ricordi di una prostituta

Durante questi mesi estivi, nel corso dei quali (in barba ai miei 61 anni) mi si è incrementato il lavoro “casalingo” (ricevevo tre-quattro clienti a settimana, ora sono a nove-dieci), forse anche per la settimana rivissuta in strada qualche tempo fa ho ripensato spesso ad alcuni episodi accadutimi durante la mia lunga carriera di puttana di strada. Il primo che mi viene in mente chiarissimo riguarda domenica 1 ottobre 1972: sono in procinto di partorire, il termine è fissato nell’8 di ottobre. La sera prima avevo lavorato tanto: sedici clienti dalle 18 alle 2, e potevano essere di più se non mi fossi dovuta fermare una mezzoretta un paio di volte per essermi sentita male. Una donna col pancione suscita notevoli appetiti in molti uomini: lo so bene perchè l’attività l’ho iniziata che ero già incinta e fin lì avevo sempre lavorato sopra-media. E più la pancia si gonfiava, più lavoravo. Io (e capiterà anche in occasione della seconda gravidanza) non ero ingrassata, ero me stessa con la pancia. Potete ben immaginare, quindi, che effetto facesse un pancione su una donna rimasta per il resto tale e quale. Un pancione di nove mesi poi… Beh, torniamo a quel primo di ottobre. Sono le 17 e mio suocero, che fa da protettore a me, a mia suocera e a mia cognata, sale da noi e mi fa: “Forza, preparati che andiamo” Io obietto: “Non mi sento tanto bene” E lui, alzando la voce: “Non rompere i coglioni. Ho detto di prepararti e preparati, senza fiatare. E tu – rivolto a mio marito – non dici niente a questa lazzarona?” Prima che mio marito possa dire qualcosa, mia cognata esce dalla sua stanza attirata dalle parole del padre e dice: “Ma dai, papà, ieri è stata male, è prossima al parto…” “Ecco l’avvocato delle cause perse – la rimbecca mio suocero – Non potevi risparmiare il fiato anzichè sprecarlo per questa troia? E poi lo sai bene che la Ely (Eleonora, una prostituta free-lance che mio suocero aveva ingaggiato fino a fine dicembre per sostituirmi) comincia a lavorare domani. E io non lascio scoperto di sicuro un mio posto di lavoro”. “Ma non potevi cercare qualcuna che la sostituisse questa sera visto quello che è successo ieri?” “Taci! – e le appioppa un ceffone – Vedi di prepararti pure tu e non rompere il cazzo!”. Mio marito, per non deludere il padre, di ceffoni me ne appioppa due e mi dice “Perchè lo fai incazzare?”. Sono passate da poco le 17 e 30 quando io e mia cognata Loredana prendiamo posto sulla Bmw di mio suocero. Parte e durante il tragitto per arrivare ai posti di lavoro viaggiamo in un silenzio irreale. Arrivo sul posto per prima , dò il cambio a mia suocera che ha lavorato di giorno, la quale ha da obiettare su come sono vestita: “Sei troppo coperta, la gonna è troppo lunga, prendi la mia (e mi dà la sua, una sorta di microgonna con l’elastico in vita che mi lascia praticamente in mutande). E poi tienilo aperto il giubbetto, falla vedere bene la pancia”. Ok, si va. Mio suocero accompagna sul posto mio cognata, che occupa una postazione in comproprietà (nel senso che lui ci mette una donna di sera, mentre di giorno ci sta la donna di un altro protettore), e io resto da sola. Ho la luna di traverso, ma non faccio in tempo a pensare ai cavoli miei che arriva un cliente e mi carica. Si chiava, torno al posto e ci sono due macchine che aspettano. Il secondo mi carica, chiavo anche con lui e torno al mio posto. Quando ritorno l’altro è ancora lì che aspetta. Mi carica e raggiunto il luogo dove si scopa, prima di sistemarci per la chiavata gli chiedo: “Hai dovuto aspettare un po’ perchè quello che ho appena lasciato non di decideva a sborrare. Non ti è venuta voglia di andare da un’altra?” “Neanche per un secondo. Ti ho visto con le cosce e il culo di fuori e con ‘sto pancione… Avrei aspettato anche di più, quando mi capita un’altra occasione come questa?” E mentre mi stava chiavando ho pensato ai miei suoceri e al loro cinismo: io non so fin quando resisto, ma siccome il pancione “tira” per loro è giusto che io sia qui. Meglio se col culo all’aria. Importante è incassare il 60 per cento di quello che incassa la puttana. Il resto non conta. Mia cognata, davvero un tesoro e spirito un po’ ribelle (non come mio marito, soggiogato dai suoi genitori perchè troppo buono), due volte ha fatto autostop e mi è venuta a trovare. Prezioso il suo essere con me la seconda volta, quando mi sono sentita poco bene e lei mi ha confortato. E’ rimasta con me una buona mezzora abbandonando il suo posto di lavoro, cosa che le costerà cara. Comunque quella sera, grazie al pancione e forse anche alla microgonna, fu un’altra serata d’oro. A mezzanotte, quando mio suocero è venuto a riprendermi, mi ero fatta quattordici clienti. Mi rivesto e andiamo a prendere mia cognata. Arrivati lì chiede a mia cognata com’è andata e lei: “Otto clienti”. Orbene, mio suocero quando si andava sotto i dieci clienti aveva sempre da ridire, a parte il lunedì che è il giorno più fiacco per antonomasia. Però la domenica è un giorno particolare, un giorno in cui si lavora più di giorno (soprattutto al mattino) che di sera. Quindi otto clienti non sono certo pochi e i miei quattordici non fanno testo per via del pancione (mai fatto, del resto, tanti clienti la domenica sera quando non ero in gravidanza). Ma mio suocero, ancora contrariato per la presa di posizione di mia cognata nei miei confronti prima di venire a lavorare, s’incazza come una biscia, prende mia cognata per i capelli e la pesta come una cotoletta. Poi la spinge come un sacco di patate sul sedile posteriore e la apostrofa con epiteti diciamo coloriti, tipo “lurida troia lazzarona”, “maledetta puttana sfaticata” e via di questo passo. Così come eravamo partiti, si torna a casa in silenzio. Poi a letto. Il giorno dopo mia cognata fatica a reggersi in piedi per le botte ricevute, ma apparentemente è normale, non ha il minimo segno sulle parti visibili. I protettori sanno bene dove picchiare… Arriva mercoledì 4 ottobre, attorno alle sei e mezza inizio a perdere le acque: mio marito è già partito col camion, mi rivolgo a mia suocera. Lei sveglia mia cognata, che ha lavorato di sera ed è andata a letto verso l’una e le ordina: “Accompagna la Erika in ospedale. Io devo andare a lavorare e tuo padre è giusto che dorma ancora un po'”. Capito? Lei sta per diventare nonna ma pensa ad andare a battere. Mia cognata ha lavorato sino a mezzanotte ma è mio suocero che ha il diritto di riposare. Anche perchè poi dovrà accompagnarla sul lavoro. Pazzesco, a pensarci bene. Poi, devo dire a onor del vero, che mia suocera si dimostrerà una nonna attenta e premurosa. Ma in quel frangente… Mia cognata, un tesoro (lo ripeto), in un amen si veste e mi porta in ospedale. Mi assiste e mi conforta. Il travaglio non è lungo, il parto fila via liscio come l’olio (per quello che può essere un parto) e attorno alle 10 nasce Noemi. Nel primo pomeriggio (notare bene) arriva mio suocero: “Allora?” “E’ una femmina, Noemi” dice mia cognata. “Bene – fa lui – molto bene. Un mestiere ce l’ha già”. Capito che tipino? Appena nata e già circondata dal suo cinismo la mia Noemi. Ecco perchè io e mio marito ci siamo sempre ritenuti orgogliosi di essere riusciti a tenere fuori da ogni discorso di prostituzione Noemi e Ines (che nascerà quattro anni dopo). Comunque, tornando a quel giorno, mi ricordo l’abbraccio di mio marito quando, tornato a casa e saputo del lieto evento, si precipitò in ospedale così com’era. Era il ritratto della felicità. E lì, in quel momento, mi sentii la donna più felice del mondo. In barba a tutti, a tutte le logiche della prostituzione, tanto bene riassunte dai comportamenti di mio suocero e mia suocera, e a tutte le logiche di un mondo che, se le tue origini sono umili e non hai la possibilità di prendere un titolo di studio, per emergere un attimo ti invita a mettere sul piatto della bilancia la figa.

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