un angolo di oriente nell’oltrepo

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Ho conosciuto Evaristo X. tramite un passaparola fra amici o meglio fra una catena di amici.
Appena conosciuto mi è subito rimasto antipatico per il suo modo di fare da manager altezzoso, mentre invece come scoprii in seguito era la sua facciata, usata principalmente nel campo del suo lavoro. E dato che aveva bisogno di qualcuno che gli sistemasse il computer ecco che chiedendo ad un suo conoscente giunse miracolosamente sino a me tramite passaparola.
Mi sono sempre chiesto come mai si appoggiasse ad amici per piccoli lavori quale mi fu chiesto, data la sua disponibilità finanziaria che gli permetteva di far fare lo stesso lavoro da un tecnico senza dubbio molto più esperto di me. Appena in possesso di tutti i parametri per l’esecuzione del lavoro concordammo che sarei dovuto recarmi a casa sua, ed avuto tutte le indicazioni ci demmo appuntamento per il giorno successivo.
Strano posto dove abitare per un piccolo imprenditore come lui, quando verificato in google maps ove era la sua abitazione, vidi solo una lunga siepe invalicabile ma niente casa in vista.
Giunsi in anticipo nell’oltrepò e preso direzione Piacenza quando arrivato in quel di Stradella deviai per Santa Maria della Versa che dovevo oltrepassare per circa un chilometro per poi prendere a sinistra in direzione del piccolo borgo dallo strano nome che avrei tempo dopo trovato azzeccato per tutto quanto avrei vissuto lì.
Le basse colline non mi permettevano di scorgere ove fosse la casa della mia meta e cosi pochi minuti dopo eccomi arrivato al n° indicatomi, un anonimo portone dal quale nulla si poteva scorgere della proprietà che subito realizzai quanto dovesse essere vasta.
Telefonata ad Evaristo del mio arrivo davanti al portone, lo trovai totalmente diverso di quando c’eravamo conosciuti, anzi alquanto amichevole e compiacente invitandomi ad entrare mentre i battenti del grande portone si spalancavano su questo nuovo mondo. Non potevo immaginare quale mondo sarebbe stato e cosa avrei vissuto in quel posto così fuori dal tempo. Qualche minuto di macchina dall’entrata mi confermò quanto doveva essere vasta la tenuta e finalmente giunsi davanti ad una casa bassa e larga con la facciata in pietra a vista molto spartana e dall’aspetto semplice.
Davanti ad un piccolo ingresso spalancato sostava Evaristo nell’attesa del mio arrivo.
Ci salutammo cordialmente, e lì, conobbi il vero Evaristo, un amico
sincero che sapeva metterti subito a tuo agio e ti trattava come fossi un conoscente di tanti anni fa. Notai un po’ in disparte una figura femminile, ma nella penombra vicino alla porta non riuscivo a distinguerla bene, e fu quando la vista si abituò all’ambiente che la vidi in tutto il suo splendore, una meravigliosa ragazza giapponese, come disse presentandomela Evaristo: “ Lei è Suki.” mi disse, una mia carissima amica, ma dallo sguardo che gli aveva lanciato ho immaginato che fosse solo proprietà personale e “guai a chi tocca”.
Mi fece una strana impressione toccare la mano della giapponesina, mi dette come un brivido, è come se avesse avuto una vibrazione addosso, come se tutta la pelle le vibrasse, tremasse lievemente, ma era una sensazione piacevole.
Fattomi accomodare parlammo del più e del meno, giusto per conoscerci meglio, per valutarci,
sorseggiando qualcosa di fresco. Non si poteva non notare il vestitino cortissimo della giapponesina e del fatto che sotto non portasse niente, né reggiseno né slip. Non so se Evaristo si accorse delle rapide occhiate furtive che lanciavo di nascosto a Suki. Era l’essenza della femminilità,e per me, abituato a vedere queste figone solo sul web da cui scarico foto filmati e quant’altro continuando a sognarle, il vedermene una davanti a me in carne ed ossa con una posa quasi di disponibilità, beh ragazzi sudavo veramente freddo per la situazione e l’emozione.
Mi sa che E. si accorse del mio disagio perché a bruciapelo ed indicandomi con un movimento della testa Suki, mi chiese : “ti piacciono le orientali?” Cercai di rispondergli mostrando poco interesse ma feci solo un lungo giro di parole impappinandomi miseramente, il che gli fece capire quanto invece mi piacessero.
A bruciapelo mi buttò lì: “ e Suki, ti piace?, hai visto che corpicino?” Dalla mancanza di risposta e dal mio stupore penso capì che mi aveva messo a disagio, certo non potevo dirgli che me la sarei scopata lì sul tavolino del soggiorno, adesso pensando a come si sono evoluti i fatti la situazione ci sarebbe stata perfettamente e naturalmente, anzi quasi come l’usanza degli eschimesi che ti mettono a disposizione la propria moglie per l’ospite del momento.
Così con uno stonato e fuori luogo: “cià! dov’è il computer che devo sistemare?” cercai di spezzare il gelo che m’aveva preso dopo la sortita del padrone di casa, il quale sogghignando mi accompagnò al piano di sopra indicandomi lo studio ove era il computer ed anche l’interfono per eventuali comunicazioni avessi avuto bisogno.
Mi lasciò al mio dovere andandosene con la giapponesina mentre le palpava quel delizioso culetto che faceva ondeggiare in modo così sexy l’orlo del vestitino, e non si accorse che mi ero goduto tutta la scena, anzi a pensarci bene ora, vuoi vedere che lo fece apposta?
Mi ci volle una mezza ora per valutare la situazione del computer ed il da farsi successivo, così chiamai E.tramite l’interfono, ma mi rispose Suki con un italiano semplice e senza articoli tutto al presente che E. era occupato con un interlocutore al telefono, e nell’attesa che finisse mi chiese se volevo qualcosa da bere. Dato il caldo di quei giorni accettai volentieri qualcosa di fresco che poco dopo giunse portato da quelle deliziose manine ma soprattutto da quella soave figura. Sembrava si rendesse conto del fascino che emanava su chi avesse davanti a sè ed entrando nello studio fu come se rallentasse il suo procedere per permettere di guardarla anzi mangiarla con gli occhi.
Era evidente che si annoiava e che ne aveva approfittato per poter parlare con qualcuno, dato che appena mi ebbe dato la bevanda si sedette di fronte a me per nulla preoccupata se nell’adagiarsi sul divano le avevo visto quel giardino segreto nascosto tra le sue bianche gambe, ed un seno nel mentre si chinava per sedersi. Le chiesi di quale zona venisse dal giappone, come se alla risposta della città avessi potuto identificarne perfettamente il distretto e l’ubicazione, lo dissi solo per sciogliere il ghiaccio (non quello della bevanda).
Ma quello che faceva si che non sapessi cosa dire ad una meraviglia così; e già vi vedo al pensare con una così cosa vuoi parlare a fare?… già bravi!, e cosa facevo, le saltavo addosso sul divano?
E’ che mi soggiogava con la sua bellezza e per come era seduta di fronte a me, per come cambiava posizione, per come ti guardava con quei suoi grandi occhi neri. Le chiesi quali studi avesse fatto, se lavorasse e da quanto tempo era in italia. E lei con un candore incredibile, mi rispose semplicemente che dato che la sua famiglia era molto povera, già dai dieci anni in poi aveva iniziato a fare la prostituta in una grande città del nord del giappone.
– fine prima parte –

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