viaggio in camper

Hits: 1

E detto questo mi obbligò ad aprirmi maggiormente a dare spettacolo e uno dei due scattò delle foto, sentì chiaramente il clic del telefonino, ora sapevo, molto probabilmente quelle foto nella mia speranza sbiadite sarebbero finite su internet o in qualche sito per guardoni e voyeur, chissà quanti si sarebbero fatti seghe e si sarebbero eccitati vedendole. La cosa mi fece schifo e fece crescere la voglia in me, stavo diventando un esibizionista e soprattutto cagna. La voglia del sesso era unica e danzava nella mia testa e nella mia figa come un indemoniata, Foto battute salaci, io mi eccitavo, non ero più io ma tutto questo , quello che stava accadendo mi piaceva. E alla fine la padrona mi fece smettere…….. Mi diede in mano la cintura di castità, che difronte ai due mi dovetti mettere da sola, quel freddo metallo, mi fece quasi impazzire da come si strofinava sul mio corpo. Mi dovetti aprire di più sotto gli sguardi affascinati dei due uomini e poi con calma ci dirigemmo verso il camper. L’uomo era già al volante, lo vidi chiaramente nella luce della cabina accesa, così salimmo, di nuovo il rito del collare, lo sgancio del guinzaglio e lo stacco del telo che mi era servito come impermeabile e coperta su cui mi ero aperta per quegli spettatori occasionali. All’interno un leggero tepore, anche se in estate fuori c’era un aria fresca sotto la pioggia, me ne accorsi come fummo all’interno e dopo essermi accucciata rientrai in quella gabbia. La cagna era nuovamente nella sua cuccia. La donna passò a controllare i cavalli, li accarezzo ricevendo un nitrito di ringraziamento, e poi ripartimmo. Io ero li dentro esausta ed eccitata . Quella puttana di donna aveva giocato con me e aveva voluto lasciarmi con la voglia e quell’eccitazione in qualche maniera la dovevo calmare, li accucciata nella gabbia con una lentezza esasperante e con una certa fatica riuscì ad infilarmi le dita sotto quella cintura che mi aderiva quasi come una seconda pelle, mi stuzzicai, mi facevo schifo, ma mi piaceva, ora il vizio nella mia testa la faceva da padrone.
Mi contorsi, ero completamente sola al buio mentre il camper proseguiva la sua corsa in autostrada e….fui sulla schiena, mi ero distesa allargai le gambe e tirai su leggermente le ginocchia puntando i talloni, rimasi così in posa ginecologica, la gabbia era ancora tutta per me e mi toccai con tutta la disperazione di un animale in calore che non riesce a trovare il suo appagamento. Mi feci male, le mie nocche quasi si sbucciarono sul metallo della cintura nel tentativo di forzarla, ma non mi interessava. Piacere e piacere, cercavo solo quello e il piacere venne travolgendomi, ora non ero più io, volevo un maschio o una bocca di donna che mi forzasse, mani e cazzi per i miei buchi , lingue calde e viscide che giocassero con il mio corpo soffermandosi sui miei capezzoli e sul mio bottoncino…siiii una succhiata furibonda sul mio bottoncino fino a farmi gridare di goduria e urinare addosso dalle scosse di piacere. Ci riuscì, trattenni il respiro per un momento cercando di essere più sottile e le mie dita si infilarono in me, non riuscivo a toccare bene la figa, ma il mio pertugio scuro si, ora mi inculavo con la falange di un dito, mi trapanavo, e sentivo le mie mucose cedere, ma volevo essere piena, piena e umiliata, se non potevo avere cazzi almeno dimostrare la mia fedeltà di cagna al padrone leccandogli le scarpe. Voglia, piacere e sofferenza, masochismo mio nel trovarmi ormai in quella situazione, ero fuori di me, chiamai il nome del mio padrone, Paron Mario , lo feci bisbigliando . Ma ormai ero li non potevo più ritornare indietro, avevo accettato tutto con il contratto e poi i documenti di viaggio. E tra queste sensazioni e pensieri che si rincorrevano nella mia testa sentì il camper che usciva dall’autostrada e si fermava , di nuovo le voci una risata e la porta laterale del mezzo si aprì, Era la compagna dell’autista, ma questa volta con lei c’era un’altra persona e era a guinzaglio, collare…..
” Sei eccitata, sei proprio la cagna di Paron Mario” e così dicendo si portò le dita alla bocca succhiandole quasi per sentire ancora una volta il sapore dei suoi umori, quel sapore che lei lo doveva conoscere bene vista la sfrenata sessione di leccaggio cui era stata sottoposta da parte sua. E poi fu la volta della cintura di castità, quel freddo metallo che aderiva al suo corpo nascondendo i suoi buchi. Furono movimenti rapidi, le fece allargare leggermente le gambe per fargliela passare sul pube. La donna facendo questo lavoro ebbe una smorfia, la sua figa e il suo culo per quello che avevano provato e per l’uso cui erano stati sottoposti erano ancora gonfi e congestionati. Il freddo metallo lo sentì sulle sue mucose, brividi di piacere misto a un senso di inferiorità, era trattata proprio come un animale e niente altro. Giunse anche Natalia che questa volta non la degnò di uno sguardo, ma raccolse i suoi documenti da viaggio. La bolla di trasporto, il suo contratto di schiavitù , la lettera di appartenenza a Paron Mario. Lei quella lettera non l’aveva vista, la lesse dopo durante il viaggio….ma andiamo per ordine. Quei fogli finirono in una busta di cuoio . Ora era tutto finito, potevano andare. Al collare fu attaccato il guinzaglio e …Quel leggero strattone, iniziava per lei un’altra fase del suo addestramento, questa volta ne il Paron ne Natalia, almeno lei credeva ci sarebbero stati, era completamente sola in mano ad estranei. Fu fatta scendere, la cintura di castità e quei sandali dal tacco vertiginoso la costringevano a fare i passi piccoli per non cadere e per non irritarsi le sue grandi labbra che erano congestionate fuori misura….. tra se e se ringraziò della spremitura che le sue tette avevano avuto, almeno non le davano più fastidio con il loro gonfiore anche se il loro aspetto non era più affascinante come quando erano piene e gonfie, erano come svuotate, ma a lei in quel momento non interessava. Camminava eretta e si sentiva fiera, era una cavalla della scuderia del Paron. Fu in quel cortile e vide il camper per il trasporto, la parte dietro era stata aperta e stavano facendo salire due magnifici purosangue , l’uomo di quella coppia che le avevano presentato li stava fissando, mentre la donna era ferma all’altezza della porta laterale, e le stava aspettando. Ci fu la consegna di quei documenti, una firma per ricevuta…ormai era fatta era stata ceduta per il viaggio, non apparteneva più a Natalia ora era stata consegnata, e la donna prese il guinzaglio e la invitò a salire dentro. Ma prima di salire dentro Natalia si avvicinò a lei, infilò il dito nel collare tirandola a se. I loro volti si avvicinarono, quella donna, la sua “ aguzzina le diede una leccata sulle labbra, una leccata lasciva degna di una pornodiva, poi lei sali il gradino per entrare e una volta dentro ancora scombussolata per quel gesto di affetto ebbe un balzo al cuore, vide la sua gabbia. Dire il vero l’aveva già vista, ma un conto era stata vederla quasi da estranea, anche se sapeva che per il viaggio sarebbe finita li dentro, un altro conto era vederla li, con la portella socchiusa e lei doveva entrarci, prese paura, si impuntò leggermente come quando un animale non vuole andare più avanti, ma il sibilo del frustino e il bruciore simultaneo sulle sue natiche la fece rinsavire e poi le parole….
” Dentro bestia spicciati e non fare storie”
La convinsero, si mise a carponi e entrò in quella gabbia dove l’unica posizione che poteva avere era seduta o in ginocchio se non distesa, in piedi non poteva stare. Sul pavimento una coperta dove approfittò per distendersi, Vide la porta che si chiudeva, il cloc del chiavistello. Ora tutto era finito, l’animale Clara era in partenza. I saluti, le voci attutite che venivano da fuori, la donna fece un giro attorno e poi all’interno del camper per sentire e controllare le imbragature dei due purosangue che viaggiavano con loro, la rampa posteriore risalì e le porte si chiusero. L’avvio lo scuotimento del motore e il mezzo iniziò a muoversi, ma prima di tutto questo, la donna, l’accompagnatrice mise nella sua gabbia una ciotola piena d’acqua. La guardò con aria di sufficienza e quelle parole che uscirono dalla sua bocca a Clara rimasero impresse nella sua testa…
”Non sognarti di avere la gabbia tutta per te, forse avrai una compagna o un compagno di viaggio, vedremo durante il tragitto, e non sognarti di sporcare, avverti , ti faremo scendere per i bisogni”
Prese paura, era nuda e dover scendere da quel mezzo per espletare i suoi bisogni forse in pubblico non se la sentiva proprio, non voleva essere trattata come un animale e invece dal linguaggio della sua accompagnatrice era proprio considerata tale. Il mezzo ormai viaggiava, si accorse che entravano in autostrada, la notte era scesa, dal piccolo finestrino intravvedeva le luci degli svincoli autostradali, non aveva la minima idea di dove fossero diretti, sapeva che andavano a nord, si appisolò leggermente, lo scuotimento, la stanchezza, dalla cabina di guida veniva della musica, la coppia era tranquilla. In quella specie di torpore in cui era piombata si accorse o ebbe l’impressione che piovesse, e…..si riebbe . Ora il mezzo era fermo, dovevano essere in un area di servizio e lo stimolo di urinare per lei se ne accorse; era fortissimo, doveva chiamare i suoi accompagnatori, era terrorizzata al solo pensiero di sporcare e alla punizione che avrebbe ricevuto. Aveva paura del frustino, quel malefico frustino da cavallerizza che avevano usato sul suo corpo segnandolo e……
Mi riebbi lentamente, qualche cosa era cambiato, non c’era più il classico scuotimento dovevamo essere fermi. Mi accorsi che si doveva sostare in un area di servizio, voci in una lingua che non conoscevo e …..non dovevo aver dormito più di un paio d’ore, ma quelle voci erano realmente in una lingua diversa…avevamo passato il confine. Fuori pioveva, sentivo il classico ticchettio delle gocce sulla carrozzeria, fui in ginocchio, la cintura di castità mi dava fastidio e rivoli di sudore scendevano lungo il mio corpo, bevvi avidamente l’acqua della ciotola, chiamai i miei padroni, dovevo uscire, dovevo urinare. Apparve la mia accompagnatrice, era bella, anche se vestita di tutto punto, un paio di calzoni da cavallerizza, gli stivali lucidissimi con un risvolto di pelle più chiara esattamente sotto il ginocchio, portava una maglia leggera. Mi sentivo niente, mi sentivo schiava e per la prima volta mi vergognai della mia nudità. Collare, catenella ai fianchi e la cintura che mi stringeva, d’istinto cercai di coprirmi , ma la donna scuotendo la testa mi fece segno di mostrarmi e messami in posizione chiesi…..
” L’umile schiava Clara chiede alla sua padrona di poter scendere per urinare”
Erano le uniche parole che potevo dire, sarei uscita anche nuda, non ce la facevo più e quasi mi torcevo per lo stimolo. Quella donna mi guardò con aria di sufficienza e senza dire una parola,si abbassò e aprì lo sportello della gabbia, aspettavo, aspettavo l’ordine per uscire e con mia felicità ci fu il cenno con la mano, uscì a carponi da quello spazio angustio e la donna mi fece metter in piedi e ..senza dire una parola mi mise addosso una specie di mantella, come si fa realmente con i cavalli. Mi chiuse quella mantella al collo, non aveva dove infilare le braccia, era una coperta di tela cerata con un unico bottone, me le strinsi addosso come potei, poi fu la volta del guinzaglio e uscimmo. Fuori piovigginava, eravamo leggermente spostati dall’area di servizio, da dove giungeva l’unica luce, li eravamo nella penombra; eravamo dove sostavano gli autocarri . Tir dalle targhe estere , la paura mi crebbe e con la paura il batticuore, c’erano delle persone che parlottavano e una coppia di donne di cui una tirata a guinzaglio non sarebbe passata inosservata e così fu. Quel brivido che si andava a concentrare nel mio ventre, mi stavo eccitando, essere esibita così, una cosa nuova per me e giunte in un posto defilato la mia accompagnatrice mi ordinò di aprirmi, e…con un movimento rapido mi tolse la cintura di castità. Mi accucciai, non ce la facevo più, sentì la mia urina rimbalzare sull’asfalto, lo scroscio e le gocce che mi rimbalzavano sulla parte interna delle cosce. Chiusi gli occhi, non ce la facevo proprio più.
