ricordo

Questo non è un racconto erotico. E’ solo, e chiedo preventivamente scusa per la mancanza di pertinenza, visto che questo è un sito di racconti erotici e non un lettino da psicanalisi, il mio tentativo di unire con una logica i cambiamenti cui sono andati incontro la mia anima e il mio corpo in questi ultimi, quasi otto (tantissimi, me ne rendo conto solo ora), anni.
Questo racconto parte da me tredicenne, in vacanza con la mia migliore amica in un paesino di montagna. Estate 2003. L’estate più torrida che i miei tredici anni avessero mai conosciuto, un caldo asfissiante che neppure quei 1200 metri sul livello del mare osavano mitigare. Quei giorni non sono stati molti, ma abbastanza per segnarmi per tutti gli anni a venire. Forse ero troppo debole io, in un adattamento della legge della sopravvivenza del più forte; forse, a tredici anni ero semplicemente ancora troppo bambina.
Io, la mia migliore amica, sua sorella maggiore e Luca, il ragazzo di sua sorella. Luca aveva poco più di trent’anni, non lo vedo da allora ma ho un ricordo abbastanza nitido dei suoi particolari. Basso, tarchiato, capelli neri corti, il viso squadrato. Ricordo le sue fossette in viso quando sorrideva, cosa abbastanza frequente peraltro, Luca sorrideva sempre. Più che un sorriso ora come ora lo paragonerei a un ghigno. Gli occhi nerissimi, l’iride tutt’uno con la voragine della pupilla, l’assenza di confine tra la solida stabilità della prima struttura anatomica e il vuoto della seconda. Come se scivolare nell’abisso fosse tutt’uno con la sua persona, gli appartenesse intrinsecamente.
Che Luca avesse un debole per “la figa giovane”, come diceva mia madre, non era difficile da capire. Mi ero accorta dei suoi sguardi insistenti e penetranti già un paio di volte prima, a casa della mia amica, quando passavamo il pomeriggio a truccarci per sembrare più grandi. Non mi vedo bella ora come ora, ma all’epoca dovevo essere una tredicenne piuttosto carina: capelli folti, riflessi ramati, bei lineamenti, alta, bell’impalcatura ossea, spalle ampie ed esile al contempo. Difficile dar torto a un ragazzo, se mi guardava. Forse meno difficile se questo ragazzo aveva quasi vent’anni più di me.
Sapevo del suo debole per le ragazzine; ma non pensavo fosse pericoloso.
All’afa di quei giorni sul mio corpo già sottile andò ad aggiungersi anche la pesantezza delle sue attenzioni. Le ricordo come una coltre densa, appiccicosa come saliva, e soprattutto, sempre presenti, non mi dava mai, mai tregua. Aveva iniziato con sguardi continui, insistenti, a tavola, per casa. Battute, allusioni. Ricordo il mio alzarmi a prendere uno yogurt o un gelato in frigo, dovermi piegare per poterlo raggiungere, e il suo sguardo puntato sul mio culo. All’epoca avevo già iniziato a flirtare con i disturbi alimentari ma l’anoressia non mi aveva ancora mangiata viva, un bel culetto sodo che traspariva dai pantaloncini senza la minima malizia da parte mia, il seno appena abbozzato, due gambe chilometriche che ancora reputo la parte migliore di me. I suoi sguardi mi mettevano infinitamente a disagio: ho iniziato a sfidare quell’afa con pantaloni lunghi e coprenti in modo da non espormi alle sue continue frecciatine, “Ecco piegati un po’ di più…”, e altre stupide schermaglie di cui all’epoca non capivo neppure appieno la carica erotica. Cos’avevo in testa a quel tempo? Non ricordo bene, gli animali, la musica, le serate con le amiche; amavo disegnare, leggere, scrivere, la malizia mi era piuttosto estranea. So di per certo che all’epoca ero spensierata: piangevo per le immagini della guerra in Iraq che vedevo alla televisione, e quello era il male maggiore che mi sembrava circondarmi: di più vicino non ce n’era. Ero felice: poi non sento di esserlo più stata.
Ricordo la sua bocca premuta contro i miei avambracci, il suo aspirare quelle poche gocce di Chanel n.5 che avevo rubato alla boccetta della sua ragazza, quel ghigno di merda che non si toglieva mai, mai, mai neanche di fronte a me in lacrime che gli chiedevo di lasciarmi andare, di aprire la porta, che se non toglieva quelle mani del cazzo dai miei fianchi mi sarei lanciata dalla finestra, e la sua ragazza che sapeva tutto e non diceva niente, omertosa cicciona di merda, ora che siete sposati e lui non ti dà figli spero che sia perché o tu o lui avete le gonadi marce, e comunque meglio così, perché in caso di fiocco rosa so che bei regali avrebbe fatto il paparino alla nuova arrivata in capo di pochi anni. Ricordo quando la sera io e la mia amica ci coricavamo e lui veniva a darci il bacio della buonanotte senza vestiti attorno, la luce al neon del corridoio illuminare la sua pancia flaccida, il mio ritirarmi terrorizzata sotto alle coperte incurante dell’afa; ricordo di non essermi lavata per dieci giorni sperando di essergli rivoltante, di aver iniziato durante quei giorni a strapparmi i capelli, il tendere l’orecchio per sentire se era in giro per casa anche prima di andare dalla camera al cesso, i musi lunghi che gli piantava la sua ragazza quando gli mostravo un minimo di interesse nel parlare dei gruppi grunge dei primi anni ’90, che si erano sciolti prima che io avessi l’età per ascoltare e lui aveva visto formarsi.
Ricordo l’impossibilità di tornare a casa mia, per non lasciare da sola la mia amica. Le volevo bene come a una sorella, non potevo tollerare di lasciarlo solo con lei.
Mi ci vollero alcuni mesi per acquistare la consapevolezza di ciò che era successo. Ripeto, forse per ingenuità: o magari ero davvero semplicemente stupida. So solo che quando mi sono resa conto in modo nitido di ciò che aveva rappresentato quella camera da letto in una casa di montagna l’unica via d’uscita alla follia che ho trovato è stata l’iniziare a farmi del male. Fisicamente, intendo. Il giorno in cui mi sono fatta passare un taglierino sulla mano e ho visto per la prima volta il sangue uscire è stato come pulirsi il cervello e il corpo da tutto quello schifo. Sentivo la pelle bruciare, dovevo sbrigarmi a cercare un fazzoletto per arrestare il flusso e in quel momento la mia mente era sgombera da lui, da Luca. Era come mettere ordine in un interno fatto saltare per aria. Una, due, tre volte, ho perso il conto, ho proseguito ininterrottamente dai quattordici ai sedici anni, sempre più a fondo.
Poi è arrivato il cibo. Dicevo, già nei due anni precedenti avevo iniziato a soffrire di periodi alterni tra la normalità e l’anoressia: il tutto si caricò in quel momento di un significato nuovo, come se un corpo rachitico fosse la mia via di fuga dal rischio che ciò che era successo si potesse verificare nuovamente. Avvertivo come una minaccia quel poco seno che ancora avevo, i miei bei capelli, il mio viso dolce: volevo rifugiarmi in una piccola casetta d’ossi, per ripaparmi dalla malizia degli uomini maturi, per ispirare immediatamente tenerezza e protezione. Mesi e mesi di cicli saltati, la psicologa, le corsie di ospedale.
Poi è venuto il sesso. Il sesso non mi interessava un granchè: ma era come se nella mia mente ci fosse un ordigno che mi indirizzava verso di esso e stesse per esplodere. Ho iniziato ad andare con tutti i ragazzi che ci stessero: ne avevo parecchi di carini a farmi il filo, nei periodi in cui i digiuni non mi castigavano troppo ferocemente ero carina e non avevo problemi a tirarne su quanti potessi. Maschi, femmine, non facevo distinzione. Inizialmente vedevo l’amore con le ragazze come un porto sicuro in cui il pericolo della violenza non potesse entrare: poi ho semplicemente lasciato il degrado prender piede anche lì, il sesso di gruppo ubriachi, la mia abitudine a “giocare” mandando giù i farmaci che trovavo nell’armadietto di casa annaffiandoli con superalcolici, i tradimenti, metterla in culo a tutti, alla perenne ricerca di qualcuno che sapesse farmi sentire desiderata.
Ero costantemente agitata tra la paura di piacere e il suo desiderio spasmodico, tra il lasciarmi abbruttire e il dedicare ore alla cura del mio corpo prima dell’appuntamento con tutti quei semi-sconosciuti a cui facevo pompini senza fiatare. Questa la ricordo come una costante sgradevole di tutti i miei rendez-vous erotici: l’arrendevolezza, e la voglia di compiacere. Chiedevo di poter fare, più che di ricevere. Sono sempre stata troppo pericolosamente incurante delle precauzioni: mi esponevo al rischio di rimaner piena e intanto mi sforzavo di tacere se sentivo male, di ansimare secondo copione, mentivo spudoratamente quando mi veniva chiesto se mi piacesse, no, che non mi piaceva, avrei preferito mille volte un abbraccio, una carezza, e quello era quanto riuscissi a rimediare come surrogato. Tornavo a casa con la nausea e piangevo per ore.
A volte sono tornata anche sotto casa sua, di Luca: poi sono scappata prima che potesse vedermi.
Ora guardo la mia situazione appena passata di “amante” e nonostante col tempo il sesso abbia iniziato a piacermi sul serio mi domando se in fondo quella gioia che provo quando la persona che sta dormendo nel mio letto di dà un bacio durante il sonno non sia sempre quella vecchia, fottuta voglia di qualcuno che lenisca un po’ tutto quel male passato.
A volte piango finchè scopo, e se mi viene chiesto il perchè parlo di Luca. Le reazioni in genere mi dicono se vale la pena proseguire con quella persona, o se tagliare la corda: “Non ti stai rilassando, ti ho detto di rilassarti”, “E cos’è che ti ha fatto questo, me lo spieghi?”. Ecco, queste rientrano nel secondo caso.
Spero un giorno di mettere ordine nella mia testa e capire cosa sono diventata, se questi anni passati a farmi gonfiare la bocca di sperma di notte nei parcheggi mi abbiano rovinata o se ci sia ancora per me qualcosa di nuovo, e di non già tristemente visto. Non cerco nè credo nel principe azzurro, ma nella speranza di iniziare ad amarmi un po’ di più nel futuro e smetterla di essre carnefice di me stessa sì, quello sì.

Commenti [1]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *