. ho rovesciato una cosa.. Dell’acqua» rispose alzandosi e scrutando ogni centimetro quadrato compreso tra divano e tavolino mentre una vocina nella testa le urlava qualcosa di allarmante ma che non riusciva ad afferrare. Guido chiuse il frigo, aprì la lattina di birra e prima di sedersi sul divano pestò qualcosa con un sonoro ‘crack’. Lia ebbe un sussulto alla bocca dello stomaco e vide suo marito guardare per terra «Ma cosa..» disse chinandosi a raccogliere la lattina di aranciata che si era rovesciata rotolando e spargendo il contenuto sotto il divano quando Marco, con Lia in braccio, si era girato per sedersi. «Hai rovesciato anche questa» era più che altro un’ affermazione che una domanda e tornado sui suoi passi buttò la latina schiacciata nell’immondizia «Ah si certo…» si affrettò a dire Lia «Ora passo un panno bagnato.. Sistemo tutto» Con il cuore in gola, quasi tremante si avviò in cucina, avrebbe avuto bisogno di un’altra doccia ma stavolta gelata.
Il giorno dopo Mario non si fece vedere, Liana disse che era impegnato con l’elettricista a casa ma sia Giorgia che Carla sapevano che non era così. La giornata trascorse senza troppi problemi, in modo ordinario nel caldo di un pomeriggio dove il sole picchiava duro. L’imbarazzo che c’era tra Giorgia e Carla scemò lentamente verso la fine della giornata per poi scomparire quel tanto da far notare loro che Lia, particolarmente silenziosa, macinava un po’ meno telefonate del solito. Verso sera Liana disse che il giorno dopo sarebbe stata via tutto il giorno e che essendo un venerdì si sarebbero viste direttamente dopo il fine settimana. All’uscita Carla prese Giorgia da parte «Ti devo parlare, è per il tuo bene» sussurrò afferrandola delicatamente per il braccio lungo la solita via che dava sulla piazza; L’anziano Vittorio girò l’angolo proprio in quel momento e vedendole dalla parte opposta le salutò con la mano che reggeva il bastone subito ricambiato dalle due donne.
«Lo so cosa vuoi dirmi..» disse laconica Giorgia trafficando con il cellulare «No aspetta..» rispose Carla mentre si accendeva una sigaretta «Quello che è successo è molto grave… Io penso che prima o poi Liana lo verrà a sapere, suo padre è anziano e gli sfuggirà di certo qualcosa» Giorgia alzò lo sguardo dal telefonino «Ma non succederà… Oggi non è neanche venuto.. forse se ne starà a casa d’ora in poi…»
«Ne sei convinta?» sentenziò Carla fissandola duramente «Io non credo proprio, secondo me dovresti prendere la palla al balzo e, visto che questo lavoro non ti piace perché l’hai sempre detto, dovresti lasciarlo» Giorgia strabuzzò gli occhi «Cosa.. ma questo lavoro mi serve, si è vero non è granché ma solo per il contratto precario..Ma perché mi dici questo? Vuoi forse che io vada via?» Carla capì di esser stato troppo diretta e subito corse ai ripari «Ma no tesoro.. cosa dici? Io lo dicevo per te… Lo sai che ti voglio bene e non vorrei mai che tu andassi via..» e le mise il braccio attorno alle spalle «Sei come una figlia per me…». Percorsero il resto del tragitto in silenzio e si salutarono come sempre all’imbocco della piazza. Giorgia s’incamminò pensierosa, sicuramente a lei, che io resti o meno, non frega nulla si disse, ma in effetti ho pensato anche io di licenziarmi anche se la colpa è del vecchio, mi ha molestata. La sera prima sua sorella infatti le aveva consigliato di dirlo subito a Liana, anche se Carla avrebbe sicuramente fatto la spia sottolineando che sembrava le piacesse e l’avrebbe definita una poco di buono giusto per non essere volgari.
Mentre saliva sull’autobus, Giorgia pensò anche di parlare direttamente con il Signor Mario, forse, con un chiarimento tra loro avrebbe risolto la faccenda e anche se Carla avesse spifferato quello che aveva visto bastava che loro negassero e la figuraccia l’avrebbe fatta lei.
Quella notte Lia non riuscì quasi a chiudere occhio. Suo marito russava placidamente alla sua destra nonostante l’afa; Debora era venuta a cena quella sera stessa con il suo ragazzo ed avevano trascorso una piacevole serata. Ma adesso Lia, prigioniera dei propri pensieri, non riusciva ad addormentarsi. Decise di alzarsi per un bicchiere d’acqua; la finestra della camera da letto era aperta ma nemmeno un lieve refolo muoveva l’insostenibile calura; scese le scale a piedi nudi, con addosso solo mutandine ed un reggiseno elasticizzato e si passò una mano sui capelli sbuffando. Trangugiò l’acqua fredda e posò il bicchiere nel lavello. Volse lo sguardo verso la finestra di fronte all’appartamento di Marco, avvolto nel buio; Lia immaginò il ragazzo dormire nudo nella sua stanza, senza nemmeno i boxer; immaginò di potergli toccare il petto e le braccia, immaginò di sedersi sopra di lui. Lia con un sospiro iniziò a toccarsi lentamente con movimenti ritmici, una mano sul lavello e l’altra nelle parti intime. Più pensava alle sensazioni di piacere intenso provate il giorno prima e più velocemente la sua mano agiva massaggiando tra le grandi labbra e passando al clitoride. La pendola in soggiorno suonò le tre e Lia senti l’orgasmo salire improvviso ed esploderle dentro «Mmmhh Ooohh» rantolò piegando la testa e serrando i muscoli del bacino e delle gambe. Dopo alcuni attimi, ansimante si raddrizzò e bevve ancora un bicchiere d’acqua gelata. Tornò a letto ma anche se più rilassata si addormentò quando ormai era mattina.
Venerdì una pioggia insperata fece abbassare di qualche grado la temperatura. Verso la tarda mattinata il cielo si schiarì per una tregua, Giorgia giunse in ufficio con qualche minuto di ritardo, perché sapeva che Liana non sarebbe venuta e quindi se la prese comoda; quel giorno aveva i capelli neri raccolti in una graziosa coda che le cadeva di lato lungo la spalla destra. Indossava una maglietta bianca a righe nere orizzontali ed una gonna color panna che le arrivava appena sopra le ginocchia, attillata quel tanto da modellarle per bene i fianchi. Soffiava un leggero e gradevole venticello e le foglie degli alberi sussultavano placidamente; giunta alla porta dell’ufficio vide che era appena accostata e quindi entrò senza esitare. Vide Lia e Carla che stavano parlando fittamente a voce bassa, capì che erano appena arrivate perché erano entrambe in piedi vicino alle rispettive postazioni con ancora in mano le borsette. Smisero di confabulare non appena la videro sulla soglia, «Ciao Giorgia, siamo appena arrivate anche noi, abbiamo lasciato la porta aperta per te» disse Carla tranquillamente mentre sistemava alcuni fogli sulla sua scrivania «Mmm, grazie…» rispose guardandole con un po’ di sospetto che l’abbia detto a Lia? Pensò tra sé di certo ne è capace questa chiacchierona e si accomodò al suo posto.
«Mi piace il tuo vestito» disse Lia con un sorriso girandosi sulla sedia «Stai proprio bene..»
«Grazie… avevo voglia di cambiare un po’..» rispose Giorgia,
«Okay ragazze» iniziò Carla «Liana ha detto che oggi dobbiamo prendere appuntamenti per i due venditori nuovi oltre che per il solito Ravelli… Cerchiamo di darci dentro perché sapete che poi ci rompe le palle». Dopo la pausa pranzo, mentre Carla era fuori a fumare, Giorgia chiese a Lia di cosa stessero parlando quella mattina quando lei era entrata, Lia rispose che parlavano degli appuntamenti presi per Ravelli nei giorni precedenti, il venditore se ne lamentava sempre, «Continua a dire che sbagliamo noi e la gente non capisce cosa proponiamo…Secondo me invece è lui che non ci vuole andare..» Giorgia annuì distrattamente un po’ delusa ma ancora poco convinta.
Alle quattro di pomeriggio di quel venerdì il campanello suonò, Giorgia era in bagno in quel preciso momento ma lo sentì lo stesso; come sentì Lia che apriva dicendo «Buon pomeriggio Signor Mario» non prestò attenzione alla breve conversazione che seguì tra i due perché il cuore le rimbombava nella gabbia toracica e una ridda di pensieri affollò di punto in bianco la sua testa oddio, oddio, è qui, che cavolo faccio ora? Proverò a far finta di nulla? O è meglio che chiarisca subito?. Fece un bel respiro, si fece coraggio, ed uscì dal bagno; manco a farlo apposta se lo trovò di fronte, curvo e flaccido come al solito con una camicia color carta da zucchero a righe sottili slacciata davanti tanto da far intravedere l’immancabile canottiera bianca e pantaloni di tela «Ciao cara..» le disse con un sorriso storto «Ehm, buongiorno Signor Mario» rispose lei già rossa in viso, sorriso tirato e sguardo basso «Come sei elegante oggi..» si accorse che le stava dando del tu, come se fossero ormai in intimità «Grazie, e… Senta Signor Mario.. per quello che è successo l’altro giorno..» iniziò Giorgia a bassa voce per la vergogna e sperando che il vecchio non fosse troppo sordo da costringerla ad alzare la voce «Vede, mi dispiace.. io qui devo lavorare e potrei avere dei problemi, se potessimo far finta che non sia successo nulla sarebbe di grande aiuto per me» buttò fuori tutto d’un fiato con il cuore in mano e aspettò la risposta dell’anziano.
Mario tirò su col naso rumorosamente e annuì «Eehhh, hai ragione cara, è colpa mia.. Sono un povero vecchio solo e decrepito… Mi sono lasciato trasportare, non ho saputo controllarmi e ho finito per esagerare» esordì come un cane bastonato, a Giorgia in quel momento sembrò ancora più vecchio di quel che era «Sai, da quando sono vedovo, ed è da più di trent’anni ormai, non ho più pensato a nessuna donna, tu sei così giovane, così bella e sei sempre gentile con me… Mi dispiace, spero di non averti offesa» concluse abbassando lo sguardo, la voce gli si era rotta o era solo un impressione? Giorgia non lo seppe dire ma questo vecchietto le fece molta tenerezza «Oh, ma Signor Mario, non si preoccupi» disse lei passandogli il braccio sulle spalle con un gesto d’affetto e premendogli il seno contro la spalla «Non è successo nulla» Il vecchio ricambiò l’abbraccio posando una mano sulla parte alta del gluteo stringendo leggermente «Grazie cara, grazie…» bofonchiò riconoscente, Giorgia sorridendo gli posò l’altra mano sulla guancia «Purtroppo però Carla ci ha visti…Cosa facciamo se lo dice a Liana?» aggiunse la giovane che sentiva la mano di Mario fare su e giù lentamente sulla natica «Oh guarda… Posso dirti due o tre cose su Carla che tu non sai…» rispose lui strizzando l’occhio ma con espressione grave «Ricorda che lei è qui da molto più tempo di te» concluse con fare misterioso lasciandola per dirigersi in bagno «Davvero? E cosa sarebbe?» disse lei incuriosita, Mario si girò e prima di chiudere la porta disse con un dito alzato «Non posso dirtelo qui, è una cosa grossa successa anni fa proprio in questo ufficio, se vuoi saperlo te lo dirò questa sera se verrai a casa mia» non aspettò la risposta e chiuse la porta. Giorgia rimase interdetta, non sapeva se crederci o no, poteva essere un scusa per poterla molestare in santa pace tra le mura domestiche, ma poteva essere davvero una cosa grossa che avrebbe potuto usare contro Carla.
Mentre tornava al suo posto si mordicchiava il labbro inferiore indecisa sul da farsi «Che ha fatto quel porco?» sussultò quando Carla comparve di fianco a lei con lo sguardo torvo «Ti ha infastidito? Non ho sentito cosa vi dicevate!» sputò la donna e Giorgia fece un passo indietro «Eh? Oh no, no, si è scusato di quello che è successo, sai penso si sia risolto tutto» si affrettò a dire mentre andava a sedersi; Carla la seguì con lo sguardo tutt’altro che convinta.
Uscirono dall’ufficio mezz’ora dopo del solito per sistemare al meglio tutti gli appuntamenti per Ravelli in modo da non aver problemi. Lia salutò le due ragazze augurando loro un buon week-end e si diresse in via dei lavoratori ad aspettare Guido che sarebbe arrivato a breve; avevano deciso di andare a cena fuori tutti i venerdì più per creare una nuova abitudine che per il puro piacere di farlo. Passeggiando lentamente guardando le vetrine Lia ricevette un sms di Guido che l’avvertiva che sarebbe arrivato a breve, rispose “OK” e quando mise il cellulare nella borsetta senti una voce familiare da qualche parte dietro di lei; si girò e vide Marco abbracciato ad una ragazza snella e biondissima, probabilmente della sua stessa età. Lia si nascose subito dietro la vetrina di un ferramenta che faceva angolo e prima di tornare a sbirciare si guardò attorno attentamente. La ragazza sembrava una modella, aveva addosso una magliettina rosa senza maniche, pantaloncini corti e scarpette di tela basse; e mentre Marco non la mollava neanche per un istante cercando di baciarla sulla bocca, lei con un po’ di finta resistenza continuava a ridere «Che stronzo..» sussurrò Lia girandosi dall’altra parte. Ma perché mai avrebbe dovuto essere gelosa? Dopotutto è normale che un ragazzo frequenti chi ha la sua stessa età no? Ma poi perché non le aveva detto di avere la ragazza? Lia si sentì vecchia e si posò una mano sulla bocca dello stomaco; forse in realtà non era la sua ragazza e comunque non gli importava, aveva avuto la sua botta di vita ed era ora di passare alle cose serie. Ma Lia si sentiva profondamente delusa, aveva voglia di piangere perché davvero aveva creduto che Marco pensasse solo a lei, ah che ridere.
Non sentendo più la risata da oca della biondina, si girò ancora una volta per dare un’occhiata e stavolta li vide baciarsi, anzi limonare in un intrico di lingue che le sembrò volgare e osceno. Si voltò di scatto allontanandosi il più possibile e continuava a darsi della stupida quando un clacson la fece sobbalzare, era Guido con la testa che spuntava dal finestrino della sua auto con un sorriso serafico «Che cavolo, mi hai spaventata» scattò lei con un gesto di stizza «Scusa..» rispose lui mogio. Lia salì velocemente «Fa niente andiamo..» girandosi per mettere la cintura di sicurezza riusci a vedere di striscio Marco e la sua bella incollati come e più di prima.
3.
Via della Mandragora era costeggiata da alberi frondosi perfetti per chi aveva intenzione di sfuggire al caldo che, dopo la pioggia di poche ore prima, tornava a farsi sentire; la via non era molto lunga e Giorgia stava camminando lentamente avanti e indietro da circa dieci minuti indugiando intorno alla palazzina con numero civico 6, l’indirizzo che il signor Mario le aveva dato un’ora prima quando era ritornata in bagno. In tutta verità non aveva voglia di entrare, una vocina le diceva che lui aveva recitato la scenetta del povero vecchio per muoverla a compassione e convincerla così ad andare a casa sua per riprendere da dove si era interrotto l’altro giorno. Così le aveva fatto capire anche Marta, che dieci minuti prima al telefono le aveva detto di non fidarsi minimamente e che il vecchio aveva cattive intenzioni. Stava per convincersi e fare dietro front quando dalla finestra del piano rialzato incrociò lo sguardo di Mario; sorridendo e picchiettando sul vetro le fece cenno di entrare.
Giorgia si morse la lingua cavolo, ora mi tocca entrare davvero, ma si chiese anche se inconsciamente non avesse indugiato fino all’ultimo proprio perché lui se ne accorgesse, scacciò questo pensiero e si diresse all’entrata del portoncino che con uno scattò si aprì automaticamente. Appena dentro sulla sinistra vi era una lunga fila di cassette delle lettere, di fronte all’entrata tre gradini e successivamente sulla sinistra una porta, a destra invece c’erano le scale. Lei salì i gradini e la porta a sinistra si aprì «Ciao cara, pensavo non saresti venuta…» esordì il signor Mario tutto contento, «Ma hai fatto bene, entra dai» Giorgia indugiò per un momento sullo zerbino stringendo la borsetta e controvoglia entrò in casa.
Mario aveva indosso una maglietta gialla larga, pantaloni corti e ai piedi calzini con pantofole; la temperatura interna era piacevole grazie ai condizionatori disseminati in varie stanze. «Vieni andiamo in soggiorno che ti offro qualcosa da bere…» disse lui trottando lungo il corridoio ricco di quadri appesi un po’ ovunque, «Oh no grazie, mi fermo poco.. Io devo ehm, vedere mia sorella…» si affrettò a dire Giorgia ma lui non rispose probabilmente perché non aveva sentito e perché già era sparito in un’altra stanza. Il soggiorno era pieno di soprammobili, alle pareti quadri che con tutta probabilità non avevano trovato posto in corridoio, una pendola gigante stava in fondo alla stanza ma sembrava non funzionante; il divano era molto grande ed occupava il centro della stanza insieme ad un tavolinetto basso di legno con sopra una famigliola di gufi forse fatti di gesso; un tappeto davvero kitsch copriva quasi tutto il pavimento.
Dalla porta in fondo a destra ricomparve Mario reggendo un vassoio con varie lattine e due bicchieri «Ecco, ho aranciata fresca, coca cola, sprite, prendi quello che vuoi…» Appoggiò il tutto sul tavolino di legno, Giorgia si passò una mano sulla bocca e sospirando disse «Grazie Signor Mario ma ho fretta, tra poco devo andare, se vuole dirmi quella cosa su Carla.. Altrimenti..Beh non fa nulla» Si sistemò la borsa sulla spalla e rimase in piedi ritta e determinata. Mario la guardò attentamente. «Oh beh, certo, assolutamente…» disse con un colpo di tosse e si sedette sul divano gigante «Prima di tutto cosa pensi di Carla? Che idea ti sei fatta di lei?» Giorgia si guardò intorno come a voler pensarci un attimo, «Per la verità mi sembra un po’ falsa… Mi da l’idea di una donna molto opportunista, in ufficio viene definita la ruffiana» l’anziano si mise a ridere di gusto, «Ah, brava, hai capito subito vedo; ma lei è molto di più o almeno lo è stata anni fa» disse con un gesto della mano.
Giorgia aggrottò la fronte, incuriosita decise di sedersi sul bordo del divano debitamente lontano dal vecchio e infine appoggiò la borsa in terra; Mario si sistemò gli occhiali sul naso mentre le osservava le gambe in modo fintamente distratto «Pochi anni dopo la morte di mia moglie ho preso l’abitudine, essendo ormai in pensione, di passare per l’ufficio di Liana e così ho conosciuto Carla e, devo proprio dirtelo cara, vent’anni fa era una bella donna, ora purtroppo si è lasciata andare…» iniziò a raccontare il vecchio accavallando le gambette secche e pallide, « in quegli anni Liana mi aveva lasciato addirittura le chiavi dell’ufficio, entravo quando volevo, me ne andavo quando volevo e spesso aiutavo anche nel lavoro; e fu così che ebbi una tresca con Carla che durò per qualche tempo, naturalmente senza che nessuno lo sapesse» si interruppe guardando la reazione di Giorgia che incredula e con la bocca spalancata esclamò «Lei cosa?.. Cioè lei ha avuto una relazione con, con Carla? Ma non può essere…», Mario rise tra un colpo di tosse e l’altro «Si mia cara, so che ti sembro un dinosauro ma vent’anni fa me la spassavo anche io e Carla non è certo una Santa credimi». La ragazza stordita da quella notizia pensò che, se fosse stato vero, Carla all’epoca doveva avere circa trent’anni e Mario sempre e comunque una sessantina, «Adesso devo bere qualcosa..» aggiunse lei alzandosi e dirigendosi al tavolino con le bibite; sotto lo sguardo ambiguo dell’anziano che si passava la lingua sul labbro, bevve tre lunghi sorsi di aranciata «Prego, fai pure cara… Ma siamo solo all’inizio».
Giorgia fece un lungo sospiro e tornò a sedersi questa volta vicino al vecchio che non si mosse minimamente «Vedi cara, ricordo quei giorni molto bene, furono un momento felice per me che mi sentivo depresso per la perdita di mia moglie, ma Carla mi aiutò molto» fece una pausa con lo sguardo perso da qualche parte come a ritornare con la memoria a quel tempo e Giorgia ebbe la sensazione che si stesse commuovendo, «Ah, quante volte abbiamo fatto l’amore in ufficio…» proseguì lui girandosi a guardarla sorridente, «Ancora oggi sogno la sua bocca di allora, il suo corpo…Ah che sensazione»; annuì tra sé cambiando posizione sul divano «Ma non fraintendermi cara, io ci tenevo molto a lei, ed ero pronto anche a parlarne con Liana perché per me la cosa si stava facendo seria» Mario si tolse per un attimo gli occhiali e si passò un fazzoletto sugli occhi e tirando su col naso se li rimise «Oh, ma io questo non lo sapevo..» disse Giorgia con affetto inclinando la testa di lato «Eh si, Carla era già separata e si può dire che ci amavamo, io almeno lo credevo, ma poi successe qualcosa che mi sconvolse al punto che decisi di non farmi più vedere in quell’ufficio» disse con disgusto arricciando le labbra sottili, «Qualcosa di pazzesco e inaspettato da farmi un effetto tale che solamente da un anno e mezzo ho ripreso a venire in ufficio e solo per pochi minuti come ben sai», infine si zittì con espressione tirata sul volto aspettando di vedere l’effetto delle sue parole sulla giovane seduta accanto.
La serata passò noiosa anche in pizzeria, infatti Lia e Guido tornarono a casa molto presto e dopo una rapida doccia lui si stravaccò sul divano di fronte alla televisione e lei riordinò la cucina lavando le ultime tazze sporche riponendole poi nello scaffale in alto.
«Vado a buttare la spazzatura» disse Lia uscendo con due sacchetti di plastica senza attendere risposta che comunque non arrivò, il viale era silenzioso tranne per un leggero vento caldo che muoveva le foglie degli alberi. Si diresse verso i cassonetti dello sporco senza nemmeno degnare di un’occhiata all’appartamento di Marco decisa a chiudere la faccenda mentalmente, sbarrandola a chiave in uno scantinato nel cervello, pace Amen. Si liberò dei sacchetti e girò i tacchi con sguardo basso e proprio in quel momento, con la coda dell’occhio, lo vide venirle incontro attraversando la strada deserta con una borsa d’allenamento, forse di calcio; imprecò tra sé in silenzio e per un secondo pensò di affrettare il passo fingendo di non averlo visto, ma all’ultimo rinunciò; «Ciao Lia» disse con un sorriso da angioletto «Ciao» rispose gelida senza nemmeno guardarlo e senza nemmeno fermarsi. «Sei arrabbiata?..» chiese lui alzando un sopracciglio «No affatto, ora se vuoi scusarmi devo andare» rispose secca Lia affrettando il passo; Marco la raggiunse, «Aspetta per favore..Volevo dirti se potevamo, ehm, vederci, sai, per parlare…» La donna serrò i denti e si girò a guardarlo dritto negli occhi con rabbia «Ma certo caro, non appena hai finito con la tua biondina passa pure da me che non aspetto altro» e riprese poi a camminare voltandogli le spalle e lasciandolo interdetto. Marco le corse dietro «Che..? Guarda che non hai capito..» Lia si bloccò e sbuffando si girò alzando le mani «Va bene senti, mi spiace, non mi importa, davvero, il nostro è stato uno sbaglio, è colpa mia quanto tua per cui chiudiamola qui; tu hai la tua vita da vivere e io la mia» si sforzò di sorridere ma fu un sorriso triste e Marco glielo lesse in faccia «Lei non è la mia ragazza» disse «Non volevo offenderti, mi spiace, ho semplicemente pensato che una donna adulta come te non fosse interessata ad avere una relazione con un ragazzino immaturo come me, l’ho dedotto dal modo in cui mi hai cacciato l’altro giorno» concluse lui guardando per terra, «Ma caro, stava arrivando Guido, non c’era tempo e..» non seppe in realtà come concludere «Vai a casa Marco» disse infine dolcemente e s’incamminò verso casa senza aspettare una risposta.
Giorgia posò la lattina di aranciata vuota sul tavolino di legno e prese il telefonino dalla borsa «Scusi un attimo Signor Mario, mando un messaggio a mia sorella» scrisse “tt ok dopo ti racconto” e lo inviò; l’anziano era tornato a sorridere con la bocca aperta guardando la ragazza che si era sempre più rilassata con l’andare del tempo e ora, comodamente seduta accanto a lui, aveva accavallato le belle gambe tornite. «Ecco fatto» disse rimettendo nella borsa il telefono, «Continui pure…» si sporse verso di lui sistemandosi i capelli scuri di lato e Mario ammirò la sua bocca rosea, carnosa e invitante «Va bene cara, ma ti avverto, quello che ti racconterò potrebbe urtare la tua sensibilità, sei così giovane e ingenua..» pronunciò le ultime parole con un tono lascivo che a Giorgia non piacque per nulla «Non si preoccupi, guardi che non sono una bambina» rispose offesa «Certo, certo cara lo so bene» si affrettò a dire mentre i suoi occhi indugiavano sulle sue cosce «Dunque, come ti ho detto, Liana mi aveva lasciato le chiavi dell’ufficio ed un giorno di Settembre, forse un venerdì, quando lei era via per una riunione importante con vari venditori, mi chiamò a casa chiedendomi se avevo il tempo di andare a prendere alcune lettere che aveva dimenticato sulla sua scrivania» si fermò per tracannare una sorsata di bibita fresca e dopo un grugnito di soddisfazione riprese a raccontare, «Naturalmente per me non era affatto un problema e mi recai subito presso l’ufficio, entrai e, per forza dell’abitudine, richiusi il portoncino dietro di me; non accesi la luce e mi diressi subito nella sala riunioni socchiudendo la porta che divide l’ampio ingresso dagli uffici dove c’è la tua postazione, l’ufficio di Liana e la sala riunioni» Giorgia sempre più presa dal racconto si avvicinò ulteriormente «Fin qui nulla di strano ovviamente, avevo subito trovato le lettere che voleva Liana quando sentì qualcuno entrare in ufficio ed anche uno strano vociare di persone. Mi avvicinai alla porta socchiusa per vedere e.. Beh cara, quello che vidi mi sconvolse davvero» scosse la testa tristemente facendo ondeggiare il collo flaccido.
«Cosa vide?» sussurrò la ragazza sempre più affascinata, Mario in una manovra forse ardita le posò la mano sul ginocchio nudo e guardandola con tristezza negli occhi disse «Ho visto Carla entrare in compagnia di vari uomini e sembravano tutti su di giri, ridevano sguaiati come fossero sbronzi o peggio ancora, drogati!» lasciò che quest’ultima rivelazione fosse completamente assimilata e lo fu perché Giorgia restò con la bocca aperta e gli occhi piantati in quelli dell’anziano.
«Come sai anche Carla aveva le chiavi dell’ufficio, e stavo per spalancare la porta per chiedere spiegazioni ma quello che successe dopo mi bloccò, mi diede uno choc tale che restai ammutolito» disse ancora sconvolto come fosse successo il giorno prima, Giorgia gli accarezzò la mano, quella sulla gamba «Chi erano quegli uomini?» bisbigliò lei, Mario le strinse il ginocchio e continuò «Non so chi fossero, ma erano quattro uomini sicuramente di varia nazionalità perché notai che tre di loro avevano la pelle scura e i tratti somatici africani; mentre l’altro che era calvo e tarchiato sembrava più un indiano ma non ne sono sicuro ovviamente. Quello di cui sono certo è invece l’età di questi individui» concluse mettendosi una mano sulla bocca, «Sembrava avessero tutti almeno una sessantina d’anni, gli africani erano stempiati, con pochi capelli bianchi e rughe che segnavano il loro volto; li vedevo ridere mentre allungavano le mani su Carla palpandola dappertutto. L’altro invece continuava a ridacchiare stando in disparte».
Giorgia si portò entrambe le mani alla bocca «Oddio…» le sfuggì «Ma è disgustoso, ma che faceva Carla, e perché..» il vecchio Mario la zittì con una mano «Calma, fammi finire. Anche Carla sembrava un’esaltata e dopo che lei ebbe acceso la luce dell’ingresso notai che uno dei due africani aveva una borsa da cui estrasse una specie di grosso materassino. Carla lo prese e lo stese sul pavimento ed iniziò a spogliarsi mentre quegli uomini ridevano e battevano le mani a ritmo; Dio che spettacolo tremendo cara mia» sbuffò Mario che iniziava a sudare mentre Giorgia non gli staccava gli occhi di dosso con le mani alla bocca,
«In pratica restò in mutandine e reggiseno i lunghi capelli biondi sciolti mentre si dimenava in piedi sul materassino; Cara mia, pensaci io amavo quella donna» disse rivolgendosi a Giorgia «Quello spettacolo mi sconvolse a tal punto che distolsi lo sguardo e mi rintanai in sala riunioni. Non so quanto vi restai, forse venti minuti o mezzora ma quando tornai a sbirciare vidi Carla completamente nuda che si accoppiava con due di loro contemporaneamente tra risate e lamenti di piacere; fu terribile per me, quello che le stava sopra la teneva per il collo mentre se la sbatteva, oh…» concluse portandosi le mani al volto, Giorgia gli si avvicinò posandogli le mani sulle spalle magre «Mi dispiace, che cosa orribile…E poi cosa fece?» Mario pianse sommessamente e dopo essersi soffiato il naso proseguì «Tornai in sala riunioni e fortunatamente mi ricordai che dietro la scaffalatura c’è la porta che da sul cortile interno, da cui poi si esce dal cancello, quindi tirai fuori le chiavi, le provai tutte e quando finalmente la porta si aprì me ne andai», singhiozzò chinandosi in avanti e Giorgia gli fu ancora più vicino «Mi dispiace, mi dispiace tanto» la giovane lo abbracciò forte e lui ricambiò «Oh Giorgia che brutta esperienza… Da quel giorno non tornai più in quel maledetto ufficio, ne volli sapere più nulla di Carla.. La cosa buffa è che dimenticai le lettere di Liana sul tavolo, quando poi mi chiamò dissi che non le avevo trovate..ci pensi?» disse rauco col viso affondato nei suoi capelli profumati come lavanda, lei si scostò con una piccola risata «Mi sarebbe capitato lo stesso, Signor Mario» Lui le mise una mano sulla guancia «Come sei gentile cara… Ecco questo è il terribile segreto di Carla; come vedi noi due insieme potremmo causarle qualche problema se solo lo volessimo..» Giorgia annuì dolcemente accarezzandogli il viso rugoso, ora Carla non avrebbe più potuto spingerla a lasciare il lavoro ma doveva fare in modo che il vecchio non cambiasse idea, «Si è vero..» disse lei sempre accarezzandolo, «Carla mi ha suggerito di licenziarmi…Ma io non voglio e lei Signor Mario che ne dice?» Il vecchio fece un espressione imbronciata «Oh no.. Non vorrei mai che una graziosa fanciulla come te se ne andasse…».
Giorgia rise e gli diede un rapido bacio sul naso «Grazie, che caro» il vecchio ridacchiò sonoramente passando le mani intorno ai fianchi della ragazza per stringerla a sé «Signor Mario ora però devo andare, si è fatto tardi» disse cercando di staccarsi da lui, «Non crederai che quel bacetto fosse sufficiente tesoro?» biascicò lui e stringendola più forte le fu addosso «Mi lasci! Mi sta facendo male», gridò Giorgia, ora la bocca del vecchio cercava con persistenza la sua «Fai la brava e ti darò una mano che neanche ti immagini con quella troia di Carla, dico sul serio» Giorgia esitò un momento e lo guardò atterrita negli occhi vacui e desiderosi e in quel momento lui la baciò intensamente passandole la lingua sulla bocca «N-no..io..» mugugnò la ragazza che però smise di fare resistenza.
Le loro lingue ben presto s’intrecciarono come due serpi nell’atto dell’accoppiamento, Le mani di Mario strizzarono i seni tondi sotto la maglietta a righe e la ragazza avvampò lasciandosi sfuggire un lungo sospiro; il vecchio grondava di sudore e a malincuore si staccò da quella bocca invitante per togliersi la maglietta fradicia e buttarla di lato. Giorgia fece una smorfia di disgusto quando vide il ventre pallido e flaccido con una striscia di peluria biancastra in mezzo al petto incombere su di lei, l’uomo aveva braccia e spalle magre con pelle raggrinzita e cascante del tipico ottantenne.
Tremante di desiderio le strattonò la maglietta scoprendole i seni pieni, morbidi e candidi come il latte, «Aahhh..» disse lui mentre li tastava per bene «Che splendore, come sono rosa i tuoi capezzoli» e passò ad infilarsi in bocca il seno sinistro con un risucchio di piacere per poi passere al destro. Giorgia si lamentava dall’eccitazione, il volto arrossato e gli occhi socchiusi «Oddiooo…» trattenne il respiro quando sentì i suoi denti morderle le deliziose punte rosa finalmente turgide. Mario conficcò le mani ad artiglio sulle cosce bianche sollevandole; «Aspetti…» piagnucolò lei nel tentativo di raddrizzarsi mentre lui le slacciava la gonna dopodiché si abbassò pantaloncini e mutande in un colpo solo e Giorgia guardò il membro flaccido e ondeggiante; aveva una strana capocchia rosea e i testicoli cadenti «Fatti scopare bella» ringhiò lui con un sorriso storto.
«No basta, la prego…» pianse lei stesa di schiena sul divano con le gambe nude sollevate; Mario le passò le mani sui glutei tondi ammirandoli, poi le spinse le cosce aprendole grugnendo di soddisfazione alla visione del lieve gonfiore sotto le mutandine «Fammi assaggiare…» con dita di falco scostò il tessuto scoprendo la carne tumescente.
Sotto era completamente rasata, sul viso del vecchio si dipinse un ghigno famelico e senza tregua la sua lingua dardeggiò sulla morbida carne di Giorgia tormentandole il clitoride, lei strillò inarcando la schiena. Mario le schiuse le labbra infilando l’implacabile lingua nella sua carne più segreta facendola tremare, quando all’improvviso sentì l’orgasmo erompere come una scossa elettrica. Giorgia strillò di nuovo, il viso imperlato di sudore, con le mani afferrò la testa umida di sudore dell’uomo che tornò a serrarle le mani sulle cosce per tenerla ferma; la sua lingua era dentro di lei e si dibatteva forsennata come una serpe, «Basta, bastaaaa». Lo colpì sulla testa «Mi lasciii» e finalmente si staccò prima che un nuovo orgasmo esplodesse dentro di lei, «Stupida, mi hai fatto male!» urlò Mario col viso congestionato dall’eccitazione.
Giorgia in lacrime, cercò di rialzarsi coprendosi il seno, ma Mario la tenne giù mentre con una mano le puntò il pene semi eretto contro le labbra della vagina,
«Stai ferma puttanella!» sbraitò mentre la sua capocchia si faceva largo; con un’inaspettata e vigorosa spinta le fu dentro del tutto. Cominciò a sbattersela con colpi brevi e duri, Giorgia si dibatteva con gli occhi serrati gridando e scalciando finché con un piede lo colpì alla tempia, «Ah!» gridò staccandosi da lei e finendo addosso al tavolino di legno, le lattine caddero rovesciando il contenuto sul pavimento impregnando l’orrido tappeto, la famigliola di gufi non si mosse.
Il vecchio strizzò gli occhi semi intontito «Aahhhh..» il pene umido si afflosciò, un filo di liquido seminale fuoriuscì senza troppe pretese dalla capocchia. Giorgia sentì il suo telefonino fare un breve trillo a conferma di un nuovo messaggio arrivato e in tutta fretta si rivestì sistemando maglietta e gonna. Prese la borsa e prima di uscire si girò, il vecchio si era messo a quattro zampe nel tentativo di rialzarsi; la giovane con una smorfia gli mollò un calcio nel didietro facendo stramazzare in avanti «Vaffanculo stronzo!».
Corse fuori dal palazzo senza fermarsi.

Lia quella notte non riuscì a dormire, si alzò continuamente facendo la spola tra il letto e il bagno per sciacquarsi viso e collo per colpa del caldo.
La verità era che stava male per ciò che aveva detto a Marco, anche se si era comportata da donna matura, da donna tutta di un pezzo, una Chuck Norris in gonnella, ora si sentiva come una ragazzina; sembrava quasi che la sua mente stesse vagliando una miriade di soluzioni che le permettesse di continuare a vedere Marco restando tranquillamente sposata con Guido. Del resto lo fanno in tanti e di solito ci si interrompe quando si viene scoperti; sospirò dirigendosi in camera a guardare suo marito dormire della grossa. Lui ovviamente non ne sapeva nulla e sembrava non avesse una gran predisposizione ad accorgersi delle cose che gli capitavano attorno, a meno che non fossero assolutamente evidenti.
Sentì odore di fumo proveniente dall’esterno, si affacciò alla finestra aperta della camera e vide Marco seduto sul davanzale della sua finestra al piano terra, una gamba a penzoloni, sigaretta in bocca. Era a dorso nudo, lo sguardo perso nel nulla; il lampione in strada dipingeva lingue di luce sul corpo che Lia aveva imparato a conoscere; sbuffò un’altra nuvoletta di fumo è spense la sigaretta contro il muro prima di gettarla lontano. Lia senza pensarci scese di corsa le scale per affacciarsi alla finestra da basso, quella dove lui era sgattaiolato mezzo nudo l’altro giorno. Rimase con le mani piantate sul davanzale e all’ultimo non ebbe il coraggio di chiamarlo, si sentì stupida ma quell’indecisione non servi a nulla perché Marco si girò e la vide. Occhi negli occhi nessuno dei due disse nulla, il giovane saltò giù dalla finestra e percorse il breve tratto che li separava «Oh Marco..» bisbigliò Lia; quando furono uno di fronte all’altra si abbracciarono «Perché oggi mi hai detto quelle cose?» le disse baciandola sul collo «Non dovresti fumare..» rispose invece Lia contraccambiando volentieri i suoi baci; Marco infilò le mani sotto la sottile canottiera stringendole i seni nudi che tanto adorava stuzzicandole i capezzoli con i pollici.
«Posso entrare? Tuo marito dorme?»
«No, fermo, aspetta…» Lia si stacco da lui e indietreggiò verso il centro del soggiorno, Marco restò a cavalcioni della finestra con un’espressione interrogativa sul volto;
«Guido sta dormendo, non lo sveglierebbero nemmeno le cannonate credimi» sorrise «Ma lui è fatto così, quando c’è da dormire, dorme, quando c’è da lavorare, lavora e anche sodo» incrociò le braccia e si appoggiò al divano, «Non dimentica mai un compleanno e tutte le estati andiamo allo stabilimento balneare di quel suo amico d’infanzia, abbiamo costruito una famiglia basata su certezze, abitudini che, è vero, sono ripetitive, ma è anche una sicurezza….» Marco incominciò ad intuire l’antifona «Quindi non vuoi più avere a che fare con me? Mi stai dicendo questo?»
«Si, in sintesi è così» Annuì Lia «Devo buttare all’aria un rapporto di vent’anni solo perché mi annoio? E tu di sicuro meriti di meglio..» Marco rise sarcastico «Ti prego…», scavalcò il davanzale ed entrò «La verità è che hai paura di rischiare» le puntò il dito contro.
«Non alzare la voce, certo che ho paura…Perché dovrei nasconderlo? Tu non hai ancora nulla da perdere, ma credimi, ci vuole coraggio per buttare un matrimonio e di sicuro non voglio avere una relazione clandestina, non saprei nemmeno gestirla…» Marco sbuffò sconsolato «L’abbiamo fatto solo una volta…», a Lia in quel momento sembrò un ragazzino col broncio «Beh, non conta quante volte lo si fa, basta una volta sola».
«Glielo dirai?» domandò con un punta di apprensione «Può darsi, ci devo ancora pensare, ma non è affar tuo, non ti tirerò in mezzo non preoccuparti».
«Mi dispiace…» sussurrò e senza indugiare oltre uscì dalla finestra. Lia lo seguì con lo sguardo e poi decise di chiudere la finestra, un po’ come un atto simbolico.
Salì in camera è si sdraiò accanto a Guido. Si addormentò subito.
Il week end passò sciogliendosi come neve al sole; fu il più torrido dell’estate ed il lunedì successivo la temperatura scese e con essa l’umidità.
In ufficio c’era una strana elettricità nell’aria; Giorgia era di cattivo umore e non aveva raccontato ancora a nessuno ciò che era successo con Mario, nemmeno a sua sorella a cui aveva solamente riportato dello sconvolgente episodio di Carla; ora, seduta alla sua postazione, stava seriamente pensando di licenziarsi e anzi, era sempre più determinata a farlo ogni secondo che passava.
Liana era occupata a discutere animatamente nel suo ufficio con Carla a causa dell’ennesimo problema con Ravelli. Lia quel giorno rimase a casa perché non si sentiva bene.
La porta dell’ufficio si spalancò e le due donne uscirono «Giorgia dobbiamo parlare» disse Liana in maniera secca con Carla al suo fianco, «Nell’ultimo mese e mezzo i tuoi appuntamenti si sono rivelati un buco nell’acqua; Ravelli e non solo hanno convenuto che c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui ti esprimi al telefono».
