Saretta

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Ehi, guarda questa..!-
-Uhhh..è proprio figa!-
-mmmm..cosa le farei, dio santo!-
Io e Andrea ce ne stavamo in cucina a guardare una rivista per adulti. Era la primavera del 1998. Quell’anno lì non ero andato quasi mai a scuola, e comunque era quasi finita e noi due cazzoni riempivamo le giornate a  spremerci l’uccello.
-Stronzetti segaioli….fuori di qui, che io devo studiare-
La sorella di Andrea cercava spazio e pretendeva riservatezza ed accurato silenzio per prepararsi alla verifica di matematica. Ricordo ancora le sue mani, piccole e morbide. Saretta, ragazzina undicenne, mora e molto seducente, mi si era stampata in testa in quel preciso istante. Fu quel giorno che la nostra vita cambiò per sempre. Io era la prima volta che la vedevo, e non potei fingere indifferenza di fronte alla sua bellezza. Subito Andrea mi guardò con la coda dell’occhio, mentre io fissavo Sara con due occhi spalancati e lei, ovviamente, guardava altrove. Era così incredibilmente attraente che ogni cosa sembrava perdere importanza affianco a lei. Non so quanto tempo sia passato da quando ci alzammo per lasciarle spazio. Al momento del fatto ricordo solo, e molto vagamente, il pensiero assillante che rimbombava dentro le mie ossa, pensieri depravati forse, del resto avevamo solo sedici anni. Ci volle poco, molto poco per convincere Andrea a tornar di là a rompere le scatole a Saretta, ma forse non sapeva dove volevo arrivare, forse neanch’io lo sapevo. E così andammo ad infastidirla, mentre si apprestava a leggere le pagine assegnate. Ragazzina dai larghi sorrisi, dalle labbra carnose, dalle mani affusolate, pensavo… quanto ti vorrei, desiderio irrefrenabile. Propulsione. Il cuore che pompava adrenalina. Amore e rabbia si mischiavano nel sangue e risalivano a schizzi su per il mio uccello. La desideravo. La pretendevo.
Questi i pensieri che mi assillavano la mente. Andrea disse due o tre cazzate e poi si avviò verso il bagno urlandole per non so cosa (non stavo affatto ascoltandoli).  Io le guardai i jeans, proprio lì, immezzo alle gambe…doveva avere una fighetta stretta e due labbra rigide come il marmo. Scommetto che era piena di peli là sotto. C’era tanta roba sotto quei jeans e il mio cazzo era lì lì per scoppiare. Il suo profumo. Il suo dannato profumo.
-E così Saretta studi matematica?- La prima cazzata che mi venne in mente per avvicinarmi. -Si- mostrandomi un dolce sorriso e allungandomi la pagina osservata. Finsi interesse sulla pagina in questione, ma di colpo la mia mano si posò fra le sue gambe, dritto, senza deviazioni, senza ostentare. Sospirò delicatamente la dolce Saretta, ma non le infastidì, ne cercò di spostarla, così, sempre guardando il libro, aprì la cerniera dei suoi  jeans e le toccai le mutandine. Bianche, fantastico cotone e sotto, pelo morbido e scuro. Andavo avanti e indietro aprendo e chiudendo la mano, mentre il mio dito indice andava frugando più sotto e lei allargava le gambe. Così scavalcai le mutandine ed affondai il dito in mezzo alle labbra, mentre lei, testa rovesciata all’indietro, sospirò nuovamente, stavolta ad occhi chiusi. La guardavo in faccia e intanto la lavoravo con il dito. Aveva una fica stretta. Non dimenticherò mai le sue espressioni mentre gli cacciavo il dito su per il suo sesso, i suoi occhi, le sue contrazioni, i suoi leggeri gemiti e quel profumo. Quel dannato profumo. L’ho amata quell’istante,e lei ha amato me.
Tutto è finito dopo poco, il tempo di una pisciata e la cerniera subito è risalita, mentre la mia mano si apprestava ad uscire. Fottuto Andrea del cazzo, non potevi stare in bagno ancora un po’? Sara fece finta di niente e continuò a guardare il libro. Il suo viso si era tutto arrossato. Andrea mi guardava e non capiva, ma qualcosa capiva. Io cercavo di farmi scendere il cazzo ma a quel punto si poteva solo andare avanti.
CAP. II
Dovevano essere le quattro del pomeriggio. Sua madre tornava per cena, così aveva detto. Andrea ci guardava come se nascondessimo un segreto inarrivabile e, rassegnato, iniziò a scansarla facendosi largo. Una risatina vedendo la sua faccia indispettita, poi si alzò e andò a prendere un gioco in scatola. Lei stava sempre lì, con gli occhi sul libro e la testa persa nei segreti. Fu in quel momento che successe tutto. La fissavo. Gli occhi di chi prova il male. Gli occhi di chi sente il potere attraversargli le viscere.
-Ehi lasciami il polso!…mollami!-
Il suo viso. Ho dovuto farlo. Continuava a muoverlo di qua e di là. Solo una sberla finita sul naso, poco calibrata e forse un po’ troppo violenta. Non piangeva. Neanche adesso che era a terra, sanguinante. Neanche mentre le sbottonavo i jeans. Fissava il soffitto con sguardo perso. L’avevo persa la sua anima. Adesso rimaneva solo quello: divertirsi a rompere un bel gioco.
Andrea se ne stava fisso ad osservare la scena con la sua scatola in mano e il suo sguardo idiota. Le abbassai i jeans e il suo corpo inerme, rassegnato attendeva. Attendeva. Le sue scarpe da ginnastica fucsia si sfilarono da sole. Ma quei jeans… doveva farlo lei. Così non poteva funzionare.
– Andrea che cazzo fai lì impalato! Vieni qua a darmi una mano!-
Esitò un momento, poi ancora un altro. Infine si decise; mollò in terra il gioco in scatola e si gettò su sua sorella con una smorfia in viso che gli alzava il labbro superiore. In due fu tutto più semplice. I jeans si sfilarono e rimase con una felpa grigia e le sue mutandine bianche. Andrea mi guardava come per chiedermi la prossima azione. Chiedeva istruzioni. Lo sentivo. Potevo decidere qualsiasi cosa.
-Dai spogliati!- dissi ad Andrea.
La mia mano sulla figa. I suoi sospiri erano scomparsi dietro un’ oscura e macabra realtà. Un sogno interrotto. Un tragico segreto. Ancora su quelle mutandine. Ancora a rincorrere una velata innocenza, con la mano tremante, il cazzo turgido e la mente pronta a tutto. Affondai le dita nel suo sesso. Questa volta due, fino infondo. Non urlava, non piangeva; non un sospiro né un gemito. Attendeva il suo corpo inerme. Attendeva rassegnato. Andrea se ne stava a guardare col suo cazzo in mano. Mollai la presa e mi spogliai anch’io. Roba di due secondi ed ero pronto. Il mio cazzo si infilò dritto in bocca, la sua bocca rossa del sangue che sgorgava dal naso. Andrea prese a leccarle la figa, strappandole via le mutandine. Le tenevo su la testa dai capelli e la spingevo avanti e indietro. Continuava a tossire mentre lacrime e sangue le inzuppavano il viso. Mi stufai presto e rinfilai le mie dita su per la sua figa bagnata dalla bocca di Andrea. Provai con l’uccello ma non era così semplice. Sul tavolo vidi un evidenziatore. Dopo averla girata le infilai quel pennarello giallo nel culo. Adesso era messa a pecorina mentre Andrea le cacciava in bocca il suo uccello. Io continuavo col pennarello e poi ci provai col cazzo. Girata  funzionava meglio. Continuavo a premerle col mio uccello turgido sul suo ano, finché a un certo punto successe. Questa volta urlò, ma aveva il cazzo in bocca e ne uscì un urlo sordo. Mi sentivo l’uccello stringere tra le sue viscere e non riuscivo a muoverlo né in avanti né all’indietro. Si muoveva solo la sua pelle. Ero dentro di lei. Infilzata, pugnalata alle spalle. La mia testa in estasi. I suoi urli, i mie colpi che le buttavano il cazzo di Andrea giù per la gola. Urlava e vomitava. Andrea era lo specchio del mio sguardo. Vedevo la paura in lui soffocata dall’oddio. Vedevo la rabbia per ciò che non poteva avere. Vedevo la sua anima risucchiata fuori dal suo cazzo. I colpi si fecero più forti, tutto più veloce. Le mie mani si avvinghiarono alla felpa. La scuotevo, sempre più forte, sempre più forte. Più forte.
Un’ esplosione dentro di me, dentro di lei. La sua faccia cadde sotto il mio peso. Sbatté i denti stavolta. Ma ormai era finita. Anche Andrea le schizzò la sua rabbia sui capelli, ora che era distesa. La sua testa in un lago di sangue.
Non si muoveva. Forse era svenuta, si, forse era solo svenuta.
-L’abbiamo fatta grossa, stavolta l’abbiamo fatta grossa- continuavano a ripetere le mie labbra tremanti.

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