suor mihaela

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Riuniti nell’aula magna dell’istituto femminile parificato “Sant’Agnese”, una trentina di docenti discuteva con garbata animazione dei valori morali e culturali su cui basare l’educazione da impartire nella nuova scuola media. Esercitazione, in verità del tutto inutile, poiché ogni cosa sarebbe stata decisa altrove, chissà quando: quello non era che un semplice corso d’aggiornamento frequentato da insegnanti giovani e barbuti, da professoresse d’ogni materia, d’ogni scuola, d’ogni età e condizione. C’era colei che, dedita alla famiglia, ritardava le sue entrate, anticipando le uscite, per attendere alle faccende domestiche e alla cura dei figli; c’era la vestale della cultura, giovanotta insoddisfatta di tutto e di tutti, soprattutto dei maschi, con davanti un futuro di zitella inacidita tra i banchi.
Ma un nuovo tipo di collega provocava uno strano turbamento a Giovanni Giordani, libero pensatore d’un liceo classico statale capitato lì, per raggiungere il punteggio che la frequenza al corso assicurava. La suora era un’usuale figura, quasi esotica per lui, verso cui profondere il suo ingegno irriverente per indagare senza verecondia motivazioni, aspirazioni, qualità recondite, bellezze e soprattutto nefandezze delle religiose votate all’insegnamento; senza escludere la maliziosa possibilità d’insidiarne l’animo.
Gli occhi verdi di suor Mihaela lo avevano ispirato. Minuta, i tratti fini sottolineati appena da qualche rughetta, vivacemente interloquiva con un leggero accento, che denunciava l’origine slava e che, nei guizzi arguti, talvolta provocatori, suscitava in Giordani un ambiguo interesse che combinava l’avversione per l’abito monastico e l’attrazione per colei che lo vestiva.
Gesti misurati erano quelli della religiosa, studiatamente non sorrideva mai ai colleghi insegnanti, ai quali si rivolgeva seccamente, spesso stravolgendoli con piglio aggressivo, che a Giordani rivelò tutta la caducità di una castità impostasi, più che scelta.
“Ci assale per farci stare sulla difensiva. Teme in noi la propria debolezza; ha paura di cedere. Ora ci penso io” pensò; ed iniziò immediatamente ad inviare sottili ed eloquenti segnali alla monaca. Tra un commento e l’altro, faceva in modo di chiamare in causa le scuole confessionali, le scuole femminili, le scuole legalmente riconosciute, gli ecclesiastici con la vocazione per l’insegnamento, e così via, evitando sempre le valutazioni sprezzanti che gli venivano spontanee, trasformandole addirittura in melliflue considerazioni la cui ambiguità incuriosiva suor Mihaela, che tentava di chiedere precisazioni. Era quello che Giordani si aspettava: gettare le basi d’un colloquio da proseguire in separata sede, perché fosse fruttuoso delle più saporose conseguenze.
La suora a volte si stizziva della elusività del suo interlocutore, che non mancava di proporre in continuazione la ripresa della discussione in privato; furono gli altri che, stanchi di quelle schermaglie, di cui forse qualcuno dei più anziani comprendeva premesse e fini, esortavano a tagliar corto. Giordani esultò: colse al volo l’occasione per finire, sorridente e perentorio:” Se ne riparla dopo”, condita da uno sguardo denso di ogni significato che non fosse improntato alla modestia. Suor Mihaela, evidentemente colpita, strinse le labbra, alzando lievemente la spalla destra ed inclinando contemporaneamente da quella parte il capo, in segno di misurata e benevola commiserazione, non priva da qualche interessamento per
la personalità di quel tipo dallo sguardo profondo.
Altre disquisizioni proseguirono, senza più alcun peso per il Giordani, che prendeva appunti con un solo scopo: quello di potersi a buon diritto proporre
come uno degli estensori della relazione da redigere a conclusione d’ogni seduta.
Non era difficile del resto farsi attribuire un compito del genere: tutti avevano in animo di defilarsi, al momento giusto. Così, quando il direttore del corso dichiarò chiuso l’incontro di quel pomeriggio, facendo appello ai presenti per la stesura
del verbale, con la facondia sua propria Giordani trovò una mezza dozzina di buoni motivi per proporre che partecipassero al compito suor Mihaela, il cui
contributo al dibattito era stato essenziale, un’altra insegnante che aveva già detto di doversene andare per via dei compiti da correggere, e, ovviamente, sé stesso, ove naturalmente tutti gli altri l’avessero ritenuto opportuno, ché lui n’avrebbe fatto volentieri a meno, per motivi personali, ma soprattutto perché non si sentiva certo all’altezza di interpretare, formalizzandolo sulla carta, il pensiero altrui, né
capace d’impegno cotanto, e via così.
Un coro di garbate esortazioni lo accolse, incoraggiandolo. Suor Mihaela ci tenne a precisare che lei non avrebbe accettato di recedere dalle proprie
convinzioni in materia di scuola libera e libertà dell’istruzione, e il Giordani sogghignò tra sé: “Vai vai che t’istruisco io”.
Mentre tutti s’allontanavano, Giordani andò a sedersi accanto alla collega, sfoderando il suo più accattivante sorriso. Questa, dapprima un po’ sulle sue, si sciolse presto a chiacchiera, finché curiosa introdusse una domanda: “Ma lei…”
“Non lei, TU ti ho detto! Basta con questo formalismo tra noi!” l’attaccò Giordani, e lei: “Va bene, dimmi: tu confidi mai nella grazia del Signore?”.
Il punto a favore, colto con la maggior familiarità raggiunta, rischiava d’esser vanificato da una domanda diretta cui era giocoforza rispondere. Era inverosimile
mentire millantandosi credente; del resto, denunziarsi ateo convinto e militante rischiava di spostare il discorso su di un piano fastidioso. “S’io credo” rispose quel laico non meno esperto d’un gesuita “non certo così tanto da votare tutta la mia vita al soprannaturale”. Aveva ancora una volta fatto centro. Suor Mihaela s’abbandonò sulla seggiola, prese a guardare davanti a sé, cincischiando con una
mano il bordo del soggolo, e con l’altra tracciando ghirigori e “Vedi, Gianni…”
“Nanni, non Gianni, mi chiamano tutti a Livorno” la corresse Giordani, determinato a sgretolare i residui punti di resistenza della donna, attaccandola
senza tregua.
“Livorno?” chiese lei, tutta contenta di abbandonare un argomento che doveva bruciarle non poco, “Ma sai che ci vado spesso? Le consorelle hanno un
istituto…” e lì prese a raccontare con la foga d’una adolescente dei suoi rapporti non precisamente distesi con le suore di laggiù, e rideva gaia, mentre Giordani la fissava come volendole penetrare la mente. Anzi, quando lui fece il nome d’una sua zia che insegnava presso l’istituto famoso, suor Mihaela piacevolmente
sorpresa: “Ma no!” esclamò, posandogli la mano sul braccio; e quel navigato libertino sussultò e fremette, portò lo sguardo sulla mano di lei, voltò la propria e sfiorò non impercettibilmente il gomito fasciato di nero.
Tutto era silenzio, un odore d’umanità fumatrice e sudaticcia impregnava i banchi ed i muri da cui pendevano sudici atlanti che illustravano le specie del mondo animale. Giordani si protese leggermente in avanti, verso la donna attonita e sconcertata, i cui occhi vispi e verdi frugavano nel vuoto circostante, ora alla ricerca di soccorso, ora ad assicurarsi dell’assenza di questo, perchè quell’insano sublime momento non venisse interrotto.
“Sai come mi chiamavo prima di prendere il velo? Ilona!” si riscosse la monaca, riacquistando il suo brio; e prese a parlargli della sua vocazione, e delle sue rinuncie. “Ilona…” tentò di riprendere Giovanni, ma:”Ora sono suor Mihaela” sentenziò lei, ergendosi sulla sedia. “Insomma” sbottò lui “mi vuoi far dire, a chi tu sia,…” e giù una mezza dichiarazione d’affetto, se non d’amore. Lei lo guardò con materna sufficienza, gli prese le mani, lo pregò di osservare la propria coscienza, di mondarsi delle cose del mondo, e tutta la roba che può dire una suora in casi del genere, per concludere con un supplicante “E, ti prego, non mi tentare. Il richiamo della carne è forte in noi tutti”. Giordani si convinse d’essere ormai in porto.
Per far maturare la cosa, pensò di rinviare la stesura della relazione, ma gli venne insperato l’invito: “Domani dovrò andare a Livorno, col diretto delle 15 e 20, devo vedere la superiora” “Anch’io ci devo tornare” mentì il seduttore “faremo il viaggio assieme”. Si dedicarono al lavoro, che terminarono tra gentilezze e complimenti reciproci, e si salutarono. Lui azzardò una carezza atteggiando il volto a franchezza ed esultanza, e strappò un sorriso.
L’indomani, mentre si avviava verso il quinto binario, Giovanni Giordani si sentiva agitato. Aveva indotto in tentazione una suora, il che è bene, pensava. Ma
gli metteva un po’ d’uggia aver giocato coi sentimenti d’una persona. Trovò decine di argomenti storici per proseguire nell’ignobile beffa, il cui valore di
nemesi non poteva esser cancellato. Si trattava di punire in suor Mihaela le secolari responsabilità di chi aveva mandato al rogo migliaia di innocenti, depravato il cuore di milioni di persone, di chi s’era impadronito del mondo intero con l’astuzia ed il raggiro.
All’eroico pensiero si commosse e “Giordano Bruno, sarai vendicato!” esclamò agguantando con foga risoluta il corrimano della portiera del vagone. Issatovisi col minimo sforzo, poiché oramai la missione da compiere gli centuplicava ogni vigoria, iniziò la ricerca dell’ignara, misera vittima. Dopo aver percorso due volte il convoglio senza vederla cominciava a dubitare che la divina provvidenza ci
avesse messo lo zampino, ma, proprio al momento del fischio del treno, lei arrivò trafelata e, sotto gli improperi del ferroviere che aveva già un piede sul
predellino, salì.
Giovanni era affacciato, ma subito ritrattosi guizzò a sedere, fingendosi concentrato a leggere Hegel, che s’era portato dietro per rafforzare l’immagine
intellettuale di sé. Ansante, suor Mihaela lo scorse dal vetro del corridoio, ed entrò.
Lui ostentava calma assorta, sul volto di lei un gran sorriso carico di bontà non celava la malizia che sprizzava dagli angoli degli occhi, il cui verde smeraldino,esaltato dalla luminosità del limpido pomeriggio d’ottobre, non celestiale, ma
demoniaco brillava.
Giordani provò disagio, era stato aggredito dall’ingresso trionfante di quella donna che ora gli pareva molto più sgraziata della sera avanti, e lo annegava in un mare di parole, risatine, sbuffi. Non aveva le calze nere, il disegno delle caviglie
stagliava, in fondo allo scuro della veste, avvolto dal nailon trasparente.
“Accidenti, s’è messa i collant. Ma cosa vuole da me?” pensò infastidito da un pesante nasone che gli si agitava davanti, e dai tic che denunziavano l’agitazione di costei. “Ma guarda che racchia, ma cosa m’è preso, ora basta…” titubava tra
sé, mentre tentava di sfuggire ai suoi discorsi.
Propose di fumare, certo del rifiuto della suora, si sarebbe potuto allontanare nel corridoio. Naturalmente lei lo seguì. In piedi, accanto al finestrino, suor
Mihaela apparve meno disprezzabile al volubile Giordani, che cominciò a stimare la profondità delle riflessioni intime della donna. Lo fissava penetrante, le mani aggrappate alle maniglie del finestrino, e si lasciava spingere verso di lui dalle scosse del treno. Si urticchiarono due o tre volte, poi Giordani s’allontanò impercettibilmente, e lei, credendo che fosse per riguardo, inclinò vezzosamente il capo a quel modo che faceva avvampare e gli si riavvicinò, dandogli d’anca. Al volgare ed esplicito messaggio Giovanni stralunò.
Tornò a farglisi strada nella mente il ribrezzo antico per l’ipocrisia clericale, unito alla vergogna d’aver fatto uso d’una doppiezza altrettanto ignobile. Preso dallo scoramento, pensò che aveva turlupinato una povera donna che vestiva infelicemente i panni della suora. La persona, la persona umana, ecco ciò di cui
s’era beffato. Aveva insultato in lei la propria dignità… No, non così si sarebbe vendicato Giordano Bruno.
Mentre, agitato, Giordani era quanto mai distante dal perseguire gli originari fini che oramai ripudiava, suor Mihaela, senza smettere un attimo di chiacchierare, aveva adocchiato lo scompartimento terminale del vagone. Era di quelli riservati
al servizio ristoro, che su quel treno non funzionava. Di solito si tratta di un vano lungo come due normali, che se è in disuso vien serrato da un lucchetto, e così
era. Ma la curiosità di suor Mihaela era grande, e poi doveva avere qualche santo dalla sua, poiché, al tentativo di far scorrere la portiera, il chiavistello saltò rivelando l’interno, stretto e profondo. Una cristallina risata accolse l’inatteso schiudersi, la suora s’intrufolò dentro, trascinando per la mano l’esterrefatto Giordani che, preoccupato, si volgeva indietro, non si sa se per assicurarsi di non
esser visto, o per rassicurarsi alla vista di qualcuno. Comunque, il corridoio era deserto.
Nella protezione del ricettacolo fu tutto uno scoprire di sportellini, ripiani, ante, cassetti ingegnosamente incastrantesi nei luoghi più impensati, a sfruttare il più a fondo possibile il non eccessivo spazio disponibile. Era un piacevole infantile ricercare, un divertirsi ad immaginare gli scomparti riempiti d’ogni cosa, ed in fondo al vano c’era addirittura un piccolo lavabo. Aprirono il rubinetto, ma l’acqua non scorreva più.
Stretti verso il fondo, una curva presa ad alta velocità li spinse uno sull’altra.
Giordani imbarazzatissimo sentiva la suora ansimare, stretta tra di sé ed il metallo lucido. Paonazza, gli arruffò i capelli e tentò di baciarlo: egli si svincolò e corse verso la porta. Non sapeva più come sfuggire: l’orrore di quell’incontro ottenuto
col sotterfugio l’assaliva, ma dovette soccombere alla propria sessualità beffarda.
Serrò la porta, a separare sé e lei dal mondo.
Si volse, afferrò le vesti della donna, sollevandole: più veloce, o più esperta, ella frugò il suo inguine, traendone a fatica l’oggetto della ricerca, e gettatasi a terra si trascinò ogni cosa addosso. Pronto, egli le rovesciò le nere gonne, coprendole
quasi il viso, scorse le bianche carni e, occultato da candido cotone, indovinò il bruno morbido pube. “Non ha i collant, con le mezze calze è più facile” constatò
distaccato e razionale, mentre si sentiva avvinghiato da esili cosce, ed il nasone di lei gli affondava nella barba. Più che esperta, vogliosa, mugolava e si muoveva decisa a far tesoro d’ogni più insignificante fremito. Ora esauriva la forza di lui suggendone ogni vitalità, mentre Giordani, sconcertato, si osservava, ripensando agli strani casi dell’esistenza.
Aveva fatto gli occhi dolci ad una suora, questa s’era mostrata disponibile, allora gli eran presi gli scrupoli, ed ora eccoci qui. Assorto in considerazioni del genere, si sentì redarguire da suor Mihaela, il cui esperto lavorìo era frustrato dalla deconcentrazione di lui. Ma era cosa fatta: le forze spente, Giordani fece per rialzarsi.
“Che fai, ma via, insomma, vieni, ah…” lo invitava la suora, mentre, senza neppure aver raggiunto il piacere, Giordani percepiva tutto lo squallore della
situazione e, l’avvilimento dipinto sul volto, guardava come da lontano colei che aveva preteso scegliere ad oggetto del suo scherno, ed invece adesso l’assaliva.
Gli saltò di nuovo al collo, repente la muliebre mano cercò il centro della sua virilità, ma lui si schermì, avvampando: mentre andava ricomponendosi, balbettava parole di disimpegno come “Viene gente…”. Lei lo tentò un’ultima volta. “Sei tu che devi venire, torna qui, non aver paura, io sì che mi dovrei vergognare, dài…” ed aveva un tono aspro, più che accattivante. “Ma bisogna andare. Finiamola con questa storia” soggiunse perentorio lui, che pareva aver recuperato una stoica dignità, di fronte alla bassezza degli istinti. Cavalleresco, protesse la riservatezza dell’uscita dal nido, e suor Mihaela, indugiando un attimo sulla soglia, ebbe a guardarlo con un’aria di compatimento sconsolato e senza speranza, così diversa dall’occhiata della sera prima.
Rientrando suscitarono la blanda attenzione d’una anziana signora che s’era seduta accanto ai loro posti. Mentre Giovanni, contrito, il volto serioso, tentava di non esternare il proprio avvilimento immergendosi in una lettura da cui si distoglieva ogni tanto, suor Mihaela aveva necessità di sfogare tutta l’energia inutilizzata rimastale. Si dette ad una rutilante conversazione con l’anziana signora, a cui, di fronte all’imbarazzato e deludente Giordani, magnificò tra l’altro le doti d’un suo confessore, “sacerdote umanamente completo sotto ogni punto di vista”, com’ebbe a definirlo, fissando beffarda il compagno d’un attimo di segreto smarrimento.

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