pomeriggio d’estate

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Fissavo una padella da muro, di quelle di rame che si appendono alle pareti delle cucine in stile rustico e che risaltano sulla ruvidità dell’intonaco bianco. La tavernetta accoglieva un angolo bar, con bancone in marmo posato sul muretto di pietra a “L”, lavello e piano cottura, con tanto di cappa in legno e piastrelle rosse e nere sulla parete laterale che lo delimitava. Il muro alle spalle del bancone e di un immaginario barista era anch’esso in pietra e mostrava una batteria di bottiglie di liquori, sistemate come tanti soldatini disordinati su mensole in legno fissate ad altezze sfasate.
Non mancavano due tavoloni in legno, panche, il caminetto e un bel divano in pelle.
Beh, non successe mai niente in tavernetta, non quello che ci si può aspettare dal miscuglio di alcool, fuoco e divano; io piuttosto utilizzavo quella stanza come studio ai tempi dell’università, quando nelle peggiori giornate estive, prive del refrigerio dell’aria condizionata, rifugiarsi nel piano interrato era l’unica soluzione. E ci passavo giornate intere di studio proprio quando le telefonate degli amici e gli sms sul cellulare arrivavano solo per parlare di vacanze, di mare, di gite al fiume o grigliate comprensive di bagno in piscina nella casa in campagna di Luca.
Sì, io ci studiavo.
Cazzo.
Contento, perchè contento ero della realizzazione del desiderio di arrivare fino in fondo, per raggiungere quel mestiere (che mestiere non è, ma vita) dal quale sono stato affascinato fin da piccolo. Ma anche un po’ sullo scazzato andante. Quella stanza era semisommersa da fogli, appunti, libri, dispense, matite, biro, evidenziatori colorati, cianfrusaglie di ogni tipo, foglietti appallottolati, sigarette… Per un attimo mi passò per la testa l’immagine, in quel momento lontana, della tavernetta sotto le feste natalizie, addobbata e resa piacevolmente tiepida e inebriata da un aroma misto di alcol e legna bruciata. Non sono mai stato troppo festaiolo e il pensiero di non aver mai organizzato cene divertenti o bevute davanti al camino per un attimo suscitò in me un fastidio isopportabile.
Con un gesto di stizza scollai lo sguardo da quella padella fottuta, che tra l’altro odiavo (mostrava sul fondo due pesci che si rincorrevano in cerchio, l’uno con la testa verso la coda dell’altro), per far cadere gli occhi sugli appunti, accozzaglia di fogliacci sui sistemi di istocompatibilità e compagnia al seguito. Quel marasma cartaceo stava colonizzando tutto ciò che era orizzontale, non solo il tavolo e il pavimento. Mi accesi una sigaretta, che puntualmente alla prima sgrollata nel posacenere di marmo si spaccò in corrispondenza dell’inizio del filtro, portandomi inevitabilmente ad una imprecazione a denti stretti, subito seguita da un piccolo elenco di santi in fila presi a caso, quando, spegnendola nervosamente, mi bruciai la punta del dito indice.
In quel momento di noia appiccicaticcia, fu la mia curiosità da suocera affermata che mi fece prendere in esame il chiacchierìo insistito proveniente da fuori: due finestrone poste in alto sul muro perimetrale davano luce alla tavernetta, spostai una panca sotto una di esse, ci salii in piedi e aprii il vetro. L’aria calda del pomeriggio mi colpì il viso con la forza di una fiammata e ci misi un attimo per realizzare che a cinguettare semifastidiosamente erano due mie vicine di casa, dall’altra parte della strada. La mia visuale era piuttosto bassa, guardando dritto davanti a me arrivavo all’altezza dell’addome di chi passava là fuori; ma era abbastanza ampia da coprire tranquillamente un tratto del mio giardino, più in alto rispetto alla strada che lo costeggiava, la strada stessa e i giardini delle case vicine.
Zero rapporti con quelle due ragazze, sapevo malapena i loro nomi. Sara era la più piccola, aveva suppergiù quattordici o quindici anni. Figlia unica, un po’ smorfiosa, abitava con i genitori e la nonna; Pamela era la più grande di due sorelle e un fratello, con i suoi ventisei anni, un curioso accento misto italiano-inglese frutto della nazionalità del padre.
