Rossana e il riflesso

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Rossana era romantica e guardava fuori dal finestrino, sballottata dall’ondeggiare della carrozza nera sulla strada sterrata. Faticava a trovare la posizione migliore per il capo, ed il suo lungo collo, cinto da una sottile fila di brillanti, tendeva a piegarsi in avanti quando il sonno stava per prendere il sopravvento sul suo corpo.
Fuori vedeva la foresta di abeti e pini tagliata dalla strada, sentiva il rumore regolare degli zoccoli del possente cavallo e i rumori di legno teso della carrozza. Pensò che sotto la rigida vernice nera e gli intarsi dorati, la carrozza era viva e si muoveva scricchiolando sinuosa e scura alle prime luci del giorno, come una vecchia pantera di ritorno dalla caccia.
Il sole nascente, che proprio in quel momento bagnava di spirito i monaci presi dai canti del mattutino entrando a raggi dalle vetrate del coro, qui scioglieva la rugiada sulle alte fronde delle conifere, e i vapori creati, prima di salire al cielo, indugiavano, scendendo nel sottobosco e inumidendo la mantellina del cocchiere intirizzito. Il cavallo, con sbuffi di vapore dalle narici, sembrava un drago addomesticato, calmo nel proprio lavoro.
Il vetro rifletteva il suo viso, ed al di là si estendeva la foresta. Rossana aveva un’aria assorta, l’aria di chi, contemplando la propria noia, ha smesso di annoiarsi. Allungò un piede verso il sedile opposto al suo, in un gesto inconsueto per una dama del suo rango, e lo toccò con la punta della scarpetta. La caviglia spuntava appena dall’ampia gonna nera.
Cercò di appoggiare il mento nel palmo della sua mano, ma il suo braccio era troppo corto, o il bracciolo troppo basso, e doveva incurvarsi per stare comoda.  Abbandonò quella posizione ma non scostò subito la mano dal viso, continuando a sfiorare lentamente la pelle morbida della propria guancia. Si domandò che cosa potesse provare un uomo ad accarezzarle il viso e incuriosita tolse lentamente il guanto di velluto dalla mano destra. Appoggiò il guanto sul sedile accanto a sé e, un po’ impacciata, si toccò il mento con la punta delle dita nude. Concentrò la propria attenzione sulla sua mano, immaginando di essere un uomo intento ad accarezzarla. Le sue dita le rimandarono la sensazione della sua pelle vellutata, mentre dal mento le scivolavano verso il collo. Sospirò, con un brivido di solletico, toccandosi la gota, e ritrasse la mano. Attraverso il suo collo era rimasta scolpita una linea di piacere, lungo il percorso seguito dalle sue dita, e la sua pelle era stata scossa come la superficie di un lago increspata da un sasso, che continua a vibrare anche quando la causa del suo turbamento è ormai immobile sul fondo.
Socchiuse gli occhi appoggiando il capo all’indietro sul cuscinetto del sedile e per qualche attimo trovò la posizione comoda. Ad occhi chiusi continuava a sentire sul viso il tocco di una mano estranea, che ora giaceva abbandonata sul suo grembo. La linea sul suo viso ora le pareva bruciasse e cercò di togliersela di dosso con una carezza più energica, a piena mano, dal mento al collo, fin dietro l’orecchio, fino alla nuca. Lì, la mano indugiò. I capelli raccolti sul capo lasciavano la parte forse più sensibile del collo, sotto l’attaccatura dei capelli, scoperta, e proprio lì era ora arrivata la mano. Si massaggiò la nuca come per rilassarla, ma in realtà un altro sospiro le sfiorò le labbra non appena pensò che la mano fosse di un altro.
Il dondolio della carrozza unitamente al suo totale abbandono, l’avevano fatta scivolare leggermente sul sedile, facendole perdere la posizione compunta che le si addiceva. Ora il fondo schiena poggiava sul bordo del sedile, con le cosce in linea coi fianchi e le ginocchia in avanti. I piedi appoggiati sulle punte erano distanti tra loro e spingevano le ginocchia una contro l’altra tanto che la destra sovrastava di un poco la sinistra. Si spinse indietro lentamente, per non cadere, e nel fare ciò sentì le calze di seta strusciarsi tra loro. Una volta seduta continuò a muoverle per sentire quel piacevole sfregamento. Di nuovo si chiese che effetto avrebbe fatto ad un uomo tale contatto.
Spaventata cercò di pensare ad altro ma la consapevolezza delle sue gambe avvolte nella seta leggera fin sopra metà coscia, e avvolte dal tepore del velluto della gonna continuava a non dargli pace. Un certo languore le pesava sul basso ventre mentre non sapeva decidersi in che modo tenere le mani. Nervosa, prese il guanto di velluto e fece per rimetterselo ma appena lo ebbe infilato un po’ si sentì incapace di continuare. Il suo cuore batteva forte e come a voler calmarlo gettò il guanto e si mise la mano sul petto cercando di reprimere l’inquietudine che vi sentiva crescere.
Guardò fuori del finestrino cercando rifugio nel paesaggio ma ciò che vide fu solo il proprio viso arrossato e si trovò più bella che mai. Un boccolo sapientemente arricciato le scendeva proprio dietro l’orecchio e le suo dita corsero ad infilarsi nelle sue spire. Sognò di un uomo che, scostatole il boccolo, vi nascondesse un bacio, lì, sotto quella ciocca di capelli, per poi ricoprirlo come un segreto. Il suo viso era affannato e il corpo tutto si muoveva per gli scossoni dalla carrozza. Il suo viso le piaceva da morire e mentre le sua mano sollevava la lunga gonna, guardava la reazione dell’altra se stessa sul vetro. La sua mano non stava ora toccando il proprio ginocchio, ma il ginocchio dell’altra, quella riflessa, quasi come una sfida, come se si aspettasse che l’altra scostasse la sua mano sottraendosi alle sue carezze. Ma l’altra era orgogliosa quanto lei, e opponeva sguardo di sfida a sfida, invitandola con gli occhi a continuare, qualora ne fosse capace.
Di nuovo il suo corpo era scivolato in basso, ma stavolta le cosce chiuse tenevano stretta la mano, mentre la donna riflessa chiudeva gli occhi presa da quella sensazione. La donna riflessa sentiva la mano invadente tra le gambe, la mano vittoriosa dell’altra, che vinte le sue resistenze, era ormai giunta dove le calze di seta diventano pelle della delicatezza del velluto.
Allora, con grande sforzo, la donna riflessa aprì gli occhi, e vide che se lei si sentiva presa, l’altra era stata conquistata dalla sua stessa vittoria, come spesso accade ai generali più temerari. Le sue labbra si curvarono leggermente in avanti a chiedere un bacio e di nuovo chiuse gli occhi, in attesa.
Il bacio arrivò inaspettato e sconvolgente, più vero che reale, e contemporaneamente la donna riflessa sentì che l’altra aveva osato toccare il suo sesso, scostando gli elaborati pizzi che ne coprivano la grazia.
Il generale vittorioso aveva visto l’avversario ai suoi piedi mentre supplicava un bacio e aveva capito che era il momento dell’attacco decisivo.  Osò con la fermezza e la calma del forte, e sentì un gemito profondo mentre le lingue accarezzavano vogliose le labbra. I tremiti si susseguivano incalzanti tra l’ondeggiare della carrozza e l’incedere del cavallo.
Quando si accorse che la carrozza era ferma, e sentì il cocchiere che ne scendeva, si ricompose con movimenti isterici.
«Mademoiselle, siamo arrivati» disse il cocchiere bussando.
«Oui, Bernard, apri pure.»
L’anziano cocchiere, che aprì lo sportello e s’inchinò elegantemente alla sua padroncina,  non poté cogliere lo sguardo complice che ella lanciò verso il proprio riflesso sul vetro.

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