tre donne in mezzo al mare

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Quando le orecchie smettono di fischiarmi, comincio a recepire un suono fastidioso. L’allarme di prossimità.
Il mare si è un po’ gonfiato, e il pilota automatico che continua a portarci verso nord comincia ad avere problemi a tenere la rotta a causa dei numerosi segnali radar tutto intorno a noi.
E’ buio pesto ormai, le nuvole hanno coperto la luna e gran parte delle stelle, e le onde lunghe del Mediterraneo centrale fanno oscillare lentamente la Serenissima senza essere neppure visibili.
Vado ai comandi senza curarmi di rivestirmi, e noto un segnale particolarmente vicino, proprio di prua: è per questo che l’autopilota ha richiamato la mia attenzione. Niente di pericoloso, ma è opportuno non lasciare il comando a una macchina in queste situazioni.
Accendo i faretti alogeni per illuminare il mare davanti a me, e il fascio di luce inquadra improvvisamente una barcaccia da pesca a non più di cento metri avanti a noi, malamente scossa dalle onde.
Ancora, niente di strano, se non fosse che…
Non solo il peschereccio è senza luci e piuttosto malandato, ma è anche piuttosto affollato.
No, “affollato” non rende bene l’idea: è letteralmente stipato di gente, che si aggrappa ad ogni appiglio per rimanere a bordo.
Profughi in fuga da Tunisi verso la Sicilia.
Poveracci, penso io, e viro sulla dritta per allontanarmi ed evitare il rischio collisione.
Osservo lo schermo del computer, e vedo che le previsioni meteo non sono molto buone: vento da nord ovest in aumento, e mare grosso per le prossime trentasei ore.
Ora il peschereccio è sulla nostra sinistra, a non più di cinquanta metri.
Sento le grida della gente a bordo, vedo diverse persone gesticolare verso di noi.
Un’ondata più forte delle altre mi spruzza la faccia e rabbrividisco: non è calda per niente, e io sono nuda.
Ma che cazzo vogliono, mica posso accostare e farli salire a bordo… Se gli scafi si toccano, la Serenissima finisce in mille pezzi.
Do motore e mi stacco dalla bagnarola, creandole un gorgo davanti. La prua del peschereccio si abbassa, e proprio in quel momento arriva un’altra ondata che spazza il ponte inondando la folla che lo accalca.
Sento delle grida, e capisco che qualcuno è caduto in acqua.
Urla più forti, il peschereccio è ancora troppo vicino, accelero, e sotto il rombo del morore sento uno sparo.
Mi volto, e vedo che la calca è impazzita: urlano come ossessi, e cercano di spostarsi tutti contemporaneamente vero il lato opposto della barca, che oscilla e s’inclina.
Stiamo finalmente aumentando la distanza e siamo quasi in sicurezza, quando arriva un’altra onda più alta delle precedenti.
La Serenissima beccheggia violentemente. Mi tengo al timone e do ancora motore raddrizzando lo scafo, ma quando mi giro per vedere se il peschereccio è abbastanza lontano mi sento mozzare il fiato.
La barcaccia ha preso l’ondata di fianco proprio mentre la gente sul ponte si spostava verso il lato opposto. Vedo la prua sollevarsi dolorosamente mentre lo scafo s’inclina pericolosamente sulla sinistra, e poi riaffondare nell’incavo dell’onda appena passata.
Il peschereccio ora dovrebbe raddrizzarsi, ma non lo fa: lo spostamento del peso è stato troppo improvviso, e la ricaduta della prua amplifica il rollio fino al punto che il baricentro dell’imbarcazione, troppo alto a causa del sovraccarico sul ponte, cade fuori bordo.
Con orrore vedo lo scafo rovesciarsi lentamente sulla sinistra: il ponte sparisce alla mia vista, mentre appare improvvisamente la chiglia malandata.
Guardo sconvolta le prime persone che finiscono in mare, poi il vecchio scafo di legno marcio sembra aprirsi in due mentre si rovescia completamente.
Le urla per un istante superano il rombo del vento e dei motori, poi quello della turbina del peschereccio s’interrompe di colpo e le grida lacerano l’aria per un breve momento, e infine lo scafo spezzato impatta l’ondata successiva e gran parte delle urla si spengono di colpo, schiantate dalla caduta della nave che affonda.
E’ questione di pochi secondi: il peschereccio si è letteralmente spezzato in due rovesciandosi e schiacciando sotto di sé la maggior parte della gente sul ponte; poi quel che resta dello scafo affonda come un sasso trascinando a picco quelli che si trovavano all’interno.
Inebetita, vedo il peschereccio sparire sott’acqua e sento le grida spegnersi quasi completamente nel giro di pochi secondi: non ho fatto in tempo a rendermi conto di cosa stia succedendo, e la tragedia si è già consumata.
Di colpo non ci sono più rischi di collisione, così posso virare di bordo, compatibilmente con la violenza delle onde, e cerco di tornare verso il punto del naufragio, ma non si vede quasi niente.
Dietro di me sento Cristina che urla istericamente.
Eva è al mio fianco, nuda come me, che cerca di indicarmi la direzione.
I fari spazzano il mare, e improvvisamente odo sopra il fragore del morore e della tempesta le grida dei sopravvissuti.
– Tira in mare i salvagente! – urlo a Eva, che scatta prontamente.
Già, ma i salvagente appesi lungo le fiancate sono solo sei, mentre su quel dannato peschereccio c’erano centinaia di persone.
Amir e Cristina si sbracciano a poppa, ma lo scafo della Serenissima è troppo alto per poter afferrare un naufrago per le braccia… Anzi, c’è il rischio che qualcuno di loro venga sbattuto dalle onde contro di noi e rimanga schiacciato, o addirittura risucchiato dai motori e maciullato dalle eliche. Del resto non posso certo fermare i motori, o rischiamo di fare la stessa fine del peschereccio.
Eva lancia in mare i sei salvagente, tutti legati a gomene di sicurezza: l’unica speranza di quei disgraziati è riuscire ad afferrarne uno.
Cerco di manovrare per tenere la barca stabile in mezzo all’area del disastro, ma non è facile: a parte le onde, il vento e la corrente tirano entrambi verso sud est, e spingono sia noi che i naufraghi… Per non parlare dei relitti del peschereccio rimasti a galla, che sono pericolosissimi.
Sento un tonfo a dritta e intuisco che un pezzo di legno ha colpito lo scafo. La Serenissima è in vetroresina, mica è corazzata: se un relitto abbastanza grosso ci colpisce di punta, rischia di aprirci una falla.
Con orrore mi rendo conto che le urla, che erano così forti da sovrastare il vento, si stanno rapidamente spegnendo. Mi chiedo quanti di quei poveracci sappiano nuotare… E l’acqua è fredda; staranno andando a fondo come sassi.
Grida a poppa: mi giro e vedo Amir e Cristina che tirano con forza una cima. Eva si sbraccia a sinistra, e comincia a tirare anche lei: stanno tirando a bordo qualcuno.
– Cazzo, cazzo, cazzo… – ringhio, cercando disperatamente di stabilizzare la barca.
Metto la prua all’onda e cerco di ridurre la velocità tenendo la potenza, in modo da fronteggiare i marosi senza allontanarmi troppo dal punto del disastro. Così fra l’altro i salvagente vengono a trovarsi a poppa e i naufraghi possono essere recuperati da quella parte.
Infatti vedo che Eva e Amir corrono verso il pozzo di poppa, mentre Cristina continua a tirare una cima.
Vorrei correre ad aiutarli, ma qualcuno deve per forza restare al timone e io sono l’unica a saper manovrare.
Urla d’incitamento, strilli di terrore, tonfi sordi e pianti disperati.
Eva tira qualcuno a bordo, poi Amir fa altrettanto… Qualcuno ce l’ha fatta.
Cristina tira nuovamente in mare i salvagente di quelli che sono saliti a bordo mentre Eva e Amir continuano a tirare su gli scampati.
Ma non c’è nessuno ad approfittarne.
Quando mi accorgo che i due a poppa hanno smesso di tirare inverto la rotta e torno indietro.
Faccio due diversi passaggi in quello che penso essere il punto del naufragio, ma non troviamo più nessuno. Tendo le orecchie: non sento più gridare… Solo i pianti isterici di quelli che sono già a bordo.
Mi volto e osservo la scena drammatica: una dozzina di persone traumatizzate e inzuppate giacciono fra i lettini di poppa,chiaramente troppo spaventate per stendercisi sopra. Il ponte deve sembrare loro più sicuro contro il rischio di finire fuori bordo.
Amir si affanna a parlare con loro, mentre Eva e Cristina si sbracciano oltre le murate cercando di individuare altri superstiti.
Faccio un ultimo passaggio attraverso il mare in burrasca, affidandomi al computer per ritrovare il punto giusto.
Sto per lasciare perdere, quando Eva lancia un grido e tira in mare uno dei salvagente. Accorre anche Cristina, e un minuto più tardi tirano a bordo un altro naufrago.
Mi giro a guardare: è una ragazzina magrissima, che sputa e vomita sul ponte, aggrappandosi istericamente a Eva.
E’ finita. Agguanto camicia e pantaloni e mi ricompongo alla meglio: sono ancora nuda, ma mi sembra un secolo da che ho fatto sesso mezz’ora prima.
Giro la prua e do motore puntando a nord prima che sia troppo tardi: il vento soffia sempre più forte e le onde si stanno alzando in maniera preoccupante.
Interrompo Eva che cerca di prestare soccorso ai naufraghi e le dico di lasciare il compito a Amir e Cristina: lei deve correre alla radio e informare prima l’Agenzia e poi la Guardia Costiera. Quanto a me, faccio rotta su Pantelleria, che è il porto più vicino…
Un’altra notte da incubo.
Portiamo i tredici naufraghi sottocoperta, e devo dire che Cristina e Amir si fanno in quattro per farli asciugare e dar loro da bere e da mangiare.
La motovedetta della Guardia Costiera ci intercetta venti miglia a sud di Pantelleria, ma il mare è troppo grosso per effettuare un trasbordo, così i militari si limitano a scortarci in porto, dove arriviamo verso le otto del mattino.
Sul molo ci aspettano i Carabinieri e la protezione civile; i naufraghi vengono fatti scendere e a me tocca fare una dichiarazione per la magistratura. Firmo il verbale davanti al maresciallo dei Carabinieri, e finalmente posso andare a farmi una doccia e poi a dormire.
***
Passiamo la giornata a ripulire la barca, a fare il pieno e a rifocillarci. Cristina e Amir sono nella cabina degli ospiti, e Eva provvede ad acquistare le vettovaglie visto che i naufraghi ci hanno prosciugato la dispensa.
Una notte di riposo quasi normale, e ripartiamo per Trapani, dove devo essere ascoltata dalla Procura come persona informata sui fatti per il disastro in mare.
La disavventura ha smorzato il nostro appetito sessuale: non solo Eva non prova neanche a farsi sbattere di nuovo da Amir, ma anche con me si comporta da fidanzatina affezionata e pudica… Del resto neanche a me viene in mente di fare sesso. Ho ancora nelle orecchie le urla di tutta quella gente che affoga davanti a me.
La burrasca ormai è passata.
Il tempo si è rimesso al bello, l’anticiclone delle Azzorre ha ripreso il sopravvento e l’estate è di nuovo padrona del Mediterraneo.
Siamo a metà strada fra Pantelleria e Trapani, quando Eva mi raggiunge al timone.
– Pat, abbiamo un problema.
– Cos’altro c’è? Altri naufraghi in vista?
– No, solo uno.
– Eh?
– Vieni a vedere.
Cristina e Amir sono sui lettini a prendere il sole in costume da bagno. Noi due siamo in short e maglietta: nessuno se la sente di andare in giro nudo dopo quello che è successo. Continuo a pensare che se non fossimo stati occupati ad ammucchiarci come animali quando ci siamo avvicinati al peschereccio, forse non sarebbe successo niente…
Metto l’autopilota dopo aver controllato di non avere nessuno sullo schermo radar, e seguo Eva sottocoperta.
Lei comincia a spiegarmi che dopo aver finito con la gestine dei nostri affari al computer aveva finito di risistemare il salotto e poi era scesa a controllare le cabine di poppa. Quella di Cristina e Amir è chiusa, ma lei voleva dare un’occhiata a quella di Giulia, tanto per essere sicura che tutto fosse a posto…
– …E così ho trovato lei.
Eva apre la porta e io resto di stucco.
Seduta sul letto di Giulia, contrita e corrucciata, c’è la ragazzina che avevamo ripescato per ultima.
– Deve essersi nascosta qui quando gli altri sono sbarcati a Pantelleria – mi dice Eva, come se fosse colpa sua – Mi dispiace, non ho controllato la cabina da quando abbiamo lasciato Alghero.
La ragazzina non parla.
Provo a rivolgermi a lei in inglese e in italiano. Eva prova in francese. Chiamiamo Amir, che le parla in arabo.
Niente.
Ci guarda con i suoi tristi occhioni grigi e non dice niente.
– E’ traumatizzata – conclude Eva, che studia psicologia – Sono sicura che ha capito, ma non vuole rispondere… Oppure non ci riesce.
– Fantastico. E adesso cosa ce ne facciamo di lei?
Eva mi guarda dubbiosa: – La gettiamo fuori bordo?
Cristina apre la bocca indignata, poi si rende conto che Eva è ironica e la richiude in tempo.
– Suppongo che ormai la dobbiamo portare in Sicilia con noi – sospiro – La sbarcheremo a Trapani dopo che ne avrò parlato al Procuratore.
Come se non avessimo abbastanza problemi.
Eva la da una maglietta pulita e dei calzoncini dei suoi,e la piccola ci segue docilmente di sopra. E’ di età indefinibile, potrebbe avere quella di Giulia, oppure quella di Eva, o qualunque altra fra le due. E’ magrissima, ha la pelle abbronzata color caffellatte, i capelli neri e lisci, e due fantastici occhi grigi.
Amir ci spiega che è sicuramente una berbera del sud, e mentre lo dice non mi sembra troppo amichevole nei suoi confronti… Cristina mi spiega che arabi e berberi sono un po’ come terroni e polentoni da noi.
– Probabilmente era con la sua famiglia, e deve aver visto morire tutti gli altri – dice la Cristina con tono comprensivo – Niente di strano che non voglia parlare.
Già.
Amir insiste per un po’, ma la berbera lo guarda impassibile. Quando il suo amante tunisino desiste, ci prova Cristina: forse con una donna…
Niente.
Alla fine Eva le porta da mangiare. La ragazzina addenta un po’ di frutta fresca, e per un breve istante sembra sorridere.
Quando Eva le chiede in francese quale sia il suo nome, finalmente lei pronuncia una parola: – Jasmine.
Lo dice con una voce sorprendentemente rauca per una fanciulla così giovane e snella. Bene: almeno sappiamo il suo nome.
Avvistiamo il capo Lilibeo: manca poco a Trapani.
Lascio i comandi a Eva e scendo alla radio per avvertire la Guardia Costiera di aspettarci all’approdo per prendere in consegna un’altra naufraga.
Ho il microfono in mano, quando Jasmine mi mette delicatamente una mano sul braccio.
– No… – mi dice con uno sforzo.
La guardo, sorpresa.
– Non vuoi che chiami perché ti vengano a prendere?
Lei scuote la testa.
– Ma perché?
Silenzio.
Esito. Poi lascio perdere.
La affido a Eva e torno ai comandi.
Altre tre ore e siamo all’imbocco del porto di Trapani.
Eva mi raggiunge: è riuscita a strappare a Jasmine la sua storia, anche se a pizzichi e bocconi, e cercando di interpretare i suoi silenzi.
La ragazzina capisce perfettamente tutte le lingue che abbiamo usato, tranne forse l’inglese, ma ha veramente problemi a esprimersi. Eva ha fatto uso delle sue capacità innate e dei suoi studi più recenti, ed è riuscita a comunicare per lei, prevalentemente facendole domande dirette e ottenendone risposte a gesti… Fondamentalmente dei sì e dei no.
Alla fine, sembra che la storia di Jasmine sia questa: è scappata da Tunisi con sua madre perché gli islamisti davano loro la caccia a causa del loro rifiuto di coprirsi i capelli. Sulla barca il capitano e l’equipaggio, dopo essersi fatti pagare per il passaggio, avevano violentato sia lei che sua mamma, e anche altre due donne presenti, e avevano terrorizzato tutti gli altri. Poi quando era scoppiata la tempesta era scoppiato anche l’inferno: qualcuno aveva cercato rifugio dal ponte nel gabbiotto di plancia, e il capitano aveva sparato con una pistola. I profughi si erano spaventati e avevano cercato di scappare, sbilanciando l’imbarcazione, che si era rovesciata, e lei era caduta in mare.
Quando l’avevamo ripescata, si era subito accorta che il capitano e due dell’equipaggio erano fra i superstiti, così si era nascosta per non essere stuprata di nuovo. Si era chiusa nella cabina di Giulia, e lì era rimasta…
– E adesso ha paura di ritrovarsi di nuovo con quei delinquenti – concluse Eva – E francamente non so darle torto.
– Se la consegnamo, la autorità finiranno sicuramente con il ricongiungerla insieme agli altri – dico io – Non c’è dubbio. E non c’è modo di evitarlo…
– Basterebbe non farla scendere a terra. Nessuno sa niente di lei.
– E che cosa facciamo: ce la teniamo?
Eva scuote le spalle: – Non dicevi che ci serviva un marinaio?
La guardo storto: – Cos’è, ti piace? Te la vuoi fare?
Eva fa una smorfia: – La lesbica divoratrice di minorenni sei tu: a me piacciono i maschi, lo sai benissimo… E per qualche strana ragione mi piaci tu. Semmai dovrei essere io a fare la gelosa.
Ha ragione: in un altro momento, Jasmine mi farebbe tirare la fica di brutto.
Sospiro: – Secondo te dobbiamo tenerla?
Eva mi guarda: – Non voglio rimandarla dai suoi aguzzini: non lo vedi com’è ridotta?
Già… Solidarietà femminile, o come altro la vogliamo chiamare. Comunque, se la guardo in quegli occhi grigi così profondi, non posso tradirla.
– Va bene. Però una volta a terra deve restare chiusa in cabina.
– Sono sicura che capirà.
Approdiamo a Trapani.
Vado in Procura assieme a Cristina e Amir: tutti e tre firmiamo il verbale, poi torniamo a bordo dove scopriamo che Jasmine invece che in cabina è stata in cambusa a pasticciare con i fornelli sotto la direzione di Eva.
Io ho sempre mangiato volentieri il pesce, ma come lo sa cucinare Jasmine non lo avevo mai assaggiato. Una cosa fantastica.
Lo dico mentre pranziamo nel salotto sotto coperta per non essere visibili dal molo, e lei sorride per la prima volta.
Cristina giura che non ci tradirà, e le credo: anche lei ci farebbe una pessima figura se si sapesse che abbiamo fatto entrare clandestinamente una ragazzina in Italia. Quanto ad Amir, anche se i due chiaramente non si piacciono, è pur sempre una compatriota e non credo farebbe la spia.
Va bene, è deciso: almeno per il momento Jasmine rimarrà con noi. Poi si vedrà.
Il mattino dopo, Cristina e Amir ci salutano. Andranno a Palermo, dove lui dovrà essere registrato come profugo, e lei potrà scoparselo quanto vuole.
Mi sembra strano lasciarli andare così, senza aver più fatto sesso con loro da quella notte orribile: io non ho neppure assaggiato il cazzo di Amir… Ma è andata così.
Li guardiamo partire a metà pomeriggio.
Io scendo a terra per fare la spesa, poi ceniamo a bordo tutte e tre insieme, e il mattino dopo riprendiamo il mare, con un membro in più nell’equipaggio.
***
Tre donne sole in mezzo al mare. Una tardona (io), una diciannovenne (la mia ragazza), e una ragazzina di età indefinibile e senza passaporto (Jasmine), che non parla praticamente mai ma lavora sodo e soprattutto cucina un pesce alla griglia che fa resuscitare i morti.
Prima di lasciare Trapani abbiamo fatto rifornimento non solo di carburante, ma di tutto il necessario, e soprattutto di pesce congelato. Con Eva che passa la maggior parte della giornata sul computer a badare ai nostri affari oppure a studiare e io quasi sempre ai comandi, Jasmine si è ricavata rapidamente un ruolo a bordo: spolvera, pulisce, lucida, riordina tutto senza praticamente fermarsi mai.
Dopo un paio di giorni provo a spiegarle un po’ di manutenzione tecnica, e mi accorgo che capisce perfettamente l’italiano, anche se non lo parla… Ma del resto lei non parla proprio. Le spiego come ungere le ancore e le serrature, le faccio vedere come funzionano il radar e la radio, controlliamo insieme la manutenzione della scaletta d’imbarco e del motore dello zodiac, e alla fine comincio anche a spiegarle come funziona il motore principale.
Lei segue tutto senza problemi, e per quel che posso vedere io si ricorda sempre tutto.
Insomma: volevo un marinaio, e il mare me ne ha dato uno… Anzi, una!
Il tempo è tornato quasi perfetto e l’estate è in pieno tripudio. Il Mediterraneo è una tavola blu e l’autopilota mi permette di rilassarmi e di andare un po’ in giro godendomi la Serenissima, che non è mai stata così pulita e scintillante.
Passato lo stretto di Messina e doppiato Capo Spartivento diretti a est, la navigazione diventa ancora più facile e mi concedo qualche ora di sole sui lettini di poppa.
Siamo anche lontane dalla costa, così ci liberiamo anche degli ultimi pezzi di stoffa e andiamo in giro completamente nude come piace a noi.
Jasmine ci osserva sorpresa: lei usa gli shorts e la maglietta che gli ha regalato Eva, che coprono piuttosto poco del suo bel corpicino snello, ma la nudità integrale chiaramente la lascia un po’ perplessa.
Non è pudica: semplicemente per lei il naturismo è una novità assoluta.
Ha finito di lucidare tutto quel che può vedere, e ci osserva prendere il sole nude.
Eva gli sorride e la invita con un gesto a raggiungerci.
Jasmine esita. Poi fa un gesto, alzandosi il lembo della maglietta.
– Ma certo che puoi togliertela, Jasmine! – esclama Eva con un sorriso – Se vuoi puoi anche toglierti tutto… Oppure restare con i calzoncini, come preferisci.
Jasmine si sfila la t-shirt, rivelando due tettine acerbe e a forma di pera, con le punte rivolte verso l’alto e lo stesso colore olivastro del resto del corpo. Tiene però le braghette che le scoprono completamente le belle gambe snelle ma nascondono le intimità più recondite e anche il culetto stretto, che indovino delizioso ma che non riesco a vedere nelle sue forme precise.
E’ la prima volta che la posso osservare da ferma: di solito è una spece di moto perpetuo; mai frenetica, ma sempre in movimento impegnata a fare qualcosa. E’ come se avesse il terrore di annoiarsi.
Adesso invece è lì, che ci osserva immobile, nuda dalla vita in su e con le braccia sottili abbandonate lungo i fianchi.
Esita un momento, poi lentamente si stende su un lettino davanti a noi, ma rimane rigida.
– Non ti piace prendere il sole? – le chiede dolcemente Eva.
Jasmine esita un momento, poi si rimette a sedere e scuote la testa, poco convinta.
– Non sei obbligata. Non c’è bisogno di lavorare tutto il tempo, puoi rilassarti e goderti l’estate come preferisci…
Jasmine sorride un istante. E’ raro vederla sorridere, ed è un peccato perché ha un sorriso dolcissimo.
Indica con aria incerta le cuffie di Eva.
La mia amica sorride amichevole: – Ma certo! Usale pure quanto vuoi.
Contenta, la giovane tunisina indossa gli auricolari e comincia ad ascoltare la musica. Finalmente abbiamo scoperto qualcosa che le piace…
Fa veramente caldo.
Siamo quasi a metà fra Calabria e Puglia, in uno dei punti più profondi e meno frequentati del mar Ionio: fermo i motori e mi tuffo in mare per rinfrescarmi un po’.
Eva mi raggiunge dopo un momento, e insieme giochiamo e scherziamo in acqua, nuotando intorno alla barca.
Jasmine ci osserva da poppa.
Poi si scuote, sfila le braghette e scende in acqua anche lei usando la scaletta.
E’ la prima volta che la vediamo nuda. E’ molto bella, anche se davvero magrissima. Ha il culetto più stretto che abbia mai visto, e una fica nerissima che stacca benissimo con la pelle olivastra e lucente. Sa nuotare e non ha paura, ma non è disinvolta come noi: nuota solo a rana e tiene la testa fuori dall’acqua. Sospetto che la profondità la preoccupi un po’, ma che non voglia che noi lo notiamo, così faccio finta di niente.
Se me ne sono accorta io che sono abituata a calpestare il prossimo, figuriamoci Eva che studia psicologia: la mia ragazza la invita ad avvicinarsi senza insistere troppo, la schizza ridendo ma senza rischiare di spaventarla, e cerca di non farla allontanare troppo dalla scaletta.
Rinfrescate e di ottimo umore, risaliamo a bordo: io per prima, seguita da Jasmine e Eva per ultima che si assicura che la sua protetta non corra pericoli.
Una volta a bordo, lei sembra in imbarazzo: è la prima volta che si trova nuda davanti a noi, ma è bagnata ed esita a rimettere i calzoncini bianchi per non inzupparli… E non ha un costume da bagno a portata di mano.
Io le sorrido, Eva le fa un complimento discreto, e lei si rilassa un po’.
Da quel momento anche lei rimane nuda come noi finché picchia il sole, e dopo un paio d’ore sembra finalmente a suo agio.
Dopo un po’, io torno ai comandi e Eva scende a lavorare al computer; Jasmine interpreta il nostro comportamento come un ritorno al lavoro, e si precipita in cucina a prepararci la cena.
Vado da lei e cerco di rassicurarla, ma lei non intende ragioni e continua a lavorare.
E’ come se fosse terrorizzata di non ricambiare abbastanza la nostra ospitalità.
Le poggio una mano sulla spalla e le sorrido per rassicurarla.
Ancora una volta pesce alla griglia, questa volta con il cuscus. Fantastico.
Dopo cena c’è ancora il sole e ci rilassiamo di nuovo sui lettini mentre Jasmine si tuffa di nuovo in cucina per lavare i piatti.
Ora la temperatura è perfetta. Rimaste sole, Eva e io ci abbracciamo e ci scambiamo un po’ di coccole… Ci prendiamo un anticipo di quel che faremo una volta nel lettone.
Già, complice la presenza di Jasmine, non abbiamo fatto sesso per tutto il giorno, e trattandosi di noi siamo quasi in crisi di astinenza.
Ci baciamo in bocca, e la sento affamata: quando Eva ha voglia, non la ferma nessuno e sa essere più sconcia di me.
Si strofina tutta come una gatta in calore, miagolando di desiderio. Così le bacio i seni mentre porto una mano fra le sue gambe alla ricerca del suo tesoro recondito…
Lei spalanca le cosce offrendomi pieno accesso, e io immergo le dita nella sua morbida peluria bionda, frugando per dischiudere le valve del suo sesso.
Eva guaisce di piacere quando immergo due dita nella fessura umida: rovescia il capo all’indietro e io mi chino a mordicchiarle i capezzoli già duri.
Comincio a masturbarla mentre le succhio le punte, e lei non fa nessuno sforzo di trattenere i suoi gemiti di piacere.
Andiamo avanti così per diversi minuti. La faccio godere, e lei lo annuncia al mondo con un lungo latrato di soddisfazione.
Mi porto alle labbra le dita madide dei suoi succhi e le pulisco assaporando il suo piacere…
Alzo gli occhi e vedo che Jasmine ci sta osservando.
E’ nuda come noi, in piedi davanti alla scaletta che porta sottocoperta, e ha un’espressione indecifrabile nel vederci in un atteggiamento inequivocabile.
Eva e io non siamo abituate a dissimulare la nostra sessualità, e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Mi auguro che per Jasmine la nostra aperta relazione non sia un problema.
Eva si accorge della mia esitazione e si volge a sorridere all’altra ragazza: ormai è soddisfatta e può concedersi una pausa.
Mettiamo i pedi a terra e la guardiamo da sedute, tenendoci per mano.
Jasmine aggrotta leggermente le sopracciglia: sembra sorpresa, ma non turbata. Esita un momento, poi fa un gesto con le mani.
Indica noi due, poi intreccia le dita e assume un’espressione interrogativa.
Io sorrido e annuisco.
Eva risponde direttamente in italiano: – Sì. Noi due stiamo insieme, Jasmine: siamo una coppia, e ci amiamo. Facciamo sesso fra noi, tutti i giorni… E’ un problema per te?
Jasmine non è stupida: aveva intuito che c’era qualcosa del genere, ma sembra proprio che l’idea di un rapporto omosessuale fra donne le appaia come una novità.
Ci pensa un momento, poi scuote la testa: difficile dire se per negare il problema, o per esprimere perplessità.
Eva si alza in piedi e la raggiunge lentamente per passarle un braccio intorno alle spalle: riesce a farlo con aria così tranquilla e amichevole che Jasmine non può che sentirsi rassicurata anziché temere un approccio sessuale al quale chiaramente non sarebbe preparata.
– Non temere, non ci aspettiamo che tu ti unisca a noi, a meno che non voglia. Nessuno ti obbligherà a fare niente…
Eva pronuncia queste parole, poi sorride, le accarezza la spalla esile, e torna lentamente da me.
Ci baciamo nuovamente in bocca, con calma.
Io ho una voglia che mi sembra di impazzire, ma controllo i miei impulsi: so che fra poco ci scateneremo nel nostro letto e Eva saprà soddisfarmi fino in fondo, ma ancora non è il momento.
La mia ragazza sta cercando di conquistare la fiducia di Jasmine senza nasconderle la verità sul nostro rapporto, e questo non è una cosa facile considerate le differenze culturali fra di noi.
Inoltre ormai so bene come la tensione dell’attesa sia in grado di aumentare il piacere…
Jasmine rimane a guardarci per un po’ mentre ci scambiamo tenerezze. Poi, con calma, si volta e scende nella sua cabina.
Noi continuiamo a farci le coccole sul ponte, mentre il sole scompare lentamente dietro l’orizzonte e l’aria si fa sempre più fresca, facendo indurire i nostri capezzoli.
E’ quasi ora di scendere anche noi e di raggiungere il nostro letto.
L’indomani doppiamo a ritroso Santa Maria di Leuca, e siamo nuovamente nelle acque familiari dell’Adriatico.
Ora che le cose fra di noi sono più chiare, anche Jasmine sembra più a suo agio con noi. Gira nuda per la barca senza problemi, e non sembra che eviti il contatto fisico con noi, anche se non lo cerca nemmeno: almeno, non le facciamo schifo.
La tensione generata dalla situazione ambigua in cui ci troviamo per via della presenza di Jasmine non fa che rendere più intenso il desiderio sessuale che entrambe proviamo l’una per l’altra, e la curiosità di scoprire cosa potrà succedere in futuro aggiunge ulteriore pepe al nostro rapporto.
Per la prima volta, facciamo apertamente l’amore sui lettini: non è esibizionismo puro, ma un atto naturale. Semplicemente non reprimiamo i nostri impulsi sessuali solo per paura di turbarla… E lei sembra recepire.
Ci vede, ci guarda un momento incuriosita, poi passa oltre.
Ha accettato la nostra omosessualità come una cosa naturale, che non la turba né la coinvolge.
Per ora, va bene così.
Giulia è sempre a casa di Enzo, e i due se la stanno spassando anche perché i genitori di lui a loro volta sono quasi sempre in campagna. In pratica i due ragazzi passano le giornate a letto. Durante il fine settimana ci sarà anche Riccardo, poi lunedì lei sarà pronta per raggiungerci…
Tanya ci ha contattate: ha recuperato la St.Cyril, lo yacht del suo defunto marito, ed ora è uscita dalle bocche di Cattaro diretta a sud. Praticamente, siamo in rotta di collisione.
Ci incontreremo nel Canale di Otranto, poco al largo dello scoglio di Saseno, per la rimpatriata di cui avevamo parlato durante l’inverno…
Eva e io ci sorridiamo, sentendo entrambe una vampata di calore in mezzo alle gambe all’idea di incontrare di nuovo la nostra pericolosa amica.

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