Uno spiffero d’aria corse da un’apertura ficcata chissà dove in qualche cantina della casa fino alla mia schiena, accompagnando sul pavimento le immagini dei meccanismi con cui le molecole della superfamiglia delle immunoglobuline fanno da costimolatrici per l’attivazione dei linfociti T. Nel discreto silenzio del sottosuolo, l’improvviso rumore mi fece sobbalzare, poi imprecare ancora al ricordo di quanto sarebbero stati amari i cazzi, se la settimana successiva non avessi passato l’esame: giù da quella panca, bum, i piedi per terra; zzisssh dall’accendino, sfrigolìo familiare del tabacco e simpatiche tanto quanto mortali nuvolette azzurrognole. Avrei finito di fumare e poi giù con gli occhi sul tavolo, senza distrazioni però.
Studia, coglione, studia.
Col cazzo.
Sfrigolìo, stavolta dato dallo strusciare della sigaretta (sprecata) nel posacenere, un salto sulla panca e di nuovo col naso a respirare l’aria infernale. Ho la curiosità da suocera, l’ho detto. Sapevo infatti che da nessun punto della casa potevo origliare indisturbato conversazioni altrui, non in giardino perchè essendo a due passi tanto valeva inserirmi direttamente nella conversazione, non da una finestra del piano superiore, perchè ovviamente chiusa e impedimento per l’ascolto. E da lì? Mannaggia, da lì sembravo proprio essere ben protetto: vedevo e sentivo, a differenza delle dirette interessate.
Ambientandomi in quella situazione infantile e anche un po’ malata, nonché nuova per uno che non ha mai trovato particolare stimolo nel voyeurismo, per valutare fino a che punto non potessi essere scoperto pronunciai l’insidioso psss psss che si utilizza durante gli esami, per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi passare una risposta. Bingo. Le due si girarono in più direzioni, incuriosite, non nella mia… poi fecero spallucce e ripresero a parlare. Contento come un bambino che ha inventato un nuovo gioco, cominciai ad ascoltare.
Sara, maglietta smanicata bianca e shorts rosa, era certo graziosa e di lì a pochi anni avrebbe creato non pochi problemi a molti ragazzi. Bionda, capelli ondulati, viso angelico ma espressione furbetta. Evitai tra me e me di soffermarmi sul resto del corpo, troppo moralmente onesto e troppo schifato dalle storie di cronaca, fatte di sfigati che corrono dietro alle minorenni con le braghe calate, a metà tra il grottesco, il comico e il vergognoso. Pamela risultava invece strana ai miei occhi, forse perchè era così semplice, così acqua e sapone e così insignificante da indurmi a cercare qualcosa in più, che puntualmente non trovavo; viso anonimo, pelle chiarissima, capelli leggermente scompigliati di un colore impreciso tra il rosso, il biondo scuro e il castano chiaro, più magra che non, nell’insieme, ma con un fondoschiena pienotto; non era di certo il simbolo della sensualità dal punto di vista del portamento, pareva così ingenua e così “nuda”, senza fronzoli senza apparenze, senza malizie, senza gioco intrigante di vedo-non vedo, tanto che se avesse avuto per qualche congiunzione astrale qualcosa di più oltre a ciò che mostrava, probabilmente sarebbe stato ugualmente semplice e diretto, ingenuamente naturale e senza bisogno di venire inibito.
Chiacchieravano in strada, la più piccola con una mano appoggiata alla cancellata, una gamba tesa e l’altra piegata col piede sul muretto; la più grande, mani sui fianchi e gambe leggermente divaricate, portava un vestitino estivo da casa che le arrivava al ginocchio, a motivo floreale, con le spalline sottili di quelle che si legano con un nodo che le lasciavano scoperte le spalle e parte della schiena.
Ascoltavo.
Niente di che. Sara pareva avesse incastrato Pamela con uno dei soliti discorsi noiosi e scontati che si fanno sulla scuola, sugli insegnanti, sui compagni di classe: arpie le femmine e maiali i maschi.
– E tu prendili a schiaffi se ti toccano il sedere, scusa! – Diceva Pamela, con quella pronuncia irregolare ma un italiano tutto sommato corretto.
– Ovvio! Tiro certe manate… –
– Brava, brava… ma vai bene a scuola? Hai delle insufficienze? – Si notava con la superficialità e il distacco con cui Pamela sosteneva la conversazione, come se parlasse per darle retta più che per interesse.
– No, niente insufficienze… Solo con mate faccio un po’ di fatica, la prof mi odia, ma per il momento riesco a cavarmela. –
Silenzio.
Pamela si mise di profilo rispetto alla mia posizione ed ebbi modo di inquadrarla meglio. Quasi senza accorgermene buttai l’occhio sul suo petto, che non avevo mai preso molto in considerazione: con sorpresa notai un seno più importante del previsto, un po’ basso a dire il vero, a causa del peso evidente, non decadente però, perchè non si appiattiva ma si rivelava piuttosto sodo verso il basso andando a sporgere in avanti e rientrando poi con una curva piena.
– Va beh… – Intercalò Pamela. Mentalmente cercava un argomento qualsiasi da tirare fuori. – E il fidanzatino ce l’hai?- Si illuminò all’improvviso.
– Ehm, no… diciamo che c’è uno di quarta che mi piace e che continua a guardarmi… E’ carino! Una mia amica me l’ha presentato la settimana scorsa, speravo che un pomeriggio uscisse con la mia compagnia ma sembra sempre che pensi ad altro!… –
– Gli uomini sembra sempre che abbiano altro a cui pensare – Sospirò Pamela con atteggiamento di una che la sa lunga – Poi in realtà la maggior parte delle volte non pensano proprio a niente, si sforzano un po’ di più ad usare la testa principalmente quando devono escogitare qualche maialata –
Sara rise, Pamela spostò lo sguardo per terra, io alzai gli occhi scuotendo la testa.
Tzé, donne, pensai tra me e me.
Superfluo dire che ogni tanto spostavo gli occhi sul seno di Pamela, azione tanto involontaria quanto inevitabile. Mi incuriosii. Si era girata di schiena e io non notavo rilievi attraverso il vestito. Probabilmente non portava il reggiseno. Respirai più piano, come se dopo quell’ipotesi mi sentissi più vulnerabile ad essere scoperto. Per distrarmi riflettei su com’era curiosa la trasposizione di significato del termine “seno”. Dovrebbe appunto indicare il seno, l’insenatura, lo spazio più o meno profondo a seconda dei casi, delimitato dalle mammelle; comunemente usato per riferirsi allo sporgente petto femminile nel suo insieme, è anche interpretato da qualcuno, a mio avviso con effetto un po’ più sensuale, per identificare una singola mammella (quindi “i seni” al plurale; trovo molto più decente una frase del tipo “mosse una mano a sfiorare il seno sinistro di lei” piuttosto che un “ le parcheggiò d’istinto le mani su una tetta”).
Certo, accorgermi che stavo pensando come un’enciclopedia non mi fece sentire particolarmente felice. E poi mi stupiva il fatto che questa ragazza l’avevo davvero sempre considerata non più che paesaggio, sfondo, tappezzeria e in quel momento invece stavo lì a farmi scorrere immagini in testa. Mah. Lei intanto era nuovamente di profilo e io feci un rapido tour del vestito, cercando qualsiasi particolare che mi smontasse talmente tanto da farmi perdere ogni interesse nascente (e anche un po’ incomprensibile) e dunque smettere di guardare. Macchè, riuscii solo a farmi aumentare la fissa e a riflettere su quanto la corporatura magra della ragazza le risaltasse ancora di più le forme del petto. All’improvviso, quasi telepaticamente avesse intuito i miei penseri, si girò un poco verso il mio nascondiglio chinandosi in avanti allo stesso tempo, per mandare via un insetto che le si era posato un suna gamba: in quell’attimo brevissimo in cui fu piegata ebbi la certezza che i seni erano nudi sotto al vestito. Inghiottii la saliva.
Cazzo di faccia da bambolotto infilzato che dovevo avere. Mi tirai uno schiaffetto accompagnato da un ohu! pronunciato a mezza voce.
– Senti… Potresti mica darmi un paio di consigli… – Sara guardò Pamela con un’espressione quasi quasi supplicante.
– Certo! Su cosa? –
– Beh, ecco, io non so bene se posso…sono cose un po’ così! Pensavo potessi spiegarmi, visto che sei più grande di me… –
– Beh… vediamo… posso provare…dimmi! – Pamela aggrottò la fronte, un po’ stranita.
– Mmmh… è sui ragazzi! –
Pamela sembrò quasi sollevata e s’aprì in un sorriso – Ah! Ok! Chiedi, chiedi pure! –
– Hem, si… sui ragazzi… cioè, sul coso dei ragazzi… –
Hai capito, sfacciatella la poppante! Ai miei tempi non erano così. Saranno transgeniche.
– …Eh?… – Balbettò Pamela irrigidendosi.
– Ecco… vedi… io non ho esperienze di un certo tipo, non so bene certe cose. Cioè, sì, teoricamente sono cose che si sanno, le mie compagne di classe sembrano essere tutte esperte ma in realtà secondo me se la tirano solo e quindi non mi fido che mi spieghino loro! –
Pamela era visibilmente in imbarazzo, non s’aspettava un discorso del genere. Men che meno io, sulla mia faccia l’espressione “da bambolotto infilzato” venne quasi immediatamente promossa ad “imbecille di primo grado”. Facevo carriera. Notai quasi una scintilla beffarda negli occhi della ragazzetta. Sembrava che godesse della pozza di imbarazzo in cui aveva spinto l’altra.
– Eh… beh… hem… – Cominciò a balbettare Pamela – Cosa potrei dirti, non so… –
– Boh… te l’ho detto, più o meno in teoria so cosa sono certe cose… ma in pratica? Come si fanno? Cioè, tipo… una sega… e un pompino? –
Ti hanno proprio montato un bel paio di chiappe al posto della faccia ragazza mia!
E Pamela? La sua espressione era tra l’incredulo, l’imbarazzato e l’infastidito. Arrossì.
– Ma Sara!!! Ma che cosa dici? –
– Eddai, non sono scema eh, che c’è di male? –
– Ma non si dicono queste cose…! –
– Dai!! Avevi detto che potevo chiederti! –
Pamela non sapeva bene come gestire la situazione, si vedeva. Non disse nulla per qualche secondo, poi timidamente balbettò: – Ehm… ecco… son cose che si fanno così, non c’è un modo… Voglio dire… chessò… –
Sara la interruppe: – Ad esempio, so benissimo che per fare una sega si usano le mani. E i pompini con la bocca, per succhiare… ma come funziona? Cioè, io prendo l’affare lì del tipo… e poi? Come mi muovo? Cosa dovrebbe succedere? –
– Ma tu non sei un po’ piccola per queste cose? – Pamela si guardava intorno, sorridendo e arrossendo per lo stupore.
– Ma va, che piccola… sono curiosa! E poi sennò a chi lo chiedo? –
Sotto quelle pressioni, Pamela portò Sara un po’ più lontana da casa sua, poi diede un’occhiata se per strada stesse arrivando qualcuno.
– Eh… va bene… – Sembrava si stesse riprendendo un po’ dalla vergogna iniziale – Però se tua mamma sa che ti parlo di certe cose mi ammazza… –
– Mamma è in casa… mica ci sente! – E fece un cenno con la testa verso casa sua.
– Vediamo… con cosa… con che cominciamo? – Pamela tentennava.
– Con le cose con le mani… –
– Ok… beh… si… –
– Dai!!! –
La ragazza fece un respiro, sorrise ancora e assunse un tono di complicità, accompagnando le parole un po’ distorte dalla pronuncia straniera, con l’espressione degli occhi.
– Allora, in pratica tu sei con un ragazzo… gli sbottoni i pantaloni… e gli fai uscire fuori il pisello… Se glielo cominci a toccare con le mani al ragazzo piace e gli diventa dritto e duro e più grande… –
– E fin qui più o meno c’ero! – Sottolineò Sara con aria di una che dà a vedere di saperla più lunga di quanto si immagini.
– Mmmh. Ok. A questo punto lo prendi con la mano e tiri in dietro piano, così la pelle scopre la punta, che sotto è rosa e umida ed è il punto diciamo più sensibile… –
– Sì, ok… e poi? –
– Eh… poi… beh, devi fare attenzione, che puoi fargli male… puoi massaggiargliela con il pollice e poco liquido trasparente la inumidisce di più… – Parlava arrossendo ma senza bloccarsi.
– E poi? –
– E poi… muovi la mano sul pisello, facendo su e giù, su e giù, prima piano e poi aumentando la velocità –
– Ah, sì così! – Esclamò l’altra, chiudendo una mano a pugno e cominciando a muoverla avanti e indietro come nella descrizione.
Da pazzi.
– Ferma, ferma!! – Bisbigliò Pamela ridendo di vergogna e bloccandogli la mano.
– Sì… scusa! E poi? E poi? –
Pamela sospirò ancora: – Poi basta!! Non ti parlo più di sta roba!
– Eh, no! Dai, Pamela!! Poi che succede? –
Sospirò e proseguì, non restandole molta scelta – Poi… beh, continui per un po’… e fai sempre più forte e più veloce… e al ragazzo di solito piace sempre di più… –
Mi misi le mani sugli occhi.
– E poi… continui, più forte e più veloce ancora e alterni piccoli movimenti vicino alla punta con movimenti più grandi a scatti fino al fondo in basso dove ci sono le palline… –
Dio, che vergogna.
Le palline?????!!!! Scema cretina, come cazzo parli??? I coglioni, si dice, i coglioni!!!!! Sempre con le mani mezze chiuse sugli occhi, io.
– Si… e… poi? –
– Poi ad un certo punto senti che il coso tutto duro si gonfia un po’ di più all’improvviso ed è il momento che al ragazzo piace tantissimo, e comincia a schizzare liquido un po’ bianco e allora tu pian piano ti fermi e si dice che lui è venuto… –
– Ah! Ok! Quando gli esce la sborra…! –
– Sara!!! – Sbottò Pamela con un rimprovero sorpreso.
– E che c’è? Questo lo so, si chiama così… –
– Ma non si dice! –
– Vabbè, dai…! Ho capito comunque… però… scusa eh… –
– Cosa? –
– Con la bocca… come fai? La stessa cosa, dentro e fuori? E ci sta tutto?… E come devo fare?
– Mica si mette tutto in bocca… cioè… finchè ci sta! –
– Ah… però… come? Solo con le a labbra no? O anche… con la lingua?-
– Ecco… con tutte e due… puoi… ma che cosa mi chiedi? – Pamela rideva e distoglieva lo sguardo dalla ragazzina.
– Pamela… dai!!! –
– Puoi… puoi anche… solo fare entrare la punta e passarci sopra le labbra o la lingua… qualcuno la mette tutta in bocca e la schiaccia con la lingua sul palato, e succhia forte… –
– Oh… si, capito… ma… ma a lui… gli piace più così che con le mani…? –
– Eh, si… –
– Però… poi, quando… viene, che faccio? Mi viene tutta la sb… cioè, tutta… in bocca… la sputo? Mica la manderò giù… –
– Sara!!! Non si dice!!! –
– Ok ma tu rispondi! –
– Eh… dipende… ma che domande mi fai? –
– Ma tu l’hai mai fatto…? L’hai mandata giù? –
– Io?? Ma… non sono cose che si dicono!! –
– Sé, figurati… dai… –
– Io… no… cioè, sì… non sempre… –
– Ah!! E che gusto ha? Quando lo farò io voglio provare… –
Ad interrompere quello scempio di conversazione ci fu l’urlo della mamma di Sara per esortarla a salire in casa.
Io, occhi spalancati e mani sulla bocca, la seguii dirigersi verso l’entrata di casa sua, dopo aver ringraziato quell’altra poveretta e averle fatto promettere di finire il discorso la prossima volta che avrebbero parlato. Contaci.
Fine della scena.
Perdindirindindina.
Alla faccia, l’aspirante pornostar in miniatura.
Io nel frattempo ero saltato giù dal mio posto di vedetta, lanciandomi sul pacchetto di sigarette vicino ai libri abbandonati. No, non ero mica stupito. Figuriamoci, ci vuole ben altro. Deglutii. Soprattutto mica mi interessava più sbirciare lì fuori, voglio dire, non sono un guardone del cazzo che si perde dietro a quelle cretinate. Zzich, fiamma (prima era zzisssh = scintilla e fiamma in un sol termine onomatopeico), sfrigolio, tiro, nuvola azzurrognola. Adesso avrei finito quella sigaretta e poi sarei andato affanculo in qualche altro posto della casa, magari mi sarei riversato sul dondolo in giardino o avrei mangiato qualche cosa come aperitivo prima della cena.
Sì, si, ecco che avrei fatto.
Sì, certo.
Uno, due, tre balzi, hop, in piedi sulla panca e di nuovo gli occhi fuori: l’importante è essere convinti. Pamela stava camminando verso il cancello di casa sua, lo sguardo basso e le braccia lungo i fianchi, con un leggero rossore sulle guance. La seguii mentre entrava e la immaginai passare sotto l’arco di edera che cresceva oltre il cancello. Sulla ringhiera si arrampicava una siepe, ora più fitta ora più rada, per cui vedere all’interno mi era un po’ difficile: la siepe finiva ad un certo punto, lasciando visibile la parte di giardino in cui lei era solita prendere il sole o studiare. La vidi spuntare mentre trascinava sull’erba una sedia a sdraio, sulla quale si sedette, piuttosto lontano rispetto a me ora. Era ancora rossa in viso e continuava a girarsi in varie direzioni calcando lo spazio circostante con lo sguardo e posandosi ogni tanto le mani sulle guance.
Strusciai la sigaretta ancora buona per metà sul fondo del posacenere; cazzo, se sei scandalizzata per dei discorsi un po’ spinti di una nanetta sfacciata, se ti sfiora un uomo con un dito che fai? Svieni? Mah.
Seguii ancora distrattamente i suoi movimenti irrequieti sulla sdraio, fin quando, dopo poco si rialzò e prese a girovagare per il giardino. Compariva e scompariva da dietro la siepe, camminando intorno, guardando l’erba, come per cercare qualcosa per terra. Guardava ancora verso casa sua, poi verso la strada, poi verso casa di Sara. Si avvicinò alla ringhiera, ma uscì dalla mia visuale, potevo solo intravederla tra le foglie venire verso di me, molto più vicina adesso: si era piazzata davanti ad un pino, che la copriva rispetto a casa sua, e dietro la siepe, che la separava dalla strada e da me.
Zona d’ombra.
Sempre distrattamente (distrazione finta quanto le travi in polistirolo che attraversavano il soffitto della tavernetta, travestite da legno di quercia) trascinai la panca sotto l’altra finestra, spostata più verso il fondo della stanza e ripresi a sbirciare: mi ritrassi all’improvviso, notando uno squarcio nella siepe, angolato in modo tale da essere visibile solo da quella nuova posizione e che mi metteva praticamente del tutto esposto. Per Zeus quanto era vicina. Si era fermata lì, si era ancora girata attorno a guardare, ma non aveva posato lo sguardo su di me, quindi ero ancora al sicuro. Osservavo con più cautela, poi pian piano riconquistavo spazio. Era lì, a due passi…
Guardai ancora un attimo mentre lei, ferma, sembrava cercare qualcosa tra le foglie della siepe, dove questa era fitta, e ogni tanto si faceva aria al viso con le mani. Si accucciò per terra, come per raccogliere una margherita tra i fili d’erba. Stavo quasi per scendere e chiudere lì quel giochetto spastico quando mi venne un’idea. Salii di due piani e rovistai velocemente nella mia camera per trovare il binocolo che avevo ricevuto per il mio quindicesimo compleanno. Lo trovai, lo agguantai ancora dentro la sua custodia e mi lanciai giù per le scale, fino alla panca. Un idiota, non mi sentivo molto diverso.
Ma il risultato fu strabiliante, shockante, eclatante, un volo pindarico al termine del quale ero finito mente e occhi nel pieno del palcoscenico che fino a quel momento avevo assorbito al venti percento della sua essenza, complice la distanza alla quale mi trovavo. Altro che HD. Le lenti mi lanciavano nel giardino di Pamela, tra foglie ed aghi di pino, mi davano la sensazione di poterla toccare con gli occhi, mi davano il brivido ancora più realistico di non poter essere che scoperto, perché ero lì, a due centimetri, a due minime misure, di fronte ad una realtà ingrandita ed estremamente nitida. Era ancora accucciata per terra, a fissare un punto indefinito nel prato.
Accarezzò l’erba con una mano e non potei che deglutire quando, sfiorando con gli occhi il suo petto, ora immensamente traboccante il limite nero del campo visivo del binocolo, scorsi che si alzava e abbassava in modo anormale, come per un respiro profondo e veloce.
Su e giù, su e giù… posò le ginocchia sull’erba e si sedette sui talloni, il palmo delle mani sulle gambe. La vidi guardarsi attorno ancora una volta, quasi furtivamente, poi fissare di nuovo il vuoto con lo sguardo. Quindi, inarcò la schiena, quasi stesse per stiracchiarsi, chiuse gli occhi e schiuse la bocca lasciando che da lì l’aria uscisse e vi rientrasse affannosamente; così, l’asse del corpo leggermente all’indietro e quel respiro accentuavano le sue linee, evidenziavano quel petto, come mai prima… In risalto rispetto alla vita stretta le mammelle più piene e sode in basso ora erano spostate lateralmente dalla loro consistenza, l’una opposta all’altra andavano a pressare i margini laterali del vestito allargando il profondo seno che le separava e che ora mostrava sul fondo i rilievi ossei dello sterno.
E io sudavo un po’ freddo. Per cosa, pezzo d’un mulo??! Che fino ad un’ora prima consideravi più sensuale il manico di una caffettiera per quattro.
Potevo quasi sentirla respirare. E continuai a guardare. Pochi istanti dopo, sempre nella stessa posizione, la vidi allargare un po’ le ginocchia appoggiate per terra. Non pensavo ora al come o al cosa o al checazzofà, lasciavo che ciò che accadeva scorresse indisturbato. Quando le mani, sempre appoggiate sulle gambe, si strinsero a pugno, le mie dita strinsero la plastica nera del binocolo; le sue nocche cominciarono a strisciare in giù, lungo il vestitino, in modo quasi impercettibile si avvicinavano alle ginocchia, accompagnate dal movimento del busto in avanti. Ecco, ora le mani si riaprivano e afferravano le gambe sopra le ginocchia, posandosi sull’orlo del vestito, si fermavano, restavano li pochi secondi e si muovevano al contrario, in su, trascinandosi dietro quella stoffa leggera, lentissimamente. Il cambio di movimento fu assecondato da un respiro ancora più affannoso, se possibile…
E io a bocca aperta.
Piano, piano, più su le mani, più su l’orlo, col busto che ora rimaneva leggermente in avanti. La posizione delle spalle fece scivolare giù la spallina sinistra, cosa che fu seguita da un fremito del corpo: ora il vestito a sinistra era giù e il torace da quella parte era nudo per una buona porzione, ma non tanto da rivelare il seno.
Mi girava il sangue al contrario. Le dita stringevano l’orlo e salivano ancora, lasciando sempre più scoperte le cosce lattee, che con un altro movimento delle ginocchia sul terreno si allargarono di più, di più ormai di qarantacinque gradi. Giunte nella terza parte superiore delle cosce, le mani affondarono nell’interno coscia, proseguendo da lì l’ultimo tratto del loro percorso verso l’alto, facendo ormai intuire il traguardo finale.
Quella mossa fece sfuggire a Pamela un mugolio appena percettibile, lei che era stata così silenziosa in quel momento; un secondo mugolio le usci quando entrambe le mani andarono a posarsi sullo spazio al fondo della corsa e il piacere improvviso provocò il nuovo inarcarsi della schiena con l’inevitabile crollo dell’ultimo lembo di stoffa che copriva la parte sinistra del petto. La mammella sinistra esondò nuda, del tutto scoperta, allargandosi in basso e di lato in tutta la sua consistenza: l’areola rosea che ne indicava il bel culmine era tanto ampia e sfumata, appena percettibile e faceva da base alla punta del capezzolo, così paradossalmente e incredibilmente sporgente e definita.
Gambe più aperte ancora, entrambe le mani andavano a premere con pulsazioni piccole e secche sulla biancheria che copriva quella parte del corpo. Aprì gli occhi all’improvviso e li abbassò sulla nudità della mammella; istintivamente tolse una mano da quello spazio di piacere per coprirsi il seno nudo… superfluo descrivere l’inutilità di quel gesto vista la sproporzione tra le dimensioni. Dunque quella pudica mano abbandonò il tentativo impulsvo ma non l’intento, col pollice agganciò la spallina e tirò in su, per alzare il vestito; ahilei, il margine superiore del vestito risalì il seno sinistro fin sotto il capezzolo su cui s’impigliò… azione che fece sollevare leggermente tutta la mammella finchè lungo il pollice scivolarono via i due lembi della spallina. Il nodo si era sciolto, la spallina disfatta e, senza più trazione dall’alto, la mammella ricadde in giù, di nuovo libera, assestandosi dopo un lieve e ipnotizzante dondolio di rimbalzo.
La mano rinunciò e tornò in basso. Si riunì all’altra che ancora premeva a più riprese. Nuovamente insieme, le due mani presero a compiere movimenti circolari, dapprima impercettibili e poi più ampi…confusi, si perdevano l’uno nell’altro, provocavano fremiti nelle gambe. Lei aprì un po’ di più la bocca. Occhi sempre semichiusi. Dopo i movimenti circolari le punte delle dita cominciarono a percorrere per lungo le mutandine, si strusciarono ripetutamente in corrispondenza della fessura del suo sesso e poi si fermarono in un punto, sul davanti e una mano iniziò a sfregare, sfregare, sfregare ancora e ancora più forte e più veloce, andando a stimolare quel campanello d’allarme che al posto del suono provocò un mugolio quasi di sofferenza, più forte degli altri. Con un movimento brusco ed improvviso, presa dalla voglia, Pamela spalancò le gambe, per quel che la posizione inginocchiata poteva permetterle, appoggiò la mano non principalmente coinvolta sull’erba e con le dita dell’altra artigliò il margine della biancheria… e tirò… Il busto si sporse leggermente in avanti e lo sguardo si abbassò per guardare ingordo il suo sesso scoperto, sfiorato dall’aria, percorso da radi e sbiaditi peli e reso irregolare in basso dalla gonfia sporgenza delle labbra, lucide, sicuramente lucide. Le dita tirarono ancora il lembo delle mutandine e il rumore “strrripp” accompagnò l’innaturale e completo spostamento della stoffa da una parte. Pamela rimase un attimo lì con gli occhi fissi…poi si lasciò ricadere all’indietro, per sedersi sulle natiche, tenere le gambe più larghe e premettere anche all’altra mano, tenuta sull’erba, di intervenire nuovamente.
E si guardò.
Guardò fissa medio e pollice posarsi nel mezzo della sua rosa, guardò ancora mentre il pollice si adagiava sulla sferetta perno dell’orgasmo e soprattutto guardò avida il medio insinuarsi in quella stretta feritoia e poi sprofondare tra i tessuti bagnati, facendosi largo…Guardò anche quando con un movimento più deciso spinse il dito fino in fondo a sé e premette un poco l’altro, su quella linguetta sporgente. Una sola nota uscì lunga dalla sua bocca, una sola vocale impercettibilmente pronunciata e terribilmente prolungata, mentre gli occhi ancora fissi lì sembrava assumessero una tonalità di stupore.
Quindi cominciò… dentro… fuori… dentro… fuori… dentrofuori… dentrofuori… dentrofuori… dentrofuoridentrofuoridentrofuoridentrofuoridentrofuori… ancora, ancora, ancora di più… Un dito solo ormai navigava in quel mare, fu dunque accompagnato da un secondo e subito dal terzo, assecondati da un’eccitazione ormai evidentemente esplosiva data da quel guardarsi il sesso mentre riceveva piacere… eccitazione che scavalcò ogni cosa quando tutta la mano, e non solo le dita, sottolineò il movimento, eccitazione che la portò ad aiutarsi anche dando piccoli colpetti col bacino, i quali irrimediabilmente provocarono l’ondeggiamento senza controllo della mammella libera.
Che insieme.
Avrei giurato di poter sentire il suono di sciabordio dei suoi tessuti più intimi al passaggio delle dita… che pompavano, sempre di più instancabili, ancora e ancora e ancora. Non durò molto. Nel momento in cui i fremiti di tutto il suo corpo si fecero più forti si innescò il sibilo straziante e appena udibile della voce, i muscoli del suo addome si contrassero ritmicamente, rivolse indietro la testa e cavalcò così il caldo orgasmo. Strizzò gli occhi nel mezzo di quel piacere, le sue mani si spostarono velocemente e leggermente verso le cosce per poi fermarsi del tutto finchè in un’inaspettata esplosione di schizzi un fiotto paglierino si liberò dal suo sesso per riversarsi sull’erba, rendendone brillante il verde. Pamela spalancò gli occhi, come colpita da un pugno allo stomaco, evidentemente stupita quanto me di quella reazione fisiologica: in preda ai fremiti abbassò fulminea lo sguardo sul flusso d’urina che a scatti colpiva il terreno mentre un lampo di vergogna le squarciò il viso, e istintivamente portò entrambe le mani a far pressione sulle grandi labbra, nel disperato tentativo di fermare quegli schizzi. Fu quella pressione ad innescare un’altra esplosione, più clamorosa, più violenta, la pressione delle sue mani aumentò la pressione del flusso e uno schizzo proruppe in una pioggia di gocce dorate che si sparsero nell’aria e sul suo corpo. Premette di più, con le mani, in preda al panico e altri zampilli sgorgarono veloci e violenti verso l’alto, colpendole in pieno la mammella nuda e bagnandole il vestito, fino a che un fiotto generoso le si insinuò nella bocca che non aveva fatto in tempo a chiudere. Pamela crollò con la schiena per terra, le gambe si impennarono e si spalancarono al massimo, le mani ormai agganciate e fuse con quella passera fradicia e sazia di sé. Si tirò su quasi subito, bagnata, con l’urina le gocciolava da uno zigomo e dalla bocca, che si alterò in una smorfia.
Le gambe si richiusero, le mani zuppe di liquidi si spostarono.
Lei si mise in piedi, incerta sulle gambe, tentò di alzarsi sul seno il vestito, ora tappezzato di macchie scure.
Si passò un avambraccio sulla bocca e sul visò.
Sputò saliva e urina.
Abbassai il binocolo, incredulo, senza tuttavia riuscire a staccare lo sguardo.
Non sapevo cosa fare.
E poi…
E poi ZAC!
Fu un attimo.
I suoi occhi incrociarono i miei paralizzati.
Cazzo… mi ha visto.
Lei sussultò, si coprì ancora alla bene e meglio, istintivamente, poi sgattaiolò via.
Quella era stata proprio pesante.
E adesso…? Porco cazzo…
Pensa la prima volta che ci incrociamo per strada…
Non so per quanto tempo sono rimasto lì sopra come un pollo.
So che dopo quella che mi parve un’ora appoggiai i piedi sul pavimento e mi avvicinai al pacchetto di sigarette. Era vuoto.
Imprecai.

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