Mentre succedeva tutto questo l’altra donna era in piedi al mio fianco, con una mano teneva il guinzaglio e la cintura di castità che rifletteva a tratti la luce fioca di quei lampioni dell’area di servizio, mentre con l’altra mano teneva l’ombrello aperto per proteggersi da quella pioggia leggera ma insistente. L’asfalto bagnato si rifletteva e vidi il mio rigagnolo giallo perdersi in una pozzanghera. Un quadro idilliaco, il padrone con il cane che porta a passeggio per fargli fare i bisogni, solamente il cane, non era un cane, era una cagna e la cagna ero io: Clara. E quando sollevai gli occhi con ma grande paura vidi che un paio di camionisti si erano avvicinati e ci guardavano. Non capivano, ma fissandoci si davano di gomito additandomi. Avevano capito quello che era successo, ora il guinzaglio che era attaccato al mio collare non passava più inosservato e loro si spostavano cercando di vedermi bene, data la posizione il mantello si era aperto e mi mostravo in tutta la mia nudità. La mia accompagnatrice si girò verso di loro, e in una lingua a me sconosciuta, si rivolse a quelle persone, avevo paura e nello stesso tempo l’eccitazione cresceva in me, ero nuda davanti ad estranei in una posa oscena, aperta, e inoltre stavo urinando, il mio zampillo giallo lo dovevano aver visto , non sapevo dove guardare e quella donna fece un cenno ai due di avvicinarsi e loro lo fecero “ volentieri” non è da tutti i giorni vedere una che piscia in pubblico e per giunta completamente nuda , i due si avvicinarono per guardarmi meglio e lei in perfetto italiano in modo che sentissi anch’io….
”Non è altro che una cagna che porto fuori a fare i bisogni, è una schiava e niente altro…guardate pure ma non toccate è proprietà privata”
. Un oggetto, ero un oggetto e niente altro, da mettere in mostra e rivolgendosi a me, fissandomi…
”Apriti, su mostrati a questi due signori, mostra i tuoi buchi sfondati,e toccati, falli contenti, sei un animale”
Ero accucciata e come un automa aprì di più il mantello in modo che i due mi vedessero meglio, ero accucciata ero aperta, mostravo tutto….l’eccitazione cresceva in me in maniera esponenziale, e mi toccai davanti a quei due estranei, lo feci come una puttana scafata che cerca di irretire i clienti, ero realmente una cagna in calore che scodinzolava ai maschi, loro ormai erano vicino a me e mi guardavano affascinati, le loro mani corsero sui loro cazzi, vedevo chiaramente anche se in quella penombra crescere la bozza all’altezza dell’incrocio dei loro pantaloni. Mi guardavano affascinati…e lei insistette,
“ Infilati le dita in figa , apriti bene, pensa da quanto tempo non vedono una femmina così puttana”
Io mi annullavo ero come in un’altra dimensione eseguivo i suoi ordini. Ormai non capivo più niente e se mi avesse detto di succhiare quei cazzi che ormai immaginavo duri e rossicci, con le vene in rilievo pronti a riempirmi della loro lava bianca lo avrei fatto. Ora li volevo. Ma lei centellinava, mi voleva annullare non voleva procedere al coito della sua cagna con quei due estranei e continuò; ora giocava anche con loro, erano come paralizzati,
“ Su cagna ora ti avvicini a uno dei due e ti strofini la figa sui suoi pantaloni, deve sentire il tuo profumo da bestia in calore e gli lasci come ricordo il tuo ciprigno sulle sue brache:: raggiungilo a quattro zampe non ti devi alzare in piedi, sei solo una cagna”
Io ero ormai stravolta, non capivo più niente, e sotto quella pioggia leggera vestita solo della cerata mi diressi a quattro zampe verso di loro. I miei palmi finirono sull’asfalto bagnato, sentivo i sassolini entrarmi nella carne mentre le mie ginocchia finirono nella pozzanghera dove il mio piscio era defluito. E alla fine usai quella gamba come un palo da lap dance, mi strofinai su quella tela ruvida e sporca di jeans , ero partita, toccai con la faccia l’incrocio dei pantaloni del maschio e un odore pungente di sudore e urina mi giunse alle narici. Non mi interessava di altro, obbedivo all’ordine che avevo ricevuto e di li a un momento lo sapevo avrei goduto alla grande. Un piacere tutto particolare dato dall’umiliazione che dovevo sopportare e da quella forma di esibizionismo che mi piaceva. Sentì sotto le mie mani i muscoli del maschio irrigidirsi in modo che le mie grandi labbra facessero più presa su quei calzoni sdrusciti, l’uomo accarezzò anche la mia testa, una testa calva da bambola di pezza. Clara la dottoressa non era più lei, era una schiava e niente altro. Ero al limite, ma lei non volle andassi oltre, e le sue parole mi richiamarono alla realtà
’” Ora basta “ mi fece come rinsavire, sentì il guinzaglio che mi tirava all’indietro e perdendo l’equilibrio finì seduta sull’asfalto sotto la pioggia che nel frattempo era aumentata di intensità, la cerata finì sotto di me, e li a gambe larghe con figa e seni esposti rimasi come imbambolata. Mi facevo schifo ma mi piaceva, mentre la voglia mi travolgeva. Sul mio viso gocce di pioggia e lacrime di disperazione, mi sentivo abbandonata da tutti, almeno mi avessero presa, sarei stata considerata come donna con cui accoppiarsi e non una bestia, invece ero una cagna e niente altro. A quel punto la donna. La mia aguzzina guardando quegli uomini: “ Ora la bestia mostrerà bene i suoi buchi così che potranno vedere come è sfondata”
Ora non le interessava altro, voleva solo dormire, e mentre il sonno la prendeva pensò per un momento al volto di suo marito, l’architetto che lentamente si trasformò nel volto di quel vecchio. Paron Mario. Nel sonno prese paura. Aveva lasciato casa sua , la loro casa solo da alcuni giorni e sembrava ormai un eternità, per tutto quello che aveva passato, che aveva fatto e che le avevano fatto. Da quel sonno popolato da incubi dove il sesso la faceva da padrone, si riebbe lentamente, ormai sapeva che di li a poco sarebbe partita, sarebbe andata a nord e così avvenne. Nella stanza entrò la cuoca, quella donna corpulenta che l’aveva fatta saltare letteralmente usando il corto frustino sul suo corpo. Nel dormiveglia la vide raccogliere i suoi finimenti, lasciando solo la cintura di castità sul mobile in bella vista e poi….. Poi la donna si avvicinò a lei, una leggera carezza e le diede un bacio, un piccolo brivido nel sentire quelle labbra sulla sua guancia, si riebbe lentamente e con infinita fatica si mise seduta su quel piccolo lettino dove sicuramente aveva dormito per alcune ore. Poi fu tutto un susseguirsi di fatti e azioni, fu fatta mettere in piedi, un paio di sandali da mettere ai piedi, tacco alto che le allungava la gamba e laccetto alla caviglia, e al laccetto con sua grande sorpresa si trovò attaccate due piccoli sonagli che ad ogni movimento con il loro din din, per ogni passo che faceva avvertivano della sua presenza quasi fosse una lebbrosa. Il collare, questa volta non di metallo ma di cuoio, e la piastrina di riconoscimento, una al collare, il nome di Paron Mario, la sigla 7/24 e il numero di telefono di quella casa. La stessa piastrina venne attaccata alla catenella sottile che ornava i suoi fianchi da femmina e che ormai era parte di lei perché non la poteva più togliere se non usando le cesoie. La donna dopo aver fatto questo la guardò, allungò una mano e quelle dita entrarono direttamente tra le sue grandi labbra provocandole un brivido. La cuoca si mise a ridere e per la prima volta sentì la sua voce….

Commenti [14]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *