lui chi è ?

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Era la prima volta che andavo da lei, in quel quartiere degradato alla periferia est di Bologna. Il condominio aveva sicuramente più di cent’anni e li dimostrava tutti, i muri esterni erano scrostati e di un colore indefinito e le persiane necessitavano di essere sostituite.
Salii due alla volta i gradini della vecchia scala in graniglia col corrimano in ferro battuto, ovviamente l’ascensore non c’era e ovviamente lei abitava al terzo piano, l’ultimo. Arrivai col fiatone, presi due profondi respiri prima di bussare.
Mi ritrovai di fronte un giovane di bella presenza, scalzo e a torso nudo, indossava solo un paio di bermuda stile militare. “Ola, Roby!” esclamò come se fossimo grandi amici. Poi con spiccata cadenza ispanica si presentò come Xavier, coinquilino di Evy e Karin.
Sapevo che Evelyne divideva l’appartamento con altri due studenti ma pensavo fossero ‘studentesse’, non immaginavo che uno di loro fosse maschio. Fra l’altro un tipo molto spigliato e sorridente, con la carnagione scura e un fisico da ginnasta. Piccolo di statura, mi concedeva quasi dieci centimetri, ma decisamente ben piazzato e visibilmente orgoglioso di tutta quella muscolatura.
Mi accompagnò in un soggiorno arredato con vecchi mobili di fortuna. “Evy arriva subito”, disse prima di lasciarmi solo.
Mi aspettavo un appartamento squallido, pensai guardandomi attorno, ma non così tanto. Mentre ero intento a osservare i muri anneriti dal tempo e i pavimenti scheggiati, una ragazza bionda attraversò il corridoio a passo spedito.
“Karin, suppongo…” dissi salutando con un cenno del capo.
Si fermò a squadrarmi poi ricambiò il saluto senza mostrare alcun imbarazzo per il fatto di essere in biancheria intima. Nonostante le forme abbondanti indossava un perizoma davvero minuscolo e un reggiseno a balconcino che strizzava le sue prosperose tette.
“Evelyne sa che sei qui?” domandò con le mani sui fianchi.
“Sì, credo glielo abbia detto… Xavier, si chiama così, giusto?”
Lei annuì e si congedò con un frettoloso sorriso.
In quel momento avevo il quadro eterogeneo della situazione, un trittico franco-spagnolo-tedesco che comprendeva oltra alla mia bella Evelyne il muscoloso Xavier e la giunonica Karin.
Magari Evelyn mi aveva anche detto che uno era maschio ma il suo italiano non era così perfetto, la ‘r’ inesistente come in ogni francese e le finali mai così chiare, forse ero io ad aver immaginato una situazione diversa e stavo scoprendo che la cosa un po’ mi infastidiva.
Il classico italiano retrogrado, mi rimproverai, chiuso di vedute e con mentalità poco elastica. Probabilmente per tre studenti dell’Erasmus era assolutamente normale dividere un appartamento a prescindere dal sesso, solo che vederli girare per casa tutti così mezzi nudi…
Poi Evelyne comparve sulla soglia facendomi scordare tutto.
Un sorriso smagliante illuminava il suo visino angelico. “Puntuale come sempre, Roby.”
Mi avvicinai per abbracciarla, indossava un vestitino bianco che rendeva ancora più eterea la sua figura snella e slanciata, con vita sottile e seno minuscolo, l’esatto opposto della tedescona.
“Potevo tardare?” baciai le sue morbide labbra vermiglie. “Finalmente un giorno intero tutto per noi…”
Il suo sorriso cambiò leggermente espressione e mi guardò con occhi da cerbiatto smarrito. “Veramente ci sarebbe…” un ammiccante battito di ciglia, “sai, Xavier adora i torrenti di montagna, da quando è in Italia non ne ha mai visti, ti spiace se…”
“Torrente di montagna”, la interruppi, “saremo a non più di 400 metri di altitudine, è un fiume di collina, non un torrente di montagna!”
“Beh dai”, si strinse al mio collo, “qualunque cosa sia ha tanto insistito per venire con noi che non sono riuscita a dirgli di no.”
Non potevo crederci, avevo programmato tutto con la massima cura, avevo scelto il giorno, il luogo, il momento, ero convinto che pure lei non vedesse l’ora e adesso…
“Allora?” mi incalzò con un broncio implorante.
Fui tentato di rifiutarmi ma non ci riuscii, ero incapace di dirle di no. Soprattutto se mi guardava a quel modo.
“D’accordo”, sbuffai controvoglia, “se proprio ti fa piacere…”
Mi baciò di slancio, indugiando maliziosamente con la lingua sul mio labbro inferiore. “Vedrò di non fartene pentire…”
Conoscevo Evelyne da un paio di settimane, un incontro casuale in un’antica libreria del centro. Il collega che mi accompagnava l’aveva definita insignificante, a me invece era piaciuta al primo sguardo, l’avevo trovata incantevole. Con qualche banale battuta ero riuscito a fare la sua conoscenza e prima di salutarla le avevo chiesto di rivederci il giorno dopo per un aperitivo.
Pensavo mi avrebbe dato buca e invece non solo era venuta ma ci eravamo rivisti anche il pomeriggio successivo e quello dopo ancora. Peccato che ogni giorno alle diciotto e trenta avessi l’ultimo treno che mi riportava a casa, per me Bologna era solo il luogo di lavoro, vivevo a oltre sessanta chilometri di distanza.
Cercavo di scappare dall’ufficio il prima possibile per passare almeno un’ora con lei, e un giorno dopo l’altro quella misera oretta aveva fatto nascere la nostra storia.
Una storia senza futuro, lo sapevamo entrambi, nel giro di quattro mesi Evelyne sarebbe tornata al suo paesino nei pressi di Lione dove l’aspettava un fidanzato e un lavoro nell’azienda alimentare di famiglia.
Non mi ero fatto alcuna illusione però con lei stavo davvero bene, era straordinariamente matura e intelligente per la sua età, avevo conosciuto poche ragazze acute come lei. E poi sapeva essere dolce e maliziosa al tempo stesso, con quel modo di parlare che mi faceva impazzire. Adoravo il suo accento musicale, quell’intercalare in cui inseriva sempre termini francesi, lo trovavo estremamente sensuale.
Nei primi giorni ci eravamo limitati a baci passionali e tenere effusioni ma inevitabilmente quella misera ora del pomeriggio era diventata stretta, volevo più tempo con lei e volevo maggiore intimità, così avevo iniziato ad andare al lavoro in auto.
Difficilmente scorderò la nostra prima sera sulla vecchia Golf, parcheggiati lungo il ciglio della strada nei pressi del suo condominio. Non eravamo proprio sotto casa ma neppure in un luogo troppo appartato, come prima volta non me l’ero sentita di azzardare, a parte qualche avida palpata sopra i vestiti si può dire che ancora non ci conoscessimo. E quella sera avevamo ripreso da lì, dalle avide palpate, che si erano fatte sempre più audaci e sempre meno sopra ai vestiti.
Quando si era trovata il mio uccello fra le mani lo aveva osservato attentamente poi aveva alzato su di me uno sguardo in grado di bloccarmi la salivazione.
Senza preoccuparsi delle auto che di tanto in tanto ci passavano accanto si era chinata e mi aveva deliziato con le sue fantastiche labbra.
Alla mia età, trentadue anni suonati, avevo una discreta esperienza alle spalle e mi consideravo un esperto in fatto di pompini ma il suo era riuscito a sorprendermi, mi era sembrato diverso da tutti quelli provati in precedenza. Per un po’ aveva giocato col mio uccello, l’aveva tenuto a lungo in bocca lavorandolo abilmente di lingua poi se lo era passato da una guancia all’altra quasi fosse una grossa caramella succosa. Non riuscivo a spiegarmi come facesse, vedevo solo la sua testa ondeggiare prima su un lato e poi sull’altro e provavo sensazioni meravigliose.
Il ‘pompino alla francese’, l’avevo ribattezzato ridendo fra me, un pompino che, complice anche l’eccitazione repressa delle sere precedenti, mi aveva portato ben presto alle soglie del piacere.
E qui l’avevo fatta più esperta di quanto non fosse in realtà, ero convinto che avesse capito e non mi ero minimamente preoccupato di avvisarla. Lei invece si era ritrovata all’improvviso la bocca piena del mio seme e in evidente difficoltà si era barcamenata come aveva potuto.
Al termine si era rialzata con un’espressione buffissima, rideva e si guardava schifata allo specchietto, aveva tracce di sperma ovunque.
Sempre sorridente si era ripulita con cura e rivolgendosi a me con un affettuoso ‘cochon’ -letteralmente ‘maiale’, avevo scoperto poi- mi aveva informato che nessuno prima di allora aveva mai cercato di venirle in bocca.
Erano quasi le dieci di quel caldo venerdì mattina di fine giugno quando imboccai l’autostrada in direzione Imola, avevo preso un giorno di ferie apposta per poter restare da solo con lei, e invece sul sedile posteriore c’era quel cinghialetto spagnolo che non voleva saperne di stare zitto. Fra l’altro aveva un pessimo italiano, mi chiesi a quali studi potesse dedicarsi con quella scarsa conoscenza della lingua, lui ed Evelyne parlavano spesso in inglese per comprendersi.
Ci mancava solo Xavier! Sbuffai nuovamente fra me.
Fino ad allora le uniche volte -due in tutto- che avevo fatto l’amore con Evelyne era stato sul sedile posteriore della mia Golf e, sono sincero, il sesso in auto non faceva per me. Per quanto appartato fosse il luogo non riuscivo a rilassarmi, ero sempre in tensione, di certo non avevo dato il meglio. Lei si era detta ampiamente soddisfatta e da come aveva mugolato ero propenso a crederle, però non vedevo l’ora di poterla amare in tutta calma, senza ansia e senza fretta. E soprattutto non vedevo l’ora di gustarmi ogni particolare di lei, volevo toccarla, guardarla e assaporarla; scopare alla missionaria mezzi vestiti era come mangiare tartufo col naso tappato, uno spreco.
Ma, ahimè, avrei dovuto rimandare ulteriormente.
C’era ancora l’intero week-end, pensai per farmi coraggio, il nostro primo week-end visto che il precedente Evelyne l’aveva trascorso interamente a Roma per una gita programmata da tempo con altri studenti dell’Erasmus.
Il fine settimana però non sarebbe stata la stessa cosa, conoscevo molto bene quei luoghi, il sabato iniziavano ad affollarsi e la domenica c’era gente ovunque, impossibile sperare in un po’ di privacy.
E la privacy era da sempre il mio grosso problema, da perfetto prototipo del ‘bamboccione’ vivevo ancora con i genitori, non avevo un appartamento mio, un luogo tranquillo per l’intimità. Con le ragazze del mio paese qualche espediente l’avevo sempre trovato ma con una che viveva e studiava a Bologna era tutto più complicato.
Vabbé, sospirai, comunque avrei trascorso due intere giornate con lei, mi dispiaceva buttare quel venerdì pieno di bellissimi programmi ma cercai di restare positivo, nei due giorni a seguire qualcosa mi sarei inventato.
Verso le undici raggiungemmo la radura erbosa che costeggiava l’ansa del fiume, poco più a monte l’acqua scorreva rapida fra massi levigati e speroni di roccia e lì, dopo la cascatella, si allargava in una ampia pozza nella quale si rispecchiava tutta la vegetazione circostante.
Evelyne era entusiasta, in quella mattinata tersa e assolata il panorama era davvero speciale e il silenzio era rotto solo dallo scrosciare dell’acqua e dal cinguettare degli uccelli.
E dalla cantilena ispanica del nostro aitante accompagnatore, non c’era modo di farlo tacere.
Stendemmo plaid e asciugamani sull’erba e vi sistemammo sopra le borse termiche piene di birre e panini -aveva preparato tutto Evelyne, dal numero di panini intuii che aveva dato per scontato il mio benestare a Xavier-.
Quando lasciò cadere a terra il vestitino, restando col minuscolo bikini bianco, rimasi incantato a guardarla, nonostante la nostra intimità era la prima volta che la vedevo in slip e reggiseno. Come ipotizzato dal mio collega in libreria -e come intuito in quei due nostri amplessi- era effettivamente troppo magra, gambe e braccia erano sottili con le articolazioni in rilievo, le ossa del bacino un po’ sporgenti come pure le clavicole e il seno era appena pronunciato, due minuscole tettine dalla forma vagamente appuntita.
Sicuramente faceva più figura da vestita ma a me piaceva anche così, col suo culetto piccolo e sodo, con le gambe sottili e i fianchi spigolosi.
L’abbracciai e la baciai, ansioso di accarezzare la sua pelle nuda. “Sei bellissima,” le sussurrai all’orecchio.
Mi restituì un radioso sorriso, la modestia non era fra le sue virtù, credo si sentisse davvero molto bella e gongolò un po’ fra le mie braccia. “Anche tu non sei affatto male, per essere un banchiere!”
Evitai di dilungarmi in spiegazioni sulle enormi differenze fra banchiere e bancario -modesto bancario, per di più-, ma non mi fu difficile cogliere l’ironia dell’affermazione. Al fianco del giovane e tosto madrilista sembravo una mozzarella, sia a livello cromatico che di consistenza. Non che fossi robusto ma non avevo il suo fisico scolpito, le mie forme erano -se così si può dire- assai più morbide.
Mi consolai notando che tanta fisicità non gli garantiva grazia e coordinazione, mentre ancora abbracciavo Evelyne si era tuffato nella profonda pozza e si era esibito in una buffa nuotata stile anatra starnazzante.
Decisamente il nuoto non faceva per lui, potevo farmi sfuggire quell’occasione?
“Ci buttiamo anche noi?” proposi a Evelyne.
“Ma… è fredda?” domandò.
“E’ meglio se non la senti”, le sorrisi, “un tuffo e via, senza paura!”
Glielo dimostrai, tre rapidi passi verso la sponda, un tuffo perfetto senza neanche uno schizzo e qualche armoniosa bracciata a farfalla, lo stretto indispensabile per godermi la faccia sorpresa di Xavier.
Da ragazzino avevo praticato nuoto agonistico, certe cose non si dimenticano.
Uno pari.
“Dai scendi!” dissi a Evelyne porgendole le mani.
“Cavolo ma è freddissima!” esclamò immergendo un piede, “e poi è troppo profonda… no grazie, lì non ci vengo proprio.”
Fredda lo era per davvero, stavo gelando ma non lo avrei mai ammesso. Un’altra breve nuotata per esibire la mia tecnica poi uscii e mi affrettai ad asciugarmi, seguito a breve distanza dal palestrato.
Dopo esserci riscaldati al sole per qualche minuto proposi una passeggiata lungo il letto del fiume, risalendolo verso monte.
Prima di avviarci Evelyne si guardò attorno. “Non c’è proprio anima viva, siamo solo noi…”
“Assolutamente soli, nei giorni feriali qui non c’è nessuno, al massimo lungo il fiume potremo incontrare qualche pescatore o qualche scoiattolo.”
Già, dannazione, assolutamente soli, che occasione sprecata!
Lei fece spallucce. “Allora questo non serve.” Slacciò il reggiseno e lo lasciò cadere accanto alle borse termiche.
Rimasi sconcertato dalla naturalezza di quel gesto, mi venne istintivo guardare Xavier che contrariamente alle mie attese non fece alcun commento, non sembrò neppure troppo interessato, ebbi l’impressione che non fosse la prima volta che le vedeva le tette.
E la cosa mi disturbò più di quanto non volessi ammettere.
Non avevo alcun diritto di essere geloso, lo sapevo bene, eravamo solo amici, buoni e ‘intimi’ amici come amava sottolineare Evelyne con la sua disarmante malizia, nulla di più. Aveva un fidanzato al suo paese e dopo l’Erasmus sarebbe tornato da lui, quella era l’unica certezza.
Non le avevo mai chiesto se lo amasse, preferivo non saperlo, quelle poche volte che avevo assistito alle loro sdolcinate telefonate mi ero allontanato per non starci male.
Quindi sì, sapevo che era fidanzata, che all’inizio dell’autunno sarebbe tornata a casa e che fra di noi non c’era alcun futuro, sapevo tutto ma mi stavo comunque prendendo una cotta.
E se il fidanzato potevo accettarlo -dovevo accettarlo-, Xavier no, lui proprio mi stava sulle scatole.
Antipatia che aumentò durante la passeggiata lungo il corso d’acqua.
Nessuno di noi aveva scarpette in gomma e così a turno cademmo ripetutamente sui sassi viscidi, a piedi nudi era una vera impresa mantenere l’equilibrio. Mi accorsi subito della malizia con cui Xavier cercava di approfittarne, ogni volta che aiutavamo Evelyne a rialzarsi lui indugiava più del dovuto con le mani, a volte le sfiorava una natica altre volte un seno nudo e non erano tocchi casuali, evidenziava ogni suo gesto con sorrisetti sornioni. Evelyne lo fulminava con scherzosi sguardi di rimprovero ma poi finiva tutto lì, non si mostrava eccessivamente disturbata.
Io invece disturbato lo ero eccome, cercavo di non darlo a vedere ma quell’atteggiamento mi mandava in bestia.
Al ritorno eravamo tutti affamati, Xavier si lasciò cadere sul plaid, prese una lattina di birra dalla borsa termica e se la scolò in due lunghi sorsi.
“Prima di mangiare devo fare pipì”, ci informò Evelyne, “vado a cercare un luogo isolato.”
Stavo per sedermi accanto all’antipatico Bronzo di Madrid quando lei mi chiese di accompagnarla per un tratto, poi avrei dovuto tenermi a distanza ma allontanarsi tutta sola le metteva paura.
Ci addentrammo fra la folta vegetazione, dopo qualche decina di metri mi prese per mano e mi fermò. “Devo ancora ringraziarti”, disse alzandosi sulla punta dei piedi per baciarmi. “Oggi sei stato un vero tesoro con Xavy, ti meriti un grosso premio…”
Mi sospinse contro un albero e si inginocchiò ai miei piedi, non riuscì neanche a fare qualche maligno commento sul suo coinquilino che aveva già preso il mio cazzo in bocca. Lo sentii crescere rapidamente fra le sue labbra, accarezzato da quella lingua voluttuosa incredibilmente abile.
Nel giro di pochi secondi era già al massimo dell’erezione e lei cominciò a lavorarselo con cura senza mai distogliere gli occhi dai miei. Era la prima volta che potevo osservarla così bene, oltre al piacere fisico potevo finalmente gustarmi anche l’erotismo offerto dallo spettacolo, fu un’emozione incredibile.
Accarezzai i suoi corti capelli color miele, le spostai il ciuffo dalla fronte per poterla guardare meglio e le dissi che era bravissima.
Sorrise compiaciuta. “Come si chiama?” domandò, “quello che sto facendo, come si dice in italiano? In francese… on dit: la pipe, tailler une pipe…” e me lo succhiò per mostrarmi cosa intendesse con ‘tailler un pipe’.
“Pompino”, le risposi strizzandole l’occhio, “si dice: fare un pompino. E il tuo, fidati, è un gran bel pompino, un pompino fantastico!”
Rise ancora, annuendo. “Ti avevo promesso che non te ne saresti pentito, come vedi mantengo sempre le promesse.”
Abbandonò il suo delicato pompino alla francese fatto di lunghi passaggi in bocca e ricami di lingua e si scatenò in quello internazionale, un intenso avanti e indietro della testa abilmente coordinato da entrambe le mani.
Me lo gustai a lungo, ci sapeva fare la giovane studentessa, ma a quel punto volevo di più, volevo poterla anche amare sotto la luce del sole e glielo dissi con tutta l’enfasi di cui fui capace.
“Non si può Roby, non c’è tempo”, scosse il capo con occhioni languidi, “per ora dovrai accontentarti e cercherò di fare in modo che non sia solo un accontentarsi…” un sorrisino carico di promesse, “proverò a farti venire come piace a te, mon petit cochon!”
Riprese il suo appassionato lavoro di bocca e a quel punto decisi di abbandonarmi, mollai le redini e attesi che il piacere raggiungesse l’apice.
In fondo, come aveva detto lei, era molto più che un accontentarsi.
“Eccomi Evy”, l’avvisai stavolta, “mi stai facendo morire, mi stai facendo morire…”
Poi furono solo ansimi e sospiri.
Ci provò a ricevere tutto il mio seme in bocca ma ci riuscì solo per i primi istanti poi lo fece fuoriuscire dalle labbra e lo lasciò colare ovunque, sporcandosi le mani, il seno e persino le cosce.
“Non farci l’abitudine”, sbuffò al termine pulendosi come meglio poteva, “dégoûtant…” mi mostrò la lingua ancora sporca del mio seme biancastro facendo le boccacce. “Disgustoso, ecco…”
“E pensare che sei così brava”, le sorrisi rimettendo il cazzo viscido dentro al costume, “bravissima, giuro, mi hai fatto impazzire.”
Raggiunse la sponda del fiume per sciacquarsi ovunque. “Beh, bravissima o no, non so se lo rifaccio!” ridacchiò. “Ora urge una birra!”
Quando tornammo alla radura Xavier aveva già mangiato un panino e aveva attaccato la seconda birra. Col suo italiano stentato ironizzò sulla lunghezza del ‘bisognino’ di Evelyne, da come ci fissava immaginai che avesse intuito ma feci finta di nulla.
Prima di sedermi accanto a loro mi concessi un altro tuffo nelle acque gelide, mi sentivo appiccicato ovunque e ne approfittai per una rapida lavata sotto al costume. Nuotai anche un po’, in parte per riscaldarmi ma soprattutto per esibire nuovamente il mio perfetto stile, ero certo che il torello iberico lo invidiasse parecchio.
I sandwich erano ottimi, li mangiammo quasi tutti e ci demmo sotto anche con la birra, Evelyne compresa.
Al termine ci sdraiammo sotto il caldo sole di giugno, parzialmente protetti dalle fronde degli alberi che frusciavano sopra di noi.
Quel fantastico pompino invece che calmare i miei ardori li aveva decuplicati, dopo un primo momentaneo appagamento la voglia di lei era tornata prepotente e mentre me ne stavo sdraiato al suo fianco immaginavo come sarebbe stato bello essere lì da soli.
Chiusi gli occhi e feci viaggiare la fantasia, io e lei soli a paggeggiare lungo il fiume, abbracciarla e toccarla fra le gelide acque della cascatella, farla distendere su un masso al sole per poter baciare tutto il suo corpo, scopare ovunque, in tutte le posizioni possibili, a tutte le ore del giorno.
Mentre la digestione e la birra facevano il loro soporifero effetto, quei pensieri riportavano in tiro il mio cazzo. Sentivo le palpebre pesanti e la mente ovattata, ero in quella piacevole sensazione di dormiveglia in cui si riesce in parte a governare i sogni, facendoli sembrare incredibilmente reali.
Era come se sentissi per davvero i suoi gemiti, quei dolcissimi mugolii che mi regalava ogni volta che facevamo l’amore in auto.
Poi mi accorsi che quei gemiti non erano sincronizzati con i miei sogni e sgomento spalancai gli occhi.
Mi ci volle qualche secondo per mettere a fuoco la situazione, sulle prime non riuscivo a crederci, stropicciai le palpebre, scossi la testa, ma la scena non cambiò, era tutto assolutamente vero, sconcertante eppure vero.
Xavier, sdraiato dall’altro lato di Evelyne, si era sporto su di lei e le stava succhiando un capezzolo mentre con la mano destra era entrato nello slip del suo costume. La stava toccando al centro delle cosce e lei teneva le gambe larghe e raccolte, non sembrava affatto dispiaciuta da quelle carezza, anzi i suoi ansimi dimostravano pieno apprezzamento. Al punto che lei stessa aveva allungalo la mano per ricambiare le attenzioni e lo stava palpando da sopra lo slip.
Il cuore mi si era fermato, era come stretto fra le ganasce di una morsa, e la sensazione peggiorò quando lei si accorse che la stavo guardando.
Non c’era alcun segno di pentimento o senso di colpa nei suoi occhi, anzi sembrava divertita dalla situazione, magari un po’ sorpresa ma per nulla a disagio.
“Mi ha presa alla sprovvista, il vigliacco…” sussurrò infatti mordendosi il labbro inferiore, “tu dormivi e non sono riuscita a tenere a bada le sue mani!” rise e ansimò inarcando la schiena, senza neppure provare a trattenere la smorfia di piacere.
Ero confuso, disorientato, non riuscivo a dire nulla, mi sembrava impossibile che la mia dolce Evelyne accettasse la cosa a quel modo, fra il non riuscire a tenere a bada le mani e il godersele, quelle mani, ci passava un mare in mezzo. O quanto meno credevo.
Evidentemente mi sbagliavo perché dopo l’ennesimo sospiro Evelyne allungò verso di me la mano che le era rimasta libera e spalancò occhioni compiaciuti nell’accorgersi della mia erezione.
“Oh oh”, sogghignò palpando il solido uccello, “la cosa si fa interessante…”
Forse aveva frainteso la mie erezione, non mi ero eccitato nel guardare loro due ma a sognare me e lei, c’era una bella differenza. Però, contrariamente a quanto mi sarei aspettato, non mi si era ammosciato per lo shock, era ancora bello duro e lei ci giocò visibilmente soddisfatta.
Anzi decise persino di prendere l’iniziativa, si alzò interrompendo le carezze di Xavier e si inginocchiò in mezzo a noi, frontale, con i piedi raccolti sotto al sedere. Poi senza attendere inviti prese a palparci entrambi, una mano su ogni patta.
Con espressione concentrata ci abbassò i costumi e si trovò i nostri cazzi nudi fra le mani, li masturbò per un po’ in contemporanea spostando ripetutamente lo sguardo da uno all’altro.
Mi fu impossibile non fare altrettanto e notai che il cazzo di Xavier era esattamente come il suo proprietario: scuro, grosso e nerboruto. Decisamente più grosso del mio, Evelyne faticava a chiudergli il pugno attorno, però a lunghezza non c’era confronto, vincevo per distacco.
Magra consolazione, soprattutto dopo la delusione che stavo vivendo; ero attonito, allibito, non riuscivo a formulare un pensiero di senso compiuto. Fu comunque sconvolgente notare la disinvoltura con cui la mia Evelyne -mia un cazzo!- si chinò sul grembo di Xavier per prenderglielo in bocca.
Lo accolse tutto, fino ad appoggiarsi col naso sul suo pelo pubico, e come sua abitudine lo tenne per un po’ in bocca, anche se mi riusciva difficile immaginare i suoi abili giochi di lingua con un cazzo così grosso.
Poi si rialzò e venne a fare altrettanto su di me, le sue labbra, la sua lingua, i suoi sensuali movimenti, era tutto osceno e pazzesco, quasi surreale.
Si alternò nuovamente iniziando anche a muoversi su e giù, aveva sempre un cazzo in bocca e uno in mano. Xavier mostrò di apprezzare lasciandosi andare a frasi languide -e immagino sconce- nella sua lingua.
Dopo qualche minuto Evelyne si risollevò sul busto e ci sorrise. “Pompino, vero?” mi domandò con la sua aria falsamente ingenua -mai così falsa-. Al mio cenno di assenso guardò i due cazzi che teneva fra le mani. “Un doppio pompino, incredibile, è il mio sogno erotico da quando ero ragazzina!”
Sospirò fiera e riprese a succhiare con ancora maggior trasporto, dedicandosi prima a un cazzo poi l’altro.
Fantastico, ironizzai fra me e me, davvero una ragazza di sani principi!
Quando fu nuovamente il turno di Xavier, lui le appoggiò la mano sulla nuca per accompagnare il suo movimento e si rivolse a me con aria di chi la sa lunga. “Si vede che era il suo sogno, è fantastica col carajo en boca, lei è una vera specialista de mamada!” con un ghigno divertito agitò il pugno chiuso davanti alla bocca per farmi capire -nel casso fossi così scemo da non intuirlo- il significato di quel ‘mamada’. “E’ mille volte più brava di Karin!”
Evelyne finse di mordergli la cappella. “Taci, cochon!”
Eggià, ‘cochon’, pensai. La bella Evelyne dava del ‘porco’ agli altri ma lei cos’era? Se avevo capito bene la situazione, in quell’appartamento i tre si sollazzavano già da un po’, il muscoloso Xavier se le scopava entrambe. O quanto meno se l’era fatto succhiare da entrambe dal momento che aveva la sua personale graduatoria.
Non conoscevo il femminile di ‘cochon’, ma in italiano Evelyn era sicuramente una gran bella maiala! Una che da ragazzina sognava di fare pompini doppi e che a ventiquattro anni con estrema disinvoltura realizzava quei sogni.
Chi l’avrebbe mai detto, decisamente quella sua aria dolce e seria mi aveva tratto in inganno, mi sentii un idiota per averla corteggiata così a lungo prima di azzardarmi a farci sesso. Mi ero addirittura sentito in colpa sapendola fidanzata, un idiota galattico!
Visto che il giovane spagnolo continuava a tenerle la mano sulla nuca come se non avesse alcuna intenzione di rinunciare a quel pompino, Evelyn si fece ancora più intraprendente, gattonò al suo fianco girandomi le spalle e sollevò alto il sedere.
Un chiaro invito che, nonostante lo sconforto e il senso di frustrazione, non riuscii a rifiutare.
Mi inginocchiai dietro di lei col cazzo stretto nel pugno, glielo sfregai su e giù per la fessura grondante di umori e lo spinsi dentro con foga, un affondo violento, quasi a volerla punire.
Ottenni l’effetto opposto, mi sa, era talmente eccitata che mi accolse con un grido di piacere, un grido soffocato dall’arnese che il palestrato le teneva ficcato in gola.
Per quanto deluso e amareggiato mi fu impossibile non cogliere l’incredibile erotismo del momento, era bellissima così chinata carponi, col suo bel culetto esposto e la schiena inarcata, ed era dolosamente eccitante vedere la sua testa muoversi con tanto impeto sul grembo del coglione.
Aggrappandomi ai suoi fianchi la scopai selvaggiamente e lei selvaggiamente succhiò, erano buffissime le smorfie di piacere che vedevo sul viso di Xavier. Gli bastarono pochi minuti di quel forsennato pompino per raggiungere il suo traguardo, portò le mani fra i capelli e con gli occhi strabuzzati iniziò a mugolare nella sua lingua, godendo come un pazzo.
Evelyn sembrava in preda a un raptus erotico, smise di accanirsi sul cazzo del giovane solo al termine del suo di orgasmo, un lungo e violento piacere che aveva esternato dimenandosi come una pazza.
Poi si abbandonò di schianto, spinse il sedere verso di me e con una mano all’indietro mi chiese di darle un attimo di tregua. Quando si voltò all’indietro per concedermi il suo languido sorriso, aveva la bocca e il viso oscenamente imbrattati di sperma.
Miss ‘Non so se lo rifaccio’!
“Cazzo Evy”, esclamò infatti un incredulo e ansante Xavier, “ti ha insegnato Roby a farlo così bene? Non mi avevi mai fatto godere fino alla fine…”
Lei mi sorrise, pulendosi le labbra con un lembo dell’asciugamano. “Sì, diciamo che è tutta colpa sua… o forse merito”, sogghignò. “Anche se il sapore di questa roba continua disgustarmi…”
Presi una lattina di birra dalla borsa termica e gliela allungai, mi ringraziò sorridente e ne bevve un lungo sorso.
Xavier si alzò in piedi con suo tozzo cazzo a penzoloni, fece qualche assurdo esercizio di stretching come se il forsennato pompino gli avesse irrigidito i muscoli e si avvicinò allo specchio d’acqua.
Mentre si immergeva lentamente io tornai a sdraiarmi con le mani sotto la testa, deciso ad esibire la mia ancora solida e intatta erezione, un altro punto a mio favore.
Lui fece finta di non vedere invece Evelyne vide eccome, evidenziando il suo compiacimento con un largo sorriso provocante.
Sculettando più del dovuto raggiunse pure lei la riva del fiume, si chinò per lavarsi con cura il volto poi tronò verso di me.
Ce l’avevo con lei, ero imbestialito, non era a quel modo che avrei voluto scoparla, non era così che avevo immaginato il nostro primo giorno assieme, eppure non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso.
La guardavo dal basso, in piedi al mio fianco, vedevo le sue gambe sottili leggermente divaricate, le labbra vaginali rigonfie e arrossate, lucide di umori, il piccolo triangolino di pelo sul Monte di Venere, le tettine minuscole ma ben fatte, con la parte sotto arrotondata e i capezzoli sporgenti, e per finire vedevo il suo viso sorridente, gli occhi abbassati su di me, il ciuffo scompigliato sulla fronte.
Era bellissima, nonostante tutto mi piaceva ancora da impazzire.
Con una gamba mi scavalcò, in quel momento era in piedi sopra la mia testa a gambe spalancate, si stava mostrando ai miei occhi, mi offriva la privilegiata vista della sua figa dischiusa, col piccolo e turgido clitoride che sbirciava dal vertice alto.
Lentamente si abbassò sul mio viso, continuando a sorridermi con impertinente malizia. Alla faccia della dolce e ingenua studentessa che avevo creduto fosse.
Quando il suo sesso bagnato arrivò a contatto della mia bocca presi a leccarla e lei gemette subito, alzando gli occhi al cielo. Con una mano fra i miei capelli rimase inginocchiata in quella posizione per qualche minuto, godendosi a voce alta le leccate che portavo ovunque, soprattutto sul piccolo bottoncino di carne.
Xavier nel frattempo era risalito dall’acqua e con un asciugamano sulle spalle si era messo accanto a noi a gustarsi lo spettacolo.
Fin quando Evelyne rimase accovacciata sul mio viso lui si limitò ad osservare, ma come la vide spostarsi all’indietro, lasciò cadere l’asciugamano e si preparò a partecipare.
Attese che Evelyne si sistemasse il mio cazzo eretto fra le cosce e che si abbassasse su di me, poi con una certa prepotenza le prese la testa e la attirò a sé.
Aveva ancora l’uccello floscio ma Evelyne non si fece pregare, lo accolse in bocca e cominciò a succhiarlo mentre il suo corpo aveva preso a dimenarsi su di me.
Non le era molto facile mantenere la coordinazione, mi scopava con foga e quel lumacone flaccido le sfuggiva di bocca ma non si dava per vinta, tornava a cercarlo e farlo sparire fra le sue labbra avide.
Alla fine il suo impegno fu ripagato, il cazzo di Xavier prese forma, si indurì e ingrossò fino a raggiungere la massima dimensione.
“Che ne dici di fare un po’ cambio?” mi strizzò l’occhio con aria complice, “credo sia il tuo momento di gustarti queste fantastiche labios…”
Evelyne si sedette sul mio cazzo e annuì ammiccante, con un’aria da maialina impenitente che proprio non riconoscevo.
Nel giro di pochi secondi le posizioni erano invertite, Xavier sdraiato, lei inginocchiata sopra e io in piedi davanti al suo viso.
Cavalcava il cazzo del giovane e succhiava il mio, gli occhi socchiusi e languidi, l’aria sognante, gemiti e mugolii senza ritegno, se la stava godendo alla grande, non vi era alcun dubbio.
Mi venne da chiedermi se preferisse scoparsi il grosso cazzo iberico o quello più stretto e lungo del sottoscritto ma tenni per me quel dubbio, temendo di uscirne perdente.
Quando la avvisai del mio ormai prossimo orgasmo pretese di cambiare posizione, voleva essere libera di muoversi a suo piacimento.
Tornò quindi a mettersi carponi a novanta gradi e io andai a sedermi davanti al suo viso. E Xavier si posizionò dietro di lei con aria visibilmente soddisfatta.
Ben presto compresi il perché, dal siparietto che ne nacque nel loro slang italo-franco-spagnolo capii che aveva provato a metterglielo dietro e che lei si era tassativamente rifiutata.
Sceso a più miti consigli aveva ripreso a scoparla ed Evelyne era tornata a godersi quel grosso cazzo con smorfie e ansimi.
Il suo corpo era scosso dalle bordate di Xavier, la stava fottendo con una grinta animalesca, i pettorali e i bicipiti guizzavano a ogni spinta e lei mugolava col mio cazzo in bocca, sembrava una furia. Più godeva e più si impegnava nel suo pompino, anche se ormai aveva perso il controllo dei movimenti.
Con i suoi tipici grugniti ispanici Xavier venne, le riversò in corpo tutto il suo piacere dimenandosi come un ossesso e lei lo seguì a ruota, abbandonando per un attimo il mio cazzo per poter gemere liberamente.
Beh, giovane e massiccio ma non così resistente, pensai guardandolo crollare disteso sul plaid, ansante come dopo una venti chilometri di marcia.
Evelyne invece dopo l’orgasmo sembrava ancora più carica e assatanata, tornò a dedicarsi al mio uccello con una passione incontenibile.
Non era più la mia dolce Evelyne ma una troietta in calore e decisi di trattarla da tale. “Ti piace godere col cazzo in bocca, vero Evy?”
Annuì con enfasi, sorridendomi con gli occhi.
“Allora adesso fammi vedere quanto ti piace farmi godere nella tua bocca, bella succhiacazzi, sto per venire, Evy, sto per goderti in bocca!”
il terzo pompino della giornata fu quello che le riuscì meglio in assoluto, a forza di tentativi ci aveva preso le misure e quella volta riuscì a ricevere tutto il mio seme in bocca senza mai fermarsi, e solo al termine lo lasciò scivolare fuori lentamente, facendolo colare sul prato.
Fu un lungo e intenso pomeriggio, seguirono altri ménage a tre alternati a brevi bagni nelle acque gelide e tonificanti del fiume, posso tranquillamente dire che si rivelò l’esperienza più sconvolgente della mia vita.
Sconvolgente in senso negativo perché infranse i miei sogni e cancellò l’immagine dolce e adorabile che mi ero fatto di quella splendida ragazza, ma sconvolgente anche in senso positivo, non avevo mai vissuto un erotismo così profondo e smodato, non mi ero mai sentito così morbosamente e perversamente eccitato.
In una delle nostre lunghe pause Evelyne mi aveva confessato di aver programmato il suo Erasmus come l’occasione per vivere tutte le esperienze possibili. Al suo ritorno sarebbe diventata una seria imprenditrice, una moglie affettuosa e una brava madre, era a quel modo che vedeva il suo futuro così aveva concentrato in sei mesi tutte le trasgressioni che la sua mente poteva immaginare.
Fra le quali, era intervenuto un irriverente Xavier, anche l’esperienza saffica, con una mano sulla mia spalla aveva affermato che non esisteva nulla di più eccitante che vedere Evelyne e Karin leccarsi reciprocamente la fica.
Eravamo scoppiati a ridere, Evelyne compresa che non si era vergognata affatto di confermare quella confidenza scabrosa, preferiva di gran lunga il cazzo ma aveva apprezzato anche il duetto saffico.
Strano a dirsi ma al termine di quel pomeriggio ero diventato buon amico di Xavier, ormai non c’era più animosità fra di noi, nessun conflitto o attrito, la gelosia era amaramente scomparsa sostituita da una strana forma di complicità, in fondo Evelyne mia e sua in egual misura, e neppure noi avevamo l’esclusiva, sapevamo che in qualsiasi momento avrebbe potuto trovare qualcun altro con cui vivere nuove trasgressioni.
Verso l’imbrunire, sfiniti e appagati, iniziammo il viaggio di ritorno.
Evelyne si appoggiò sulla mia spalla e rimase a lungo in silenzio, con lo sguardo fisso sulla strada e un accenno di sorriso stampato sulle labbra.
“Come mai così silenziosa?” le domandai.
“Stavo ripensando a questa strana giornata…”
“Divertente?”
Alzò gli occhi su di me allargando il suo sorriso. “Divertente? Non conosco un aggettivo italiano che descriva come mi sento, è stato… extraordinaire, formidable, inoubliable…” sospirò scuotendo la testa. “Qualunque donna dovrebbe provare questa cosa…”
Fece passare qualche istante poi tornò a guardarmi. “Che dici, a te andrebbe di rifarlo?”
“Senti, senti,” sogghignai, “e sarei io il cochon?”
Risolino malizioso. “Oh no, mi prendo tutti i meriti, sono io la cochonne o la petite truie se preferisci, chiamami come vuoi, non mi offendo…”
“La mia maialina, ecco come ti chiamerò, la dolcissima maialina che va pazza per il pompino doppio e per il ménage a trois.”
“Oh oui,” annuì ridendo, “adoro il pompino doppio!”
Mi voltai all’indietro, Xavier nel sedile posteriore si era addormentato pesantemente, ecco perché non interveniva.
“Allora?” tornò alla carica lei, “si può ripetere?”
Mi finsi molto pensieroso. “A due condizioni.”
Fece sbattere le sue lunghe ciglia in modo provocante. “Sentiamo…”
Una lunga pausa ad effetto poi la fissai con la coda dell’occhio. “Primo: voglio che nel triangolo rientri anche il tuo bel culo, maialina. Voglio mettetelo dietro mentre lo succhi a Xavy, voglio godere nel tuo bellissimo culetto!”
Sgranò i suoi occhioni. “Ma Roby sei proprio un…”
“Un cochon?”
Rise. “Sì, un gran cochon. Il mio culetto è vergine.”
“Lo so, motivo in più.”
Nel confidarci con Xavier avevo appreso che il suo cruccio maggiore era quello di non essere mai riuscito a sodomizzare Evelyne, andava pazzo per il suo didietro, ma contrariamente all’amica Karin lei da quel lato non ci sentiva, non era mai riuscito a convincerla.
Quindi, mi dissi sorridendo fra me, lo stavo facendo per solidarietà.
Evelyne continuava a scuotere la testa. “Non lo so, mi sembra così… al mio fidanzato ho sempre detto di no…”
“Il tuo fidanzato non ti era neanche mai venuto in bocca, se è per questo.”
“In effetti…”
“Pensa, te ne tornerai in Francia con un sacco di conoscenze nuove! Il tuo fidanzato sarà felicissimo!”
Mi morse la spalla fino a farmi male. “Brutto maiale!”
Ridemmo entrambi. “Dai Evy, non hai detto che in questi sei mesi volevi fare esperienze? Ti posso assicurare che non te ne pentirai, una maialina come te impazzirà di sicuro a prenderlo dietro, fidati.”
Un lungo sofferto sospiro con la testa che ciondolava a destra e sinistra. “Ok, va bene, ma solo tu. Xavy no, lui ce l’ha troppo grosso.”
Le accarezzai i capelli. “Diciamo che comincerò io. Poi, se ho ragione e ti piacerà come immagino, sarai tu stessa a chiederlo a Xavy…”
“Sì, sì”, annuì per nulla convinta. “Passiamo alla seconda condizione.”
“Beh, voglio gustarmi anch’io lo spettacolo più eccitante del mondo, voglio guardare mentre tu e Karin vi esibite a leccarvi la fica.”
Si portò entrambe le mani sul viso. “Gli uomini, tutti uguali!” poi scrollò le spalle. “A me sta bene, però a Karin glielo chiedi tu. E se un po’ la conosco… mi sa che prima voglia provare la tua, di lingua! E non solo la lingua, temo…”
Fantastico, la cosa si faceva sempre più interessante.
“Sarà un vero piacere!” commentai scoprendo che nonostante il lunghissimo pomeriggio di sesso stavo tornando a eccitarmi. “Magari potremmo far provare anche a lei l’emozione del doppio pompino…”
Nella mia mente si susseguivano immagini di varie combinazioni di triangoli e quadrilateri, decisamente interessante.
In fondo, come disse qualcuno: ‘la geometria non è un reato’.

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