Giorgia arrossì «Ma Signora Liana io faccio del mio meglio! I nominativi con cui lavoriamo alla lunga sono sempre gli stessi, Carla lo sa..» Ma lei non disse nulla «Senti, la situazione è grave, non lo nego» proseguì Liana «Non si può continuare in questo modo, per noi è vitale fornire i migliori appuntamenti possibili ai venditori, forse questo dopotutto non è il tuo settore e, vedi Carla invece è molto più attenta su queste cose, prende sempre appuntamenti perfetti e..», Giorgia si alzò con la testa in subbuglio «Forse è meglio che me ne vada, ma si ricordi una cosa Signora Liana, la qui presente Carla non è esattamente la persona affidabile che crede!» Liana si stupì della reazione, «Ma che cosa stai dicendo? Guarda che io mi do da fare ragazzina!», Giorgia si mise a ridere in maniera forzata,
«Oh questo lo so benissimo…» si alzò raccogliendo le sue cose pronta ad andarsene «Vuoi spiegarti per cortesia?» disse Liana sempre più confusa, «Lo può chiedere a Suo padre, me lo ha detto lui cosa ha fatto Carla in questo ufficio e chissà per quante volte lo ha fatto!».
Liana guardò Carla incerta «Non so di cosa sta parlando!» urlò lei di rimando.
«Avanti, a questo punto parla…» sentenziò Liana; Giorgia si mise la borsa sulla spalla «Vent’anni fa mentre il Signor Mario cercava, come da sua richiesta, delle lettere..» disse rivolta a Liana «Carla entrò in ufficio con le sue chiavi in compagnia da altri uomini con cui se la spassò allegramente… Il Signor Mario fu sconvolto e dovette uscire dalla porta in sala riunioni» concluse aspettando la loro reazione, «Ma questo non è mai successo! Diglielo Liana…» gridò rossa in viso Carla, «Si è vero..» disse a Giorgia con uno strano sorriso storto «Guarda che vent’anni fa non eravamo ancora in questo ufficio… e poi Carla è solo da pochi anni che ha le chiavi…».
A Giorgia sembrò crollare il mondo addosso «Ma come..»
«Esatto!» esplose Carla «Ma per chi mi avete preso? Per una puttana?», Liana incrociò le braccia «E non ricordo affatto di aver chiesto a mio padre di prendere delle lettere In ufficio. Enon mi sembra di avergli mai dato le chiavi perché onestamente non c’è mai stato bisogno…Deve averti preso in giro.. Mi dispiace, mi scuso per lui…». Giorgia tornò sedersi e si nascose il viso nelle mani «Oh mio Dio..» Era tutta una gigantesca, malata frottola pensò tra sé una grossa scusa per tentare di scoparmi. Corse in bagno e pianse amaramente «Giorgia!» la chiamò inutilmente Carla.
Quel giorno all’uscita, Giorgia comunque decise di licenziarsi, spiegò che dopotutto non era un lavoro che le piaceva e che forse era meglio così.
Quando lei e Carla raggiunsero la piazza si abbracciarono «Mi dispiace..Scusami» disse commossa Giorgia «Sono stata un stupida a credergli, quel vecchio porco…», Carla le scostò una ciocca di capelli dal viso «Ricordi quando ti ho detto che Mario mi aveva molestata? Era vero, mi ha pregato un’infinità di volte di andarlo a trovare a casa, che poi è qui vicino, ma io non mi sono mai fidata» Giorgia pianse «Non hai, non hai pensato di denunciarlo?» riuscì a chiederle «Ci ho pensato ma Mario è il padre di Liana e poi ha messo un sacco di soldi dentro questa attività che è intestata a suo nome, se vuole può vendere tutto domani…», Giorgia rimase di sasso a questa notizia «Cosa? Non lo sapevo…».
Si abbracciarono ancora, prima di salutarsi per sempre.
Lia e Guido si separarono quell’inverno. Fu tutto molto triste, ma l’unica persona che pianse fu Debora che considerava i suoi genitori simili a quelle inossidabili coppie che vivono insieme per tutta la vita, fino a che uno dei due non muore per infarto o per un’altro motivo legato alle complicazioni della vecchiaia. Lia decise di andarsene per evitare di incrociare Marco, trovò un appartamento vicino a quello di Debora. Non disse mai a Guido con chi l’aveva tradito e lui non lo chiese, ma in qualche modo strano forse sapeva o aveva sempre saputo e questa sensazione la accompagnò per parecchio tempo.
Lia gli chiese se sarebbe riuscito a cavarsela e lui rispose che non serviva preoccuparsi, disse anche che a volte succedono delle cose che bisogna saper affrontare e che è inutile recriminare; si sbaglia e si va avanti.
Liana entrò nella casa con la sua chiave, attraversò il corridoio con quella cacofonia di quadri appesi ed entrò il soggiorno «Ciao Papà», Mario era stravaccato sul divano e stava guardando la televisione ad un volume eccessivo «Ciao» rispose senza voltarsi «Mi devi dire qualcosa?», Liana sospirò e si sedette sul divano aprendo la cartellina marrone che aveva con sé «Giorgia si è licenziata, ha raccontato una storia su Carla che dice di aver sentito da te», il vecchio sospettoso annui «E nient’altro?», Liana si grattò la testa «No, nient’altro…Che cosa le hai fatto?» Mario prese il telecomando e spense la tv «Niente, allora hai qualcosa per me?» la donna non si mosse «Davvero papà dovresti smetterla ora..» disse in tono poco convinto «Hai qualcosa per me?» ribadì lui osservando la cartellina appoggiata sul tavolino accanto ai gufi. Liana la prese e gliela porse, Mario estrasse i vari fogli e li studiò attentamente uno per uno «Vediamo un po’..» disse con il solito sorriso sbilenco «Anna Maria, ventisette anni, non male, poi Pamela trentanni…» si bloccò e gettò per terra un foglio «Quante volte ti ho detto di tralasciare quelle che non mandano la foto?»
Liana si alzò, «La prossima settimana farò i colloqui per la nuova ragazza, allora quale preferisci?», il vecchio Mario indugiò con un dito sulle labbra socchiudendo gli occhi, poi con un bieco sorriso girò il curriculum che aveva in mano «Anna Maria direi che mi ispira parecchio, proviamola…». Liana annuì, prese i fogli e li rimise nella cartellina, «Ci vediamo..» disse uscendo dal soggiorno mentre sentiva suo padre fischiettare allegramente.

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