pieni di noi

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Erano ormai passati mesi dalla nostra ultima chiacchierata, nella quale venivo a sapere che prima o poi sarebbe venuta a stare vicino a me per seguire i suoi studi universitari. Quando decisi di scriverle quella sera, non feci caso al tempo passato e come ogni altra volta le chiesi se desiderasse giocare con me via etere. La risposta fu addirittura migliore del previsto, mi invitó direttamente da lei per fare due chiacchiere e per inaugurare la nuova casa. Non mi feci pregare, e dopo una decina di minuti in bici arrivai davanti al portone. Era un palazzo relativamente piccolo, costruito negli anni ’60. I balconcini davano sulla strada e dall’alto sentii la sua voce, disse qualcosa riguardante l’appoggiare la bicicletta nel cortiletto, ma non capii bene. Sentii il tiro ed entrai. Terzo piano. Mi accolse sulla soglia del suo interno ancora in pigiama, con delle infradito azzure decisamente demodè, agghindate con un grande fiore rosa sulla striscia di plastica che fa da corpo della ciabatta. Non era bella, peró come sempre era quel misto di ingenua sensualità che mi eccitava veramente tanto. Il suo fisico asciutto, quasi troppo magro, il seno appena accennato che si intravedeva sotto la leggera maglietta del pigiama e i capelli scuri, castani come gli occhioni da bambina che ti catturavano nella loro profondità, assieme ad uno sguardo seducente e biricchino. Mi chiese se ricordavo ancora la sua voce, risposi che le cose belle non si dimenticano facilmente. Ci abbracciammo, un bacio stampato sulle labbra e mi invitó ad entrare.
Chiacchierammo a lungo quel pomeriggio, era una giornata di inizio primavera, non calda, con la tendenza al pioviginare. L’umidità lasciava raramente spazio a momenti in cui un leggero venticello portava ossigeno, si sudava.
Accomodati in salotto, i fiorellini bianchi ed azzurri del pigiama attizzavano il desiderio molto meglio di un qualsiasi altro vestito sexy. Era brava, sapeva come provocarmi. Quando il discorso arrivó sulla frutta che ci piaceva mangiare, iniziarono delle battutine provocatrici intense. Vedevo la sua eccitazione salire e la voce farsi sempre più calda ed ammaliante. Le presi una mano, finsi che un suo dito fosse uno spicchio di mela e scherzosamente iniziai a mordicchiarli. Poco a poco le dita diventarono due, poi tre ed in men che non si dica stavo succhiando la sua mano, apprezzava. Le sue mani affusolate sapevano di pesca, e la saliva iniziava ad inumidirle per bene come iniziavano ad inumidirsi le mie mutande. Lei mi guardava maliziosae dopo avermi lasciato leccare per qualche secondo tolse la mano. Sfiló un piede dalla ciabatta, ci asciugó la mano sopra e mi passó dolcemente l’alluce sulle labbra. Voracemente lo succhiai, come passai la lingua su tutta la pianta. Il suo sapore fece riaffiorare tutti i ricordi di qualche anno prima, quando facemmo del bosco il nostro letto, il nostro posto segreto dove consumammo pomeriggi di persversa sessualità. Era ancora tutto uguale. Tutto maledettamente provocante, carnale, reale. Mi saltó addosso e con la mano mi prese in mezzo alle gambe, alludendo al fatto che non mi aveva dimenticato durante tutto quel tempo. Via la maglia, presi fra due dita un suo capezzolo, che strinsi forte come piaceva a lei. Fino a farle male, finchè non mi piantó le unghie nella pelle, gemendo di piacere. Mi filó la maglia, già alzata fino a liberare tutto il petto e la schiena e con la linguà si mise a seguire le mie forme. Non tralasció nulla, nemmeno le ascelle. Adorava il mio odore, diceva, il mio sapore di vita vissuta nel sesso, mi puliva. Come una gattina bisognosa mi abbracciava eccitata, sembrava volesse mangiarmi e io volevo mangiare lei. Il suo folto pelo inguinale, colorato come i capelli strusciava sulla mia cappella ancora dentro alle mutande grigie che avevo quel giorno. Un evidente macchia di umori era ormai presente sulla parte alta, tra l’elastico e il tessuto, sapientemente ci si attaccó succhiando, sbavava come un neonato attaccato al seno della madre. Mentre ormai il suo perizoma si era perso fra le sue chiappe con le quali adoravo giocare, divaricandole con le mani fino a vedere l’ano talmente teso da arrivare quasi al prolasso. Mi mise il sedere in faccia e mentre si provocava i conati di vomito ingoiando la mia asta iniziai a sputarle nel culo, come piaceva a lei come mi implorava di fare sulle rocce vicino al torrente, per poi godere tutto il viaggio di ritorno della sensazione di umido nelle mutande. In segreto, con i suoi che a pochi centimentri in macchina chiedevano come era andata la passeggiata, ignari di tutto.
La mia saliva colava copiosa sul suo buco del culo e sulla figa, ed il mio cazzo era ricoperto da altrettanto misto di saliva e muco. Le piaceva essere piena, di sentirsi al limite di regalare tutto di se, anche la saliva uscita coi conati. Non rifiutavo mai. Il sesso con lei era sporco, animale, la chiamavo vacca, perchè troia era una figura umana. Voleva essere selvaggia, libera, carnale, posseduta. Mi alzai dal divano e la feci rannicchiare a pancia in su con le gambe al petto, la sua figa così era bella esposta alle mie volontà. Sputai ancora una volta e con una mano bella rigida iniziai a darle schiaffi sul clitoride e sulle natiche, bagnandomi la mano della saliva e dei suoi umori densi mescolati in mezzo a quel ormai odoroso pelo fitto. In un momento di interruzione, mi disse che era meglio andare in camera sua, per evitare di macchiare ulteriormente il divano.
Cambiammo stanza… Cambiammo posizione… Mi mise a quattro zampe sul letto. Iniziai da dietro a sentire la sua lingua farsi strada fra le palle e il culo intanto che una sapiente mano mungeva il mio cazzo a penzoloni. Scrodavo umori, quando due dita mi entrarono dentro il gonfiore della mia erezione si fece ancora più pulsante. La prostata stimolata dalle sue ditina spingeva per espellere tutto il suo contenuto che trattenni sforzandomi. Si fermó e succhiandosi le dita si stese a pancia in giù davanti a me. Assaporato il frutto del mio sfintere, con le mani si aprì le chiappe, come gle aprivo io. Il suo buco del culo ancora una volta quasi prolassó da quanto tirava. Mi pregó di riempirla, l’accontentai. Sentivo il suo dentro, schiacciavo fra le dita dentro la figa e quelle dentro al culo quel sottile strato di carne che divide i due orifizi. Le feci male, lo so. Eccedevo sempre, ma lei rimaneva in silenzio. Passiva, soffriva e godeva della spinta della pienezza e del dolore che quella masturbazione violenta le provocava. Volle leccare anche le mia dita una volta uscite, faceva apposta a non essere perfetta, sapeva che volevo la sua purezza e la sua naturalezza. In un orgia di odori e sapori, ci abbandonammo ad un lungo bacio, stesi uno a fianco dell’altro. Cercando di sentire il più possibile il contatto fra i nostri corpi ormai sudati, appiccicosi ed erotici. Leccai il suo collo mentre mi prese per le palle massaggiandomi, non resistette, le mise ancora una volta in bocca, fino quasi ad affogare. Le tappai il naso, sentii i gorgoglii nello stomaco che salivano. Poco prima del punto critico la lasciai nuovamente respirare, le liberai il naso e sfilai i miei coglioni dalla bocca. Le presi la testa e la riaccompagnai delicatamente finchè il mio cazzo non scomparì di nuovo dentro di lei. Mi avvinghiai con le gambe alla sua testa, bloccandola. Vidi i suoi occhi lacrimare, sentivo il respiro affannoso e le unghie che si piantavano nelle mie cosce. Ma sapeva che non avrei mollato, doveva assaporarmi, soffrendo. Ancora una volta la liberai poco prima che rigettasse tutto, ci baciammo voracemente ed iniziai a penetrarla. L’odore del nostro sesso si faceva sempre più intenso, gustava il mio sudore senza farsene sfuggire una lacrima. Mi stringeva, mi tirava dentro di lei. Le sue gambe sottili mi cingevano il bacino e sullo specchio di fronte al letto potevo godere della nostra immagine riflessa. Era un piacere sentirla mentre veniva, sommessa guaiva mentre le penetravo il culo alternato con la figa. Entrando e uscendo, un colpo ad uno ed uno all’altra. Stesa a fianco a me mi dava le spalle, e con un suo capezzolo frale dita, da dietro possedevo il suo culo, sentendo all’interno la presenza di qualcosa di duro che mi stimolava la cappella. Sapevo che non sarebbe andata in bagno prima. Sapevo quello che voleva. In breve tempo, venni dentro di lei, contorcendomi e proseguendo a fatica la spinta nel momento di massima intensità. Lei schizzó qualche fiotto sotto un’intensa stimolazione del clitoride, ormai arrossato e gonfio. Le contrazioni del suo orgasmo mi strinsero ancora più dentro di lei mentre sentivo il cazzo ammosciarsi. Ancora dentro e dietro di lei iniziai ad accarezzarla e baciarla mentre si avvinghiava alle lenzuola per smaltire gli ultimi spasmi dell’orgasmo. Finchè, una volta calmata, giró leggermente la testa e con voce da bambina di fronte ad un negozio di dolciumi mi chiese se fosse il momento. Le sue parole, mi fecero ripertire l’erezione. Fu difficile lasciarsi andare all’inizio, ma dopo qualche secondo, il getto si fece costante ed abbondate. Per non lasciare andare nulla, spingeva il suo culo contro il mio inguine e stringeva, mentre la tiravo a me per i fianchi e mi abbandonavo al piacere di vedere il suo ventre gonfiarsi. Era piena di me. Rimase li ancora qualche minuto mentre accarezzavo il suo pancino gonfio e turgido sotto la pressione della mia piscia che le riempiva l’intestino. Mi diede un bacino sulla guancia e si alzó. Un piccolo fiotto le scappó mentre camminava e un rigolo giallo inizió a scorrerle sulla gamba. Poco le importava, continuó il suo tragitto fino al bagno lasciando le impronte di urina pestata dai suoi piedi. Dal letto, sotto al naso avevo i nostri odori di piacere e sentivo lei vuotarsi dentro la tazza, uno scrosio forte ed eccitante che mi fece riattivare di nuovo. Così la raggiunsi in bagno e la feci liberare su di me mentre mi masturbavo. Era bello vedere quel liquido giallo scorrerle su di me, ed ancora bagnato la riinfilai sul mio pene penetrandola nuovamente. Fui violento e rapido, quattro colpi e tirai fuori per poterle esplodere nuovamente in gola, così feci. Ancora una volta sporca di me la baciai, con il frutto del mio orgasmo che correva fra le nostre lingue e le lingue stesse che si intrecciavano a favorire questo scambio morbido e salato. Aprii l’acqua, e per una mezz’ora abbondante ci coccolammo in ammollo fra la schiuma bianco gialla della vasca. Riassunto perfetto della nostra giornata, riassunto perfetto del nostro rapporto. Una sporca passione animale. Ancora guaiva come un cagnolino mentre abbracciata a me mordicchiava un mio lobo dell orecchio.
Sussurrandomi un grazie sospirato, mi toccó un labbro con un dito mentre la sua bocca era ancora vicina al mio orecchio.
In un bacio lungo e dolce si chiuse la nostra giornata, salutandoci ci lasciammo con la promessa di ripetere tutto quanto. E così fù nei 3 anni successivi.

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